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Posts Tagged ‘energia nucleare’

Adorabili compagne/i di viaggio cibernetico: la connessione è ripristinata (con il legittimo dubbio che il provider si ingarbugli di nuovo nei propri errori nel prossimo futuro, ma intanto va). Potrebbe essere l’unica buona (ehm…) notizia che ricevete oggi, per cui allegria! E visto che domani è il mio compleanno… no, non dovete darmi quello strano anello d’oro che avete ripescato dal fiume, tesssori… e intendo occuparmi egoisticamente solo di me stessa, vi scrivo una pappardella bella lunga oggi. Qualcuna/o stenterà a crederlo, ma c’è gente che si fida delle mie recensioni di sceneggiati, per cui ecco cos’ho visto di recente che posso consigliare anche a voi (con l’eccezione della stagione n. 4 di Orphan Black, la peggiore del mazzo: è riuscita a buttare nello scarico del wc tutto quanto di buono aveva fatto in precedenza).

Vera

Il primo premio del mio gradimento va senz’altro a “Vera”, una serie poliziesca britannica basata sui romanzi di Ann Cleeves. La protagonista Vera Stanhope – interpretata da Brenda Blethyn, nell’immagine sopra – capo ispettrice nel Northumberland, è uno dei personaggi più realistici (e di conseguenza per me più amabili e affascinanti) che io abbia mai visto in uno sceneggiato televisivo. Donna di mezz’età con una storia di abbandono familiare alle spalle, arruffata e scapigliata, irascibile, acuta e penetrante e calcolatrice, che si cura profondamente del proprio lavoro e dei propri colleghi. Puoi pensare di entrare in una centrale di polizia e trovarla là che maneggia incartamenti, fa ipotesi, programma sopralluoghi e interrogatori… e dopo averle esposto il tuo caso chiederle se le va di prendere un caffè con te: “Sure, pet” (“Certo, tesoruccio”) ti risponderà Vera con il suo caratteristico intercalare.

Inoltre, le trame di Ann Cleeves sono solide, hanno credibilità e ritmo e la giusta dose di anticipazione, per cui è un vero piacere scoprire pian piano la verità – che è sempre fatta di luci e ombre, come nella vita reale – assieme alla capo ispettrice. Da notare: nessuna battuta sull’aspetto di costei – e vorrei vedere uno che ci si prova…, nessun “consiglio” 3F (fitness – fashion – femininity : forma moda femminilità) le viene ammannito e il suo corpo è lei stessa e basta, non una bandiera da sventolare o un manichino da vendere.

Dal lavoro della medesima autrice è stata tratta un’altra serie poliziesca altamente consigliabile, Shetland”, ambientata nell’omonimo arcipelago scozzese. Oltre a condividere tutti i tratti positivi di “Vera” in termini di plot, anche qui il protagonista è piacevolmente inusuale rispetto agli standard americanizzati di produzioni simili. L’ispettore Jimmy Perez (interpretato da Douglas Henshall) è probabilmente l’unico uomo che vedrete in televisione condividere amore, cure e fatiche della crescita della figliastra con il precedente marito della madre di lei, deceduta, in una relazione d’amicizia che riesce a superare gelosie e asprezze. Di “Shetland” ho anche apprezzato molto il modo in cui ha trattato lo stupro sofferto dalla “mano destra” dell’ispettore, la sergente McIntosh. Di solito, quale espediente narrativo, lo stupro è usato in modo infame per titillare la morbosità degli spettatori, per punire un personaggio femminile “troppo” orgoglioso e sicuro di sé e rassicurare con ciò l’audience maschile o per motivare tale personaggio nelle sue decisioni e scelte (per la serie: una donna dev’essere stuprata per avere uno scopo). In “Shetland” non accade nulla di simile: noi sappiamo ciò che è accaduto ma non lo vediamo nei dettagli, ciò che vediamo invece, realisticamente, è la lotta dolorosa di una giovane donna per riprendere signoria e controllo sulla propria vita.

Nell’ambito dei gialli inglesi una rapida menzione onorevole va anche a “Happy Valley”. (Nella foto l’attrice Sarah Lancashire nei panni della protagonista, la sergente Catherine Cawood)

sarah lancashire - happy valley

La “Valle Felice” è quella del fiume Calder nel nord dell’Inghilterra e si tratta di un eufemismo realmente usato dalla polizia locale per alludere ai problemi di droga dell’area. Dietro la serie c’è la scrittrice e regista Sally Wainwright e forse per questo le donne in essa sono esseri umani a tutto tondo. Catherine Cawood, divorziata, vive con la sorella (ex alcolista ed eroinomane) e con il nipotino. Quest’ultimo è purtroppo il frutto di uno stupro da cui la figlia di Catherine non si riprese mai, giungendo a suicidarsi. Per entrambe le due stagioni della serie la sergente deve vedersela in un modo o l’altro con il violentatore della figlia, rimesso in libertà dopo 8 anni di carcere e deciso a “vendicarsi” di lei che ce l’ha mandato, mentre cerca di risolvere vari casi. Discorso uguale a “Vera” (e a “Shetland”) per le 3F: sono felicemente invisibili.

Il secondo premio del mio gradimento va a uno sceneggiato norvegese da poco terminato, “Okkupert” (“Occupati”). Nell’immagine qui sotto vedete la magnifica attrice Raghnild Gusbranden, che interpreta la capa dei servizi segreti norvegesi. (3F? Nei, takk – e cioè No, grazie in norvegese).

raghnild gusbranden - okkupert

Okkupert” descrive un prossimo futuro in cui la Russia, con l’approvazione e l’appoggio dell’Unione Europea, occupa la Norvegia affinché quest’ultima riprenda la produzione di petrolio, dismessa da quando il Partito Verde ha vinto le elezioni nel paese (dopo che un uragano di enormi proporzioni causato dal cambiamento climatico ha devastato la Norvegia). La crisi energetica europea è grave: il Medioriente, a causa dei continui tumulti, non le fornisce petrolio e nemmeno lo fanno gli Usa, che sono entrati in un regime di autosufficienza abbandonando la Nato. L’idea del governo norvegese è sostituire i combustibili fossili con l’energia nucleare derivata dal torio (è assai meno pericoloso dell’uranio, in effetti, ma – questa è l’unica pecca che trovo nella storia – mi suona stridente l’idea che diventi il vessillo di un partito ecologista). L’occupazione è sinistramente “morbida”, strisciante, ufficialmente paludata dal gergo e dalle consuetudini della politica (un teatrino di convenzioni e trattati e accordi senza effettiva rilevanza) e sempre più violenta mano a mano che il governo e la popolazione norvegese oppongono ad essa atti di resistenza. La trama è fitta e avvincente, ma non ve la racconto nei dettagli sia per non rovinarvi il piacere di vedere lo sceneggiato, sia perché dovrei scrivere sino a domani mattina… per quel che riguarda l’avvincente, vi basti sapere che al termine di ogni puntata mi spostavo dal salotto in qualsiasi altra stanza borbottando: “Dannazione, la Norvegia è ancora occupata!”

Noto di passaggio che fra le produzioni televisive nordiche potreste apprezzare anche la serie poliziesca islandese “Ófærð” (“In trappola”) in cui un incendio apparentemente casuale che provoca la morte di una ragazza si collega, sette anni più tardi, al torso di un cadavere mutilato ripescato dal mare. Qui sotto c’è lo straordinario Andri Olafsson, e cioè l’attore Ólafur Darri Ólafsson, capo della polizia locale: in tutto tre persone, il “locale” è la piccola città di Seyðisfjörður.

olafur darri olafsson

Ah: nessuna scherzosa battuta o saggio consiglio su come diventare una sardina ne’ per il detective, ne’ per qualsiasi altro personaggio maschio o femmina. Anche qui impera il rispetto per i corpi, la nozione che i corpi umani sono esseri umani, stupendamente vari.

Terza postazione per una serie fantastica spagnola, El Ministerio del Tiempo” (“Il Ministero del Tempo”). La premessa è che in Spagna sia custodito un segreto cruciale: un’istituzione governativa autonoma che risponde solo al Primo Ministro e che si occupa di raddrizzare gli incidenti causati dai viaggi nel tempo. Il Ministero del Tempo custodisce e controlla le porte che conducono dall’oggi a varie epoche del passato, assicurandosi che nessuno cambi la Storia a proprio beneficio. Per chiunque si interessi come me sia di Storia sia di narrazione fantastica questo sceneggiato è una doppia delizia. Si dipana principalmente seguendo le avventure di una delle squadre di intervento del Ministero, formata dal soldato Alonso de Entrerríos (originario del 1.600), dalla studente Amelia Folch (19° secolo, “capa” della pattuglia) e dal paramedico Julián Martínez reclutato nel tempo presente. I tre attori sono rispettivamente Nacho Fresneda, Aura Garrido e Rodolfo Sancho – che è brillato di recente anche nella serie gialla “Mar de plástico”.

ministerio

La struttura delle puntate è bilanciata in modo sapiente e sfaccettato, la tensione drammatica (ad esempio la tentazione di cambiare il passato per riavere la moglie morta da parte di Julián Martínez) ha sempre il suo contrappeso “leggero” (i comici tentativi dello spadaccino delle Fiandre Alonso de Entrerríos di trovare senso e posto nel 2016); le figure femminili sono variegate e trattate con la massima cura narrativa: hanno spessore e profondità che età, aspetto e sessualità non oscurano e noi spettatrici e spettatori possiamo finalmente trovare normale il rispetto dato alle loro capacità e competenze. Per cui… buona visione a voi e tanti auguri a me, ci risentiamo il 5 giugno! Maria G. Di Rienzo

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E’ un fatto non molto noto che i nazisti sponsorizzarono la distribuzione delle fiabe dei fratelli Grimm agli allievi delle scuole elementari. I nazisti consideravano i testi dei Grimm “tedeschi in quintessenza” e “alfieri valorosi della Germania in guerra” (vedasi

Ruth B. Bottigheimer, saggio contenuto in “The Reception of Grimms’ Fairy Tales”, 1993). Ancor meno noto è che le forze di occupazione inglesi e statunitensi requisirono tutti i libri dei Grimm dalle scuole tedesche e li ricollocarono in svariate biblioteche. Gli uni e gli altri, sembra, erano perfettamente a conoscenza dell’effetto di desensibilizzazione che le narrazioni violente, ripetute ad oltranza, generano in chi le riceve – e parecchie fiabe dei Grimm sono la versione efferata di storie preesistenti.

Gli anni dell’infanzia sono vulnerabili in modo particolare all’effetto della desensibilizzazione, ma non è che la psiche adulta sia corazzata contro di esso: semplicemente, bisogna ripetere il messaggio di più, e condirlo con qualche giustificazione pseudo-ideologica di cui i bambini non hanno bisogno. Alla fine, di fronte alla violenza, all’ingiustizia, alla sopraffazione, alla guerra, alla degradazione, noi potremo dire le parole di comodo che socialmente è sensato dire, esprimere argomentati ragionamenti che razionalizzano gli abusi, e dormirci sopra: il nostro cuore non avrà avuto il minimo sussulto, i nostri occhi saranno rimasti asciutti ed i nostri affari – che, ci assicura la propaganda, resteranno intoccati da tutto ciò – andranno avanti come di consueto. Commettere abusi a danno di un altro essere vivente ci sembrerà sempre meno disdicevole, ed il nostro esempio di adulti rafforzerà l’effetto di desensibilizzazione prodotto nei piccoli dalle narrazioni e dalle immagini che glorificano la violenza, propinate loro da tutti i media con cui vengono a contatto.

La recita è ossessivamente replicata, così pervasiva, che è capace di cancellare persino la memoria recente. Fra persone che conosco stanno girando angosciosi quesiti del genere: se parliamo del disastro nucleare in Giappone ci dicono che ne stiamo approfittando, non è meglio star zitti? Se ci opponiamo ai bombardamenti in Libia diranno che siamo complici delle crudeltà di Gheddafi, non è meglio lasciar perdere? Se difendiamo ancora la scuola pubblica poi ci accuseranno di volere il 6 politico e le lauree collettive, non è meglio parlare d’altro? A costoro, di fronte al massiccio spiegamento mediatico di menzogne, e grazie all’erosione desensibilizzante, le proprie cause appaiono deboli. Basta un insulto ipocrita e gratuito a farle vacillare.

Ma chi è un avvoltoio o uno sciacallo: chi cerca di salvare esseri umani e l’intero pianeta con essi, o chi distrugge entrambi per avidità di profitto? Solo per fare un esempio, nell’ex Unione Sovietica non c’è stato solo Chernobyl tanti anni fa, sapete. Nel Kazakistan dell’est, dove si sono fatti “test atomici” a ripetizione, un milione e mezzo di persone sono state esposte all’avvelenamento nucleare ed il loro intero sistema di produzione e consumo di cibo è tuttora contaminato: il tasso di cancri è solo cinque volte più alto di quello nazionale, una bazzecola, che siano talleri, rupie, certificati di credito o contratti transnazionali, il vecchio buon soldo è sempre qualcosa per cui vale la pena uccidere.

Chi sono i signori che oggi piangono le vittime di Gheddafi, non sono proprio quelli che gli hanno stretto la mano, o l’hanno persino baciata in perfetto stile mafioso, l’altro ieri? Credetemi, ad un morto ammazzato non fa differenza se la bomba – prodotta di solito negli stessi stabilimenti – gliela fa cadere addosso un dittatore o un presidente democraticamente eletto: avrebbe comunque preferito continuare a vivere. E chi è che vi dice panzane sulla scuola pubblica, forse la Ministra che l’ha distrutta?

Chi vi propina le manovre economiche sacrificali, continuando ad infilare l’invisibile mano del mercato nelle tasche dei salariati, vi dice anche che se tutti i governi mondiali sottraessero un solo quarto alla cifra che spendono annualmente in armamenti (un trilione e mezzo di dollari) potrebbero dare cibo, istruzione e servizi sanitari a tutta la popolazione della Terra? Vi dicono che l’intero budget delle Nazioni Unite corrisponde all’1,8% delle spese militari mondiali?

Spesso mi domando, con un certo grado di sconforto, cosa gli italiani sono diventati. Sono sicura, tra l’altro, che lo sconforto ha una dimensione collettiva e che chi si arrovella su “cosa diranno di noi” (siamo pochi e soli eccetera) lo prova in modo considerevole. Ma è tempo di uscire da questa sindrome, di creare passione e potere condiviso, di aver lingue veriterie e menti magiche, di essere profeti manovali, poeti guaritori, giullari della metamorfosi. E’ tempo di guardare tutto con gli occhi resi splendenti dalle idee che ci frullano in testa come lucciole sotto la luna. E’ tempo di tessere tanti fili provenienti da luoghi diversi nel più fantastico e desiderabile degli arazzi, un pianeta su cui si possa vivere, creare, condividere: in pace.

Maria G. Di Rienzo

P.S. Proverbio cinese: “Fa’ felici coloro che ti sono vicini, e quelli che sono lontani verranno.”

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“Per favore, allontanatevi velocemente.”, ripete la voce della giovane donna dagli altoparlanti e via radio, “Per favore, fuggite subito e salite in alto.” Poi, l’onda ingoia lei e l’edificio da cui ha trasmesso per l’ultima volta. Una massa di rosse intelaiature contorte è infatti tutto ciò che resta del Dipartimento di crisi di Minami Sanriku, in Giappone. Dei 17.000 abitanti di questa cittadina costiera 10.000 sono attualmente dispersi, ma i restanti 7.000 devono la vita al sacrificio della venticinquenne Miki Endo.

Miki non ha lasciato andare il microfono, sebbene sapesse che sarebbe morta, perché qualcuno dei suoi compaesani poteva non aver ancora udito l’avvertimento, poteva aver bisogno di aiuto. Il quotidiano Mainichi Shimbum riporta le testimonianze dei sopravvissuti, fra cui quella del 61enne Taeza Haga: “Ho sentito la voce di sua figlia.”, ha detto alla madre di Miki, “Da casa all’automobile, durante l’intero viaggio, sino a che sono salito su un terreno più alto, la voce di sua figlia è rimasta con me.”

Molti anni prima, un giornalista così descriveva un’altra una città giapponese: “Sembra che un gigantesco mostro demolitore sia passato su di essa e ne abbia spremuto fuori ogni forma di vita. Scrivo di questi fatti come avvertimento al mondo.” Il reporter era lo statunitense Wilfred Burchett, ed il luogo in cui si trovava, il 5 settembre 1945, era Hiroshima. Burchett fu il primo giornalista occidentale a raggiungere Hiroshima dopo la bomba atomica e descrisse la “strana malattia” che continuava ad uccidere le persone a mesi di distanza dall’esplosione, definendo le radiazioni “piaga atomica”: “In questi ospedali ho trovato gente che, quando la bomba è caduta, non avevano sofferto alcuna ferita, ed ora stanno morendo per i suoi inarrestabili effetti collaterali.”

Le esplosioni nei reattori di Fukushima (il n. 1 ed il n. 3) hanno rilasciato radiazioni misurabili sino a 100 miglia di distanza: come ha constatato una nave militare americana che si è mossa in fretta per non esserne investita. Una terza esplosione si è avuta nel reattore n. 2, ed il reattore n. 4 ha preso fuoco anche se non era in funzione quando il terremoto ha colpito la zona. I sistemi di raffreddamento ed ogni altra precauzione presa hanno fallito.

Hiroshima, Nagasaki. Three Miles Island, 1979. Chernobyl, 1986. Giappone e Canada (sversamento di acque radioattive), oggi. 23 impianti nucleari attualmente operanti negli Usa sono identici al reattore n. 1 di Fukushima. Eppure, per un certo periodo è sembrato che avessimo imparato qualcosa. In Italia da più di vent’anni abbiamo detto no, e detto basta, e spiegato perchè, e fornito dati scientifici ed alternative praticabili: energia rinnovabile, eolica, geotermica, solare. Se dobbiamo dirlo un’altra volta, non tiriamoci indietro.

Ascoltate la voce di Miki Endo. Non può essere morta invano. Per favore, salvatevi. Salvatevi e salvate i vostri figli, il loro futuro. Salvatevi e salvate questo martoriato pianeta e tutte le sue creature che vi hanno dato sostentamento e gioia. Voltate le spalle alla morte. Celebrate la vita. Non è troppo tardi. Maria G. Di Rienzo

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L’abbiamo persa il 24 febbraio del 2005, a 54 anni, per un’emorragia cerebrale. Il suo nome era Satomi Oba: viveva ad Hiroshima, era un’attivista anti-nucleare ed anti-militarista, un’attivista per i diritti umani, un’insegnante d’inglese, madre di quattro figli. Il Giappone ha l’usanza di onorare i propri cittadini di spicco quali “tesori nazionali”; chi l’ha conosciuta, e chi ancora oggi gode dei lasciti del suo instancabile impegno, sa che Satomi Oba era (ed è) un “tesoro internazionale”. Oltre a dirigere “Plutonium Action Hiroshima” in Giappone, ha fatto parte di “Women and Life on Earth”, “Abolition 2000”, “WISE – World Information Service on Energy”, “Nuclear Information and Resource Service”; “Global Network Against Weapons and Nuclear Power in Space”.

Il sistema nucleare, sia il suo uso militare o civile, è uno dei più violenti che la società patriarcale ha inventato e sviluppato. Il potere dell’energia nucleare cresce particolarmente bene in atmosfere non democratiche.” Satomi Oba, 1999

 

Quella che segue è la traduzione di parte di un’intervista che Anna Gyorgy, di Green Korea, le fece nell’autunno del 1996.

Satomi: Sono venuta a stare ad Hiroshima quando ero una studentessa universitaria nel 1969, e qui appresi per la prima volta i pericoli dell’energia atomica. Ho visto una quantità enorme di immagini del dopo-bomba ed ho ascoltato di persona molte storie di sopravvissuti. Sentivo che quel che era accaduto era orribile, e che dovevamo fare tutto quanto in nostro potere per fermare la proliferazione di armi nucleari. Ma fu sempre allora che cominciai a chiedermi perché la gente di Hiroshima fosse così attiva contro le armi nucleari e non altrettanto contro gli impianti nucleari.

Ho dato inizio a “Plutonium Action Hiroshima” nel 1991, quando lo stoccaggio di plutonio (proveniente dagli impianti di trattamento francesi) era appena cominciato. Ma prima di ciò avevamo già organizzato azioni dopo l’incidente di Chernobyl nel 1986. Da molti anni mi occupo della questione e ormai so, ho visto, che gli impianti nucleari e le armi nucleari sono in origine la stessa cosa. (…) L’incidente di Monju (dicembre 1995, ndt.) è stato a suo modo epocale. Ha mostrato alla gente cos’è davvero un reattore “fast-breeder”, cos’è il sodio liquido (tonnellate di sodio liquido colarono dal sistema di raffreddamento del reattore, ndt.), quanti pericoli l’energia nucleare comporta. In Giappone ci sono oggi numerosi lavoratori che sono stati esposti alle radiazioni e stanno soffrendo. E il reattore di Monju, che è costato 6 miliardi di dollari, è oggi un pasticcio al di là di ogni possibile utilizzo. (…) Giappone e Francia vengono spesso citati come esempi di paesi che hanno avuto “successo” con l’energia nucleare, ma io ho visto gli impianti in entrambi i paesi, ne conosco gli effetti e i ritorni, e so che sono due fallimenti. In gennaio (1996, ndt.) siamo andati in Francia: sopravvissuti, attivisti di base, residenti di seconda generazione, a tenere un esposizione sul bombardamento atomico di Hiroshima, per opporci al test nucleare francese nel Pacifico del sud. Mentre a Parigi i sopravvissuti mostravano le immagini di Hiroshima e raccontavano le loro storie, io sono andata al Centro di La Hague, il porto vicino a Cherbourg da dove le scorie radioattive vengono mandate per mare, e al reattore Super-Phoenix. (…) La questione delle scorie non ha una vera soluzione. L’unica soluzione è smettere di produrne. A La Hague lo stoccaggio di scorie ha contaminato il territorio in maniera seria. Il governo non ha effettuato alcuna ricerca, e non possiede alcuna documentazione al proposito: sono i gruppi di cittadini che hanno sollevato la questione, osservato, fatto ricerche, prodotto la documentazione ed infine rivelato il livello di contaminazione a La Hague. Di scorie radioattive ce ne sono già troppe, avrebbero dovuto pensarci prima, trent’anni fa, e quelle che ci sono vanno tenute d’occhio e al sicuro dove sono state prodotte, e non portate in giro per il mondo. Ma la cosa principale sarebbe almeno riconoscere onestamente che una soluzione per le scorie non c’è. (…)

Dopo Chernobyl tantissime persone in Giappone, in maggioranza donne, hanno cominciato ad essere attive contro gli impianti nucleari, così il governo e le industrie ci hanno pensato su un bel po’ e se ne sono usciti dicendo che il nucleare è “energia pulita”, e ci hanno inondate di dépliant e propaganda sulla “protezione dell’ambiente”; danno persino soldi ai gruppi ambientalisti, ma certo non a noi, che lottiamo contro le centrali. Le donne in Giappone sono le leader dei movimenti di questo tipo, che nascono dal basso. Non seguono nessuno, guidano e ispirano, e lo trovo meraviglioso. L’idea della mostra in Francia è venuta dalle donne. E quando sono andata a Panama, per fermare l’imbarco di scorie altamente radioattive, gli altri tre membri del gruppo d’azione diretta erano donne. Dei 150 membri attivi di “Plutonium Action Hiroshima”, la maggioranza sono donne.

Maria G. Di Rienzo

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Monumento alla Pace, Nagasaki

 

Testimonianza di Toshiko Hamamako, 9 agosto 2010, trad. Maria G. Di Rienzo

(le vittime dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki sono chiamate hibakusha, un termine giapponese che letteralmente significa “persone affette da esplosione”, ndt.)

Solo di recente ho cominciato a parlare della mia vita come sopravvissuta alla bomba atomica di Nagasaki. Ora ho 66 anni, ma ho trovato il coraggio di parlare agli altri di questo solo circa due anni fa. Fino ad allora, avevo mantenuto il fatto di essere una sopravvissuta all’interno della mia famiglia.

Il mio silenzio aveva delle ragioni. La principale era la paura dello stigma e della discriminazione. Nell’opinione pubblica c’è ancora l’idea che noi si sia pericolosi, perché contaminati dalle radiazioni. Perciò, mia madre non mi disse mai che ero una sopravvissuta. Non parlò mai neppure dei danni che lei e mia sorella maggiore avevano ricevuto dalla bomba. Per cui non sapevo di essere stata esposta alle radiazioni e all’esplosione, a Nagasaki, quando avevo solo un anno. Non ho alcun ricordo di ciò che è accaduto. Fu solo quando avevo vent’anni che mia madre mi disse di far domanda al governo per la carta che mi avrebbe identificato come “hibakusha”, un riconoscimento che permette di avere cure mediche gratuite. Fu allora che seppi la verità. Ero già sposata, all’epoca, e lo dissi a mio marito. Lui mi rispose di non dirlo mai a nessun altro.

Una delle più grandi paure fra gli hibakusha è quella di essere respinti, di non potersi sposare. I giapponesi normali non vogliono sposarsi con noi, perché temono che i nostri figli non saranno sani. Questo è uno stigma che noi, specialmente se siamo donne, vogliamo evitare. Io sono considerata appartenente alla “giovane” generazione dei sopravvissuti alla bomba atomica. Questo gruppo comprende persone sulla sessantina che erano infanti o bimbi piccoli all’epoca dell’esplosione, perciò non abbiamo ricordi chiari sulla sofferenza fisica che i nostri genitori hanno sopportato, e raramente ci è capitato di discutere con loro della bomba atomica. Siamo una generazione che a stento comprende la tragedia storica di quel periodo.

Quest’ignoranza mi si è resa ancora più chiara quando sono andata a New York, nel maggio scorso, per particare alla Conferenza del Trattato per non-proliferazione nucleare delle Nazioni Unite. Il pubblico americano mi faceva domande. Una a cui è stato particolarmente difficile rispondere mi chiedeva se ero arrabbiata con gli americani per aver gettato la bomba su Nagasaki. Può suonare strano ad un pubblico straniero, ma io davvero non provo odio verso gli americani e non desidero che si scusino con me. Io credo fermamente che la mia missione sia lavorare con gli americani e con il resto del mondo per arrestare la proliferazione di armi nucleari. Questo è il mio sogno, questa è la ragione per cui ho infine deciso di parlare.

Oggi sento una forte responsabilità nel lavorare per raggiungere tale scopo, e so che come sopravvissuta alla bomba atomica il mio ruolo è speciale. Noi rappresentiamo la tragica testimonianza dell’incubo delle armi nucleari. Io voglio che l’opinione pubblica sappia e capisca che umana catastrofe causano le armi nucleari. Le bombe all’uranio lanciate su Hiroshima and Nagasaki hanno spazzato via decine di migliaia di persone, ne hanno ferite molte di più, e causano sofferenza persino 65 anni dopo quei giorni fatali. Perché la gente deve soffrire per gli errori commessi da politici irresponsabili? Quest’incubo non deve mai più ripetersi.

Io sono profondamente grata al Presidente degli Usa Obama per aver promesso di impegnarsi affinché il mondo sia libero da armi nucleari. La visita dell’Ambasciatore statunitense a Hiroshima, il 6 agosto scorso, ci ha portato molta speranza, e così la visita del Segretario delle NU, Ban Ki Moon: i discorsi che ha fatto ad Hiroshima e a Nagasaki erano meravigliosi. Dobbiamo lavorare tutti insieme verso l’ottenimento del nostro scopo.

Ho una figlia di 44 anni, sposata. Anche lei è identificata come hibakusha di seconda generazione ed ha la tessera che lo certifica. Se penso all’imbarazzo e alla vergogna che io provavo, vedo che mia figlia non è disturbata dagli stessi dubbi. Ha reagito alla mia spiegazione come ad un mero dato di fatto. Io penso che sia molto coraggiosa, e che rappresenti la nuova generazione giapponese, ansiosa di imparare dal passato. I libri di testo giapponesi non trattano queste importanti questioni in modo oggettivo, e la gioventù ha bisogno di saperne di più. Questo è il motivo per cui continuerò a fare il mio lavoro, che è parlare della mia esperienza. So che la mia testimonianza è un contributo alla pace, perché la gente ascolta con attenzione noi che siamo la prova vivente dell’orrore della guerra nucleare.

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