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(“Meet Nimalka Fernando, Sri Lanka” – Nobel’s Women Initiative, luglio 2017 – Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Nimalka

“Le donne hanno portato il fardello della guerra, hanno lottato attraverso le loro intere vite, e hanno tenuto insieme il tessuto sociale. Devono avere voce nel disegnare il nuovo futuro per lo Sri Lanka.”

Nimalka Fernando è un’avvocata e un’attivista sociale. E’ la presidente del “Movimento Internazionale contro tutte le forme di discriminazione e razzismo” e del Forum delle Donne per la Pace in Sri Lanka. Nimalka è anche membro attivo di “Madri e figlie di Lanka”, una coalizione di differenti organizzazioni di donne del paese. Costoro hanno lanciato molte campagne contro la violenza politica e violenza diretta alle donne. Di recente, stanno lavorando verso l’aumento della rappresentazione politica delle donne per portare le loro voci e l’idea dell’eguaglianza di genere nella sfera pubblica.

Puoi descrive il tipo di lavoro che fai in Sri Lanka?

Negli ultimi trent’anni ho lavorato per la pace in Sri Lanka. Sebbene il conflitto sia presentato soprattutto come politico, noi come donne tentiamo di far luce sulle violazioni dei diritti umani. Il lavoro sui diritti delle donne e la costruzione di pace posa sul facilitare interazioni e conversazioni fra le principali comunità in conflitto, quella Tamil e quella Singalese.

Qual è stata la sfida più grande che hai incontrato durante il tuo lavoro?

Venendo dalla comunità che è in maggioranza, il lavoro sulla pace diventa molto una questione di accettazione da parte della minoranza e del fare in modo che si fidino di te per lavorare tutti insieme alla riconciliazione in Sri Lanka.

E come si costruisce la fiducia?

Questa è la questione maggiore. La guerra ha lasciato nelle menti dei Tamil un senso di sconfitta, mentre l’idea comune nel sud è una di vittoria. I cuori e i pensieri dei Tamil sono stati distrutti dalla guerra, mentre la maggioranza Singalese ha celebrato ciò come una vittoria. Perciò parlare di riconciliazione a partire da queste basi è molto difficile; dobbiamo sconfiggere l’intera cultura dell’eroismo che fa riferimento alla guerra. Non sono ancora state presentate scuse, da parte dello stato, per la devastazione causata dalla guerra e nessun leader politico ha ammesso che dobbiamo occuparci di tale devastazione in modo umano. Per la maggior parte dei leader politici è una schermaglia politica – ma quando incontri le persone sul territorio è vero dolore. Perciò, come porti quel dolore in uno spazio politico, e come porti la risoluzione politica a una madre in lutto?

Quale strategia consideri più efficace nella costruzione di pace?

A livello politico, per ottenere la pace, è il facilitare la condivisione del potere con la comunità Tamil. A livello personale, è il costruire fiducia fra le donne. Facciamo questo portando le donne Tamil al sud e le donne Singalesi che non hanno fatto esperienza delle violenze estreme della guerra al nord.

Cosa può fare la gente in Sri Lanka?

All’interno dello Sri Lanka le persone devono superare la paura che hanno le une delle altre. Dobbiamo combattere tutti gli elementi di estremismo religioso, estremismo etnico e sciovinismo nazionalista. Al momento sono concentrata sul parlare alle donne singalesi e sull’alzare il livello di consapevolezza politica nella nostra comunità di maggioranza, di modo da non essere sconfitte quando arriveremo al referendum in Sri Lanka. La maggioranza Singalese deve ricevere il messaggio di pace, riconoscere la dura realtà e portare entrambe le cose all’interno della propria comunità, così i Tamil sapranno che siamo con loro.

Cosa ti piacerebbe vedere dalla comunità internazionale?

Ho ricevuto moltissima solidarietà durante gli ultimi dieci anni, quando la mia vita è stata in pericolo a causa del mio attivismo, dai gruppi di donne e dai gruppi pro diritti umani. Siamo sopravvissute con questo tipo di solidarietà. E’ la solidarietà che costruirà in tutto il mondo una cultura di pace.

La comunità internazionale deve anche comprendere che pace e stabilità in una parte del mondo influenzano la pace ovunque. Senza smilitarizzazione e disarmo, noi continueremo solo a curare le ferite della violenza.

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(Intervista a Christine Ahn, analista per “Global Fund for Women” e “Korea Policy Institute”, di Kathambi Kinoti per AWID – Associazione Donne e Sviluppo. Trad. Maria G. Di Rienzo, dicembre 2010.)

 

AWID: Il summit dei G20 si è tenuto nella Corea del Sud. Che significato ha avuto questo fatto?

CHRISTINE AHN: Il summit dei G20 in Corea è stato significativo per un certo numero di ragioni. Per dirne una, era la prima volta che un incontro “G-qualcosa” si è tenuto in un paese che non era fra i cosiddetti “8 grandi”, ma che è parte di un gruppo allargato di nazioni benestanti, incluse il Brasile, la Cina, l’India e la Russia, che stanno crescendo in termini di potere ed influenza. E’ stato anche significativo avere il meeting in Corea del Sud perché essa è molto importante a livello geopolitico per gli Usa, ovviamente nei termini dell’agenda economica e militare statunitense. Un obiettivo chiave del Presidente Obama era rimuovere tutti gli ostacoli che rimanevano all’adozione del “Trattato sul libero mercato fra Corea e Usa”, che è il più grande accordo di questo tipo dopo il NAFTA (North American Free Trade Agreement).

La Corea del Sud è anche un importante alleato militare degli Stati Uniti, in particolare per lo scopo di questi ultimi di mantenere il dominio sulla regione asiatica del Pacifico e di sfidare il crescente potere della Cina. Gli Usa hanno al momento 27.000 soldati in 75 basi militari, ma hanno anche il controllo sull’esercito sudcoreano sin da quando la guerra di Corea ebbe temporaneamente fine 60 anni fa. Il governo conservatore della Corea del Sud è stato un alleato importante per gli Stati Uniti in un momento in cui la marea sta mutando in tutta l’Asia, in particolar modo in Giappone, dove le tensioni relative alle basi militari hanno forzato le dimissioni del Primo Ministro Hatoyama, che era stato eletto principalmente per la sua campagna sulla rimozione delle basi militari statunitensi dal paese.

A livello domestico, secondo le studiose e le attiviste femministe, il governo della Corea del Sud ha usato il G20 come un’opportunità di proiettare propaganda sul popolo coreano, mostrando loro che il paese ha raggiunto l’ammissione al club dei paesi sviluppati, ed ora è un giocatore importante sul piano globale. Secondo Jinock Lee, un’intellettuale femminista sudcoreana, “Il governo della Corea del Sud sembra guardare a quest’opportunità di avere il summit dei G20 in Corea come ad un modo per elevare il proprio status globale e nello stesso tempo pacificare i dissidi interni in nome degli interessi nazionali.” Uno dei modi in cui il governo ha lavorato per tener fuori ogni voce dissidente è stato il costringere i dimostranti a stare ad un miglio di distanza dal luogo del summit.

A detta di Jini Park dell’Accademia delle donne lavoratrici coreane, il popolo coreano non ha neppure compreso il significato dell’incontro: “Sembra che le persone siano viste solo come oggetti da spostare a piacimento.” Lei dice che ci sono molte critiche ai G20, incluse quelle sulla sua legittimità e sulla sua definizione di “sviluppo”. Il governo sudcoreano sta proponendo una nuova agenda di sviluppo, usando frasi retoriche del tipo “aiuti per mettere fine agli aiuti”, “aiuti per il commercio” e “il modo più efficace di prendere un pesce”. Secondo Park: “Si tratta di uno sviluppo orientato alla mera crescita, senza considerazione alcuna per la sostenibilità o l’equità di genere.” Molte attiviste coreane sono preoccupate dal fatto che la Corea possa essere vista come un modello di sviluppo senza che si considerino i suoi molti problemi, come la terribile diseguaglianza, la mancanza di democrazia e lo spregio per le questioni ecologiche.

AWID: Che influenza hanno gli Usa in relazione alle politiche della Corea del Sud e di quella del Nord?

CHRISTINE AHN: Gli Usa hanno un’influenza enorme sulle politiche della penisola: furono infatti gli Stati Uniti, con il consenso dell’ex Unione Sovietica, a dividere la penisola stessa in due circa 60 anni or sono. Molta gente non lo sa, ma nel 2000 i leader delle due Coree si incontrarono e firmarono la Dichiarazione congiunta del 15 giugno, in cui decisero di riunificare gradualmente il paese. Questo diede inizio a progetti economici condivisi, come il complesso industriale di Kaesong e il resort di Monte Kumgang, così come a riunioni di famiglie separate dalla divisione, e ad incontri di gruppi della società civile di ambo i paesi. Sfortunatamente, questo momento così pieno di speranza per i tutti coreani coincise con l’amministrazione Bush ed il noto discorso di quest’ultimo sull’Asse del Male, che segnala la Corea del Nord come potenziale bersaglio di un’aggressione militare statunitense.

Gli Usa detengono un potere enorme su entrambi i paesi. Nei termine della Corea del Nord, le sanzioni economiche statunitensi hanno gravemente impedito lo sviluppo del paese. In più, l’ostilità americana verso la Corea del Nord (come di recente hanno testimoniato i “giochi di guerra” statunitensi-sudcoreani e l’ammissione dei piani statunitensi sul bombardamento nucleare della Corea del Nord) è il pulsante d’accensione di questa spaventosa militarizzazione della penisola coreana, a nord e a sud, e naturalmente nel resto della regione. Come ho detto prima, gli Usa hanno circa 27.000 soldati in Corea del Sud e regolarmente con essi compiono “esercitazioni” che minacciano non solo la Corea del Nord ma anche la Cina.

La militarizzazione dell’intera penisola non ha impatto solo su come i governi distolgono le risorse da qualsiasi investimento sociale: serve in effetti a creare una cultura di paura e repressione. Molti stranieri pensano solo alla Corea del Nord come ad uno stato repressivo, ma la Corea del Sud ha ancora in vigore la Legge sulla sicurezza nazionale, creata durante la guerra fredda per ridurre al silenzio le voci progressiste e di sinistra che mettevano in questione l’autoritarismo governativo e la divisione del paese.

AWID: Quali sono le principali istanze relative ai diritti umani delle donne che la Corea del Sud fronteggia al momento?

CHRISTINE AHN: Povertà e insicurezza sul lavoro. Secondo Jini Park dell’Accademia delle donne lavoratrici coreane “Le donne possono trovare solo lavori a bassa retribuzione, con contratti a breve termine o impieghi irregolari.” Queste condizioni servono solo ad impoverire le donne ancora di più. Sempre Park dice che: “Circa il 70% delle donne sono lavoratrici non in regola e guadagnano circa un terzo dello stipendio dei lavoratori maschi regolari.”

Altre studiose ed attiviste femministe riportano che sotto il conservatore Lee Myung Bak si è creato un nuovo “stato di polizia”, che è servito a distruggere una vasta porzione di diritti umani. I diritti umani delle donne sono fra quelli in regressione, in particolare quelli relativi alla riproduzione. Secondo Jinock Lee, precedentemente l’interruzione di gravidanza era in generale accettata dalla società sudcoreana. I diritti riproduttivi delle donne sono ora minacciati da una combinazione di fattori. Il primo è che la bassa natalità appare come una minaccia alla crescita dell’economia nazionale. Un altro fattore sono i convincimenti della destra cristiana che l’attuale Presidente propugna. Jinock Lee aggiunge: “Poiché la società sudcoreana è in maggioranza conservatrice rispetto all’attività sessuale dei giovani non sposati, l’educazione sessuale e l’accesso alla contraccezione per larga parte sono ad essi indisponibili.” Questo scenario mette a serio rischio la salute riproduttiva delle donne.

AWID: Ci sono molte organizzazioni per i diritti delle donne in Corea del Sud? Se sì, su quali questioni si concentrano?

CHRISTINE AHN: Ci sono numerosi gruppi di donne che lavorano su varie istanze, tipo il lavoro, l’agricoltura, la violenza sessuale, i genitori single, l’ambiente, la pace, la riunificazione del paese, le politiche e le leggi che riguardano le donne, la consulenza, la prostituzione, la partecipazione politica, e ci sono anche gruppi religiosi eccetera. Jini Park nomina tre blocchi principali nel movimento delle donne. Uno comprende i gruppi progressisti che sono per lo più membri dell’Associazione delle donne coreane e dell’Alleanza delle donne coreane. Un altro è composto da gruppi conservatori che fanno parte in maggioranza del Consiglio nazionale coreano delle donne. Il terzo blocco è composto dalle giovani femministe.

A causa dell’atmosfera restrittiva creata dall’attuale governo, molti gruppi progressisti – compresi gruppi di donne – sono stati soppressi. La situazione, dice Park, “lascia uno spazio molto limitato in cui le donne possono sollevare le istanze di loro interesse e reclamare attivamente i loro diritti.”

AWID: La Corea del Nord è ora un “pariah” praticamente per il resto del mondo. La Corea del Sud viene spesso messa a confronto con la sua vicina del Nord. Che effetti ha questa disamina sui diritti delle donne?

CHRISTINE AHN: La divisione della penisola ha avuto un impatto grave sui diritti umani del popolo coreano tutto, a nord e a sud. Non solo entrambi i governi hanno investito percentuali enormi del bilancio e delle risorse pubbliche nella militarizzazione delle due società, ma le cosiddette minacce create dalla divisione hanno condotto ad una repressione intensa su ambo i lati della zona demilitarizzata.

E’ generalmente noto che in Corea del Nord ci si aspetta lealtà al regime, ma una forma simile di nazionalismo è presente pure in Corea del Sud, ove la sicurezza nazionale è sempre la priorità principale e non è consentito mettere ciò in questione. Di conseguenza, i diritti individuali devono passare in secondo piano. Jinock Lee dice che l’attuale governo, aggressivamente neo-liberista, sta combinando la sicurezza nazionale con gli interessi economici. Per esempio, il governo sudcoreano ed i conservatori in genere tendono ad usare l’argomento che in Corea del Sud si sta meglio che in Corea del Nord per tacitare chiunque sia critico rispetto al Sud. Chi solleva delle obiezioni è considerato ingrato, e questa visione binaria delle due Coree impedisce qualsiasi salutare critica alla Corea del Sud.

L’ex Ministro degli Esteri sudcoreano ha pubblicamente detto che i giovani che avevano votato, in giugno, contro il partito di governo nelle elezioni locali, avrebbero dovuto essere spediti in Corea del Nord, giacché il loro voto rivelava secondo lui una preferenza per tale paese. Ogni critica, nel sistema neoliberista del libero mercato, è bollata come un’apologia del comunismo. In questo senso, la guerra fredda è ancora ben viva sulla penisola coreana. “La Corea del Nord è stata usata come scusa per sopprimere le richieste di diritti umani e diritti per le donne nel nome della sicurezza nazionale.”, dice Jini Park.

Ciò si nutre di una paura di vecchia data che è profondamente radicata nella percezione comune della gente rispetto al socialismo, al marxismo, o comunque a teorie progressiste. Il risultato è che voci progressiste o radicali, che chiedono democrazia e diritti, sono viste come qualcosa mandato dalla Corea del Nord per distruggere quella del Sud, ed in tal modo soppresse.

Per quanto riguarda l’impatto sulle donne della Corea del Nord non ne sappiamo abbastanza. Basandomi sulle mie visite in Corea del Nord, posso dire che le donne giocano un ruolo centrale nella narrazione di come la nazione è stata costruita, come di solito succede nelle società comuniste o socialiste. La narrazione non mi convince completamente, ma penso che le donne nordcoreane siano forti, come quelle sudcoreane, per i modi in cui, da lungo tempo, hanno a che fare con una società iper-patriarcale e assai normativa rispetto ai ruoli di genere. La militarizzazione di ambo i paesi ha generato un pericoloso atteggiamento, per cui la violenza diviene il mezzo principale per risolvere qualsiasi conflitto, inclusi quelli all’interno delle case.

La divisione ha un impatto differente sulle donne. La stragrande maggioranza dei migranti provenienti dalla Corea del Nord è composta da donne. Per lo più queste donne attraversano la Cina, molte sono trafficate, tutte sopportano tensioni terribili a livello emotivo, fisico e psicologico. Quando ho chiesto ai volontari delle organizzazioni umanitarie perché così tante donne nordcoreane sono rifugiate, mi hanno risposto che uscire dalla Corea del Nord è più facile per le donne, perché non devono servire obbligatoriamente nell’esercito o in una fabbrica. Sono meno sotto il radar, per cui hanno maggior libertà di andarsene.

AWID: Dall’esterno, tendiamo a sorvolare sulla situazione in Corea del Sud a causa della situazione in cui è quella del Nord?

CHRISTINE AHN: Di certo i sudcoreani godono migliori diritti umani rispetto alla Corea del Nord, ma questo non significa che vivano in una democrazia modello. Secondo le femministe con cui ho parlato in Corea del Sud, la democrazia di cui si può godere oggi è nata dalla lotta dei movimenti democratici della società civile. Jinock Lee mi ha ricordato che: “Moltissime persone hanno dovuto sacrificarsi sotto regimi repressivi.” Ma in molte hanno pure sottolineato il declino della democrazia dovuto al neo-liberismo, in particolar modo dopo la crisi economica del 1997. La diseguaglianza è cresciuta in modo significativo ed ha cominciato ad erodere la base della democrazia. La crescita economica non è stata accompagnata dall’avanzamento delle garanzie rispetto ai diritti umani, o dalla pratica di ideali democratici.

Per esempio, il mondo può essere abbagliato dalla crescita economica sudcoreana, ma sull’indice globale dell’equità di genere la Corea del Sud sta al 60° posto. L’anno scorso ho letto un rapporto della Banca Mondiale dove si segnalava che le donne sudcoreane lavorano più duramente delle donne di tutti gli altri paesi industrializzati. Questo avviene a causa del triplo fardello sulle loro spalle: lavorare sul mercato, curarsi dei bambini e dei partner di sesso maschile a casa, curarsi degli anziani e degli altri membri della famiglia in condizioni di dipendenza. Ci si aspetta da loro che siano superdonne lavoratici.

AWID: Che ruolo gioco la Corea del Sud, con le sue grandi risorse economiche ed umane, nella regione? Fino a che punto la sua posizione come paese vicino culturalmente e geograficamente alla Corea del Nord influisce sulla politica dell’intera regione, sulle sue proprie politiche estere ed interne?

CHRISTINE AHN: La Corea del Sud gioca il ruolo del modello per la crescita economica capitalista, ma senza riconoscere gli enormi problemi che le mie sorelle sudcoreane hanno così bene esposto. Il paese è anche il sito di una militarizzazione che sta alimentando la corsa agli armamenti nella regione. Questo però non ha solo a che fare con la Corea del Sud. Dopotutto, gli Usa hanno occupato militarmente la Corea del Sud sin dal loro primo sbarco sulla penisola, al termine della seconda guerra mondiale, e crearono un governo militare guidato da collaborazionisti giapponesi durante il periodo coloniale coreano. Come dice giustamente Jinock Lee: “La Corea del Sud ha forse voce indipendente rispetto alla sua relazione con la Corea del Nord, mentre la penisola è ancora il terreno di battaglia per affari non risolti durante la guerra fredda?”

Ma penso anche che i movimenti sociali democratici sudcoreani siano serviti da ispirazione non solo per i movimenti dei lavoratori o dei contadini della regione, ma in tutto il mondo. Se si ripensa ad esempio ad alcuni momenti chiave della lotta contro il WTO, i movimenti coreani sono stati una forza vitale e coraggiosa, a Cancun o in Hong Kong. Diversi movimenti sociali guardano alla società civile sudcoreana come ispiratrice di una maggior democratizzazione. In effetti, molte organizzazioni delle lavoratrici, specialmente dal delta del Mekong, si sono messe in contatto con le lavoratrici sudcoreane per essere istruite su come organizzare le lavoratrici precarie e come costruire sindacati per le donne.

Nonostante la sua difficile strada verso una miglior democrazia, e le durezze delle lotte in una società ultrapatriarcale ed ultracapitalista, la Corea del Sud è un’ispirazione per molti movimenti in tutto il mondo.

 

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