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Posts Tagged ‘delitti d’onore’

rasha

L’organizzazione della società civile turca “Kish Malek” ha così reso graficamente l’ultimo istante dell’esistenza di Rasha Bseis, il cui omicidio da parte del fratello Bashar è stato filmato dal vivo e condiviso migliaia di volte sul web.

Rasha è morta perché un tizio qualsiasi ha postato sue foto su Facebook. Il fratello ne ha dedotto che era un’adultera. Il suo onore di maschio e proprietario di Rasha era “macchiato” da ciò. L’unica soluzione per “ripulirlo” era uccidere.

L’uomo è membro dell’Esercito libero siriano (Els), che è finanziato dalla Turchia, ha la sua propria polizia e i suoi propri tribunali: disturbati da un paio di settimane di proteste, gli alti ufficiali hanno assicurato che un’indagine è in corso ed emesso un mandato d’arresto, ma nel frattempo l’assassino è stato in grado di tornare alla sua casa natale in una zona che l’Els non controlla. Per i giudici in loco, secondo la “sharia”, a Bashar Bseis basterà trovare quattro testimoni pronti a confermare che sua sorella era un’adultera e il suo omicidio sarà giustificato.

Quella che segue è la descrizione del video fatta da The Guardian (Shawn Carrie e Asmaa Alomar) il 12 novembre scorso:

“Kalashnikov in mano, l’uomo guarda diritto in camera. Si erge su una ragazza terrorizzata, che sta implorando le si salvi la vita.

“Assicurati che si vedano entrambe le vostre facce.”, ordina una voce fuori campo.

Dietro la traballante camera da presa, una seconda voce incita l’uomo armato: “Va’ avanti, Bashar, purifica il tuo onore.”

Senza che un’altra parola sia pronunciata, una raffica di pallottole è sparata nel corpo di Rasha Bseis. Le ci vogliono nove strazianti secondi per morire.”

E’ cultura, tradizione, costume locale, religione? No, è uno dei prodotti più ributtanti del patriarcato: femminicidio.

Maria G. Di Rienzo

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woman and world

(brano tratto da: “Men’s violence against women immense global problem”, di Lena Ag, Segretaria generale della Fondazione Kvinna till Kvinna, 17.6.2016. Trad. Maria G. Di Rienzo. La Fondazione lavora per i diritti umani delle donne e la pace, concentrandosi su sei aree tematiche: creare luoghi d’incontro sicuro, sostenere le difensore dei diritti umani delle donne, aumentare il potere delle donne, aumentare il numero di donne nei processi di pace, signoria sul proprio corpo per ciascuna/o e sicurezza per tutte/i.)

(…) La violenza contro le donne non ha nulla a che fare con la classe sociale o il grado di istruzione: la trovi in tutti i gruppi della società. E non ha nulla a che fare con religione o etnia. Ha a che fare con norme patriarcali e conservatorismo sociale ed è basata sulle idee della subordinazione delle donne e del “naturale” potere degli uomini sulla famiglia. Rachida Manjoo, la Special Rapporteur delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, attesta che il problema di base in molte parti del mondo è che le donne sono considerate proprietà degli uomini.

Infatti, la violenza maschile contro le donne è un’istanza globale di sicurezza di immense dimensioni, una minaccia che segue le donne durante tutto il ciclo della loro vita e circoscrive tutti gli aspetti delle loro esistenze. Secondo un rilevante rapporto dell’Unione Europea pubblicato nel 2014, una donna su tre in Europa è a qualche punto della sua vita stata vittima di violenza o di abuso sessuale.

Le ricerche mostrano che grazie agli aborti selettivi per genere, la denutrizione e l’infanticidio femminile, la popolazione mondiale manca di 100 milioni di donne. Milioni di donne e bambine sono sottoposte a mutilazione genitale, sono vendute e comprate come schiave sessuali sono soggette a discriminazione nella società e in nome della legge, migliaia e migliaia sono uccise, picchiate o forzate a commettere suicidio in nome dell’onore. Le donne sono arse, torturate, assassinate da mariti e parenti… L’epicentro della violenza sono i corpi e la sessualità delle donne, il corpo femminile dev’essere conquistato e controllato, e il farlo è ancora un simbolo di status e di virilità.

Viviamo in un mondo violento, in cui anche gli uomini sono esposti a un bel po’ di violenza. La differenza è che le donne sono soggette a violenza anche nelle proprie case e da parte delle proprie famiglie, in circostanze in cui dovrebbero essere in grado di sentirsi al sicuro.

Ultimamente, ho l’impressione che la conoscenza di questa particolare differenza, quando si tratta di violenza contro le donne, sia stata dimenticata o sia al minimo diminuita. Ecco perché è così importante ricordare questi fatti, e che la “violenza quotidiana” è così estesa, così enorme in effetti, da includere donne in tutto il mondo e deve perciò divenire parte del discorso globale sulla sicurezza.

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(“Violence is the real provocation, not speech “, di Deeyah Khan per The Guardian, 24 gennaio 2015, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Deeyah Khan ha vinto un Emmy per il suo commovente documentario “Banaz” che racconta di una ragazza assassinata dalla sua famiglia in un “delitto d’onore”. Ora ha organizzato un summit per radunare donne le cui voci dissidenti ne mettono le vite in pericolo.

Deeyah Khan

La libertà di espressione è essenziale per le femministe e i dissidenti nel mondo musulmano. Da ragazza dovetti abbandonare una carriera promettente come cantante a causa delle violente aggressioni degli islamisti. Da allora ho passato più di vent’anni come documentarista e attivista e sono un’appassionata sostenitrice della libertà di espressione, anche quando sfida idee ed immagini ritenute sacrosante.

Il massacro di Parigi non dovrebbe essere singolarizzato. Sebbene gli assalitori e molti di coloro che ad essi hanno risposto abbiano visto la vicenda come parte di una battaglia epocale fra l’Oriente e l’Occidente, io l’ho vista come la continuazione della campagna terrorista a lungo termine per silenziare ogni opposizione o critica alla destra religiosa.

Com’è tipico del terrorismo islamista, la maggior parte delle vittime di queste campagne provengono da un contesto musulmano – e le donne e le bambine ne sono vittimizzate ancora di più.

Se una ragazzina che cantava canzoni tradizionali Pashtun in modo del tutto innocente è stata considerata una minaccia ai valori islamisti e meritevole di attacchi fisici, allora che ne è di tutte quelle donne coraggiose che sfidano le giustificazioni religiose all’oppressione delle donne negli ambienti più difficili, stati che imprigionano, torturano e giustiziano dissidenti, dove milizie ed estremisti agiscono come vigilantes al servizio delle loro idee contorte e della loro intolleranza per qualsiasi cosa li disturbi.

Questi sforzi di schiacciare la libertà di espressione sono una potente testimonianza sull’importanza di ciò che i dissidenti hanno da dire e sulla vulnerabilità della loro posizione. E’ per onorare il coraggio e la creatività delle voci dissidenti delle donne che sto organizzando ad Oslo l’inaugurazione di “World Woman” – http://fuuse.net/world-woman/about/ – e l’evento vedrà la partecipazione di molte che hanno dovuto affrontare violenza e minacce per il loro sostegno all’eguaglianza, a riforme, alla laicità e ai diritti delle donne. Questo evento è la mia personale sfida a coloro che vogliono ridurre al silenzio le voci delle donne, le voci di donne che sono le mie eroine personali, ed è il mio fermo impegno a favore della libertà di espressione.

Dai fumettisti di Charlie Hebdo agli scritti tolleranti di Raif Badawi, grottescamente condannato a un migliaio di frustate dallo stato saudita per il crimine di aver creato un blog di larghe vedute, non ci possono essere equivoci sulla libertà di espressione, chiunque sia a minacciarla e qualunque sia la sua giustificazione.

Le nostre libertà sono libertà condivise: sono legate l’una all’altra. La capacità di confrontarsi con l’oppressione vestita da religione è legata alla capacità di professare qualsiasi religione scegliamo: entrambi sono atti dell’espressione. La violenza, non la parola, è il vero atto di provocazione. La parola, non la violenza, è il modo in cui creiamo ponti su ciò che ci divide.

Ndt.: “World Woman” si terrà il 30/31 gennaio a Rikscennen – Oslo, Norvegia.

Parteciperanno, secondo la presentazione ufficiale: “(…) piantagrane e costruttrici di pace, attiviste e artiste, pensatrici e rivoluzionarie” e alcuni uomini che condividono queste caratterische e “una visione del mondo in cui le donne vivono libere da violenza e paura”.

La lista di conferenziere e performer è impressionante e lunghissima, e inoltre particolarmente gratificante per me: ho scritto/tradotto articoli sulla maggioranza di esse e quasi tutti si trovano su questo blog. Nawal El Saadawi, Shirin Ebadi, Hina Jilani, Mona Eltahawy, Panmela Castro, Salma, Farida Shaheed, Sanam Naraghi-Anderlini, Safak Pavey, Rana Husseini… sembra che Deeyah abbia riunito anche le mie, di eroine. (Per la cronaca, fra gli uomini c’è John McLaughlin).

Su Deeyah:

https://lunanuvola.wordpress.com/2011/08/23/ricorda/

https://lunanuvola.wordpress.com/2010/09/24/la-musica-che-fa-tremare-i-dittatori/

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(“Namus, Honour, and the Slaughter of Women and Nature”, di Meltem Arikan, novembre 2013, trad. Maria G. Di Rienzo. Di Meltem Arikan, scrittrice turca, potete anche leggere:

https://lunanuvola.wordpress.com/2013/06/06/dalla-turchia-con-volonta-di-donna/ )

meltem arikan

La parola “Namus” si origina da “Namos” in greco antico. La sillaba della parola “Namos” è “Nam”, e questa parola ha trovato la sua strada per la lingua inglese come “Name” (Nome) e per quella araba come “Nam” – con il significato de “il titolo” appartenente ad una persona.

Tuttavia, la parola “Namus” è stata tradotta letteralmente in lingua inglese ed è usata oggi come “Onore”: e quando c’è un crimine commesso in nome del Namus, è in effetti definito in inglese come delitto d’onore.

La perdita del Namus è identificata con la perdita di ogni valore connesso al nome di un uomo. Durante i tempi antichi una donna, comunemente considerata come proprietà di un uomo, che avesse una storia con un altro uomo e perdesse il suo valore come donna, sarebbe stata vista come l’equivalente della perdita di valore dell’oro che l’uomo teneva nella sua saccoccia. Una donna che perdesse il suo Namus diventava disonorata, e meritava di essere condannata, punita o uccisa. Migliaia di anni fa, la donna determinava il Namus dell’uomo eppure la questione di chi determinava il Namus della donna non è mai stata affrontata.

Sfortunatamente, sin da allora, nulla è davvero cambiato. Ancora, la donna non ha voce sul proprio Namus. In molti paesi del mondo, si usano i vestiti corti o “rivelatori” come ragioni per giustificare gli stupratori. Perché la disonorabilità viene identificata solo tramite la sessualità della donna, ma non tramite l’atto di danneggiare la natura? Se tutto gira attorno al fatto di non perdere valore, gli uomini hanno una pallida idea dei valori che si infrangono quando tagliano alberi, distruggono fiumi, inquinano la natura?

Perché gli uomini non diventano disonorati quando commettono atti di corruzione, devastano la natura a vantaggio di un futuro profitto, tagliano alberi senza misericordia e demoliscono il fondamento storico di una città? Tutti quelli che nascondono ogni tipo di intrigo, ingiustizia e codardia dietro le donne: non è ora di mettere in questione il Namus di tali uomini, che lo definiscono tramite la sessualità e il corpo della donna?

Uccidete donne, stuprate bambine, perché vi sembra che il loro aspetto sia sbagliato o che i loro vestiti mostrino troppo, e continuate ad ammazzare. E dite: “Le donne sono il nostro Namus” per ridar fiato alle vostre inesistenti coscienze.

Marchiate i confini delle donne e spazzate via coloro che li attraversano come se fossero immondizia. Massacrate le donne allo stesso modo in cui massacrate la natura. Noi sappiamo che il sistema maschile dominante massacra solo per ambizione di potere, ma voi continuate a prendervi in giro da soli. Andate avanti, massacrate, distruggete, demolite, stuprate: il Namus che ottenete tramite le donne sarà sempre abbastanza per nascondere ogni vostro disonore.

E questo, da migliaia di anni, non cambia.

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Oggi, 28 giugno, piove. Fra poco troverò una scusa – per me stessa – che comporterà l’andare giù (abito in alto): lo farò ufficialmente per buttare l’immondizia o per raccogliere qualcosa che mi è caduto dalla finestra, e ad occhi chiusi, a piedi scalzi, accennerò passi di danza nella pioggia, girerò su me stessa, aprirò le braccia al cielo. E’ molto presto, nessuno dovrebbe vedere la signora del terzo piano far queste cose folli, ma anche se la vedranno peggio o meglio per loro. Pioggia e vento sono irresistibili, per me, da quando ero una bambina.

bimbe nella pioggia

L’altro giorno, a Gilgit in Pakistan, un “commando” di cinque uomini ha fatto irruzione in una casa ed ha ucciso a fucilate tre donne, due sorelle di 15 e 16 anni e la loro madre. Sono state giustiziate dal fratellastro delle ragazze con l’aiuto dei suoi amici per restaurare l’onore familiare: un video in cui le due fanciulle danzano piene di gioia sotto la pioggia, completamente vestite e nel cortile di casa propria, stava girando sui cellulari del paese. A chi volesse solo aprir bocca per dire “cultura-tradizioni-bisogna rispettare” suggerisco di tenerla chiusa. Non è giornata. E tanto perché lo sappiate: una cultura e delle tradizioni che comportano vicende come questa io non ho il dovere di rispettarle, ma di contrastarle con tutto quel che ho, con ogni goccia di forza di cui nubi e vento mi intridono.

danza nella pioggia di dwikobiubatu

Oggi scendo a ballare nella pioggia assieme alle ragazze pakistane e alla loro mamma. E non è un funerale, è la danza della nostra lotta e della nostra rinascita, è la danza di tutto l’amore di cui siamo capaci. Maria G. Di Rienzo

“Dance in the rain” di Allison Chambers Coxsey

Danzeremo nella pioggia,

a luna nascosta dalle nuvole;

mentre il canto dell’oceano

ci darà la melodia.

nella pioggia

Ondeggeremo fra le gocce di pioggia,

piedi scalzi nella sabbia;

che i nostri cuori facciano dolce musica,

mentre danziamo mano nella mano.

Sussurreremo parole soffici,

mentre dondoliamo gentilmente,

parole che il vento capisce

mentre le soffia via.

Come se fossimo innamorate,

nella quiete della notte;

dimenticando il mondo,

sino alla luce dell’alba.

ragazze nella pioggia

Ondeggeremo fra le gocce di pioggia

in un gentile abbraccio;

mentre il tempo starà fermo,

in qualche posto distante.

Ci godremo il momento,

e il ritornello dell’oceano:

l’una nelle braccia dell’altra,

danzeremo nella pioggia.

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Ehi, cascata,

perché sei così addolorata?

Perché ti vedo triste e ripiegata su te stessa,

qual è il tuo dolore?

Proprio come fa il mio dolore

posi la tua testa sulla pietra e

stai piangendo.

(Poesia di Rabia Balkhi, non conosco il titolo, la traduzione è mia. MG Di Rienzo)

 vento e rose

L’ospedale delle donne di Kabul porta il suo nome, così come qualche scuola afgana. Quella che si supponeva essere la sua tomba fu meta per secoli di ragazzi e ragazze dell’Uzbekistan, che la pregavano come una santa affinché favorisse le loro storie d’amore (quando i talebani conquistarono Mazar vandalizzarono la tomba). L’unica cosa certa della poeta Rabia Balkhi, vissuta nel 10° secolo e diventata una figura semi-leggendaria, è infatti che morì per amore, scrivendo la sua ultima poesia. Principessa alla corte dei Samanidi (il cui dominio territoriale spaziava fra gli odierni Iran e Afghanistan) si innamorò di uno schiavo e fu per questo uccisa dal proprio fratello.

“Cara Rabia, ti sto scrivendo attraverso i secoli: dalla terra dei viventi al regno della morte. L’anno è il 2012 ed i miei calcoli dicono che sei stata assassinata esattamente 1.669 anni fa. Hai il dubbio onore di essere il nostro primo caso registrato di ‘delitto d’onore’. (…) Anche le nostre ragazze scrivono poesie, a volte nelle celle delle loro prigioni, a volte dietro i muri di mattoni di fango delle loro case di villaggio. C’è persino una stazione radio per la poesia delle donne e le nostre ragazze sgaiattolano fuori dalla cucina per chiamarla e leggere i loro versi.

(vedi al proposito: https://lunanuvola.wordpress.com/2012/05/05/morire-di-poesia/ )

Usano la poesia per dire la verità e, allo stesso tempo, per velarla. Io credo che il nostro linguaggio si sia formato come risposta al terrore. E’ pieno di ambiguità, perfetto per chi non osi pronunciare la verità ad alta voce. Si fugge nella poesia, dicendo tutto e niente. (…) Tuo fratello Haris, il re che fu il tuo assassino, diede ordine che ti tagliassero entrambi i polsi. Pianificò con cura il tuo omicidio, e ti amava. Tu eri, dopotutto, la sua sola sorella. Lascia che ti dica di nuovo che questo è l’anno 2012: e ancora i fratelli afgani uccidono le loro sorelle. Siamo rimasti amabili e appassionati e crudeli e assassini. Amiamo e onoriamo le nostre ragazze e le pugnaliamo con coltelli, le bruciamo, le anneghiamo. Non siamo cambiati, Rabia. Il massacro dell’amore-odio va ancora avanti. (…) Avevi talento, ed il tuo essere la prima poeta afgana di cui si abbiano registrazioni storiche fa di te una figura importante. Ma come potevano queste cose, serissime, conciliarsi con una giovane ragazza innamorata il cui fratello la uccise per salvare la propria reputazione? E così la tua storia fu corretta per “purificarti”, per renderti una donna rispettabile e poi una santa. Lasciatelo dire, Rabia: ancora oggi noi non rispettiamo i morti. Al contrario, è solo quando le persone muoiono che cominciamo a mentire sul serio su di esse.” Così l’8 marzo dell’anno scorso Nushin Arbabzadah – afgana, ricercatrice per l’UCLA sulla storia delle donne, scrittrice, giornalista per The Guardian – scriveva nella sua lunga lettera a Rabia.

In effetti, le sovrapposizioni successive, gli aneddoti aggiunti a posteriori, il volgere e riavvolgere la storia di Rabia Balkhi come un filo attorno a differenti fusi, rendono difficile capire come andò veramente. Pare si innamorasse dello schiavo Baktash a prima vista, scorgendolo dall’apertura di un tetto su cui si era arrampicata per guardare una festa di uomini, da cui lei era esclusa. Baktash era un giovane colto e un intrattenitore alla corte del re ed è verosimile l’accenno allo scambio di versi fra i due. E’ anche possibile che la giovane principessa abbia effettuato questo scambio con l’allora poeta di corte, Rudaki, che in alcune versioni della storia è colui che svela al fratello la relazione. Rabia avrebbe anche salvato il suo Baktash durante una guerra, intervenendo armata e mascherata a cavallo contro i nemici che lo avevano circondato. Ad ogni modo, certa è la condanna di entrambi: per quanto riguarda lo schiavo, alcuni dicono che fu esiliato e poco dopo morì, altri che fu gettato in un pozzo ma riuscì ad uscirne e, una volta saputo della morte di Rabia, uccise il fratello di lei. La principessa fu invece chiusa nella sauna delle donne con i polsi tagliati.

“Diede ordine di lasciarti là da sola, e che le porte della sauna fossero bloccate con rocce. Mentre il sangue ti sgorgava dalle vene dal di fuori udivano le tue grida, Rabia. Ma nessuno venne in tuo soccorso. Il tuo cadavere fu raccolto il giorno dopo. Eri completamente insanguinata come lo erano i muri su cui avevi scritto versi, intingendo le dita nelle pozze del tuo stesso sangue. (…) Ora ti chiamano la “madre della poesia persiana”, anche se sei morta da fanciulla infatuata. Siamo rimasti dei bugiardi, Rabia. Riposa in pace. Volevo solo dirti che l’amore, in Afghanistan, uccide ancora.” (sempre dalla lettera di Nushin Arbabzadah)

La poesia che segue (la traduzione è mia) è quanto ci resta di quel che Rabia Balkhi scrisse con il proprio sangue:

Amore

Sono prigioniera nella tela dell’Amore, così ingannatrice

che nessuno dei miei sforzi dà frutto.

Non sapevo, quando cavalcavo la determinazione dal sangue nobile

che più forte tiravo le sue redini meno mi prestava attenzione.

L’Amore è un oceano dallo spazio così ampio

che nessun saggio può nuotarci, in nessun punto.

Chi ama davvero dovrebbe essere fedele sino alla fine

e fronteggiare le abitudinarie condanne della vita.

Quando vedi cose orrende, le immagini armoniose,

mangi il veleno e senti la dolcezza dello zucchero.

Maria G. Di Rienzo

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cielo stellato

Alcune piangono e gridano, giurano la propria innocenza, chiedono perdono, implorano che le si lasci vivere. Ma Nejat, 22enne iraniana, non fece nulla di tutto questo. Entrò nella tomba che suo padre aveva scavato per seppellirla viva senza dire niente. Gli abitanti del suo villaggio la accusavano di avere una relazione “illecita” (Nejat era divorziata) e hanno incoraggiato il padre a difendere l’onore familiare uccidendo la figlia. L’uomo non ha avuto problemi ad ammettere l’omicidio e si è difeso dicendo che Nejat era d’accordo: “Quando ho finito di scavare il buco mia figlia è andata verso di esso senza dire una parola e si è stesa. Certo, non mi sentivo troppo bene, ma sapevo di star facendo la cosa giusta. Ho usato la vanga per gettare la terra su di lei, sul suo stomaco, sul suo petto e lei non ha parlato. Non mi ha chiesto di non farlo. Stava là e fissava il cielo. L’ho guardata un’ultima volta prima di coprirle la faccia con la terra. Lei mi ha chiamato e ha detto: Papà, per favore abbi cura di mia figlia.” Infatti, subito dopo, la bambina di Nejat (due anni) è stata lasciata in un orfanotrofio della città di Ahwaz.

Nejat “stava là e fissava il cielo”, perché ormai pensare, sentire, parlare, respirare, tutto si traduceva in dolore. Perché in un paese in cui l’odio per le donne è politica di governo una donna fa meglio a non esistere. Questo è accaduto in Iran nell’aprile dello scorso anno. Non ho motivi particolari per scriverne ora, è solo che ogni tanto mi capita di fissare il cielo. Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “How My Friend From Kabul Escaped an Honor Killing and Saved Her Life”, di Mahnaz Rezaie, dicembre 2012. Trad. M.G. Di Rienzo. Mahnaz Rezaie è nata in Afghanistan ed è oggi studentessa universitaria. La sua famiglia, sciita, fu costretta alla fuga quando i talebani salirono al potere nel 1996 e lei aveva otto anni. In Iran, dove avevano trovato rifugio, subirono ogni sorta di discriminazioni e anche l’istruzione di Mahnaz ne risentì. Nel 2001 hanno fatto ritorno in Afghanistan.)

 Immagine dal film Love Crimes of Kabul, 2011

Un “delitto d’onore” può accadere semplicemente perché una donna e un uomo si innamorano senza il permesso dei loro parenti anziani. In questo modo, romperebbero “codici morali fondamentali”. Io dico che rompono leggi patriarcali assurde. Ma quel che voglio sappiate è che alcune donne riescono a salvare le loro vite. Si nascondono e scappano. Un’amica di mia di Kabul ha fatto proprio questo. Chiamerò la mia amica “Samana” e il ragazzo di cui si era innamorata “Khalid”. Sarebbe troppo pericoloso usare i loro veri nomi.

Samana studiava ingegneria all’Università di Kabul. Khalid mandò i familiari da suo padre a chiedere di potersi fidanzare con Samana. Costui rifiutò e chiuse in casa la figlia. Le sue ragioni, così disse, consistevano nel fatto che Khalid era di un’altra “setta” islamica, e cioè sunnita, mentre la famiglia di Samana era sciita. Il ragazzo pregò il padre di Samana di ripensarci, ma quel che lui fece fu picchiare la figlia per aver “sfidato” i suoi convincimenti religiosi e culturali.

Samana era prigioniera nella sua stessa casa, ridicolizzata e torturata dai suoi due fratelli, da suo padre e da sua madre. Il più giovane dei fratelli, che era un tempo il suo miglior amico ed era sempre stato protettivo nei suoi confronti, ora le diceva: “Se vedo il tipo di cui ti sei innamorata qui intorno lo ucciderò.” Sua madre era stata pure una grande amica per lei. Ma ora la insultava, la malediceva e diceva piangendo che aveva svergognato l’intera famiglia: “Sei una ragazza sporca, ti sei innamorata di uno sporco sunnita. Ti ucciderò piuttosto di permetterti di sposarlo. Hai fatto sesso con lui all’Università, non è vero?” Le zie paterne visitavano la casa di Samana con scadenza settimanale per insultare lei e sua madre. “Questa ragazza ha rovinato le nostre famiglie. – disse una di queste zie – Cosa succederebbe se la gente venisse a sapere di questa schifezza?”

Ad un certo punto, un cugino di Samana si offrì di sposarla per salvare l’onore della famiglia. Contrattò sul prezzo di Samana come se lei fosse un pezzo di stoffa scadente. I genitori di Samana accettarono, ma lei coraggiosamente rifiutò. Nel mezzo di questo caos, Khalid si offrì di diventare sciita: il suo amore per Samana era più importante, per lui, di qualsiasi religione. Il padre di lei rifiutò ancora; le radici di Khalid, disse, sarebbero rimaste sunnite.

Fu allora che i due giovani progettarono la fuga. Samana riusciva a mandare messaggi a Khalid da un cellulare di cui la sua famiglia non conosceva l’esistenza, quando si chiudeva nel bagno. Una notte, sudando di paura, Samana lasciò la sua casa scappando dalla porta del cortile. Khalid l’aspettava in strada, in automobile. Per non essere perseguiti dalla legge afgana per “sesso fuori dal matrimonio”, i due si sposarono di corsa di fronte a un mullah, in una cerimonia religiosa detta “Nikah”. Poi lasciarono Kabul.

Il padre della mia amica vide solo sangue, quando questo accadde. Giurò che non avrebbe avuto pace sino a che non avesse ucciso la propria figlia e Khalid. Lui e i figli li cercarono dappertutto, ma non riuscirono a trovarli. Allora il padre sfogò la propria rabbia sulla moglie, riempiendola di botte perché “aveva allevato una ragazza immodesta”. Ha in seguito ufficialmente disconosciuto Samana come figlia.

Vi chiedete se sarebbe stato diverso qualora Samana si fosse innamorata di un ragazzo sciita? Probabilmente no. Queste famiglie “tradizionali” pensano all’amore come ad una vergogna e a un crimine. Vogliono matrimoni combinati. Pensano che una ragazza che si innamora senza il loro permesso, religione a parte, è sozza. In Afghanistan, gli uomini chiamano le donne con cui hanno relazioni di parentela “namous”, che significa “onore”. Ma qui l’onore ha il solo significato di controllare le donne e di giustificare la violenza contro di esse. Usano anche un’altra parola, “qeirat”, ovvero “zelo”. Gli uomini afgani dicono che questo “zelo” non permette loro di vedere le donne delle loro famiglie con uomini che hanno scelto da sole.

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Secondo la “Campagna internazionale contro i delitti d’onore” e le Nazioni Unite sono circa 5.000 le vite che vanno perdute ogni anno in nome dell’ “onore familiare”. Dallo scorso aprile, il sito Memini” (“Ricordo”) ospita i volti e le storie delle donne che sono scomparse, affinché esse vivano per sempre nella nostra memoria. Shubhi Tandon, giornalista indipendente indiana, ne ha scritto per Women’s News Network. Shubhi crede fortemente che il suo lavoro nel riportare e testimoniare le lotte che le donne attraversano ogni giorno aiuti il cambiamento globale nelle attitudini che si tengono verso le donne stesse, e aumenti la consapevolezza della sua necessità. (E così crede la traduttrice, Maria G. Di Rienzo, che ha estratto il pezzo che segue dal suo articolo del 15 giugno u.s. e la ringrazia dal profondo dal cuore.)

http://www.memini.co/

Molte di queste donne sono uccise perché effettuano scelte personali che non si accordano con i limiti loro imposti dalle famiglie o dalle società in cui si trovano. Gli omicidi si danno in contesti in cui il controllo del comportamento delle donne è il fattore principale che definisce la posizione degli uomini fra i loro pari. Le scelte personali entrano in conflitto con il cosiddetto onore familiare quando una giovane donna comincia a chiedersi:

Chi voglio come compagno per la mia vita? Che succede se rifiuto un matrimonio forzato? Come voglio vestirmi? Che musica voglio ascoltare? Posso gestire degli affari commerciali per conto mio? Posso frequentare l’università che ho scelto? Mi è permesso cantare in pubblico, o andare a ballare? Posso andare a scuola?

Giudicate pesantemente su libertà basilari come le scelte in merito a istruzione o carriera, lo stile nel vestire, le amicizie e persino il numero di figli che desiderano avere, le donne che diventano vittime della “violenza d’onore” sono intrappolate in un circolo vizioso di auto-negazione. “E i perpetratori di questi crimini vogliono che tutti i segni dell’esistenza delle donne uccise siano completamente spazzati via, come se esse non fossero mai esistite.”, aggiunge Deeyah, nello spiegare perché ha aperto il sito “Memini”.

Deepika Thathaal, regista pluripremiata, compositrice e cantante pop, che i suoi fans conoscono appunto come Deeyah, è nata in Norvegia da genitori immigrati Pashtun e Punjabi. Conosce bene i pericoli che una donna affronta quanto sfida una “norma culturale”: “I delitti d’onore rappresentano la misura ultimativa nel controllo e nell’oppressione delle donne.”

Familiari o amici della famiglia sono in stragrande maggioranza gli esecutori degli omicidi ed i “delitti d’onore” avvengono ovunque nel mondo, ma si danno con particolare frequenza in Siria, Egitto, Marocco, India, Turchia, Bangladesh, Giordania, Kurdistan iracheno, Afghanistan, Pakistan, Libano, Israele e Palestina, e nelle comunità di immigrati negli Usa, in Canada, Spagna, Italia, Germania, Svezia, Norvegia e Gran Bretagna.

“Memini” documenta molte di queste storie. Spesso le polizie dei vari paesi non hanno recepito l’allarme lanciato da chi poi sarebbe stata uccisa. “Riportai l’incidente alla polizia, ma non mi presero sul serio.”, testimoniò Fadime Sahindal il 21 novembre 2001, incontrando membri del Parlamento svedese, “Mio padre disse che ero stata espulsa dalla famiglia e che non mi era permesso di rimettere piede ad Uppsala, dove il mio fidanzato era sepolto. Se lo avessi fatto, disse, non avrei lasciato la città da viva.”

Meno di due mesi dopo questo incontro, Fadime Sahindal fu uccisa a colpi di arma da fuoco da suo padre, un contadino turco-curdo che si era trasferito in Svezia nel 1980, perché contro i desideri di costui si era recata a far visita alla tomba dove il suo “non approvato” fidanzato svedese era stato sepolto dopo essere deceduto in un incidente stradale.

Heshu Yones è similmente morta per mano del padre a 16 anni, perché aveva una relazione con un compagno di classe, e così la venticinquenne Sandeela Kanwal, che il padre ha assassinato perché voleva uscire da un infelice matrimonio imposto. Le complicità familiari e sociali sono estese: “Un delitto d’onore è una decisione pianificata, di gruppo.”, sottolinea Deeyah, “Sostanzialmente, lo si potrebbe definire crimine organizzato.” Il sito “Memini” spera di mantenere in vita il ricordo e la dignità di tutte le vittime di questo crimine.

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Intervista a Rana Husseini (International Press Service, 23.3.2010 – trad. M.G. Di Rienzo)

Ogni giorno 13 donne vengono assassinate in “delitti d’onore” dai loro stessi parenti, racconta Rana Husseini, attivista per i diritti umani e giornalista che ha dedicato la sua carriera a combattere la barbarica e diffusa pratica. “Sto documentando i casi delle donne, le loro storie, il fatto che vivevano su questa terra e che qualcuno le ha private del diritto di vivere.”, ha detto Husseini a IPS.

Un delitto d’onore accade quando la famiglia ritiene che una parente femmina abbia macchiato la sua reputazione, dice ancora Husseini, di cui è uscito di recente il libro: “Assassinio in nome dell’onore”.

La persona scelta dalla famiglia per eseguire l’omicidio (usualmente un maschio: fratello, padre, cugino, zio paterno o marito) mette fine brutalmente alla vita della parente per ripulire la famiglia dalla “vergogna” che lei ha portato su di loro.”, scrive Husseini nel suo libro. La giornalista del “Jordan Times” ha raccolto le storie di donne in tutto il mondo uccise per aver masticato una chewing gum, per aver riso ad uno scherzo per strada, per aver avuto addosso dei cosmetici.

Secondo Husseini, i rapporti presentati alla Commissione NU per i Diritti Umani indicano che i delitti d’onore avvengono in Giordania, Pakistan, Bangladesh, Brasile, Ecuador, Egitto, Gran Bretagna, Territori Palestinesi, India, Israele, Pakistan, Marocco, Svezia, Turchia, Yemen, Uganda e Stati Uniti, fra gli altri. Non solo gli articoli di Husseini hanno destato l’attenzione pubblica locale ma, nel 2008, ella ha contributo a formare il “Comitato nazionale giordano per l’eliminazione dei cosiddetti delitti d’onore”. Il suo scopo ultimo è cambiare la legge giordana chiedendo maggiori sanzioni per i perpetratori di questi crimini.

Di seguito un estratto dell’intervista a Rana Husseini di Chryso D’Angelo, corrispondente per IPS.

Ci sono stati progressi nel fermare i delitti d’onore?

Rana Husseini: La Giordania è un vero buon esempio di progresso. Se guardo indietro, da dove ho cominciato ad oggi, ci sono stati cambiamenti enormi. Per esempio, nel 2009 c’è stato il primo tribunale speciale per processare uomini che avevano ucciso in nome dell’onore familiare. Per la prima volta, la corte ha rifiutato la richiesta di una famiglia di lasciar cadere le accuse. L’uomo è stato condannato a 15 anni di carcere. La società civile si è attivata ed il governo sta parlando di cambiare alcune leggi.

In che modo si è mosso il governo giordano?

R.H.: In Giordania, il lavoro è stato fatto a tutti i livelli, dalla famiglia reale all’opinione pubblica. La Regina Rania è stata molto chiara. Persino il Re Hussein è stato attivo nell’occuparsi della violenza domestica contro donne e bambini. Quando hai il leader di un paese che parla di questa questione è importante, ed è qualcosa che non vedi in molti altri paesi.

Testimoni un cambiamento nelle attitudini degli uomini?

R.H.: In passato, quando parlavo, gli uomini alzavano le mani e dicevano “Ucciderei mia sorella, e allora? Se lei avesse fatto qualcosa di male.” Ma ora gli uomini sono più aperti e più disposti a discutere. C’è un gruppo di attivisti giordani che sta portando in giro una piece teatrale da cinque anni. Alcuni personaggi sono uomini. La piece parla dei delitti d’onore e ferma la gente per strada per chiedere la loro opinione. E’ importante che gli uomini siano coinvolti.

I delitti d’onore non vengono perpetrati solo da uomini. Per esempio, tu hai descritto un delitto d’onore avvenuto a St. Louis nel 1989 che ha visto la collaborazione di un padre e di una madre. La madre teneva ferma la figlia mentre il padre la pugnalava a morte. Il suo crimine era di essere troppo “occidentalizzata”. Che ruolo giocano le donne nei delitti d’onore?

R.H.: Usualmente sono divise in due parti. La prima è quella di coloro che non possono dir nulla sulla questione: se si oppongono e parlano potrebbero essere uccise esse stesse. E questo è il modo in cui finiscono per diventare complici. Altre credono davvero che la donna in questione debba essere punita.

Ci sono ramificazioni sociali per un uomo o una donna che commetta un delitto d’onore?

R.H.: C’è l’ipocrisia della gente che spinge altre persone ad uccidere. Ho intervistato moltissimi assassini che mi hanno detto che era stato promesso loro del denaro se avessero ucciso, e invece poi le famiglie hanno voltato loro la schiena.

In un’intervista precedente hai detto che i delitti d’onore non sono un’istanza religiosa, ma culturale.

R.H.: Purtroppo molte persone pensano che questi delitti siano in relazione con l’Islam. Questi crimini avvengono in tutte le religioni. Ho riportato le storie di donne uccise in Giordania i cui membri familiari erano cristiani. In Italia, vi sono uomini che uccidono le loro parenti in nome dell’onore. Accade anche nella fede induista.

Perché hai scritto questo libro?

Voglio che sia un riferimento credibile ed una risorsa per chiunque cerchi informazioni sulla questione. Voglio anche suggerire delle soluzioni a persone che vorrebbero sapere come dare una mano.

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