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Posts Tagged ‘elezioni’

In novembre, i militari hanno costretto Robert Mugabe a dare le dimissioni da presidente dello Zimbabwe dopo 37 anni di governo in cui a parte usare il pugno di ferro per restare incollato alla poltrona e zittire qualsiasi tipo di opposizione, l’uomo ha fatto ben poco.

Il 4 dicembre scorso il nuovo presidente Emmerson Mnangagwa ha prestato giuramento: su circa 24 posti disponibili nell’esecutivo, solo quattro sono andati a donne (Ambiente, Turismo, Donne e Giovani, Ministero di Stato per Bulawayo – la seconda città più grande del paese). Le attiviste femministe e per il cambiamento sociale non sono troppo speranzose, visto il modo in cui si è effettuata la transizione, ma molte cercheranno di correggere il tiro nel 2018, presentandosi alle elezioni. La giornalista Tendai Marima, per News Deeply, ha parlato con alcune di loro, fra cui la trentacinquenne attivista per i diritti umani Linda Masarira (in immagine).

Linda Masarira

Sotto Mugabe, Linda è stata in galera per quattro mesi. Si candiderà alle elezioni perché ritiene cruciale per le donne guadagnare visibilità politica. E’ critica, ovviamente, rispetto al ruolo dell’esercito nell’ascesa del nuovo presidente e teme che l’euforia per l’uscita di scena di Mugabe eclissi la possibilità di un vero cambiamento qualora le elezioni confermino Mnangagwa.

“Anche dopo Mugabe, – ha dichiarato – la lotta delle donne continua. Non raggiungeremo quel che vogliamo a breve se le donne non prendono posizione e vigilano. Io ho detto a me stessa che non permetterò a quel che la gente pensa delle donne di ostacolarmi. Ci sono un bel mucchio di etichette appiccicate alle donne. A me è stato detto che sono una “prostituta”, mi è stato chiesto perché non sono sposata e sono stata accusata di voler “agire come un uomo”. Ma avevo già capito che la politica non è per le “brave ragazze” e non è per i codardi. Se vuoi essere la tipica brava ragazza non sopravvivi alla politica. Mnangagwa può metterci in piedi uno spettacolo per i prossimi sei o sette mesi e tutti ne saranno felici, ma se lo votano resteremo sotto il controllo dei militari e sotto il dominio di un gruppetto di uomini.”

Maria G. Di Rienzo

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marichuy

“Il sistema elettorale non è fatto affinché noi, il popolo in basso, si governi. Le leggi e le istituzioni dello stato sono fatte per quelli che stanno sopra, i capitalisti e la loro classe politica corrotta, per cui il sistema elettorale risulta essere una grande illusione. Il governo, l’esercito, la polizia, i narcotrafficanti, tutti favoriscono lo sfruttamento delle nostre ricchezze naturali. Tutti vogliono spaventare la nostra gente e far sì che chi si oppone ai loro progetti capitalisti scompaia. Dobbiamo spezzare le radici di ciò che sta ferendo il Messico. Questo paese ha bisogno di guarigione.” – María de Jesús Patricio Martínez.

Meglio conosciuta come Marichuy, María è una donna di etnia Nahua che vive a Jalisco, praticante di medicina tradizionale: la settimana scorsa ha cominciato la sua campagna per le elezioni presidenziali del 2018. E’ la prima donna indigena a scendere in lizza per la presidenza in Messico e dovrà vedersela con altri 85 candidati. Sta parlando di ciò di cui nessuno vuole veramente parlare, i problemi e le istanze che riguardano i gruppi maggiormente marginalizzati dalla società: gli indigeni, i poveri, le donne. Per quanto improbabile sia la sua vittoria, solo per questo le dobbiamo rispetto e gratitudine. Buena suerte, Marichuy.

Maria G. Di Rienzo

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Nelle scorse settimane, mentre “infuriava il dibattito” – leggi: mentre i politici si insultavano reciprocamente – sulla legge elettorale italiana mi è tornata in mente questa poesia. E’ del 1992 e la scrisse la scultrice e fotografa Zoe Leonard (nata nel 1961) ispirata dalla corsa alla presidenza degli Usa di un’altra artista, la poeta Eileen Myles (nata nel 1949). La poesia circolava così come la vedete nell’immagine qui sotto, in manifesti appiccicati ai muri e fotocopie distribuite a mano e recitata come un passaparola. Eileen all’epoca non diventò Presidente: la persona descritta da Zoe è ancora la persona che io non ho mai visto raggiungere una posizione di potere in ambito politico, è ancora la persona che le liste elettorali non presentano mai e che non mi si permette di votare.

Una persona che conosce abbastanza la vita, la mia vita e la vostra, da non permettersi di sputarci in faccia ogni volta in cui apre bocca, di trattarci come sudditi imbecilli ogni volta in cui vara un provvedimento, di salire la scala sociale schiacciando sempre altri nel fango. Maria G. Di Rienzo

zoe leonard poem

Voglio una lesbica come presidente. Voglio una persona

con l’aids come presidente e voglio un finocchio come

vice presidente e voglio qualcuno privo

di assistenza sanitaria e voglio qualcuno che sia cresciuto

in un posto dove la terra è così satura

di rifiuti tossici che non ha avuto

scelta se non prendersi la leucemia. Io voglio

un presidente che abbia abortito a sedici anni e

voglio un candidato che non sia il minore fra due

mali e voglio un presidente che abbia perso il suo

ultimo amore per l’aids, che ancora lo vede

nei propri occhi ogni volta in cui si stende per riposare,

che abbia tenuto il suo amore fra le braccia sapendo

che stava per morire. Voglio un presidente senza

aria condizionata, un presidente che ha fatto

la fila all’ospedale, alla motorizzazione, all’ufficio

assistenza e sia stato disoccupato e licenziato e

molestato sessualmente e assalito perché gay e deportato.

Voglio qualcuno che abbia passato la notte

in un cimitero e a cui sia stata messa una croce in fiamme sul prato e

che sia sopravvissuto allo stupro. Voglio qualcuno che sia stato

innamorato e ferito, che rispetti il sesso, che abbia

fatto errori e imparato da essi. Voglio una

donna nera come presidente. Voglio qualcuno con

denti malmessi e carattere, qualcuno che

abbia mangiato il cibo fetente dell’ospedale, qualcuno

che abbia indossato abiti dell’altro sesso e assunto stupefacenti e

sia stato in terapia. Voglio qualcuno che abbia commesso

disobbedienza civile. E voglio sapere perché questo

non è possibile. Voglio sapere quando abbiamo cominciato

ad apprendere da qualche parte lungo la strada che un presidente

è sempre un pagliaccio: sempre un puttaniere e mai

una puttana. Sempre un capo e mai un lavoratore,

sempre un bugiardo, sempre un ladro e mai arrestato.

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D. F. Gerhartz - Dawn of hope

Salve, Italia post-elettorale. A dire il vero vorrei agitare la mano e dirti “Addio, a mai più rivederci.” Ma come molte donne in una brutta relazione non ho neanche i mezzi per lasciarti. Basandoti su che simbolo ho fatto una x ieri mattina tu, Italia, dici che io sono una “cogliona” (Mr. Berlusconi) o una “collusa” (Mr. Grillo). Hai mandato in Parlamento un’altra schiera di lecchini sorridenti, egregi idioti e fanatici web-comandati però la stupida e la colpevole sarei io. Hai fatto in modo che anche se un governo dovesse formarsi con l’appoggio esterno dei movimentisti da hotel di lusso (5 stelle) non durerà più di un anno: un appoggio esterno significa smarcarsi a piacimento, addossare all’alleato la non realizzazione delle fantasmagoriche promesse elettorali, ricattarlo se del caso, lasciarlo con il cerino acceso in mano se la situazione è troppo difficile. Dopo di che, andremo di nuovo a votare e so già chi farà il pieno dei tuoi voti, Italia: il miliardario che ti toglie le tasse da lui stesso imposte. Non devi pagare niente, Italia, frega tutto, tutto è gratis, evadi e ruba, la giustizia è cinica e comunista e la vita è una puttanella che – se continui a votarlo – il tuo padrone ti comprerà.

Potete scommettere con me, se volete, sarei lieta di perdere: ho detto un anno. Ci risentiamo al 2014 se sarò ancora viva. Può darsi che non reggerò un anno di svegliaaaa!, di inciuci e complotti e caste, di scie chimiche, di valutazioni del tipo “la legge 194 è una sconfitta per le donne” (come eravamo vittoriose con i ferri da calza e i cucchiai d’oro!) e di donne sollevate dall’incarico perché incinte (d’altronde pensate a quale fatica dovrebbero assoggettarsi altrimenti, sollevando casse e sacchi all’ortomercato… Ah, era un’assessora? Be’, lo stress mentale di riflettere su una deliberazione di Giunta avrebbe potuto nuocere al bambino.) e di cazzate del tipo“solo i sionisti traducono dal persiano” (in Iran le donne stanno benissimo! Viaggiano sul retro degli autobus come i neri negli anni dell’apartheid americano, devono vestirsi come decidono governo e preti, hanno una polizia religiosa che le insegue per le strade, muoiono nelle galere del regime per aver chiesto diritti umani, sono trattate come cittadine di terza classe, ma “hanno un ruolo centrale nella famiglia”: eh, non è grandioso? L’ha detto la moglie del Profeta Grillo, sapete. Peccato che le femministe e le attiviste iraniane traducano e come, compresa la Premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi. Ma tanto siamo tutte coglione e colluse).

Salve, Italia post-elettorale. Domani ti sveglierai più gretta, più avida, più insensibile, più stupida, più ignorante, più sessista, più volontariamente cieca di com’eri quando sei andata a dormire. Complimenti, auguri, e grazie per aver soffiato con tanto odio sulla fiamma della mia speranza. E’ un peccato, vero, che non si sia ancora spenta. Maria G. Di Rienzo

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(Tratto da: “In Italy, Illusion Is the Only Reality”, di Tim Parks per The New York Times, 24.2.2012. Trad. Maria G. Di Rienzo. Tim Parks è romanziere e traduttore. Sta per uscire il suo libro: “Italian Ways: On and Off the Rails From Milan to Palermo.”)

Ci vuole un certo talento per vivere in un stato di felice negazione, per scivolare dall’orlo di un precipizio ed essere perfettamente rilassati. Di tutti i talenti per cui gli italiani sono famosi, questa nonchalance è forse il più grande. La loro economia è in profonda recessione; più di un giovane adulto su tre è disoccupato; sono incapaci di competere economicamente con i loro vicini: pure, vanno avanti come se nulla stesse accadendo, o come se un piccolo strappo nella “dolce vita” potesse essere messo a posto da un colpo di bacchetta magica.

In particolare, che sia con ammirazione o con orrore, continuano ad essere incantati dal pifferaio Silvio Berlusconi, l’ex e forse il futuro Primo Ministro e magnate dei media favolosamente ricco. (…) Io ho vissuto in Italia per 32 anni. Una delle prime cose che mi hanno colpito è la relazione fra l’azione e le sue conseguenze, che è diversa negli altri paesi che conosco, come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. In Italia qualcuno che viene scoperto ad abusare della sua posizione in una carica pubblica – dare lavori ai parenti, accettare mazzette, spendere denaro pubblico per piaceri personali – non si dimette dalla carica, non ci pensa neppure: attacca i “moralisti” e continua a vele spiegate. (…) L’Italia ha di recente completato il servizio ferroviario più veloce d’Europa; uno può percorrere le 360 miglia da Milano a Roma in sole 2 ore e 45 minuti. In un paese con un enorme debito pubblico, questo meraviglioso prodotto d’ingegneria è costato 150 miliardi di euro. Nessuno sembra sapere con certezza da dove gli investimenti sono arrivati o come il progetto ripagherà questa somma. Una cosa è certa: molto del denaro che legalmente avrebbe dovuto essere impiegato nei servizi locali deve aver trovato la strada per arrivare a questo progetto d’alta velocità. Per la comodità dei pochi che viaggiano velocemente, legioni di lavoratori si recano in ufficio a denti stretti in treni sporchi e sovraffollati. Ma quel che importa è l’immagine luccicante del progresso che il servizio proietta. Benito Mussolini, forse il primo grande propagandista dell’era moderna, capiva alla perfezione questo aspetto della psicologia degli italiani. “E’ la fede che muove le montagne, perché dà l’illusione che le montagne si muovano.” disse “L’illusione è forse la sola realtà della vita.” Il 27 gennaio u.s., ad una cerimonia che ricordava l’Olocausto, il sig. Berlusconi ha sentito che era giusto dire come Mussolini avesse fatto molte buone cose e non fosse poi una così cattiva persona. E’ stato ricompensato da una salita nei sondaggi.

E’ impressione persistente della gente che vive fuori dall’Italia che Berlusconi sia una specie di buffone malefico e che la maggioranza degli italiani lo ripudi. Non riescono a capire come un uomo costantemente sotto processo per ogni sorta di corruzione, un uomo con un enorme conflitto d’interessi (possiede tre canali tv nazionali e una larga fetta dell’industria editoriale del paese) resti al centro del potere. La risposta, messi da parte un sistema giudiziario straordinariamente lento e complesso e l’inquietante mancanza di vero giornalismo indipendente, è che gli istinti politici del sig. Berlusconi si fondono alla perfezione con la determinazione collettiva degli italiani di non guardare in faccia la verità, che a sua volta si combina con la profonda paura che un leader più serio potrebbe chiedere loro troppo. Una delle cose che ha promesso è il condono per gli evasori fiscali. Solo in un paese in cui l’evasione fiscale è endemica ci si può appellare agli evasori alle spese di coloro che invece le tasse le pagano.

L’immagine speculare del sig. Berlusconi potrebbe essere il Primo Ministro badante Mario Monti, un professore di economia non eletto che ha preso il potere verso la fine del 2011, nel mezzo della crisi dell’euro. Gli osservatori stranieri sono convinti che il sig. Monti abbia fatto un gran lavoro e meriti la rielezione: questa è ingenuità. Per come la vedono molti italiani (ed io sono d’accordo) il professore non ha fatto altro che inchinarsi alle pressioni di Berlino, ha tagliato la spesa dove incontrava minor resistenza e ha tassato tutti senza riguardo alle loro entrate. La sua campagna elettorale, basata sulla retorica della severa serietà, è stata deludente. Come mi ha detto un collega, se uno deve essere comunque tosato dal governo, meglio l’intrattenitore del pedante.

Un intrattenitore che cerca avvantaggiarsi di questa situazione è Beppe Grillo, un litigioso ex comico diventato blogger politico, il cui Movimento 5 Stelle propone di spazzar via il corrotto ordine politico e promette un’utopia di salari per i disoccupati e settimane lavorative di 30 ore. Lo stile del sig. Grillo è così demagogico e il suo partito così dipendente dal suo incendiario carisma che il 20% che si suppone voterà per lui deve aver di sicuro deciso che semplicemente non gliene frega nulla se il paese sarà ingovernabile dopo le elezioni. In alternativa, può essere che la gente creda che nulla può essere comunque fatto, dato il grande potere esercitato sull’Italia dall’Unione Europea: quindi, è del tutto ininfluente per chi votano. Forse è l’effetto di secoli di paternalismo cattolico e promesse elettorali sconsiderate, ma nessuno sembra prospettare una serie di riforme pratiche per andare da dove siamo ora a dove vorremmo essere: al loro posto ci sono preghiere e fantasie fiscali.

Mussolini più tardi corresse il suo commento sull’illusione. “E’ impossibile ignorare la realtà”, disse “per quanto triste sia.” Ci si chiede, mentre queste elezioni si avvicinano, quanto l’Italia sia vicina al momento in cui la negazione non sarà più possibile. Mi immagino il sig. Berlusconi rieletto e il mercato finanziario che crolla, la credibilità del paese che si scioglie, così che la sua rimozione sarà questione di giorni. Ma forse le doglie dell’Italia saranno attribuite alle perversità dalla finanza internazionale. (…) Praticamente tutti i programmi politici italiani esprimono il desiderio di tornare al passato, anziché la comprensione di che posto ha il paese in un mondo che è cambiato.

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Da circa quindici anni, ad ogni tornata elettorale italiana, il tema della “sicurezza” torna sotto i riflettori. Poiché, tranne pochissime e lodevoli eccezioni, i candidati sono uomini che non sanno di cosa parlano o donne cooptate da uomini e quindi con bavaglio incorporato, la “sicurezza” diventa lo sbarazzarsi dei migranti e il fare di pubbliche vie e piazze altrettanti set di “reality show” (e cioè muniti di telecamere perenni) o campi d’addestramento paramilitare per ronde di esaltati.

Quand’è che una città è sicura, per tutti ma davvero per tutti? Quando le donne la percepiscono per tale.

Adulte, ragazze e bambine sono molestate sessualmente e aggredite ovunque: nelle loro stesse case, nelle strade, nelle piazze e nei parchi, a scuola, nei posti di lavoro e mentre usano mezzi pubblici. Così, nel cestino della merenda come nello zaino, nella borsa della spesa come nella tracolla, noi ci portiamo a spasso la paura. La portiamo con noi anche nei rari casi in cui non abbiamo mai subito una molestia o un assalto vero e proprio: perché tutte conosciamo qualcun’altra a cui è accaduto. Inoltre, non c’è episodio di violenza di genere che non sia riportato scaricando la colpa della violenza stessa sulla vittima, e correlato da innumerevoli assunti sulla “debolezza”, “fragilità” e “vulnerabilità” delle femmine umane. Il nostro timore ha di certo un fondamento nelle nostre esperienze, ma è nutrito dall’esterno, e di proposito. Quindi, che noi si abbia addosso la cicatrice della violenza o no (insicurezza o percezione di insicurezza) la paura ci impedisce di usare e di godere la nostra città pienamente. Non appena è possibile, se non vi siamo costrette da impegni di studio e lavoro, evitiamo quegli spazi che ci fanno sentire a disagio, o dove è accaduto qualcosa ad un’altra donna: il risultato è che strade, piazze, parchi eccetera sono più spesso usati da uomini e ragazzi.

La politica, se pure le capita di accorgersene, non ci fa gran caso nonostante si firmino di continuo impegni e protocolli a favore dell’equità di genere: se volete una prova leggetevi le deliberazioni del Parlamento Europeo, io ogni tanto le salvo e le rileggo sei mesi dopo per farmi l’ennesima amara risata (giacché all’impegno formalmente preso non segue in Italia un’azione concreta che sia una). Quando la politica parla di violenza è troppo spesso ipocrita e cieca: ipocrita perché pronta a denunciare e condannare quella della parte avversa nel mentre glorifica la propria; cieca perché non vede, o sottostima grandemente, la reale estensione della violenza contro le donne. Questo significa che qualsiasi programma disegnato a tavolino dai politici per contrastare la violenza nelle città è destinato al fallimento. Ma cambiare è sempre possibile.

Una città è sicura, ed è piacevole viverci per ogni essere umano e non umano quando:

1. Donne, ragazze e bimbe possono godere degli spazi pubblici senza timore di essere aggredite.

Il che significa, ad esempio, che tali spazi sono usati da cittadini/e diversi/e, che conducono attività diverse a diverse ore del giorno: la mescolanza e la varietà tendono a promuovere un clima pacifico, la ghettizzazione per contro ispira diffidenza e ostilità. Inoltre, più occhi ci sono sulla piazza più è difficile dare inizio alla violenza. Più questi occhi guardano in modo sfavorevole alla violenza, meno questa ha probabilità di accadere. Significa anche che gli spazi sono ben curati, accessibili a persone con disabilità, amichevoli verso gli animali, attrezzati per intrattenere i bambini e far sentire a proprio agio gli anziani.

2. Donne, ragazze e bimbe non sperimentano violenza domestica, non sono discriminate ed i loro diritti economici, sociali, politici e culturali vengono garantiti.

Il che significa che l’amministrazione cittadina si sforza di prevenire, diminuire e quando è possibile eliminare del tutto, le cause della violenza: incoraggia quindi la partecipazione delle donne alla vita democratica e la loro indipendenza economica; riconosce e attesta che la principale causa della violenza di genere è lo sbilanciamento di potere fra uomini e donne; riconosce e attesta che tale violenza è un ostacolo grave alla vita ed allo sviluppo delle città e delle comunità, nonché un danno economico (l’Europa spende milioni di euro ogni anno per la violenza domestica: li spende in cure sanitarie, spese di funzionamento di forze dell’ordine e magistratura, impieghi persi; servizi); riconosce e attesta che vi è connessione diretta fra violenza domestica e violenza negli spazi pubblici, e a seconda delle specificità relative al proprio territorio ed alle risorse in esso presenti disegna ed implementa programmi.

3. Donne, ragazze e bimbe sanno che i governi locali provvederanno attenzione e servizi per prevenire e censurare la violenza diretta contro di loro, e sosterranno il loro accesso alla giustizia.

Il che significa che l’intera comunità è coinvolta nel progetto di fare della propria città una città “sicura” (volontariato, gruppi minoritari etnici linguistici ecc., personale sanitario, personale delle forze di sicurezza, sindacati…). Significa che l’amministrazione locale ha cercato ed ottenuto il consiglio e la partnership di chi di violenza di genere ne sa qualcosa: case per non subire violenza, gruppi antiviolenza, associazioni per i diritti umani, organizzazioni femministe, gruppi lgbt; che nelle scuole vi sono programmi tesi ad insegnare l’equità di genere e i principi della nonviolenza; che nel pianificare trasformazioni urbane le necessità e le idee delle donne sono state considerate; che le condizioni che favoriscono ed aggravano la violenza contro le donne, come la povertà, la disoccupazione, il razzismo e il sessismo vengono contrastate (non meramente elencate: è carino ricevere una pacca simbolica sulla spalla, ma ad una donna che voglia denunciare la violenza subita è più utile avere un’avvocata a disposizione e un fondo per le spese legali, l’accesso ad un impiego se non ce l’ha, la possibilità di affittare una casa a prezzo equo, e così via).

Davvero, non ho detto niente di nuovo. Se anche voi ne siete convinte/i, rimbocchiamoci le maniche. 

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