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(brano tratto da: “Breaking Out of the Domination Trance”, di Riane Eisler per Kosmos – inverno 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Si tratta della trascrizione dell’intervento di Eisler al Summit 2018 sulla Sicurezza in Irlanda. Riane Eisler è presidente del “Center for Partnership Studies”, femminista, avvocata per i diritti umani di donne e bambine/i, autrice di libri tradotti in tutto il mondo: l’immagine la ritrae con uno di essi. Il suo sito è rianeeiesler.com )

riane

(…) In numero sostanziale stiamo cominciando a emergere da quella che io chiamo la “trance del dominio”, una trance perpetuata da tutte le nostre istituzioni, i nostri sistemi di credenze, da ambo le nostre narrative – popolare e scientifica, e persino dal nostro linguaggio, perciò stiamo solo cominciando a vedere qualcosa che, una volta articolato, può apparire ovvio: che i modi in cui una società costruisce i ruoli e le relazioni fra le due forme base della sua specie – maschile e femminile – così come costruisce le relazioni durante la prima infanzia, sono in effetti istanze sociali che hanno impatto diretto sul fatto che tutte le nostre istituzioni sociali (dalla famiglia all’istruzione, dalla religione alla politica e all’economia) siano egualitarie o diseguali, autoritarie o democratiche, violente o nonviolente. (…)

Nessuna società è un sistema di assoluto dominio o assoluta cooperazione; si tratta di un continuum cooperazione-dominio. Ma voglio darvi brevemente qualche esempio di società contemporanee che sono vicine all’estremità del dominio della bilancia sociale. Sono società molto differenti se le osserviamo solo attraverso le lenti delle categorie sociali convenzionali: la Germania nazista di Hitler, un società di destra occidentale e laica; la Corea del Nord di Kim Jong-un, una società di sinistra orientale e laica; i Talibani dell’Afghanistan, una società orientale religiosa; i regimi teocratici a cui aspirano i fondamentalisti religiosi occidentali.

Nonostante tutte le loro differenze, queste società condividono la configurazione chiave del dominio:

* Consistono di gerarchie di dominio, non solo nello Stato ma anche nella famiglia e in tutte le istituzioni che stanno nel mezzo.

* Sostengono un sistema di valori basato sul genere. Danno un rango superiore al maschile sul femminile, con rigidi stereotipi su femminilità e mascolinità e, tramite questi, svalutano qualsiasi cosa considerata “tenera” o femminile a livello culturale, come l’avere cura, il prestare assistenza e la nonviolenza, che sono considerate cose totalmente non appropriate per i “veri uomini”, vanno bene solo per gli “effeminati” o per le deboli sorelle, e non sono parte del sistema di valori guida in ambito sociale ed economico.

* La terza componente chiave delle configurazioni sociali del dominio – e queste componenti si sostengono l’una con l’altra – è la violenza condonata e idealizzata socialmente. Dal pestaggio di figli e moglie ai pogrom allo stato di guerra cronico, mantenere i rigidi ordinamenti superiore-inferiore del dominio (uomo sopra donna, uomo sopra uomo, razza sopra razza, religione sopra religione e così via) richiede un alto grado di violenza incorporata, inclusa la violenza contro donne e bambini che, qui, stiamo lavorando per lasciare indietro.

Al contrario, la configurazione chiave del sistema di cooperazione consiste di:

* Una struttura democratica ed egualitaria sia nella famiglia che nello Stato o tribù, e in tutte le istituzioni che stanno nel mezzo.

* Relazione paritaria d’eguaglianza fra donne e uomini e, con questo, alta valutazione delle caratteristiche e delle attività cosiddette “tenere” o femminili sia nelle donne sia negli uomini, così come nelle politiche sociali ed economiche.

* Un basso livello di violenza incorporata; c’è qualche forma di violenza, ma non è necessaria a mantenere gerarchie di dominio. I sistemi orientati alla cooperazione hanno anche gerarchie, ma sono gerarchie relative alla concretizzazione, dove il potere – come vediamo sempre di più mentre tentiamo di muoverci verso la cooperazione – non è potere sugli altri, ma potere di fare e potere con gli altri.

Di nuovo, le culture che si orientano verso il lato della cooperazione possono per altri aspetti essere molto diverse. Possono essere società tribali, come per i Teduray delle Filippine; società agrarie, come per i Minangkabau di Sumatra; possono essere società tecnologicamente avanzate come Svezia, Finlandia e Norvegia.

Voglio sottolineare che l’archeologia, lo studio delle mitologie, gli studi sul DNA, la linguistica e altre discipline stanno documentando ora che per la maggior parte dell’evoluzione culturale umana le società sembrano essersi orientate primariamente sulla bilancia sociale verso la cooperazione.

Non sto parlando solo delle migliaia di anni in cui gli esseri umani hanno vissuto in società che raccoglievano-cacciavano cibo, il che è ormai documentato assai scrupolosamente, sto parlando delle nostre primissime società agricole.

Per esempio, la città turca di Çatalhöyük, dove andando a ritroso di 8.000 anni non vi sono segni di distruzione dovuta a guerre; non vi sono segni di grosse disparità fra abbienti e meno abbienti negli oggetti rinvenuti nelle case e nelle tombe e, come ha notato Ian Hodder (l’archeologo che attualmente sta scavando a Çatalhöyük), questa era una società in cui le differenze sessuali non si traducevano in differenze di status o di potere. (…)

Il nostro compito è inaugurare un’intera nuova visione del mondo in cui le questioni che direttamente hanno effetto sulle vite, e troppo spesso sulle morti, della maggioranza dell’umanità – donne e bambini – siano riconosciute come fattori chiave per costruire un futuro più equo, più sostenibile e più sicuro.

La prima pietra angolare: Relazioni nell’infanzia

Sappiamo dalla neuroscienza che quel che i bambini sperimentano e osservano nelle loro famiglie e nelle altre relazioni precoci interessa niente di meno che il modo in cui il nostro cervello si sviluppa e queste esperienze e osservazione sono direttamente modellata dal grado in cui un ambiente culturale si orienta verso la cooperazione o verso il dominio.

Considerate che quando relazioni familiari basate su violazioni croniche dei diritti umani sono considerate normali e morali, esse forniscono modelli per condonare violazioni simili in altre relazioni. E se queste relazioni sono violente, i bambini apprendono che la violenza di chi ha potere su chi ne ha meno è accettabile nel maneggio dei conflitti o problemi e per mantenere o imporre controllo. Non apprendono questo solo a livello emotivo e mentale, ma a livello neurale.

Questo è il motivo per cui le relazioni nell’infanzia sono così importanti e il motivo per cui abbiamo bisogno di una campagna globale per mettere fine alla pandemia di tradizioni di abuso e violenza nei confronti dei bambini.

La seconda pietra angolare: Relazioni di genere.

Come una società costruisce i ruoli e le relazioni delle due forme base dell’umanità – donne e uomini – non ha effetto solo sulle individuali opzioni di vita per donne e uomini, ha effetto sulle famiglie, sull’istruzione, sulla religione, sulla politica, sull’economia: ciò che consideriamo di valore o non di valore e ciò che crediamo sia morale o sia immorale.

Mentre il movimento globale delle donne si diffonde, più uomini hanno cura dei piccoli, più donne entrano in posizioni guida economiche e politiche, ma è tutto troppo lento. Ci stiamo mettendo troppo anche a cancellare la pandemia globale di discriminazione, abuso e violenza contro le donne che ho documentato in molti miei lavori.

Ciò di cui abbiamo urgentemente bisogno – e, di nuovo, ciò accadrà solo se lo faremo accadere – è una campagna globale per relazioni di genere eque e nonviolente. Ciò ci porta alla terza pietra angolare per costruire una società di cooperazione.

La terza pietra angolare: Relazioni economiche.

Le quattro fondamenta sono interconnesse e si rinforzano reciprocamente, perciò voglio cominciare con i nostri sistemi di valori sul genere e su come la svalutazione delle donne e del “femminile” abbia impatto diretto sulla generale qualità della vita in una società. C’è evidenza empirica di ciò in numerosi studi, i quali confermano come i Paesi che hanno un basso divario di genere sono anche i Paesi che hanno più successo economico.

Una ragione ovvia è che le donne sono metà della popolazione. Ma ce n’è un altra: sino a che metà dell’umanità a cui sono associati valori come cura, compassione e nonviolenza resta subordinata e esclusa dall’amministrazione sociale, così lo saranno questi valori.

Di conseguenza, gli attuali sistemi economici – siano capitalisti o socialisti – non sono capaci di affrontare le sfide senza precedenti che abbiamo di fronte a livello economico, ambientale e sociale. Sia il capitalismo sia il socialismo non solo vengono dall’era industriale, e noi siamo ormai ben avanti nell’era post-industriale, ma entrambi sono emersi in epoche che li hanno orientati notevolmente di più, nel continuum, verso il lato del dominio

Perciò, mentre possiamo voler conservare qualsiasi elemento di cooperazione vi sia nelle teorie capitaliste e socialiste, dobbiamo andare oltre entrambe verso quella che io chiamo “economia di cura”. Capisco che la gente resta allibita nel sentire “cura” e “economia” nella stessa frase, ma non è questo un terribile commento su come siamo stati socializzati ad accettare che i sistemi economici debbano essere diretti da valori insensibili?

Questo deve cambiare e un primo passo per il cambiamento è come misuriamo la salute economica. Perché ora sappiamo che se il valore del lavoro di cura nelle case fosse incluso nel PIL costituirebbe non meno del 30/50% di esso. In effetti, investire nella cura è molto redditizio, non solo in termini umani e ambientali ma puramente finanziari. Le nazioni nordiche erano così povere all’inizio del ventesimo secolo da soffrire di carestie, ma le loro successive politiche di cura furono un investimento chiave: oggi queste nazioni non solo hanno i più bassi tassi di divario di genere, ma regolarmente hanno alti posti in classifica nei rapporti sulla competitività economica del World Economic Forum.

Svezia, Norvegia e Finlandia hanno ora generalmente alti standard di vita per tutti, senza divari enormi fra abbienti e meno abbienti; hanno molta più equità di genere sia nella famiglia che nella società, perciò le donne sono circa metà del Parlamento nazionale. Per quel che riguarda la violenza, sono state pioniere sugli studi di pace e hanno emesso le prime leggi che proibiscono le punizioni fisiche ai bambini nelle famiglie.

Quel che vediamo qui è un forte movimento verso la configurazione della cooperazione – e una grossa parte di questa configurazione avviene perché avendo le donne status più alto queste nazioni danno maggior valore a caratteristiche e attività stereotipicamente femminili come sostegno, nonviolenza, cura; hanno congedi di maternità/paternità pagati generosamente, servizi per l’infanzia di alta qualità e universalmente accessibili; assistenza dignitosa agli anziani e altre politiche di cura. E questa configurazione sociale di cooperazione sostiene uno stile di vita più equo, pacifico, prosperoso e sostenibile. Ciò mi porta alla quarta pietra angolare: perché avreste mai saputo qualcosa di tutto questo dalle nostre narrazioni convenzionali?

La quarta pietra angolare: Narrative e linguaggio.

Le vecchie storie che abbiamo ereditato da tempi di dominio più rigido idealizzano la conquista e la dominazione – di persone o della natura – come mascoline, desiderabili e inevitabili. Queste storie non sono solo incapaci di adattamento, sono inaccurate. Noi esseri umani abbiamo un’enorme capacità di consapevolezza, cura e creatività, ma esse sono inibite o distorte in ambienti che privilegiano il dominio sulla cooperazione.

Per cui sta a noi, a voi, cambiare queste vecchie storie e questo è un tema portante in tutti i miei libri, perché noi umani viviamo di storie!

Dobbiamo anche operare cambiamenti nel linguaggio. Stante la nostra eredità culturale di dominio, non dovrebbe sorprenderci che le sole categorie in cui la nostra lingua descrive le relazioni di genere siano patriarcato e matriarcato. E questo cosa ci dice? Che le nostre uniche alternative sono: o comandano gli uomini o comandano le donne. La lingua che abbiamo ereditato da epoche di dominio più rigido non ha parole per descrivere relazioni di genere egualitarie, e questa è la ragione per cui il nuovo linguaggio della cooperazione è così essenziale.

(Ndt. Quel che io ho tradotto come “cooperazione” si poteva anche rendere come “mutualità”.)

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Nel maggio del 2013 Julian Stevenson, un uomo inglese 48enne che viveva in Francia, sposato e poi divorziato, uccide i suoi due figli durante il primo incontro non “controllato” con loro: usando un coltello da cucina taglia la gola di Matthew, 10 anni, e di Carla, 5 anni. In precedenza li aveva visti in presenza della ex moglie Stéphanie o di un’assistente sociale. Si suiciderà in carcere, ancora in attesa di processo, a fine dicembre dello stesso anno.

Sin dall’annuncio del duplice omicidio, molti media fecero del loro meglio per giustificare e scusare l’assassino. Una delle argomentazioni preferite fu che “il tempo che passava con i bambini era insufficiente per i suoi bisogni”. La preoccupazione principale – spesso espressa in leggi nazionali e protocolli internazionali – per chiunque sia sano di mente dovrebbe riguardare il benessere dei bambini, che sono ovviamente più vulnerabili degli adulti loro genitori: ma articolisti, opinionisti, commentatori ecc. sono in genere assai più angustiati dal fatto che i padri non abbiamo sempre e comunque tutto quel che vogliono. Diventa irrilevante, in tali discorsi, che questi padri esprimano la propria frustrazione con la violenza, perché sotteso a tutte le argomentazioni c’è il convincimento che la violenza sia un ingrediente fondamentale della mascolinità e che gli uomini non possano fare a meno di abusare di donne e bambini.

Così, il 2 aprile u.s., sotto i titoli della stampa nostrana “Tenta di uccidere il figlio e si suicida con il gas”( è accaduto nella zona di Volterra: il bambino, di 9 anni, si è salvato fuggendo dall’auto) e i relativi occhielli “Non accettava che il bambino fosse stato affidato esclusivamente alla madre”, si articola la solita narrazione che piange sui “gridi d’allarme” – leggi le lamentele proprie e le “denunce” farlocche dell’associazione padri separati – espressi dall’uomo via FB, sulla “decisione più terribile: prendersi il suo bimbo e andare via con lui, per sempre” (com’è poetico!), sulle leggi carogne e matriarcali che “non tengono conto delle nuove sensibilità dei padri”. Ma se queste “nuove sensibilità” si concretizzano nello scannare o nel gasare i figli a me sembra che di nuovo non abbiano nulla e che parlare di sensibilità sia fuorviante e persino ridicolo: quel di cui stiamo trattando è possesso e controllo di esseri umani. Sono pratiche legate al dominio e alla relativa legittimazione sociale e infatti molti uomini vivono come affronto, ingiustizia e svirilizzazione qualsiasi restrizione messa al loro spadroneggiamento sui corpi di donne e bambini.

All’uomo che è morto suicida è certamente dovuta pietà umana, ma a questo stesso individuo capace di aprire una bombola di gas nell’automobile in cui sta dormendo un bambino, suo figlio (che lui chiamava il “suo cucciolo”), io non affiderei non solo un cucciolo di cane, ma neppure un cactus. Maria G. Di Rienzo

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Cose che fanno perdere tempo prezioso (per cui intendo, terminato il pezzo, non occuparmene più): Cianfrusaglie N. 2, gli “esperti” di femminismo – e i loro delicatissimi sentimenti.

Si presentano come “alleati”, dichiarandolo o in modo sottinteso. Parlano o scrivono quasi esclusivamente di femminismo – dei divari salariali fra uomini e donne, dei diritti riproduttivi, di prostituzione. Su internet non c’è blog o sito femminista che non riceva le loro puntigliose visite sempre corredate di commento e con gli altri uomini si impegnano in lunghi, tediosi, scontati battibecchi da social media: come se spuntarla nell’oziosa diatriba del giorno equivalesse ad “un piccolo passo per la mia pagina Facebook ma un grande balzo per l’umanità”.

Qualsiasi siano il loro grado di istruzione e la loro effettiva intelligenza si stimano grandi pensatori, giudici equanimi, opinionisti imperdibili. Grazie a questa loro eccellenza si sentono perfettamente legittimati a parlare in nome delle donne o a decidere cosa il femminismo dovrebbe essere. Attestano di essere convinti al 100% che possedere le donne come oggetti sia sbagliato, ma quanto all’appropriarsi delle loro istanze, delle loro voci e della loro agenda non hanno nessun problema.

Questi uomini tendono a diventare rapidamente furibondi quando si sentono dire che le loro opinioni sul femminismo e questioni correlate non sono la nostra principale priorità… curioso, nevvero: proprio come quelli che non si autoidentificano come “alleati” ed “esperti” – persino lo sbrocco di insulti, pseudo-sarcasmi e citazioni a cascata è identico. Si chiama paternalismo, babies.

Noi donne siamo trattate quotidianamente da qualche uomo o da parecchi uomini (certo, non da tutti gli uomini… poi riprenderò l’argomento) come se avessimo urgentissima e imprescindibile necessità dei loro consigli e della loro guida: e se il merito del discorso concerne qualcosa di cui siamo noi le esperte – i nostri diritti umani, le nostre vite, le nostre relazioni, il nostro attivismo sociale e politico… id est, il femminismo – la convinzione che il nostro sapere e la nostra esperienza abbisognino di illuminata direzione maschile aumenta invece di diminuire.

E’ del tutto logico, non vi pare, che un segmento di umanità su cui si accumulano in vari gradi abuso, sfruttamento, oppressione, discriminazione e violenza debba delegare a chi comunque appartiene alla classe dei dominatori (e volente o nolente gode dei privilegi relativi) la definizione dei termini della propria liberazione.

Permettetemi, per favore, di lasciare da parte la consueta tiritera dei distinguo (“non tutti gli uomini”) che spesso ci sentiamo costrette a fare, per non urtare la finissima sensibilità maschile, quando trattiamo di violenza contro le donne. Sappiamo perfettamente, si sia femmine o maschi, che non tutti gli uomini molestano, stuprano, abusano, uccidono. Qui non stiamo trattando dell’immaginaria offesa che un “alleato / esperto” avverte quando mostriamo e dimostriamo che comunque sono al 99% uomini quelli che molestano, stuprano, abusano e uccidono, stiamo trattando dell’offesa reale inflitta alle donne nel giudicarle sempre e comunque bisognose di tutela maschile.

Ad ogni modo, non è compito delle femministe angustiarsi sul disturbo dei sentimenti degli uomini. Le donne hanno fatto questo per secoli a spese di se stesse. Il lavoro delle femministe è rendere le esistenze delle donne più sicure e migliori, gettar luce sulle circostanze in cui si trovano e sulle ragioni di dette circostanze, eccetera.

Il femminismo si basa largamente sulle esperienze vissute dalle donne – in prima persona, direttamente. Le strutture di dominio intervengono nelle vite delle donne e le modellano in modi che chi, come maschio, è situato ad altezze e punti diversi sulla mappa generale non è neppure in grado di percepire. Un uomo bianco della classe media, con diploma o laurea e tutte le sue tutele, piccole o grandi, in tasca non può dire di sapere cosa significhi essere una donna di colore con reddito insufficiente a cui l’accesso all’istruzione è negato o reso difficoltoso; essere un uomo povero è disperante, ma neppure quest’uomo può dire di sapere cosa comporta essere una donna povera: perché l’oppressione di genere che investe – e spesso travolge – quest’ultima, intersecandosi alla mancanza di opportunità ed esasperandola, non tocca lui.

Vi è così difficile, signori, riconoscere che le donne sanno di più delle proprie vite di quanto ne sappiano gli uomini? O che le femministe sono le principali studiose e ricercatrici per quel che riguarda dette vite?

Se siete davvero così preoccupati del benessere delle donne, cominciate con lo smettere di sommergerle di quelle vostre preziose parole che implicano la loro ignoranza su questioni che vivono, studiano e di cui si occupano fattivamente… parole che hanno il solo scopo e il solo risultato di gonfiare il vostro ego. Noi non abbiamo tempo per cucinarvi biscotti e darvi pacche sulle spalle. Non ne ne abbiamo nemmeno voglia.

Il femminismo è il nostro movimento. Siamo felici se volete saperne di più e sostenere la faccenda, ma dovete imparare che ciò non comporta stare al centro del palcoscenico: quello spazio è riservato alle donne e le loro storie e le loro esperienze hanno la precedenza sulle vostre intuizioni e i vostri suggerimenti. Maria G. Di Rienzo

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Piaceri colpevoli

(“50 Shades of Poo”, di Lyn Cockburn per Herizon Magazine, trad. Maria G. Di Rienzo)

Volevo che fosse un vero piacere colpevole, come quella volta in cui ho mangiato una coppa gigante di gelato al caramello e ho completato il tutto con un barretta di cioccolato – questa piccola, ovvio.

Mi sono sentita diversa per giorni (è un eufemismo per dire che ho fatto parecchia cacca). Nondimeno, il ricordo di quei pezzettini di caramello che mi coccolavano la lingua e poi scivolavano seduttivamente lungo la mia gola resta con me, rendendomi felice di aver osato almeno una volta sguazzare nell’eccesso di piacere al caramello.

coppa caramellata

Ad ogni modo, così è come volevo sentirmi – meno la parte al gabinetto – quando ho letto “Cinquanta sfumature di grigio di E.L. James, un libro talmente popolare da vendere di più della Bibbia. Sono una sostenitrice delle recensioni succinte, perciò posso dirvi che non è successo. Non mi sono sentita colpevole, non ho avuto una botta di ormoni, non mi sono divertita.

E parlando di esplosioni Ana, l’eroina ventunenne vergine che ha baciato solo due volte e non si è mai masturbata e sta per laurearsi, ne sperimenta un sacco. Dal momento in cui questa dolce giovane cosa, la nostra Ana, soccombe al fascino del trentenne uomo d’affari milionario Christian Grey, esplode in orgasmi vesuviani e culmini da eruzione dell’Etna. Tutti sono riportati con elaborati dettagli, comprese le sue riflessioni del tipo “oh-mio-dio” al termine di ciascuno.

In questa trilogia strappa-corsetti c’è naturalmente sin dall’inizio un tocco da brivido, un’aria di mistero, una mestolata di minaccia, un cucchiaio da tavolo di “Santo cielo, ragazza, non andare là” e un maligno soffio di “Questo tizio è a corto di medicinali”.

E questo è. Il nostro Christian è un dominatore in cerca di una nuova sottomessa. Ne ha avute 15, in precedenza. Lui – che sorpresa! – è favolosamente bello ed oltraggiosamente ricco, e nella sua magnifica dimora ha quella che lui chiama “stanza del dolore” completa di fruste, catene, manette e di tutta l’altra roba che gli americani non riuscirono a trovare in Iraq. Poiché Ana è inebetita da lui (immersa com’è negli orgasmi) salta in svariati strumenti di distruzione di massa al suo comando e tenta anche di non dire la “parola sicura” per compiacerlo. (Ndt.: si tratta della parola concordata con cui chi sta subendo nella pratica sadomasochista consensuale può interrompere l’azione.)

Christian vuole da Ana la firma su un contratto che gli permetterebbe di controllare ogni aspetto della sua vita, dal cibo che mangia agli abiti che indossa, e un altro che la renderebbe soggetta a qualsiasi tipo di atto in cui è trasformata in un giocattolo sessuale per il ricco maniaco del controllo. La sculacciata descritta nel libro è un pestaggio, non una giocosa occorrenza.

A volte Ana è spaventata da Christian, proprio come dovrebbe essere. Ma non ha bisogno di una “parola sicura”, la ragazza avrebbe bisogno di uno storditore elettrico e di spray al peperoncino. Comunque tutto a posto e non spaventatevi eccetera, perché Ana curerà, metterà a posto e salverà Christian. Lui ha avuto un’orribile infanzia piena di abusi la quale ha creato il mostro dentro di lui, sempre bramoso di emergere. Lui si innamora di lei e cambia abitudini – più o meno – e i due si sposano, ovviamente. Il “più o meno” si riferisce al fatto che mentre Christian potrebbe essere in procinto di donare qualcuna delle sue fruste favorite in beneficenza, è chiaro che non ha intenzione di rinunciare al diritto datogli da dio di comandare Ana come se lei fosse una schiava. Vi avevo già detto che il nostro ragazzo è anche geloso al massimo grado?

Ed è qui che l’intero fenomeno “Cinquanta sfumature di grigio” va a male. No, non è immorale. Non c’è niente di sbagliato in un po’ di S&M consensuale. Dove il libro rende un disservizio alle donne è nella sua legittimazione/approvazione del dominio maschile in tutto: dal sesso agli abiti, dal cibo all’aver bisogno di permesso per parlare. Senza menzionare i castighi. Mettetemi la mordacchia. Be’, magari no.

Perciò, a differenza dell’overdose di gelato, “Cinquanta sfumature” non ha incoraggiato i miei movimenti intestinali. Ma, in numerose occasioni, mi ha fatto venir voglia di vomitare.

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