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Posts Tagged ‘commercio equo’

(“Women taking control over the coffee supply chain”, di Zaza Fetriza, 24 settembre 2015, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Java Mountain Coffee

Lasciatemi cominciare con qualche statistica relativa alla tazza di caffè sul vostro tavolo al mattino, o nelle vostre mani mentre viaggiate per andare al lavoro:

* Di tutto il lavoro umano necessario a produrre caffè, circa l’80% è svolto da donne rurali.

* Un chilogrammo di caffè verde equivale a 80 macchiati, in vendita a circa 3 dollari a tazza. Questo fa più o meno 240 dollari per un chilo di caffè.

* Tuttavia, le donne lavoratrici rurali sono pagate 1 dollaro e 75 centesimi al giorno.

Queste sono alcune delle ragioni per cui pensiamo che voi e altri bevitori di caffè in tutto il mondo potreste preferire il caffè prodotto delle donne imprenditrici sociali.

La missione del “Caffè di Montagna di Giava” è di contrastare e mettere fine, una volta per tutte, all’antiquato modello della catena di produzione e distribuzione del caffè in Indonesia, modello che fu creato 300 anni fa da coloni uomini per altri uomini, con ben poco valore posto sulla nostra gente e sul nostro ambiente.

Il modo globale in cui si fanno gli affari sul caffè è ben poco cambiato in tutto questo tempo. Fairtrade International stima che il 42% della catena relativa alla fornitura del caffè è controllato da solo tre compagnie. E, naturalmente, circa il 100% dell’intera filiera è controllato da uomini che preferiscono interagire con altri uomini, non con le contadine che fanno crescere le piante e portano il raccolto.

L’8 marzo 2015, il Giorno Internazionale delle Donne, noi abbiamo lanciato la nostra impresa sociale usando i princìpi sull’empowerment delle donne come guida. Miriamo a far sì che un milione di donne controllino le loro coltivazioni e le loro contrattazioni finanziare con i dettaglianti e i bevitori di caffè. Miriamo a mettere in terra tre milioni di pianticelle entro il 2020.

Piantiamo anche alberi da frutta che danno ai cespugli del caffè l’ombra vitale di cui essi hanno bisogno e generano un introito secondario per le famiglie. Vogliamo aiutare le coltivatrici a dirigere i loro affari in modo sostenibile e sano a livello ambientale.

Ma cos’è che rende il “Caffè di Montagna di Giava” così differente dal caffè che comprate ora? Quando noi produciamo il nostro caffè, ed è la prima volta per i chicchi di Giava da 300 anni a questa parte, lo micro-tostiamo immediatamente dopo la raccolta, lo imballiamo fresco e lo mandiamo ai mercati globali pronto per essere venduto. In Indonesia, moltissime delle nostre risorse e merci sono esportate allo stato naturale e le compagnie internazionali raccolgono anche il valore aggiunto del guadagno relativo al farle trasformare altrove. Tuttavia questo è un sistema antiquato che non è sostenibile ne’ per la nostra gente, ne’ per il nostro pianeta.

Trasporti moderni, tecniche moderne di lavorazione e imballo significano che non c’è ragione per cui le agricoltrici indonesiane (sono in maggioranza donne) non possano tenere per se stesse i guadagni sulla lavorazione di quel che producono.

Vogliamo distanziarci dal sistema attuale, che prevede lo stoccaggio del caffè nella sua forma grezza qui in Indonesia dopo il raccolto, a volte per mese, e poi il suo invio ai mercati globali dove viene di nuovo immagazzinato prima di essere tostato. E può restare nei magazzini per mesi e persino per anni prima che i consumatori lo bevano.

Il “Caffè di Montagna di Giava” rappresenta anche un’altra anteprima. E’ la prima volta che le donne si fanno carica della filiera di fornitura reclamando il loro diritto ad un trattamento equo all’interno di tale catena. Almeno il 10% del guadagno di ogni vendita sarà reinvestito nell’agricoltura delle donne tramite il nostro programma di sostenibilità. Il programma è stato elaborato in collaborazione con i programmi globali di certificazione come Fairtrade, RainForest Alliance, UTZ Certified. Il nostro caffè organico per la cui coltivazione si usano energie rinnovabili – ed è quindi un caffè a “zero emissioni” – è stato anche certificato dalla GoldStandard Foundation.

Nel mentre questi programmi sono stati d’aiuto affinché le contadine ricevessero un guadagno più giusto per ciò che producono, hanno fatto poco nell’affrontare la questione dell’eguaglianza di genere. Pure, questa è la chiave, giacché così tanto lavoro in agricoltura è svolto dalle donne ed esse ricevono una frazione minima del valore delle loro colture.

Fairtrade International, per esempio, opera da 27 anni e ha le sue radici a Giava. Pure, nel suo milione e mezzo di membri coltivatori certificati e lavoratori c’è solo il 25% di donne. Almeno, ha una banca dati di genere: nessuno degli altri programmi di certificazione ha informazioni specifiche su quanti partecipanti o produttori sono donne.

Fairtrade International stima che mentre le donne svolgono l’80% della produzione del caffè, esse ricevono il 7% o meno delle entrate che il loro lavoro genera.

Per favore, aiutateci a cambiare davvero questo.

tazzina artistica

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Tutto il mondo è paese: America, Africa e Asia – tre donne a cui si dice che non possono dedicarsi al tal lavoro perché “non è da donne”. Tre donne che fanno orecchio da mercante e proprio tramite quel lavoro risollevano se stesse, le proprie famiglie e le proprie comunità.

Eccovi la prima, Doña Maria Ixtamer Mendoza dal Guatemala. La foto la ritrae al centro con alcune socie del gruppo che ha fondato: la “Associazione donne artigiane di San José”. Il loro motto è “Passione per le persone e passione per la terra”.

San Jose - Associazione donne artigiane

“Non sono mai stata ad ascoltare quando la gente diceva questo è da donne e questo non lo è.”, afferma Doña Maria. Come molte donne del suo paese, ha imparato a tessere sul telaio a tensione dorsale (in immagine qui sotto) avendo sua madre e sua nonna come maestre. Come molte altre, appunto, è tutta la vita che produce tessuti.

bambola telaio

Ma a differenza di molte altre ha visto quale potenziale aveva la tessitura per le donne nella sua comunità e non ha avuto paura di fare un passo oltre la tradizione per rendere reale il suo sogno.

L’Associazione delle donne artigiane fu fondata da Doña Maria nel 1996, nel mezzo della miseria, e all’inizio le tessitrici scambiavano i loro prodotti con cibo. La sua “rivoluzione” fu cominciare ad usare il telaio a pedale (in immagine qui sotto): un attrezzo rigorosamente riservato agli uomini.

telaio a pedale

E mentre creava stoffe bellissime con questo telaio, fra le bocche aperte dei suoi vicini, chiese a sua figlia Elizabeth: Vuoi imparare? Elizabeth disse di sì. E altre donne si fecero avanti.

“Continuiamo a lavorare anche con il telaio a tensione dorsale, ovviamente. – dice ancora Doña Maria – Tutti i nostri prodotti cominciano con le tinture naturali che si trovano nella giungla tropicale, il cuore della terra Maya. Noi dell’associazione siamo Tzutujil, uno dei 21 gruppi etnici discendenti dai Maya, e i nostri tessuti si rifanno alla tradizione artistica dei nostri antenati. Per rimanere fedeli alle tecniche artistiche Maya, produciamo in modo sostenibile tutte le materie prime di cui abbiamo bisogno, dai semi alle fibre naturali. Potrei dire che, in questo senso, le nostre stoffe sono… leggendarie! Il prossimo passo nel nostro sogno è coordinarci con altri gruppi di donne nella nostra regione e addestrare quelle che lo desiderano.”

Eka

La donna ritratta nella fotografia con i suoi due bambini, in quel di Bali – Indonesia, è invece Eka (in numerosi contesti, asiatici e non, è comune che le donne non abbiano cognomi).

Nel 2009, il marito di Eka morì dopo una lunga malattia: lei aveva dato alla luce il loro secondo figlio da dieci giorni e tutto quel che le restava fra le mani era il conto esorbitante dell’ospedale da pagare. Il marito di Eka era un intagliatore, come lo era stato il padre di lei, soprattutto di noci di cocco; un mestiere “da uomini” in cui le donne possono intervenire solo per le rifiniture. Ma Eka non era solo una “rifinitrice”, era un’artista con la capacità di creare da sé sculture splendide. “Pensai prima di tutto ai miei bambini, al loro futuro. E pensai che diventando un’intagliatrice avrei onorato la memoria di mio marito. I miei bimbi sono ancora oggi la fonte della forza del mio spirito. Grazie a loro, non posso cadere.” Eka ha avuto numerosi riconoscimenti per le sue opere e basta guardarle per capire perché. (Qui sotto vedete un pannello e una scultura di Eka.)

aironi e loto

madre e bimboEd eccoci arrivate a Ernestina Oppong Asante, Ghana. La sua storia ha una somiglianza fondamentale con quella di Eka: il desiderio tenace di avere risultati in un campo considerato “maschile”, quello della produzione di maschere intagliate e tamburi di legno.

Ernestina Oppong Asante

Nel 1999, sorda a tutti i richiami “ladylike” (sorry, non ho resistito), Ernestina aveva già messo in piedi il proprio laboratorio e aveva quattro apprendisti – maschi e femmine – sotto di lei. Il suo successo ha varcato negli anni i confini del suo paese (si trovano reportage sulle sue opere nei magazine artistici di mezzo mondo) ed Ernestina ne è ovviamente assai soddisfatta: “Sì, l’intagliare è stato a lungo visto come un mestiere da uomini, per cui sono felice non solo di essermi “infiltrata” ma di essere stata capace di avere un impatto sull’intero commercio.”

Alla fine ha persuaso persino il marito Daniel, tassista con qualche esperienza da carpentiere, a intagliare con lei. Assieme, hanno formato dieci fra intagliatori e intagliatrici che oggi sono riconosciuti come artisti nel campo. Di seguito potete vedere due opere di Ernestina Oppong Asante. Il primo è un tamburo djembe e il motivo astratto alla sua base si chiama “Gye Nyame”, un simbolo Adinkra altamente considerato in Ghana: la sua forma rotante significa “Non temo nessuno ad eccezione di dio”. I simboli Adinkra trasmettono da secoli le tradizioni popolari.

tamburo in legno

Il secondo è un lavoro di intreccio. Filo dopo filo, Ernestina ha raffigurato la piccola Ama (Sabato, il giorno in cui è nata) nell’atto di bere. I recipienti attorno a lei assicurano che non avrà mai sete.

la piccola Ama

La tenacia e la bellezza che Ernestina mette nei suoi lavori hanno come fonte una visione artistica intrisa d’amore. Lei e Daniel hanno quattro figli propri, ma ne hanno presi in casa altri cinque senza famiglia. “Facciamo così tante cose – spiega orgogliosamente Ernestina – che siamo in grado di non far mancare loro nulla.” Maria G. Di Rienzo

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quercia di palestina

“Sindyanna di Galilea” è il nome comune della quercia palestinese (quercus calliprinos). E’ un albero noto per la longevità e per le proporzioni ragguardevoli che riesce a raggiungere qualora nulla lo danneggi. Nel folklore palestinese questa quercia porta con sé le benedizioni della durata, della stabilità e del radicamento nella terra, e in tempi antichi statue di divinità venivano custodite dalla sua ombra. Le querce così onorate erano dichiarate sacre, e a tutt’oggi sono considerate sacre quelle che crescono accanto alle tombe o in luoghi di culto.

“Sindyanna di Galilea” è anche il nome di un’associazione di donne che esiste dal 1996, con lo scopo di aiutare i coltivatori e i produttori arabi del Territori Occupati, in special modo le lavoratrici degli oliveti. Ecologia, costruzione di pace, cancellazione della povertà, istruzione e commercio equo sono i principi lungo cui queste donne si muovono. La cooperazione fra palestinesi ed ebrei che il loro lavoro concretizza, dicono, è un modo per mostrare che la soluzione al conflitto comincia con il creare opportunità economiche reali. (In Italia, il partner di Sindyanna per il commercio equo è la Cooperativa Chico Mendes.)

mani al lavoro

Il 28 luglio 2014 la Presidente dell’associazione ha reso pubblica la lettera seguente:

“Cari compagni e amici di Sindyanna,

di nuovo la nostra regione si rotola nel sangue del popolo palestinese. E’ come un film a puntate: meno di due anni sono passati dall’Operazione Pilastro di Difesa, ci troviamo nel mezzo dell’Operazione Margine Protettivo, e di nuovo il Primo Ministro Benjamin Netanyahu promette il cessate il fuoco per gli anni che verranno. Molti stanno chiedendo cos’è accaduto al “pilastro” che avrebbe dovuto assicurare felicità e prosperità. I missili e le sirene del “codice rosso” confondono i pensieri, e non è semplice capire perché e come siamo ancora caduti in questa guerra e come possiamo uscirne.

Il governo israeliano ha fatto tutto quel che poteva per perdere il tempo prezioso a sua disposizione, preferendo il mantenimento di una coalizione di destra al raggiungere un accordo con l’Autorità palestinese. Anche prima dell’ultima guerra, la Striscia di Gaza era sull’orlo del disastro umanitario e la situazione di Hamas era disperata: 40% di disoccupazione, 16 ore al giorno di interruzione nella fornitura di elettricità, mancanza di acqua potabile e circa 45.000 impiegati statali senza stipendio.

Il problema è che gli israeliani non vedono ciò che accade a Gaza quando i missili non vengono sparati da là. Perciò è facile per il governo israeliano indurli a credere che sono esposti ad una minaccia esistenziale proveniente dalla popolazione di Gaza, il che giustifica persino aggressioni devastanti come quella a cui stiamo assistendo oggi. L’abisso creato da questa guerra fra gli israeliani e i palestinesi è molto più profondo dei tunnel scoperti a Gaza, guarirne non sarà facile.

Noi “Sindyanna di Galilea” miriamo a costruire ponti fra gli israeliani e i palestinesi. Crediamo che sono unendo le forze fra ebrei ed arabi potremo costruire qui una società equa e giusta. Sino a che ci sarà divisione fra ebrei ed arabi la destra israeliana continuerà a farsi beffe di noi, trascinandoci in guerre insensate che nessuna società umana dovrebbe permettere.

Vorremmo condividere con voi il messaggio che abbiamo ricevuto in questi giorni dal nostro partner palestinese, BFTA di Betlemme: “Sfortunatamente, sembra che tutto ciò che possiamo fare è sperare e pregare affinché questo conflitto cessi presto e la pace con giustizia sia infine realizzata nella regione. Tuttavia, in questo momento vogliamo dare un piccolo ma significativo segno di speranza. Noi stiamo continuando a lavorare con il nostro partner israeliano per il commercio equo, “Sindyanna di Galilea”, tramite i progetti “Commercio equo / Pace equa” che abbiamo ideato insieme. Continueremo a impegnarci per diffondere all’esterno il messaggio della pace e della giustizia, che congiuntamente condividiamo nelle nostre organizzazioni. Stiamo fianco a fianco mentre cerchiamo di superare questo ostacolo che ci è stato messo di fronte, ed abbiamo contatti regolari nel mentre lavoriamo verso la realizzazione di un futuro diverso, più ricco di speranza e pacifico.”

A voi chiediamo di unirci a noi nel protestare contro questa guerra, con dimostrazioni di massa nelle strade o in qualsiasi altro modo potete, per fermare la tragedia umanitaria e raggiungere finalmente una soluzione giusta per l’istanza palestinese. Sinceramente, Hadas Lahav.” (trad. Maria G. Di Rienzo)

stop the war

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