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Posts Tagged ‘etiopia’

(“Mother says there are locked rooms inside all women”, poesia e prosa di Nebila Abdulmelik – in immagine – trad. Maria G. Di Rienzo. Nebila, etiope, si definisce una “cantastorie femminista che usa creatività e arte per parlare di pace, affrontare diseguaglianza e oppressione, archiviare le storie del vivere quotidiano a beneficio delle generazioni a venire”. Oltre a essere scrittrice, poeta, editrice e fotografa, Nebila è assai nota ed efficace come attivista: solo per fare un esempio, la sua campagna #JusticeForLiz, relativa all’ottenere giustizia per una donna vittima di stupro, raggiunse quasi 2 milioni di firme.)

nebila

Ero solita pensare fosse l’oscurità

a darti gli incubi

Solo ora arrivo a capire

come le luci che inondano la tua esistenza

sembrino perseguitarti

Non appena arrivano

tu cerchi i punti che la luce non raggiunge

per poterci strisciare dentro, coperta dal calore e dal rifugio del buio

Nel mentre quasi tutti bramano movimento e suono,

tu sei saziata dal vuoto e dalla pienezza dei silenzi

Da sola, negozi fra le differenti donne che ti compongono

Indisturbata,

filtri l’orchestra di pensieri

in mutevoli ottave

permettendo a ciascuna di esse di cantare la propria canzone

*****

Mia madre dice che ci sono stanze chiuse all’interno di tutte le donne. Che le donne diverse che le abitano sono le sole a poter schiudere quelle porte. Tu devi essere paziente. Devi sederti con ognuna di esse, una alla volta. Parlare le loro lingue. Ascoltare le loro storie. Intrecciare i loro capelli. Percepire il loro tipo di pelle – ruvida, liscia, grezza. Fasciare le loro ferite. Ridere con loro. Capire le loro lacrime. Massaggiare i loro piedi. Conversare con loro. Dar loro riconoscimento. Essere presente per le loro paure. Essere presente per loro. Stare con loro.

Mia madre dice che alcune le evochi tu e altre evocano te. Che una porta con sé la propria rabbia, un’altra il delirio. Che non devi mai ignorare la più silenziosa, quella che non bussa mai. Lei è la più potente. Devi cercarla, persuaderla a uscire dalla stanza con gentilezza.

Mia madre dice che non devi pensare a come soddisfare quella che bussa sino a che le sanguinano le nocche e le mani le dolgono. Lei non è una di cui dovresti preoccuparti perché indossa tutte le proprie emozioni e tu saprai subito se ci sono guai in arrivo.

Una ha buttato giù la porta l’altro giorno – mamma dice che è perché era soffocata dalla propria angoscia – e si è succhiata via tutta l’aria nella stanza, lasciandola annaspare in cerca d’aria che non poteva fabbricare. Lei è quella a cui non sottoponi problemi. Lei li nutrirà sino a farli crescere come erbacce, senza lasciare spazio alcuno alla bellezza. O al respiro.

Ognuna ha il suo posto e il suo scopo. Tutte creano te. Senza di esse, saresti vuota. Un guscio. Loro ti danno colore, carattere, stile. Persino quella furibonda ti dà acume. Lascia che siano.

Mia madre dice che è solo quando ti danno le chiavi, solo allora sarai in grado di aprire tutte le porte e fare pace, di riunirle insieme così che possano cantare i loro sogni e narrare i loro ricordi l’una all’altra. E a te.

Solo allora, quando le loro sofferenze saranno intessute nelle storie che raccontano, i sogni che osano e i segreti che sussurrano saranno liberati e libereranno il tuo respiro.

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Oggi siamo in piazza con Fridays For Future in 160 città italiane. Il cambiamento climatico dev’essere affrontato ora o in tempi assai brevi non avremo proprio l’occasione di affrontare nient’altro.

water

L’immagine che vedete è dell’artista e reporter Aïda Muluneh. Fa parte della sua ultima serie “Water Life”, attualmente in mostra a Londra e realizzata su richiesta dell’ong WaterAid.

L’acqua è il primo elemento tramite cui possiamo avvertire gli effetti del cambiamento climatico. Le temperature più alte e le conseguenti condizioni meteorologiche insolite e imprevedibili sono causa di siccità, alluvioni, scioglimento dei ghiacciai, deterioramento o scomparsa delle fonti d’acqua potabile e così via.

Per quelli che “il clima no perché viene prima la lotta di classe”: a soffrire principalmente di questa situazione sono le comunità più povere. A livello globale una persona su dieci non ha accesso ad acqua pulita e indovinate pure di che classe sociale fa parte.

Per quelli che “non c’è nesso fra migrazione e clima”: da queste comunità senz’acqua, impossibilitate a lavorare e vivere, le persone fuggono. O pretendiamo che restino a morire di sete e di malattia in silenzio, così non ci disturbano?

Per quelli che “cosa c’entra il femminismo”: l’accesso all’acqua potabile pesa sulle spalle delle donne in tutte le regioni devastate e impoverite del mondo. Il cambiamento climatico le costringe a percorrere distanze incredibilmente lunghe per trovare acqua, tragitti durante i quali sono spesso vittime di violenze sessuali. Le bambine non vanno a scuola per aiutare le madri a raccogliere acqua, le ragazze vieppiù non ci vanno quando hanno le mestruazioni. Vi basta?

In Etiopia, che è il paese di origine di Aïda Muluneh, ogni fottuta ora muoiono quattro bambini per malattie collegate alla scarsità e all’inquinamento dell’acqua. E poi la gioventù nostrana che manifesta oggi starebbe inscenando “una bigiata di massa”? Sig. Salvini, non ci sono bambini solo sui suoi palcoscenici, sa.

Maria G. Di Rienzo

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“La mia carne può essere stata portata via,

ma non potrò mai essere privata del mio cuore.”

Abida Dawud

sara regista

La giovane donna in immagine qui sopra è la regista egiziana Sara Elgamal. In collaborazione con il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione ha creato “A piece of me” – “Un pezzo di me”, una serie di tre film brevi che raccontano le storie di Zahra, Abida e Khadija che, sopravvissute alla mutilazione genitale, sono diventate straordinarie attiviste nelle loro comunità per metter fine alla pratica.

Quando, l’anno scorso, Sara ricevette la proposta di realizzare i documentari non sapeva granché delle MGF. “Perciò feci le mie ricerche – racconta la regista – e nel processo scoprii che la mia stessa madre, le mie zie e la maggior parte delle donne anziane nella mia famiglia sono state soggette alla mutilazione. E’ stato estremamente disturbante venire a sapere che così tante donne a me vicine avevano subito una pratica così crudele e che le loro vite erano state prive di piacere sessuale.”

La cosa che le fu subito chiara, mentre tentava di definire che tipo di impostazione avrebbe avuto il suo lavoro, è che non avrebbe raffigurato le donne come vittime impotenti: “Ho deciso di rappresentare le donne nel modo in cui io comprendevo chi fossero nonostante i loro traumi: dignitose, potenti, belle, complesse. Ho deciso di creare una campagna che le celebrasse. L’approccio che ho usato nel girare i filmati, di proposito, è esteticamente molto simile a un servizio di moda. Volevo sfidare la nozione di ciò che vediamo come “supermodelle” o come eroi e portare il lavoro a un livello di visuale cinematografica che normalmente non è associato alle campagne delle Nazioni Unite.”

Ottenere un simile livello di produzione è stata una sfida. Sara e i suoi collaboratori lavoravano in una regione semi-desertica dell’Etiopia dove si trovano i villaggi rurali di Zahra, Abida e Khadija, le tre guide e maestre comunitarie che hanno rifiutato di sottoporre alle mutilazioni genitali le loro figlie e che educano altre persone a seguire questo esempio. L’equipaggiamento ha dovuto essere adeguato all’ambiente, la regista ha dovuto partecipare a incontri diplomatici con i capi dei villaggi per ottenere il permesso di effettuare le riprese e così via: “Non l’avevo mai fatto prima in nessuna delle mie precedenti produzioni, ma era necessario affinché tutti capissero i nostri scopi. Le cose sono diventate sempre più facili mano a mano che la gente vedeva come stavamo mettendo il cuore nel nostro progetto. Alla fine, uno dei capi ci disse che tutto il nostro duro lavoro e il nostro atteggiamento lo avevano indotto a riflettere su che tipo di impegno vuol mettere a favore della sua comunità.”

Sara voleva una storia che trascendesse la narrativa della vittimizzazione: “Desideravo raccontare la vicenda di donne splendide e forti che sono state in grado di ridefinire la loro propria versione della passione e dell’amore, nonostante i traumi subiti nel passato – e spero di essere riuscita ad ottenere questo con Un pezzo di me.”

Maria G. Di Rienzo

Potete dare un’occhiata a due brani della serie qui:

Khadija Mohammed – https://vimeo.com/336139069

Zahra Mohammed Ahmed – https://vimeo.com/336131676

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Mestawet Mekuria

“Ho imparato cos’è un matrimonio infantile e quali sono le sue conseguenze al club delle ragazze nella nostra scuola. Quando i miei genitori mi dissero che dovevo sposarmi io risposi che non volevo farlo. Ma loro si sono rifiutati di ascoltarmi e allora sono scappata e sono andata alla centrale di polizia. Il matrimonio precoce è una pratica dannosa e io voglio che le bambine continuino ad andare a scuola come me. Adesso i miei genitori capiscono cos’è un matrimonio infantile e cosa comporta e non sono più arrabbiati con me.”

Mestawet Mekuria, che ha fatto questa dichiarazione e che vedete in immagine, ha 14 anni. Immagina se stessa in futuro come insegnante o medica. L’età minima per le nozze nel suo paese, l’Etiopia, è di 18 anni ma la legge è raramente rispettata: nella sua regione, Amhara, il 56% delle ragazzine diventano mogli ben prima e in tutta la nazione il rapporto è di due minorenni sposate su cinque. Inoltre, il 65% delle donne etiopi nella fascia d’età fra i 14 e i 49 anni hanno subito mutilazioni genitali. Matrimoni infantili e MGF sono due violazioni di diritti umani che l’Etiopia si è impegnata a sradicare completamente entro il 2025: i club scolastici delle ragazze fanno parte della strategia per raggiungere tale scopo e da tre anni sono frutto della collaborazione fra Unicef, Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione e la locale Agenzia governativa per donne e bambini.

I club insegnano varie abilità alle ragazzine, ma soprattutto le informano di avere dei diritti e si spingono a contattare direttamente le loro famiglie in caso sorgano problemi. Nel 2016 hanno salvato da matrimoni precoci 106 bambine; nel 2017 ne hanno salvate 55.

Mestawet ha elaborato il tutto e si è arrangiata da sola. I suoi genitori hanno passato due settimane in galera e hanno avuto bisogno della mediazione degli anziani del villaggio per capire meglio di essere le persone che per prime dovrebbero sostenere le aspirazioni della figlia, non quelli che le soffocano in un matrimonio indesiderato e pericoloso.

Maria G. Di Rienzo

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(“Interview with Azeb Girmai of Environmental Development Action (ENDA)”, Wedo, 23 agosto 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

azeb

WEDO: Cosa ti ha spinto a essere coinvolta nel lavoro che fai?

Azeb: Ho lavorato in Etiopia con un’organizzazione per lo sviluppo, l’Environmental Development Action (ENDA), partecipando ad azioni sul clima e sulla giustizia climatica. Il mio retroscena è quello ambientalista e la mia esperienza professionale si è data nel lavoro con le comunità etiopi sulla giustizia climatica, particolarmente nel contesto di donne e ambiente. E’ importante esaminare il nesso fra le donne e l’ambiente, poiché è un’intersezione largamente ignorata. Le donne stanno portando il peso del cambiamento climatico e della degradazione ambientale, e lo stanno portando da lungo tempo.

Nulla è cambiato; le donne sul territorio stanno lottando dal basso, specialmente nelle aree di disparità economica, accesso all’acqua e a servizi sanitari, istruzione e cambiamento climatico. Tutte queste istanze si intersecano nel contesto dei diritti delle donne. La gente di frequente prende le iniziative per il potenziamento delle donne come cambiamento sostanziale (per i diritti delle donne), ma non molti passi sono stati in effetti compiuti in termini di cambiamento strutturale.

WEDO: Puoi parlarci un po’ delle intersezioni fra genere, povertà e cambiamento climatico? Perché è importante fare queste connessioni?

Azeb: Perché stanno al cuore del problema. Le istanze relative alle donne sono al cuore delle istanze climatiche e ambientali, in particolar modo in Africa. L’ambiente è la loro sopravvivenza e non hanno niente di cui vivere. Le donne sono tipicamente quelle che usano la terra per scopi agricoli che alimentano l’economia, e le donne rurali povere sono il tipico segmento demografico assunto per tali ruoli. Se il loro ambiente non è integro, a causa delle siccità dovute al cambiamento climatico o agli egualmente devastanti disastri ambientali, le loro vite e i loro mezzi di sostentamento sono cancellati con facilità e non vi è nulla a cui possano appoggiarsi.

Questo specifico sistema di vita dove le donne dipendono dall’ambiente per la loro sopravvivenza è già reso vulnerabile dai sistemi politici, sociali ed economici all’interno dei loro paesi. Quando ci aggiungi gli effetti del cambiamento climatico, ciò non fa che aumentare i problemi già esistenti. Ci sono numerosi programmi, politiche e convenzioni delle Nazioni Unite che hanno come bersaglio questa crisi, ma niente di tutto ciò si sta traducendo in un cambiamento efficace per le donne sul territorio.

Diamo un’occhiata alla Dichiarazione di Pechino del 1995 che fu un formale tentativo verso il miglioramento delle vite delle donne e dei loro diritti. Quanti anni sono ormai passati? Dall’epoca della sua implementazione, la vita nelle zone rurali è rimasta in pratica identica. Forse l’istruzione ha avuto un avanzamento sotto certi aspetti e delle bambine hanno l’opportunità di andare a scuola, ma anche considerando questo è importante affrontare le divisioni di classe e sottolineare che queste opportunità non sono equamente disponibili. Mio padre è stato fortunato a ricevere un’istruzione e perciò io mi trovo dove sono oggi. Ma ho ancora zie e cugine nelle aree rurali a cui mancano tali risorse e opportunità.

WEDO: Quali sono le implicazioni del non utilizzare i termini “giustizia climatica e ambientale” quando si definiscono le istanze ambientali?

Azeb: Il modo in cui la comunità internazionale può affrontare il cambiamento climatico, tramite discorso o convenzione, è usando la lente della giustizia. Se manchiamo di essere intenzionali nel chiedere giustizia climatica e ambientale, nel riconoscere su chi / dove i suoi impatti sono avvertiti più duramente da coloro che hanno pochissime risorse, le donne sul territorio continueranno a pagare ogni giorno perché non hanno abbastanza acqua, cibo, energia, eccetera. Circa l’80% delle donne vive nelle zone rurali, perciò l’ambiente è la loro casa e l’ambiente è scosso. Fallire nel contestualizzare adeguatamente le istanze ambientali all’interno della cornice della giustizia riduce l’urgenza al mitigare il problema, perché permette la cancellazione del collegamento fra vita umana e ambiente. Permette ai paesi responsabili del frenare rispetto a questo problema di restare soddisfatti. E’ impossibile per loro immaginare. Sono così tanto distanti.

Respingiamo ogni responsabilità per l’ingiustizia climatica e ambientale anche quando educhiamo male i nostri figli. Scuole e Università altamente stimate, nelle nazioni sviluppate, perpetuano materiali in cui si dice che la gente povera e i paesi in via di sviluppo soffrono non a causa del cambiamento climatico ma perché le nostre strutture politiche sono difettose – il che è altamente problematico. Questa retorica mantiene le nazioni sviluppate soddisfatte, perché passa strategicamente il biasimo e la responsabilità ai sistemi e alle strutture sociali esistenti nelle nazioni africane. I governi occidentali la usano come scusa e biasimano i nostri governi. Non sto tentando di giustificare i nostri leader o di dire che non hanno responsabilità, ma l’onere sta anche sulle nazioni sviluppate che hanno compromesso le risorse della Terra e hanno contribuito immensamente a creare questi problemi per favorire il loro sviluppo industriale e i loro agi personali.

WEDO: Qual è la tua prospettiva femminista sulla giustizia/ingiustizia climatica? Cosa vedi come responso alternativo femminista all’ingiustizia climatica?

Azeb: Onestamente, credo sia il momento di rivedere le nostre strategie. In qualche modo siamo diventate intorpidite; continuiamo a pensare che una soluzione si presenterà e non sta accadendo. Dobbiamo impegnarci e creare strategie a livello di base. Chiari piani d’azione tratti dalle convenzioni hanno tentato di affrontare queste istanze per parecchi anni ma per la maggioranza della comunità internazionale la loro narrativa non è riuscita a creare collegamento o è svanita. Per fare un esempio, ENDA compilò una revisione della piattaforma d’azione su donne e ambiente della Convenzione di Pechino, in cui scoprì che per quanto riguarda il governo etiope le questioni tendono a fermarsi a livello federale. Le convenzioni vanno e vengono. Le autorità locali non sanno nulla di esse. A livello internazionale usciamo e teniamo incontri, ma parliamo solo fra di noi e non c’è collaborazione a livello locale. Le comunità locali sono interamente escluse da questo processo e raramente sanno cosa stiamo facendo.

Il mio messaggio a chi prende decisioni a livello internazionale è questo: includete le donne locali nei processi decisionali e impegnatevi con loro. Non devono dover aspettare noi. Sono perfettamente in grado di impiegare strategie per contrastare i problemi, ma è necessario che siano rispettate, sostenute e riconosciute per il lavoro che stanno già facendo.

WEDO: Cosa vuoi veder cambiare o accadere in futuro? Come appare a te un futuro di giustizia climatica?

Azeb: E’ facile da dire, ma alla fine di tutto vorrei vedere le donne usare la loro autonomia per risolvere collettivamente queste istanze. Voglio che prendano la loro vita nelle loro proprie mani. Attualmente, alle donne non è data la piattaforma per prendere queste importanti decisioni e sono dipendenti da politiche di poca efficacia o che non hanno impatto sostanziale. C’è stata Parigi e abbiamo urlato che non è abbastanza, non sta facendo nulla per queste donne. Persino il trattato non vincolante che ne è uscito era troppo per gli Stati Uniti, che si sono chiamati fuori. Ne prendiamo atto e continuiamo sulla nostra strada.

Molti programmi locali sono in sofferenza e pochissimi hanno fondi sufficienti perché il denaro raramente è destinato a organizzazioni locali. Naturalmente, le donne in un modo o nell’altro sopravviveranno. Sono sicuramente delle sopravvissute, ma ciò non basta. Anche queste piccole iniziative non hanno la capacità sufficiente a cambiare quel che vogliamo cambiare.

WEDO: Perché è importante per le donne essere incluse nel discorso delle soluzioni sul clima? Le organizzazioni ambientalisti e i decisori come possono rendere gli spazi/i discorsi più intenzionali e inclusivi?

Azeb: Si tratta di diritti umani. In generale, tutte le donne dovrebbero essere coinvolte, anche le donne americane. Essere inclusivi è molto importante. Perché, come ho detto, il cambiamento climatico riguarda l’ambiente e le donne sono le più collegate a quest’ultimo. E’ la loro sopravvivenza. Devono essere coinvolte. Dovrebbero essere preparate a quel che dovranno affrontare e su come attraversare queste situazioni. Gli antiquati meccanismi di sopportazione non sono più sufficienti. Le donne conoscono la soluzione, ma hanno bisogno di sostegno e legittimazione da parte delle nostre istituzioni e da chi crea le politiche.

Tutti noi, in special modo le organizzazioni ambientali e i decisori, dobbiamo dedicarci in modo realistico al lavoro che abbiamo davanti. Colleghiamo le ovvie istanze climatiche al cambiamento climatico e ai nostri popoli, e accettiamo la nostra responsabilità collettiva di fare meglio.

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Il 23 gennaio scorso, AWID – Association for Women’s Rights in Development, ha chiesto a un bel mucchio di femministe in giro per il mondo cosa si augurano per il 2015, quali sono le loro speranze, i loro sogni e le loro aspirazioni. Le risposte sono state raccolte da Nana Darkoa Sekyiamah e Mégane Ghorbani. Quella che segue è una mia piccola selezione (perché dieci pagine non le avreste mai lette, lo so). Maria G. Di Rienzo

Be Loud Be Proud di Lori Portka

YEWANDE OMOTOSO, 34enne, Barbados/Nigeria/Sudafrica, Scrittrice e Architetta.

Sarebbe grandioso svegliarsi in mondo dove i corpi delle donne non sono merci; dove ovunque io guardi non sono oppressa da immagini sui media che mi dicono come dovrei apparire per essere una vera donna o per essere davvero bella; dove bambine e bambini non siano dominati da quest’immaginario che normalizza qualcosa di profondamente problematico.

CRISTINA PALABAY, 35enne, Filippine, Segretaria generale di Karatapan – Alleanza per l’avanzamento dei diritti delle persone.

Nel 2015, mi auguro il rilascio di tutte le prigioniere politiche. Con rinnovata speranza, aspiro ad un più forte movimento delle donne che sfidi le strutture e le filosofie al centro dell’oppressione delle donne – patriarcato, globalizzazione, militarizzazione e fondamentalismo.

MORENA HERRERA, 54enne, El Salvador, Direttrice Colectiva Feminista para el Desarrollo Local.

Sogno una società che prenda passi concreti nella lotta per la libertà delle donne e la loro autonomia sui loro corpi e le loro vite. Sogno movimenti femministi coesi e più interazioni creative con altri movimenti sociali che mettono in questione i modelli capitalisti, patriarcali e omofobici, di società.

MINNA SALAMI, 36enne, Nigeria/Finlandia, Scrittrice e Direttrice di Ms Afropolitan.

Spero quest’anno di vedere più donne che prendano spazio e diano forma ad agende nella sfera geo-politica, in quella socio-economica e nelle nostre vite private. Abbiamo bisogno di più donne nella comunicazione e nel dar forma alla narrazione anche per il bene delle generazioni future. E’ importante che le ragazze e le bambine vedano donne che non hanno paura di dire come la pensano.

JULIETTE MAUGHAN, 33enne, Barbados, Consulente sul genere – Fondatrice di Ev-O!-lution e Co-editrice di Senseisha – Memorie dai Caraibi.

Ho in mente un anno in cui concentrarsi sul fornire alle donne lo spazio per definire e dar forma alla propria sessualità, sul creare una società che sia libera da ogni forma di violenza e in cui le donne abbiamo accesso a prodotti e servizi per le loro necessità di salute sessuale e riproduttiva.

SHEWAGA GEBRE-MICHAEL, 25enne, Etiopia, Coordinatrice comunicazione e raccolta fondi di RECFAM – Fondazione ricerca e consulenza per i migranti africani.

La mia speranza, il mio sogno e la mia aspirazione sono che chiunque comprenda davvero come i diritti delle donne concernano tutti. Dobbiamo tutti capire che non possiamo progredire come persone, come cittadini del mondo mentre neghiamo alle donne la loro umanità e minacciamo il loro diritto ad esistere.

YESICA TRINIDAD, 37enne, Honduras, Coordinatrice Rete Nazionale delle Difensore dei diritti umani.

Sogno il giorno in cui le donne potranno camminare per le strade senza temere per la propria vita. Sogno il giorno in cui le femministe e le difensore dei diritti umani saranno di più di una manciata e diventeranno una forza che si confronta con il patriarcato. Sogno che le donne disimparino i modi in cui la società ci ha insegnato ad avere relazioni l’una con l’altra e che noi si lasci da parte le competizioni che ci consumano.

AXELA ROMERO, 47enne, Messico, Segretaria Iniziativa Donne Mesoamericane Difensore dei diritti umani e Coordinatrice Gruppo di Lavoro per l’Inclusione Sociale.

Auguro a tutte noi donne la riconciliazione con i nostri corpi, così che noi si sia svelte a rispondere quando i nostri corpi chiedono riposo e lentezza e il godere di qualcosa. Mi auguro che noi si abbia cura di noi stesse senza provare sensi di colpa o doverlo giustificare. E mi auguro che nessuna di noi perda la capacità di lasciar sbrigliata la sua immaginazione, perché anche nelle peggiori condizioni il mondo è pieno di bellezza, potenziale e risorse sufficienti per rendere ognuna di noi felice e di valore.

MEGHANA BAHAR, 34enne, Sri Lanka, Specialista Comunicazioni di MUSAWAH.

Nel 2015 vorrei che i movimenti per i diritti delle donne incorporassero pienamente i principi per cui lottano: ciò significa allontanarsi da quelle strutture e sistemi che sostengono il patriarcato e disimparare il condizionamento patriarcale che mantiene le donne bloccate e le rende senza voce.

KHIRA ARAB, 55enne, Marocco, Giornalista – Famille Actuelle Magazine.

La bacchetta magica non ci aiuterà, ma la mobilitazione e la solidarietà lo faranno. Condivido con altre donne marocchine dei sogni per quest’anno: il vedere finalmente l’Agenzia per la parità e la lotta ad ogni forma di discriminazione prevista dalla Costituzione; piena ed eguale partecipazione delle donne alla vita politica ed economica; più uguaglianza in termini di diritti e giustizia; la fine di stupri e assalti di cui le donne soffrono; l’effettiva implementazione di una legge che protegga le donne da ogni forma di violenza e che la lotta contro la violenza di genere sia dichiarata nel 2015 Grande Causa Nazionale.

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Come sarebbe non solo immaginare l’eguaglianza di genere, ma viverla? Abitare in un villaggio in cui ogni insegnamento e convincimento del passato sono ponderati e mantenuti solo se non causano sofferenza ad alcuno? Dove il rispetto per la natura e la sostenibilità ambientale sono valori portanti? Dove si discute di pace e diritti umani ogni giorno? Dove donne e uomini fanno gli stessi mestieri, dove donne ed uomini sono considerati di eguale valore perché entrambi umani, dove donne ed uomini prendono insieme ogni decisione? Non è utopia. Il villaggio c’è. Si chiama Awra Amba, ha circa 500 abitanti e si trova in Etiopia.

Più o meno quarant’anni fa, in una zona rurale del paese, il giovane Ato Zumra Nuru decise che ne aveva abbastanza delle cose così come stavano. Voleva vivere in un mondo in cui le donne e gli uomini fossero uguali e dove le tradizioni e la religione non dettassero ogni aspetto della vita. Zumra, nato nel 1947, aveva lavorato sin da piccolo nei campi assieme ai genitori e non fu mai mandato a scuola. Sua madre, oltre a sfacchinare fuori casa portava il peso di tutto il lavoro domestico e il marito la picchiava quando non aveva di meglio da fare. A Zumra si disse che musulmani e cristiani erano differenti, che pratiche oppressive, violente e ingiuste erano “le cose come stavano”, ma le sue domande sul “perché” non ricevettero mai una risposta che lo soddisfacesse.

Zumra continuò a sognare un mondo migliore, dove le donne non erano oppresse, dove ai bambini sarebbe stato permesso giocare e andare a scuola, dove nessuna persona sarebbe stata discriminata a causa della sua etnia o della sua fede. Zumra continuò a cercare amici e amiche che la pensassero come lui… sino a che con 19 di loro, nel 1972, fondò Awra Amba sui princìpi dell’eguaglianza di genere, della pace e dell’autosufficienza economica. Etichettati come “rivoluzionari”, i membri di Awra Amba hanno subito aggressioni e assalti per anni di fila, si è tentato di evacuarli con estrema violenza e Zumra ha passato in prigione un bel po’ di tempo. Ma la forza del sogno collettivo non è mai venuta meno: il villaggio è ancora lì, vivo e vegeto, in costante crescita.

fondatore

“Volevo vivere in un posto dove gli uomini e le donne fossero eguali.”

Una manciata di contadini analfabeti hanno creato un luogo in cui si pratica democrazia diretta; in cui le mutilazioni genitali femminili e i matrimoni di bambine sono banditi; in cui non vi sono pratiche religiose da seguire, perché la fede si manifesta nell’amore e nel rispetto che le persone portano l’un l’altra; in cui tutti i giovani e le giovani vanno all’università; in cui i proventi del lavoro tessile – che coinvolge la maggioranza della comunità – e degli altri lavori che producono merci da vendere sono investiti in servizi sociali, scuole, cliniche e assistenza domiciliare per gli anziani (una cosa clamorosa in Etiopia, dove l’abbandono degli anziani è assai comune): il resto dei profitti è diviso equamente fra tutti, qualsiasi mestiere facciano.

Chi cerca rifugio ad Awra Amba lo trova: il villaggio ha creato un fondo speciale per sostenere le persone in difficoltà come Tsehaynesh, una ex sposa-bambina che è riuscita a divorziare e a raggiungere il villaggio a 18 anni. Aveva dovuto abbandonare la scuola, ma ad Awra Amba sta recuperando tutti gli anni perduti mentre i suoi nuovi concittadini hanno cura di lei.

guida turistica

“Non abbiamo chiese o moschee. La nostra fede si rivela tramite le nostre azioni.”

Alla fine, Zumra è diventato una persona di spicco in Etiopia. Di recente gli hanno conferito un diploma universitario ad honorem per i suoi contributi allo “sviluppo sostenibile comunitario” e da tutto il mondo vengono persone a chiedergli di raccontare la sua storia.

Paulina Tervo, documentarista di origine finlandese ma che ha vissuto a Londra e Istanbul e ha lavorato in 20 diverse nazioni (parla 6 lingue, compreso l’amarico di Awra Amba), sta realizzando un filmato interattivo sulla storia e sulla vita quotidiana del villaggio che sarà terminato alla fine del 2014. Alcuni brani sono già online e potete vederli su visitawraamba.com

Maria G. Di Rienzo

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(veramente ce ne sarebbero un’altra decina, tutte adolescenti e tutte intervistate da Anna Leach per il Guardian, che ha pubblicato l’intero servizio il 12 dicembre 2013. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

Hannah Godefa

Hannah Godefa, 15 anni, Etiopia.

Quando avevo sette anni, ho fatto visita alla cittadina di campagna da cui vengono i miei genitori, Axum, e là abitavamo con la nonna. C’era una bambina più o meno della mia età con cui strinsi davvero una buona amicizia. Prima di andarmene, dissi che avrei voluto restare in contatto con lei come “amica di penna” ma i miei genitori mi spiegarono che la bambina non aveva matite o altro materiale per farlo.

Seppi in quel momento che perorare la causa delle ragazze come me affinché avessero eguali opportunità di istruzione sarebbe stata una parte importante della mia vita. Creai un progetto di mobilitazione delle risorse chiamato “Montagna di Matite” che ha distribuito oltre mezzo milione di risorse ai bambini etiopi.

Le ragazze che vivono nelle aree rurali in Etiopia sono trattate come beni materiali. La famiglia valuta una ragazza rispetto alla sua capacità di lavoro. Le femmine non hanno eguale accesso all’istruzione con i maschi. C’è un grosso divario nell’alfabetizzazione e quando un genitore deve scegliere se mandare a scuola un figlio o una figlia è sempre il ragazzo ad essere scelto.

La sfida più difficile che mi si è presentata è stata il promuovere l’idea dell’istruzione per le ragazze nelle comunità rurali in cui questo era vissuto come un conflitto dai capi. La tradizione impone ad una ragazza della mia età di sposarsi, o di stare a casa a sostenere la sua famiglia. Non è sempre facile penetrare in questa mentalità. Tuttavia, il governo etiope e molte ong hanno dichiarato l’impegno a cambiare quest’attitudine perdurante.

E’ stato anche difficile bilanciare l’andare a scuola e il fare attivismo. Ho imparato a mettere per primi i miei studi, di modo da creare un più grosso impatto nel futuro. Credo fermamente che ogni azione per il cambiamento, non importa quanto piccola, conti.

Thandiwe Diego

Thandiwe Diego, 14 anni, Belize.

La mia lotta è per l’empowerment delle ragazze nella mia comunità, tramite l’informazione, l’istruzione e l’essere esposte ad idee positive. Informazioni accurate, divertenti e interattive aiutano le ragazze a prendere decisioni migliori e più consapevoli. Un’autostima più alta è anche una grande parte della lotta per dar potere alle ragazze: poiché sono povere sono disprezzate dal resto della comunità. Se hanno una stima di sé più alta le ragazze si permettono di sognare più in grande.

Quando hai informazioni accurate tendi ad essere più fiduciosa in te stessa e più facilmente prendi decisioni migliori. Noi usiamo questa filosofia nella nostra lotta per minimizzare il numero di gravidanze fra le adolescenti delle comunità. Quando le ragazze restano incinte, la maggior parte di esse non può tornare a scuola, sia perché la scuola non le accetta, sia perché portano il peso del crescere un bimbo. Ma senza istruzione le ragazze non saranno in grado di raggiungere i loro obiettivi di carriera o di avere un lavoro con paga decente, e perciò perpetueranno il ciclo di povertà, analfabetismo e sfruttamento.

La più grossa sfida è il fatto che la maggioranza delle ragazze con cui lavoriamo non hanno accesso a necessità di base come cibo, acqua ed elettricità, ne’ hanno l’accesso a internet. Alcune vivono in case in cui si abusa di loro. Questi fattori inibiscono la loro crescita emotiva, intellettuale e fisica. Abbiamo creato un gruppo canoro per ampliare le loro esperienze: impariamo canzoni tradizionali Garifuna (Ndt: così sono chiamate le persone di origine africana che vivono nell’America centrale.) e le cantiamo durante il festival annuale in cui si mette in scena l’insediamento Garifuna. Esperienze come questa danno alle ragazze la possibilità di risplendere, di essere notate positivamente dall’intera comunità.

Simon Abigail

Simon Abigail, 15 anni, Nigeria.

Quando finisco la scuola voglio diventare una calciatrice. Amo il calcio e penso che le ragazze giochino meglio dei ragazzi. Ma se non sarò abbastanza brava da diventare una calciatrice professionista allora vorrei fare la giornalista. Questo perché voglio avere più informazioni sulle cose che il governo ci nasconde: accade sovente in Nigeria.

Voglio essere in grado di influenzare le persone che hanno potere. Per esempio, voglio che i politici si assumano responsabilità per gli orfani, i bisognosi, quelli che non possono permettersi di pagare le tasse scolastiche per i propri figli. Il governo dovrebbe attrezzare meglio le scuole, così che noi si possa imparare materie come la scienza. Abbiamo bisogno anche di più lezioni pratiche, per imparare oltre quel che c’è nei libri: scienza, tecnologia e arte non sono insegnate adeguatamente perché non possiamo farne pratica.

Nel club delle ragazze facciamo teatro sugli effetti del non istruire le ragazze. Presentiamo le recite nelle scuole e nelle nostre comunità. C’è una ragazza, nella mia scuola, che ha partorito una bimba e io sono andata a trovarla e ho parlato con la sua famiglia. E’ appena tornata in classe e adesso è un membro del club delle ragazze: è straordinaria nel farci pubblicità.

Penso che più ragazze si mettono insieme più potere abbiamo. Ho tanta speranza per l’istruzione femminile in Nigeria, ma dobbiamo continuare a fare campagne e ad incoraggiare più ragazze a restare a scuola per un tempo più lungo.

Farkhonda Tahery

Farkhonda Tahery, 16 anni, Afghanistan.

Secondo le leggi di Newton, un oggetto resta nello stesso stato sino a che una forza non lo investe. I fenomeni sociali hanno le stesse caratteristiche. Io ho cominciato a fare attivismo per essere una piccola forza che cambi lo schema delle vite delle donne in Afghanistan.

Vivere essendo una ragazza in Afghanistan, e osservare in che situazione si trovano le donne, mi ha indotto a voler creare cambiamento. Anche, il testimoniare gli effetti prodotti dalle donne che parlano apertamente è stata un’altra ispirazione.

Le ragazze, nelle nostre comunità, devono affrontare tradizioni culturali che non le rispettano. Per esempio, le figlie sono a volte date alla famiglia di una vittima di omicidio come “prezzo del sangue”. In aggiunta, la dipendenza economica delle ragazze dalle loro famiglie crea un sacco di questioni. E le ragazze, nella maggior parte del paese, non hanno accesso all’istruzione, il che dà inizio a tutta una serie di problemi. Chi è analfabeta ha difficoltà ad immaginare una vita diversa. Per cui l’analfabetismo è la più grossa sfida che si trova davanti chi lotta per i diritti delle donne.

Un episodio di cui sono molto orgogliosa è questo: due mie amiche ed io abbiamo partecipato ad un programma di scambio culturale con tre ragazzi rifugiati provenienti da Helmand. Abbiamo parlato loro delle donne nell’Islam e questi ragazzi, che prima non accettavano le ragazze come esseri umani, hanno cominciato a sostenere l’istruzione femminile e hanno convinto i genitori a mandare a scuola le loro sorelle.

I miei progetti a breve termine sono: migliorare il mio club del libro, allestire una biblioteca a Dasht-e-Barchi (Kabul), diplomarmi in scienze politiche e relazioni internazionali, e poi fare dei master e ottenere il dottorato.

I miei progetti a lungo termine sono: insegnare all’Università di Kabul, creare un’associazione di scrittrici, fare politica e lavorare come donna politica nel governo afgano.

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Bogaletch Gebre è cresciuta nella regione etiope detta Kembatta-Tembarro dove, dice, “le donne non hanno più valore delle mucche che mungono”, le bambine sono analfabete e i “rapimenti di spose” sono comuni. Non sa esattamente quanti anni ha, solo che è nata nei ’50. Sua sorella maggiore è morta a causa delle mutilazioni genitali femminili, un’altra pratica comune in Etiopia: “Era in gravidanza avanzata, aspettava due gemelli. Ha cominciato a perdere sangue e non hanno potuto farle partorire i bambini, perché a causa delle cicatrici l’apertura era troppo stretta. Chiamano la pratica rimozione della sporcizia. Ti dicono che manterrà la donna pulita. Ma il suo significato reale è rendere una giovane donna docile e obbediente, e controllare la sua sessualità. Quando è toccato a me, sono quasi morta a causa dell’emorragia.”

Bogaletch Gebre (sin.) e Almaz Someno

Quando Bogaletch era piccola il suo sogno era imparare a leggere. Non c’era speranza di frequentare le elementari, così imparò intrufolandosi in una piccola scuola parrocchiale fra un viaggio e l’altro per raccogliere acqua. Dopo di ciò, insistette tanto sulla propria istruzione che riuscì a farsi mandare a studiare nella capitale, Addis Abeba, dove vinse una borsa di studio per specializzarsi in microbiologia e fisiologia in Israele. Una volta là, ne vinse un’altra per la specializzazione in parassitologia all’Università del Massachusetts e fatto questo si spostò all’Ucla, in California, dove si laureò in epidemiologia.

Mentre viveva negli Usa, mise in piedi un’organizzazione chiamata “Sviluppo tramite l’istruzione” e cominciò a correre nelle maratone per raccogliere denaro che sarebbe servito a mandare libri in Etiopia: ne ha spediti a casa 300.000. Tenete presente che in precedenza, a causa di un’incidente stradale in cui aveva sofferto serie ferite alla schiena, i medici le avevano detto che non sarebbe neppure più riuscita a camminare normalmente. Ma Bogaletch Gebre è fatta così. Se il destino si mette di traverso lo scavalca. Nel 1997 è tornata in Etiopia con un’idea in mente: far sì che nessuna ragazza attraversasse l’orrore e rischiasse la morte per le mutilazioni. Con un’altra sorella, Fikrte, ha fondato l’ong “Kembatti Mentti Gezzimma”, ovvero “Le donne di Kembatta si ergono insieme”. La visione in grande sono i diritti umani delle donne, ma la prima cosa che Bogaletch ha affrontato sono state le mutilazioni genitali femminili. Sapeva che era un tabù persino parlarne, sapeva che non sarebbe bastato dire “smettiamo” per cancellare una pratica così radicata, perciò: “Ho cominciato raccontando la mia storia e la storia di mia sorella, e le donne hanno cominciato a capire e piangevano, perché anche loro conoscevano qualcuna che era morta, perché le loro bambine erano morte, ma non si erano mai permesse, prima, di entrare direttamente in relazione con le cause.”

Il modo in cui l’associazione opera per il cambiamento sociale è la “conversazione comunitaria”, che porta a discutere insieme giovani, anziani, leader comunitari e religiosi, cristiani e musulmani. Bogaletch Gebre usa il Corano e la Bibbia per dimostrare che le mutilazioni non sono un obbligo religioso: nessuno dei due libri le menziona. “Mi appello alla loro stessa fede: Come cristiani e musulmani noi stiamo dicendo: Dio, tu sei perfetto, ma quando hai creato la donna hai fatto un errore. Ci riteniamo in grado di correggere Dio?” Il punto di svolta arrivò nel 2002, con la prima celebrazione pubblica di un matrimonio in cui la sposa non aveva subito mutilazioni. I due giovani portavano entrambi dei cartelli: quello di lei attestava che non era stata “tagliata”, quello di lui dichiarava che era felice di sposare una donna intera. Le celebrazioni tradizionali per le ragazze mutilate sono state trasformate in “festeggiamenti dell’intero corpo femminile”. Quando l’Unicef condusse una ricerca nella regione Kembatta-Tembarro, nel 2008, scoprì che il 97% della sua popolazione era contraria alle mutilazioni genitali femminili: nella regione erano praticamente “universali” solo un decennio prima. L’Unicef sta raccomandando il modello usato da Gebre e le sue amiche in altre regioni africane. Lei è una donna pratica e non si fa illusioni, sa quanto diffuse sono ancora le mutilazioni genitali femminili nella stessa Etiopia: “Dovremmo essere in grado di mettere fine alla faccenda in 10/15 anni. Ma il cambiamento richiede impegno. Non accade per miracolo.”

Il mese scorso, Bogaletch Gebre ha vinto un premio (http://www.kbprize.org/) per la sua “guida ispirata” nel far avanzare i diritti delle donne e nell’affrontare istanze sociali come le mutilazioni, i matrimoni forzati e l’Hiv/Aids. Con i 150.000 euro del premio spera di aprire un liceo scientifico. Come ex docente universitaria di biologia ci tiene a smantellare il mito che le ragazze non possono occuparsi di scienza. Maria G. Di Rienzo

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Indonesia - Protesta

Il politico indonesiano, capo distretto, non capisce perché centinaia di persone stanno protestando contro di lui, chiedendo le sue dimissioni in piazza. Addirittura calpestano immagini del politico e ci sputano sopra prima di bruciarle. Aceng Fikri, questo il suo nome, quarantenne, aveva preso in moglie (la seconda) una ragazza di 17 anni nel luglio scorso. Ma, parole sue, “Dopo averla comprata ho scoperto che non era come la reclamizzavano e l’ho mandata indietro.” Fikri sostiene che la merce, pardon, la ragazza, non era vergine. Si è anche lamentato di aver speso un sacco di soldi per il matrimonio: “Nemmeno dormire con un’artista – una che ci fare, una professionista, ndt. – sarebbe costato tanto!” Così, ha deciso di non perdere altro tempo con la seconda moglie Fani Oktora e quattro giorni dopo averla sposata le ha mandato la “notifica” del loro divorzio con un messaggio di testo sul cellulare. La faccenda è finita sui giornali e su internet di recente, quando Fani ha deciso di denunciare il suo compratore per violenza (i quattro giorni di matrimonio non sono stati allegri) e frode: prima di sposarla lui le aveva detto di essere vedovo, non già ammogliato. Fikri l’ha controdenunciata per diffamazione. Perché la ragazza aveva accettato le nozze con questo individuo? Fani è povera, ma vuole studiare: lui le aveva promesso di pagarle il liceo.

S., nepalese, oggi di anni ne ha 22, ma ne aveva 17 come la ragazza indonesiana quando “andò sposa”. Un sensale di matrimoni pagò l’equivalente di 100 dollari alla sua famiglia con l’assicurazione che la fanciulla sarebbe andata sposa ad un uomo indiano. S. avrebbe voluto studiare, ma “Non ti preoccupare.”, le dissero i suoi genitori dopo averla abbigliata con quanto avevano di meglio, “Fra pochi anni ritornerai con i nostri nipotini.” Disgraziatamente, la possibilità dei nipotini se n’è andata dopo quattro aborti forzati e centinaia di clienti: le quindici ore di viaggio verso Varanasi, India, si sono concluse in una stanzetta dove la ragazza fu violentata dai due uomini che l’avevano accompagnata là e dove rimase chiusa per i successivi quattro anni, a disposizione del primo farabutto che volesse comprarla. “Ero vergine.”, racconta S. del primo stupro, “Non sapevo cosa fare. Dopo che ebbero finito mi trascinarono in bagno e mi inzupparono d’acqua. Non riuscivo a smettere di piangere.” Il mese scorso, i suoi aguzzini si dimenticarono di chiudere con il lucchetto la finestra di quella stanza: S. saltò in strada dal primo piano e fortunatamente incontrò quasi subito due attiviste del locale rifugio antiviolenza. Vuole restare in India, con loro, per aiutare altre ragazze nepalesi immesse a forza nella locale industria del sesso (decine di migliaia, secondo le stime delle ong). “Il mio paese chiude un occhio su cosa le sue donne sono costrette a fare. Io voglio produrre una differenza nelle loro vite.”

“Non volevo che il mio stupratore diventasse mio marito, per questo non ho detto niente.” Amara, etiope, è la terza diciassettenne di questo articolo. Quando di anni ne aveva 11 e stava andando a scuola, un uomo la rapì e la violentò. L’onore della famiglia, se la cosa si fosse risaputa, avrebbe imposto alla bambina le nozze con costui. “Era un segreto pesante, lui mi aveva detto che mi avrebbe uccisa se avessi parlato. Finii per non parlare quasi più. Poco dopo, i miei genitori mi dissero che ero andata a scuola abbastanza, per essere una femmina, e che dovevo aiutare economicamente la famiglia. Io pensavo: se vado a lavorare ad Addis Abeba posso frequentare la scuola serale.” Alla fine Amara ci andò. L’uomo che l’aveva assunta come domestica le assicurò che l’avrebbe lasciata studiare. Invece la stuprò, la picchiò, la minacciò e la buttò fuori di casa dopo l’ennesimo pestaggio quando fu evidente che Amara era incinta. Anche questa ragazza si è salvata grazie alle attiviste per i diritti delle donne. E’ stata accolta in un rifugio, ha messo al mondo il suo bambino e oggi lavora in un ufficio dove fa le pulizie e piccole commissioni. “Adesso non ho più paura di raccontare la mia storia. Sono determinata a dire alle altre donne che ci sono leggi che ci proteggono e persone che possono aiutarci se ne abbiamo bisogno. Io dico che dobbiamo parlare, essere forti e sostenerci l’un l’altra. Non dobbiamo mollare mai.”

L’afgana Farida, quarta ed ultima diciassettenne, almeno a tornare a scuola c’è riuscita due anni fa. Quando ne aveva 8, fu “fidanzata” con un 21enne. Il contratto (sì, quando si vende e si compra merce è meglio avere un contratto…) prevedeva il matrimonio quando Farida avesse compiuto 18 anni. Ne aveva solo undici quando la famiglia del promesso sposo cominciò a fare pressione affinché le nozze avvenissero prima, ma la famiglia di Farida pensava che fosse ancora troppo piccola. “Così, dopo qualche mese, lui sposò un’altra ragazzina.”, racconta Farida, “Il problema è che nella mia società solo un uomo può rompere il contratto di fidanzamento. Perciò io continuavo ad appartenergli e lui si sentiva in diritto di far di me quello che voleva, perché io ero comunque considerata sua moglie. Cominciò a seguirmi e a minacciarmi per strada, mentre andavo a scuola: mi disse che se continuavo a studiare mi avrebbe uccisa. All’inizio io non lo dissi a nessuno perché non volevo smettere di studiare, però lui prese a picchiarmi e non fu più possibile nasconderlo. I miei genitori parlarono alla sua famiglia, ma nulla cambiò e a 12 anni io smisi di andare a scuola. Pensavo: se mi uccide, i miei genitori saranno costretti a vendicarmi ed entrambe le famiglie soffriranno. Per tre anni sono rimasta in casa a rimuginare su come potevo tornare a scuola.”

Un giorno, mentre è al mercato con sua madre, Farida nota un manifesto che pubblicizza i corsi di un centro per le donne e convince la sua famiglia a lasciarla partecipare. “Ho imparato un sacco di cose sui miei diritti e i matrimoni forzati e ho visto dozzine di donne che venivano al Centro per avere sostegno legale. Così dissi anch’io all’avvocata qual era il mio problema e mia madre quel giorno venne con me.” Non è stato facile, perché il tormentatore di Farida non voleva “rompere il contratto” e si è convinto solo quando le attiviste gli hanno mostrato le leggi che proibiscono, in Afghanistan, di sposare una bambina. Comunque, poiché di contratto si trattava, Farida ha dovuto passare per il tribunale: “Il giorno in cui la Corte ha annunciato che ero libera è stato il più bello della mia vita: anche la mia famiglia era finalmente libera! Adesso studio, ma frequento ancora il Centro per le donne, fungo da facilitatrice per le mie coetanee che cercano aiuto.”

Quando avevo 17 anni io, un giorno mi presentai al Preside della mia scuola, su mandato degli altri studenti, a chiedergli se intendeva fare qualcosa per l’edificio: una rampa di scale era pericolante, in alcune aule i piccioni facevano il nido, in altre il soffitto era pieno di crepe. Lui mi chiese perché alla mia età ero così amareggiata. Mister, dovrebbe vedermi adesso, a volte, quando leggo i giornali. Maria G. Di Rienzo

(Fonti: Jakarta Globe, Safe World for Women, Awsad – Etiopia, Hawca – Afghanistan, Womankind Worldwide, Washington Post)

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