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“(…) Nella storia dei popoli le migrazioni forzate di individui o di interi gruppi, per ragioni politiche od economiche, assumono quasi l’aspetto di un avvenimento quotidiano.

Quel che è senza precedenti non è la perdita di una patria, bensì l’impossibilità di trovarne una nuova.

D’improvviso non c’è più stato nessun luogo sulla terra dove gli emigranti potessero andare senza le restrizioni più severe, nessun paese dove potessero essere assimilati, nessun territorio dove potessero fondare una propria comunità.

Ciò non aveva nulla a che fare con problemi materiali di sovrapopolamento; non era un problema di spazio, ma di organizzazione politica. Nessuno si era accorto che l’umanità, per tanto tempo considerata una famiglia di nazioni, aveva ormai raggiunto lo stadio in cui chiunque veniva escluso da una di queste comunità chiuse, rigidamente organizzate, si trovava altresì escluso dall’intera famiglia delle nazioni, dall’umanità. (…)

I nuovi esuli erano perseguitati non per quel che avevano fatto o pensato, ma per quel che erano immutabilmente, perché nati nella razza o nella classe sbagliata (…) Col crescere del numero delle persone prive di diritti si tendeva a prestare meno attenzione ai misfatti dei governi persecutori che allo status dei perseguitati. Questi, pur dovendo la loro sorte a una causa politica, non erano più, come in ogni altro periodo della storia una passività e una vergogna per i persecutori (…) ma erano e apparivano nient’altro che esseri umani la cui innocenza, specialmente dal punto di vista del governo persecutore, era la loro massima disgrazia. L’innocenza, nel senso di assoluta mancanza di responsabilità, era il contrassegno della perdita di ogni diritto, oltre che dello status politico. (…)

Uno degli aspetti più sorprendenti dell’esperienza moderna è che è manifestamente più facile privare della capacità giuridica una persona completamente innocente che l’autore di un reato. (…)

La disgrazia degli individui senza status giuridico non consiste nell’essere privati della vita, della libertà, del perseguimento della felicità, dell’eguaglianza di fronte alla legge e della libertà di opinione (…) ma nel non appartenere più ad alcuna comunità di sorta (…)

Anche i nazisti, nella loro opera di sterminio, hanno per prima cosa privato gli ebrei di ogni status giuridico, della cittadinanza di seconda classe, e li hanno isolati dal mondo dei vivi ammassandoli nei ghetti e nei Lager; e, prima di azionare le camere a gas, li hanno offerti al mondo constatando con soddisfazione che nessuno li voleva.

In altre parole, è stata creata una condizione di completa assenza di diritti prima di calpestare il diritto alla vita.”

Hannah Arendt, “Le origini del totalitarismo”, cap. 9: “Il tramonto dello stato nazionale e la fine dei diritti umani”.

Le sottolineature sono mie. Il testo ricorda fatti molto attuali e molto italiani: i “decreti sicurezza”, per esempio. Maria G. Di Rienzo

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