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fading rose

Dalla stampa, ieri 24 ottobre 2018:

“«Avevo una rosa rossa che avrei voluto portare» sul luogo dove è stata trovata morta la sedicenne Desirée Mariottini, «se questi imbecilli fossero stati altrove». Lo ha detto il ministro dell’Interno Matteo Salvini, lasciando via dei Lucani in seguito alle contestazioni che gli hanno impedito di accedere allo stabile abbandonato. «Si sta lavorando per mettere in galera questi vermi, queste bestie. Procura e questura hanno già le idee chiare. Stanno facendo i riscontri del caso. Temo che anche questa volta siano tutti cittadini stranieri. Va resa giustizia a questa ragazza, punto».”

“Il ministro dell’Interno Matteo Salvini è tornato in via dei Lucani, nel quartiere di San Lorenzo, dopo le contestazioni di questa mattina, ed ha deposto una rosa bianca davanti all’ingresso dello stabile dove è stata trovata morta Desirée Mariottini. Il vice premier questa mattina era stato contestato dai residenti e dalle femministe che avevano appeso striscioni di protesta.”

Dalla rosa rossa a quella bianca sono passate due ore: forse il fiore si è scolorito nel frattempo, ma il punto è un altro – una persona che ha usato e usa il sessismo per attaccare e insultare le donne che identifica come “nemiche” può tenersi le rose a casa, in un bel vaso, perché non ne abbiamo bisogno e non le vogliamo.

Due giorni prima, il 22 ottobre, l’Italia ha consegnato il suo rapporto sullo stato di implementazione della Convenzione di Istanbul al GREVIO, il gruppo di esperti sulla violenza di genere del Consiglio d’Europa con sede a Strasburgo, che lo ha immediatamente pubblicato in accordo alle procedure vigenti (e io ho scaricato il file). Il gruppo ha programmato una visita di valutazione in Italia nella primavera del 2019.

Il documento consiste di 208 pagine (200 circa sono di “faremo”) e comprende il “Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne 2017 – 2020” a cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le pari opportunità.

Ma sapete, al GREVIO non si possono mandare bambole gonfiabili, performer di “burlesque” o mazzi di rose come prova della squisita sensibilità politica italiana nei confronti delle donne e meno che mai per comprovare l’aderenza agli standard richiesti dalla Convenzione, perciò saltano fuori paragrafi come questo: “Contrastare gli stereotipi e tutte le forme di comunicazione che sono dannose per la dignità di donne e bambine/i, oltre a essere un obbligo per gli Stati (articolo 12 della Convenzione di Istanbul), è un’intersezione essenziale per l’efficace prevenzione della violenza maschile contro le donne, giacché contribuisce ad evitare false rappresentazioni del genere femminile e a incoraggiare il riconoscimento e la stigmatizzazione di tutte le forme di violenza contro le donne, nel mentre promuove i necessari cambiamenti culturali.”

Oppure l’Allegato C, “Linee d’indirizzo sulla “Formazione”. – L’esperienza maturata suggerisce che le azioni necessarie a prevenire e contrastare la violenza debbano prevedere una formazione integrata e multidisciplinare che contribuisca a fornire a tutti gli operatori e a tutte le operatrici coinvolti una visione comune fondata sulla cultura di genere (…)”

Cioè, esattamente quello che non sa, non capisce e non crede un individuo convinto che “Frozen” faccia diventare lesbiche le bambine e che “la Boldrini” debba solo stare zitta.

Le ultime statistiche sulla violenza di genere in Italia in mio possesso si riferiscono al 2016, attestano che il nostro paese ha uno dei più alti tassi di femicidi in Europa e riportano questi numeri: 149 donne uccise, 59 dal partner attuale, 17 da un ex partner, 33 da un membro della famiglia e 9 da una persona che conoscevano.

Temo che anche questa volta siano tutti cittadini stranieri. Purtroppo no, la maggioranza è italiana. E ancora purtroppo, gli assassini e gli stupratori del rapporto 2016 hanno un solo tratto comune, sono tutti uomini.

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “Sexual harassment rife in Europe’s parliaments – report”, di Emma Batha per Thomson Reuters Foundation, 16 ottobre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

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I legislatori di sesso femminile in tutta Europa affrontano molestie sessuali, discriminazione e violenza nel loro lavoro, con l’85% che dichiara di aver sofferto minacce di stupro o altri abusi psicologici, dice un rapporto rilasciato martedì scorso.

Una su quattro donne parlamentari e il 40% del personale parlamentare di sesso femminile dichiarano di essere state soggette a molestie o assalti sessuali, in maggioranza da parte di parlamentari maschi.

Circa metà delle 123 donne intervistate ha ricevuto minacce di morte, di stupro o di pestaggio – molte tramite social media da parte di anonimi cittadini – e sette su dieci sono state il bersaglio di commenti sessisti.

Le parlamentari che combattono la diseguaglianza di genere e la violenza contro le donne sono spesso isolate e selezionate per gli attacchi, secondo il rapporto redatto dall’Unione Inter-parlamentare (ndt. forum di 178 parlamenti con status di osservatore permanente alle Nazioni Unite) e dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. Ma lo studio sulle donne legislatrici e sul personale parlamentare femminile in 45 paesi europei ha scoperto che poche denunciano la situazione e che a numerosi parlamenti mancano i meccanismi per abilitarle a farlo.

La ricerca arriva subito dopo uno schiacciante rapporto, pubblicato questa settimana, sulle accuse di molestie sessuali e bullismo del personale che si occupa del parlamento britannico. L’indagine indipendente ha ascoltato personale femminile che ha subito ripetute proposte e frequenti toccamenti inappropriati da parte alcuni membri maschi del parlamento. Ciò include “lasciare la mano sulle loro ginocchia per un tempo spiacevolmente lungo, tentare di baciarle, stringere le loro braccia o le loro natiche, o strofinare i loro seni e sederi.”

Alcuni membri maschi del personale sono noti come “predatori seriali”, secondo il rapporto dell’ex giudice alla Corte Suprema Laura Cox. Costei ha descritto una “cultura, che va a cascata dai livelli più alti a quelli più bassi, in cui il bullismo, le molestie in genere e le molestie sessuali sono state in grado di prosperare e di essere a lungo tollerate e nascoste.”

Si è abusato delle donne rivolgendo loro termini volgari, le si è rese soggetti di beffe e sono state bersagli del comportamento rozzo di gruppi di parlamentari maschi, i quali hanno fatto commenti osceni e hanno ripetutamente chiesto informazioni sulla loro vita sessuale, dice il rapporto.

Alcuni testimoni hanno descritto “un trattamento orribile delle giovani donne da parte dei parlamentari” e detto che alcune donne sono state trattate come “servitrici personali, con velate minacce di rimozione dal posto se si fossero rifiutate di assecondare le richieste.” Le testimonianze descrivono alcuni episodi dell’abuso e del bullismo generali come “assai disturbanti”.

Cox ha dettagliato una cultura che “ha attivamente operato per insabbiare le condotte offensive e violente” e la mancanza di protezione per le persone che denunciano gli abusi. Ha anche analizzato un nuovo sistema per maneggiare il comportamento scorretto dei parlamentari e richiesto un “ampio cambiamento culturale”.

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WAVE (Onda – acronimo di Women against violence Europe), con sede a Vienna, è una rete di organizzazioni di donne che lavorano per eliminare la violenza contro donne e bambine/i. Il network ha lo scopo di promuovere e rafforzare i diritti umani di donne e bambine/i in accordo con vari documenti internazionali, dalla Dichiarazione di Vienna alla Piattaforma d’azione di Pechino.

All’inizio del 2013, le organizzazioni che partecipano a WAVE erano 106, collocate in 46 diversi paesi europei, che sono stati l’oggetto, l’anno precedente, della rigorosa indagine “Country report 2012. Reality check on data collection and european services for women and children survivors of violence.”, che esamina appunto quali dati e quali servizi siano disponibili in relazione a donne e bambine/i che sono sopravvissute/i alla violenza. Il sottotitolo ha un appropriato punto di domanda: “Diritto alla protezione e al sostegno?”: perché sulla carta i governi firmano e approvano poi tornano ad occuparsi di cose più serie del benessere della loro cittadinanza. Il rapporto è dettagliato, puntuale e corretto a livello metodologico, e sommamente benvenuto nel momento in cui in Italia si comincia a parlare di interventi nazionali sulla violenza di genere. Direi che ci serve di più della prossima petizione.

Non se ne abbiamo a male le promotrici di documenti e appelli: generalmente firmo tutto quel che si muove nella direzione giusta (a meno che non contenga qualche analisi o proposta che non posso in assoluto condividere sul piano etico), ma ho fondate riserve sull’efficacia della mia firma, anche quando sta assieme a 300.000 altre. Sino ad ora, ho visto ben poco seguito a troppe iniziative simili, perché – come ogni attivista sa – convincere qualcuno/a a mettere una firma è abbastanza facile, convincerlo/a a continuare l’impegno con azioni diverse affinché quell’appello o quella petizione dia risultati concreti è più arduo e non sempre chi promuove il documento dà l’esempio.

Allora, venite con me a pagina 149 e seguenti del rapporto di WAVE, e se siete in grado di farlo portateci la Ministra alle Pari Opportunità o la locale Assessora, Consigliera o quant’altro. Vi accorgerete ad esempio, che come vi ripeto – stressandovi – da tre anni circa, i posti disponibili nelle case rifugio sono clamorosamente inferiori al fabbisogno e il Consiglio d’Europa ha chiesto all’Italia di adeguarli. Ci sono 60 rifugi e 500 posti a fronte dei 6.019 necessari. 49 dei rifugi sono gestiti da gruppi di donne, 5 da Comuni e i rimanenti da cooperative o altre associazioni simili.

C’è una linea telefonica di aiuto (Arianna – 1522) che risponde a tutti i criteri in materia, dalla presenza 24 ore al giorno al responso in più lingue, ma non possiamo ringraziare il governo, dobbiamo ringraziare le donne di Le Onde di Palermo, che fanno questo lavoro. Nel frattempo, 113 organizzazioni femministe tengono aperti centri per le donne su tutto il territorio nazionale. Voglio dire: nella maggior parte dei casi ce ne stiamo occupando da noi, con poco o nessun sostegno da parte delle istituzioni. Meno male che siamo solo delle cagne rabbiose o delle vittimiste il cui unico scopo è odiare gli uomini e farli soffrire.

tenendosi per mano

E volete saperne un’altra? E quando ve l’avrò detta, vorreste girarla a quelli/e che: “Il Piano nazionale antiviolenza c’è già, le leggi ci sono già, e c’è la violenza psicologica e un cugino di un mio amico è stato violentato dalla moglie”? Eccola: le ricercatrici possono solo essere approssimative sull’estensione della violenza di genere in Italia, perché nel nostro paese non ci prendiamo la briga di registrarla per tale. Non analizziamo ne’ disaggreghiamo i dati per genere, età, eccetera, ne’ indaghiamo la relazione fra perpetratore e vittima; finisce tutto in calderoni del tipo “Rapporto sulla criminalità in Italia. Analisi, Prevenzione, Contrasto.” (2006) e “Rapporto sulla criminalità e la sicurezza in Italia” (2010). Il Ministero dell’Interno, in pratica, non sa che accidente succede e non gliene può importare di meno. Forse anche consapevoli di quest’attenzione nei loro confronti, ad esempio, le vittime delle violenze sessuali non denunciano: nel 92% dei casi.

Dato che il primo posto dove finisci, in genere, quando ti malmenano o ti stuprano è il pronto soccorso, ci si aspetterebbe di trovare qualche dato almeno negli ospedali, ma “Non esistono in Italia protocolli sanitari nazionali per il maneggio della violenza domestica o della violenza da parte di partner intimo. Inoltre, gli ospedali in Italia non sono attrezzati per provvedere soggiorno d’emergenza alle donne vittime di violenza domestica.”

Faranno la task force sulla violenza di genere, non la faranno? Non lo so, ovviamente. Sono qui che aspetto. In particolare, aspetto di sapere chi i membri del governo chiameranno al loro tavolo. Se non ci sono la Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna, l’Associazione Nazionale D.i.Re contro la violenza di Roma, Telefono Rosa (le tre organizzazioni che hanno permesso a WAVE di effettuare la ricerca), le 113 associazioni femministe di cui sopra, e una nutrita delegazione delle cosiddette “stakeholders” (portatrici di interesse primario) e cioè di sopravvissute alla violenza; e se non ci sono rappresentanti di magistratura, lavoratori della sanità, polizia e carabinieri, si tratterà del solito petardo bagnato. E nessuno disturberà gli organi genitali del povero Sallusti, ne’ l’infelice Toscani sarà costretto a darci altre perle della sua saggezza. Maria G. Di Rienzo

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(brani tratti dal comunicato stampa di European Women’s Lobby – EWL, http://www.womenlobby.org/ – e dal documento “National Action Plans on violence against women in the EU: A publication of the EWL Centre on Violence against Women – EWL Barometer”, trad. Maria G. Di Rienzo)

Bruxelles, 21 ottobre 2011. L’EWL è felice di presentare il suo Barometro 2011 sui Piani d’azione nazionali (PAN) sulla violenza contro le donne. Grazie al lavoro ed all’esperienza dei membri del suo Osservatorio, EWL ha prodotto un forte documento orientativo che analizza tali Piani. Il Barometro è un attrezzo molto importante per avere una visione europea dei PAN e stimare l’impegno dei paesi europei nello sradicamento della violenza. Il Barometro arriva in un momento chiave dello sviluppo delle politiche europee sulla violenza contro le donne: il Consiglio d’Europa sta finalizzando il suo terzo rapporto sull’implementazione della Raccomandazione Rec(2002)5 sulla protezione delle donne dalla violenza, basato su un questionario inviato dal Consiglio agli stati membri. Il Consiglio d’Europa sta anche per adottare una Convenzione per contrastare e prevenire la violenza contro le donne e la violenza domestica. Il Consiglio d’Europa e il Parlamento europeo chiedono da tempo alla Commissione Europea di identificare strategie per sradicare tutte le forme di violenza maschile contro le donne. In questo contesto, il Barometro di EWL riflette la richiesta delle organizzazioni delle donne di politiche concrete a livello europeo per costruire un’Europa libera dalla violenza.”

Ed ecco qualche risultato…

Quanto sono soddisfatte le ong del processo di consultazione dei loro governi sui Piani d’azione nazionali? (E cioè: quanto i governi nazionali hanno ascoltato le donne dei loro paesi?)

Molto soddisfatte: Danimarca.

Abbastanza soddisfatte: Bulgaria, Finlandia, Gran Bretagna, Islanda, Irlanda, Serbia, Spagna, Spagna, Ucraina.

Neutrali: Austria, Francia, Germania, Lituania, Lussemburgo.

Abbastanza insoddisfatte: Belgio, Cipro, Estonia, Grecia, Italia, Malta, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Svezia, Turchia, Ungheria.

Insoddisfatte: Croazia, Polonia, Slovacchia, Slovenia.

E come mai le ong italiane non sono contente?

“Sfortunatamente non abbiamo un Piano d’azione nazionale, sebbene sia stato promesso molte volte dal governo. La legislazione relativa alla violenza contro le donne contiene l’Ordine di allontanamento (2002), una sanzione penale che previene la persona violenta dall’entrare in contatto con la moglie/compagna, con i figli, e con i loro luoghi di lavoro o studio. Dal 2009 abbiamo una legge anti-stalking che è totalmente cieca al genere. A livello locale, ci sono alcuni interessanti esperimenti con Osservatori e Tavole che comprendono polizia, servizi sociali, Comuni ed associazioni di donne. Le organizzazioni delle donne impegnate in azioni antiviolenza (gestione di rifugi e servizi, azioni politiche eccetera) sono molto attive a livello nazionale, ma non ricevono appropriato riconoscimento.”

L’analisi generale sull’Italia, a cura di Oria Gargano, rileva che: “I fatti e le percentuali della violenza maschile contro le donne sono in Italia molto preoccupanti, ma non c’è ancora una sistematizzazione dei dati sui crimini di genere o gli atti violenti. Le organizzazioni non governative testimoniano un grande passo indietro nel modo in cui il corpo delle donne è raffigurato e discusso sui media ed in politica (grazie agli scandali). Tutto ciò è un chiaro sintomo della completa mancanza di volontà politica di occuparsi di violenza contro le donne e della relazione sbilanciata di potere fra donne ed uomini nella nostra società. Il nuovo Piano d’azione nazionale (pubblicato nel novembre 2010) non indica risorse finanziarie per le azioni in esso previste.”

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