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(“Women’s struggle for peace in Colombia”, di Hasan Dodwell per Insight on conflict, 8.1.2013. Trad. Maria G. Di Rienzo)

Betty Puerto Barrera è un’attivista per la pace colombiana. Il suo lavoro si è concentrato in particolar modo sulle donne e sulla lotta per mettere fine a tutte le forme di violenza subite dalle donne in Colombia. Betty è membro di una delle più antiche associazioni di donne del paese, l’Organizzazione delle donne del popolo, e fa parte di una piattaforma nazionale che promuove una soluzione negoziata al conflitto armato.

dipinto di Carlos Orduna

Cos’è l’Organizzazione delle donne del popolo (ODP)?

L’ODP è un processo organizzativo sociale e politico. Favorisce la formazione di soggetti politici che abbiano allo stesso tempo coscienza di classe e coscienza di genere. Facciamo resistenza al conflitto armato e a tutte le forme di violenza, siano esse culturali, sociali, economiche o politiche; lavoriamo per promuovere il diritto ad una vita dignitosa e per proteggere i diritti umani fondamentali delle donne e delle comunità locali. L’ODP vede il processo dell’organizzare le comunità, l’istruzione e la mobilitazione di massa come sistemi per trasformare la realtà colombiana e raggiungere una pace con giustizia sociale.

Che impatto ha il conflitto armato in Colombia sulle donne?

Le realtà che hanno portato al conflitto armato sono presenti in modo esagerato nelle vite delle donne. Le cause del conflitto hanno le loro radici nella diseguaglianza sociale, nella proprietà della terra, nella relazione storicamente violenta fra popolo e governo, negli sgomberi dei territori, nella politica di sterminio contro chiunque osi pensare in maniera diversa, o pensare alla pace. Tutte queste ragioni e cause che stanno dietro il conflitto hanno un grandissimo impatto sulle donne. Senza eccezioni, le donne in Colombia sono attaccate da un lato dalle condizioni strutturali di diseguaglianza sociale, dall’altro dallo stato che protegge un sistema sessista e patriarcale, e infine dagli agenti il conflitto illegalmente armati, le forze militari e paramilitari che trasformano le donne in oggetti per lo sfruttamento sessuale.

Qual è stato il ruolo delle donne nella lotta per la pace in Colombia?

Sono le donne a soffrire maggiormente le conseguenze di una guerra e sono state le donne ad aver avanzato con convinzione proposte per mettere fine a questi mali sociali, culturali e politici che piagano le loro comunità. Solo per fare qualche numero, ci sono in giro cinque milioni di rifugiati interni, e il 70% sono donne e bambine. Ci sono quattro milioni di persone fatte “scomparire” a forza, quattromila sindacalisti sono stati uccisi e non è ancora possibile calcolare i danni causati alle donne dalle violenze sessuali. Le ricerche portate avanti sino ad ora ci hanno mostrato che nella maggioranza dei casi di sgomberi forzati la violenza sessuale è stata usata come arma per affrettare il processo. Questi sgomberi hanno avuto la funzione di far passare le terre migliori dai contadini e dalle comunità indigene alle forze paramilitari e statali: in tal misura che oggi l’1% della popolazione possiede l’80% della terra.

In Colombia la maggioranza dei movimenti sociali che lottano contro la guerra e in favore della pace sono costituiti o guidati da donne. Persino prima che la Corona spagnola arrivasse sul continente americano, le donne in Colombia hanno fatto la storia difendendo il loro territorio, e questa in sostanza è stata la motivazione della nascita di ODP quarant’anni fa. Per quarant’anni ODP ha lavorato con le donne e le comunità per superare le fratture lasciate dalla guerra. Nel 2000 promosse la formazione del “Movimento sociale delle donne contro la guerra e per la pace”, come proposta politica in favore di una soluzione negoziata al conflitto armato e sociale in Colombia.

Che lavoro fa il Movimento?

Il Movimento è l’espressione delle donne che chiamano il governo e gli attori armati a raggiungere una soluzione negoziata e politica al conflitto. L’iniziativa nacque nella città di Barrancabermeja, dove le donne avanzarono una proposta di soluzione negoziata, e oggi è un fenomeno nazionale, in cui siamo accompagnate da organizzazioni alleate che attraversano tutta l’America e altri continenti. Il Movimento è composto da donne delle regioni povere, donne contadine, politiche, indigene, studenti, lavoratrici, casalinghe, rifugiate, donne di città, accademiche, donne delle organizzazioni regionali pacifiste, donne delle organizzazioni delle vittime: tutte hanno contribuito ai principi di autonomia e civiltà del Movimento.

Nel 1996, le donne esasperate dalla guerra cominciarono a riunirsi per trovare soluzioni e spinsero per la creazione di questo nuovo movimento. Dapprima fu solo l’espressione delle preoccupazioni e dei disagi, poi diventò una serie di proposte e oggi è un processo da cui abbiamo costruito una piattaforma per lottare a livello nazionale.

Che lezioni avete appreso da questi differenti processi di resistenza?

Senza dubbio ci sono state molte esperienze, molte lezioni: e molte sono impregnate di dolore, dell’alto costo che si viene inevitabilmente a pagare quando si lotta contro la guerra. Durante questo lungo viaggio abbiamo perso parecchie vite umane e abbiamo perso un bel po’ anche in senso materiale. Siamo tuttavia convinte che valesse la pena di unirsi in una lotta comune, di costruire diverse proposte e di migliorare le vite delle persone, rimuovendo i più giovani dalla guerra, piantando i semi della vita nelle crepe dell’oscurità. Abbiamo fatto numerose esperienze tese a creare una cultura di pace e coesistenza.

Negli ultimi cinque anni abbiamo registrato 147 casi di minacce di morte contro di noi. Nostre attiviste sono state fatte “scomparire”, sono state assassinate, torturate, screditate o costrette a vivere in esilio. Ora che ci penso, siamo davvero riuscite a reinventare noi stesse per poter andare oltre la paura e dire al mondo, e agli agenti armati del conflitto, che “E’ meglio aver paura ed esistere, che cessare di esistere a causa della paura.”, e dire allo stato colombiano: “Non un altro uomo o un’altra donna o un altro soldo per la guerra”.

Diamo una valutazione estremamente positiva della costruzione di una rete sociale e politica e siamo orgogliose dell’internazionalizzazione delle proposte del Movimento. Abbiamo tenuto cinque eventi internazionali cui hanno partecipato donne da tutti i continenti: insieme, siamo state in grado di condividere conoscenze, iniziative e sogni.

Che messaggio vuoi mandare ad altre donne che vivono in situazioni di conflitto armato?

Il messaggio di una resistenza globale. E un messaggio di speranza. Prendersi cura le une delle altre è terribilmente importante, perciò abbiate cura di voi stesse. Per resistere alla guerra ed alle sue devastanti conseguenze dobbiamo globalizzare le nostre resistenze, dobbiamo unirci a persone che stanno dall’altra parte come a quelle vicine a noi, e dobbiamo unirci a quelle di altri continenti, riaffermando la decisione di lavorare insieme per il diritto ad un’esistenza libera da ogni forma di violenza: per ottenerla dobbiamo contrastare le diseguaglianze, il sessismo e la guerra.

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Ciudad Juarez - Messico

(Intervista ad Ana Carcedo di Cefemina – Centro Feminista de Información y Acción, Costa Rica, di Gabriela De Cicco per Awid, 30.11.2012. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

Cosa si intende per “femicidio” e “femminicidio”?

Ana Carcedo (AC): In Honduras e in Costa Rica, quando cominciammo nel 1994 ad indagare sulle morti delle donne, adottammo il concetto di “femicide” sviluppato da Diana Russell (http://www.dianarussell.com/) e lo traducemmo come “femicidio”. Contemporaneamente, senza che noi lo sapessimo, nella Repubblica Dominicana Susy Pola stava conducendo ricerche simili alle nostre e tradusse “femicide” come “feminicidio”. Marcela Lagarde espanse il concetto di Russell includendo l’impunità: lei sostiene che questo è qualcosa di nuovo e che si chiama “feminicidio”.

Per cui, nell’America Centrale ci sono due differenti termini per descrivere due tipi di crimine. Il femicidio è l’assassinio di donne da parte di uomini perché sono donne, a causa della loro “subordinazione” di genere. Tale subordinazione è dovuta alle relazioni diseguali di potere fra donne e uomini a cui ci si riferisce nella Convenzione Inter-Americana sulla prevenzione, la sanzione e lo sradicamento della violenza contro le donne, chiamata Convenzione “Belem do Para”.

Questa violenza non è casuale. E’ il prodotto di una particolare struttura sociale in cui le donne occupano una posizione più bassa e subordinata, il che facilita la violenza contro di esse. Il femicidio è la forma più estrema di violenza contro le donne.

Femminicidio si riferisce all’impunità e alla complicità relative ai femicidi. Il crimine non viene commesso solo quando si uccide una donna, ma anche quando lo Stato non investiga accuratamente e si fa complice. In questo caso, noi diciamo che lo Stato commette il crimine di non garantire alle donne una vita libera dalla violenza e di non garantire il loro diritto alla giustizia.

Cosa vi ha spinto ad indagare sulle morti delle donne nel 1994?

AC: Sin dagli anni ’80, le femministe hanno lavorato duro per rendere visibili le differenti forme di violenza contro le donne. Fu durante il primo incontro latino-americano e dei Caraibi (Bogotà, Colombia, luglio 1981, ndt.) che il 25 novembre fu stabilito come Giorno Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Che la violenza uccidesse era una realtà che avevamo compreso da prima, ma durante gli anni ’90 cominciammo a voler portare attenzione su questa realtà. In questo periodo un legge che includeva misure protettive passò in Costa Rica, ma non era quella che le femministe avevano proposto. Le organizzazioni femministe, inclusa Cefemina, avevano proposto una legge che proteggesse le donne all’interno delle relazioni, ma quella che passò parlava invece di proteggere le “persone”. Per cui, nel 1997, cominciammo a lavorare per avere una legge che criminalizzasse la violenza contro le donne.

Restammo irremovibili rispetto al fatto che doveva essere un legge che rispettasse la “Belem do Para”, e non una legge neutra rispetto al genere, ad uso e consumo degli uomini. In quel contesto volevamo dimostrare che la violenza non è simmetrica, non è lineare; volevamo provare che i femicidi esistevano e che non esisteva situazione paragonabile per gli uomini. Fu così che la prima ricerca sul femicidio ebbe inizio in Costa Rica.

Secondo te i femicidi stanno aumentando? Se sì perché pensi che accada? Dove sono maggiormente prevalenti?

AC: In Honduras, Guatemala, El Salvador, i femicidi sono aumentati, non solo di numero, sono cresciuti anche in brutalità. Nel resto dell’America Centrale il dato fluttua, ad eccezione del Messico che ha un tasso permanentemente alto di femicidi. L’ipotesi che noi avanziamo nella ricerca, che si intitola “Noi non dimentichiamo, Noi non accettiamo. Femicidio nell’America Centrale.”, è che l’aumento sia collegato agli attuali contesti economici e politici della regione. L’imposizione dell’economia della globalizzazione ha significato perdite consistenti per i nostri paesi, in special modo per le donne. Ciò ha dato come risultato il crescente successo degli affari di mafia. Le condizioni che nutrono la violenza contro le donne sono create nei nostri paesi, come il traffico di donne e di droghe. Anche la migrazione comporta rischi seri per le donne. A livello economico esse sono relegate nelle maquilas (laboratori in cui operano in condizioni di semi-schiavitù, ndt.), e anche la militarizzazione e le maras (gang criminali giovanili, ndt.) sono problemi.

Per il passato, le reti mafiose avevano una sorta di codice di condotta che lasciava le donne fuori da tutto. Oggi è l’esatto opposto: i criminali usano le donne come leve. Per esempio, usano le donne delle famiglie “nemiche”, perché esse sono comunque “a disposizione” e i nemici si sentiranno minacciati. E’ quella che Rita Segato (femminista brasiliana, ndt.) chiama il messaggio orizzontale inviato da uomini ad altri uomini uccidendo donne. Esso dice: “Questo è il mio territorio. Se oso uccidere senza temere ritorsioni è perché mi sono già comprato a mazzette le autorità locali.” Le giornaliste e le difensore dei diritti umani delle donne, poiché apertamente espongono queste situazioni, sono particolarmente vulnerabili a tale forma di violenza.

Dove hanno fallito le politiche per contrastare i femicidi nei paesi in cui essi sono in crescita?

AC: Nonostante tutte le leggi, il problema continua ad essere la fallacia dell’indagine legale. Non c’è interesse a farla in modo corretto. In Costa Rica noi abbiamo leggi che criminalizzano la violenza contro le donne, ma a più del 70% delle denunce che ricadono sotto queste leggi non viene dato proseguimento legale: il magistrato decide che nessun crimine è stato commesso. Alle donne che chiedono giustizia per le loro figlie si risponde che le ragazze erano mareras (appartenenti alle gang criminali giovanili, ndt.), puttane, tossicomani, quando in effetti erano solo studentesse. E inoltre, cosa importerebbe anche se fossero mareras o prostitute? Alla denuncia deve seguire un’indagine, punto e basta.

Gli Stati reagiscono solo quando organismi internazionali esercitano pressione su di loro. Il Guatemala ha risposto bene alle pressioni: nel 2008 hanno approvato la legge “Contro il femicidio ed altre forme di violenza dirette alle donne”. Ora hanno avvocati e magistrati specializzati in materia. E quest’anno hanno risolto casi di femicidio commessi dalle maras, dimostrando che la cosa può essere fatta se c’è la volontà politica di farla.

Quali cambiamenti sono necessari affinché queste politiche siano efficaci? Cos’altro dovrebbero fare gli Stati?

AC: Quasi tutti i paesi dell’America Centrale hanno leggi specifiche sulla violenza contro le donne. Abbiamo bisogno di magistrati che sappiamo come indagare e presentare le accuse, e che vogliamo farlo. Dobbiamo chiedere che il pm raccolga tutte le prove e gli esami specifici richiesti. Più polizia dev’essere istruita ad un responso rapido, in particolar modo nelle situazioni ad alto rischio. A livello regionale ed internazionale dobbiamo creare spazi dove agli Stati si richieda di rispondere per quanto sta accadendo.

Puoi dirci qualcosa del “Modello di protocollo per investigare e documentare efficacemente il femicidio/femminicidio”?

AC: Ci stiamo lavorando. Tentiamo di mettere insieme alcune linee guida specifiche per indagare sui femicidi, che tendono a non essere seguite quando i femicidi sono indagati come omicidi ordinari. Sviluppare l’ipotesi è cruciale: il primo che arriva sulla scena del crimine crea un’ipotesi basata sulle sue prime impressioni. Ad esempio, se un cadavere di donna è scoperto in uno spazio vuoto, si può concludere che l’attacco è derivato da un tentativo di rapina; se questa ipotesi diventa la sola ipotesi in campo non c’è altro da fare, il caso è chiuso. La chiave è avere una buona ipotesi investigativa che non sia chiusa e, soprattutto, che contempli la possibilità di un omicidio intenzionale, commesso da persone che conoscevano la donna. Per le analisi tecniche non è diverso: secondo il nostro modello gli esperti fanno le autopsie al modo solito, ma stanno più attenti (e riportano al magistrato) se vi sono segni di morsi, marchi di coltello, se la parola puta (puttana) è stata incisa sul petto della donna, eccetera.

Io sono fra quelle che pensano che ogni omicidio di donna dovrebbe essere investigato dapprima come possibile femicidio, scartando l’ipotesi qualora nulla la comprovi. Ciò permetterebbe di evitare la perdita di informazioni importanti e più casi potrebbero essere risolti.

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Dopo l’Olanda, la Colombia è il paese maggior esportatore di fiori al mondo. Le donne sono il 65% della forza lavoro relativa (che ammonta a circa 100.000 persone). La Colombia è anche la nazione più pericolosa sul pianeta per i sindacalisti: il 55% degli omicidi di sindacalisti commessi fra il 2001 ed il 2010 è avvenuto in Colombia.

“Se dici di essere una sindacalista è come se dicessi di essere una guerrigliera o una terrorista: l’atmosfera è quella e al minimo sei trattata con sospetto.”, spiega Aura Rodriguez, presidente di “Corporación Cactus”, un’organizzazione non governativa con sede a Bogotà che sostiene i diritti delle lavoratrici nell’industria della floricoltura. Circa il 12% delle floricoltrici e dei floricoltori sono iscritti ad un sindacato, ma meno dell’1% di questi “sindacati” sono realmente indipendenti dalle compagnie commerciali… e cioè ci sono due sindacati indipendenti in tutto il paese. “Erano 15 solo l’anno scorso.”, dice con rammarico la 43enne Lydia López, presidente di uno dei due rimasti, Untraflore, “Abbiamo 2.500 membri, quasi tutte donne, ma solo 42 si fanno riconoscere come tali sul luogo di lavoro. Anch’io subisco pressioni dai datori di lavoro e dai colleghi, ma fino ad ora non ho ricevuto minacce. Essere la leader cambia un po’ lo scenario. E sono orgogliosa se questa mia visibilità aiuta a fare differenza rispetto ai diritti di chi lavora.”

Gli abusi ai danni delle lavoratrici, aggiunge Aura Rodriguez, stanno infatti peggiorando mano a mano che l’industria espande i suoi profitti. Un grosso problema delle lavoratrici è il deterioramento della loro salute dovuto alla continua esposizione ai pesticidi: si va dalle nausee alle eruzioni cutanee, dai problemi respiratori agli aborti spontanei. “La maggioranza delle lavoratrici sono le principali provveditrici di reddito per le loro famiglie. Hanno davvero bisogno di quel lavoro, non possono lasciarlo. E questo le rende più vulnerabili allo sfruttamento.” “Corporación Cactus” maneggia più di 200 denunce l’anno, inclusi molti casi di floricoltrici licenziate perché incinte o perché infortunate sul lavoro. Yolanda Castaneda, 41enne, è una di queste ultime. Da più di un anno sta lottando assieme a “Corporación Cactus” per essere riassunta e perché le paghino gli stipendi che le devono; nel gennaio 2011 è caduta mentre tagliava fiori e si è ferita abbastanza seriamente: da allora è stata ripresa di continuo perché i suoi standard produttivi erano “sotto la media” e licenziata nel giugno successivo. Se state pensando che non doveva lavorare in quelle condizioni e che l’infortunio doveva essere pagato (ma che, vi illudete ancora che operaie e operai siano esseri umani?) eccovi la storia di Juanita – che non fornisce il cognome perché il suo, di licenziamento, è in agguato.

All’avvicinarsi di S. Valentino il carico di lavoro e gli orari, nei campi di fiori colombiani, si allungano a dismisura. E’ stato così anche quest’anno, ma ad un certo punto la mano destra di Juanita, 32enne, era talmente dolorante da renderle impossibile il continuare. Timidamente, lo disse al suo datore di lavoro. “Mi rispose: No, mamacita, stai benissimo. Se sei malata sei incapace, e se sei incapace non lavori qui. Mi avrebbe licenziata all’istante, e allora mi sono condizionata a lavorare sopportando dolori sempre più forti.” Juanita, che paventa il momento in cui crollerà, è madre di due figli e la sola responsabile del loro mantenimento. I campi dove lavora sono ad un’ora di viaggio da Bogotà, fra verdi valli che ricevono pioggia regolarmente e dodici ore di sole al giorno: i fiori, a differenza di lei, sono in condizioni ottimali. Se Juanita si rivolgesse ad un sindacato potrebbe, anche se a fatica, ottenere un permesso per malattia, o un compenso per le cure mediche. Ma non sarà facilissimo convincerla: quando la parola “sindacato” è stata menzionata in sua presenza Juanita, che non la conosceva, ha chiesto di che si trattava. Maria G. Di Rienzo

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(“In Colombia, Children of War Rebuild Their Lives Through Art”, di Yifat Susskind, direttrice esecutiva di MADRE – www.madre.org – 28.6.2012, trad. Maria G. Di Rienzo)

 

La municipalità di Usme era un tempo considerata un luogo remoto, ben distante dalla capitale del paese, Bogotà. Ma durante gli anni, le colline fra le due località si sono popolate di milioni di famiglie disperse da decenni di guerra in Colombia. Oggi l’area è fitta di insediamenti e molti di essi non sono riconosciuti dal governo; la gente che li abita non ha forniture d’acqua o elettricità e ben poche prospettive per ricostruire vite che la guerra ha dilaniato.

Quando arriviamo ad Usme, veniamo accolte al Centro gestito dalle nostre partner dell’associazione “Taller de Vida” da adolescenti sorridenti, alcuni timidi, altri desiderosi di mettere alla prova il proprio inglese. Tutti sono dei rifugiati di guerra. Alcuni stanno guarendo dalle esperienze fatte come bambini-soldati, altri dagli orrori di cui sono stati testimoni nei loro villaggi prima di fuggire. Le ragazze e i ragazzi si affollano attorno a noi per mostrarci i bellissimi murales che hanno dipinto nel Centro per rendere visibili le loro speranze di pace. Cominciamo a conversare sulle loro vite, sull’importanza che ha per loro frequentare settimanalmente il Centro.

Il dialogo torna continuamente al conflitto armato, alle minacce che questa gioventù affronta ogni giorno: “Dobbiamo confrontarci con i trafficanti di droga, le tossicodipendenze, gli incubi del passato. Ma la minaccia più terribile che abbiamo di fronte è la possibilità di perdere i nostri sogni.”, dice Luis, diciottenne, “Perché il conflitto armato non è solo nelle montagne, è nei nostri quartieri, è persino qui, perché è nelle nostre case, è la violenza nelle nostre famiglie. Ed è triste da dire, ma è nei nostri cuori. E’ questo che stiamo tentando di cambiare.” Tutti gli altri e le altre annuiscono. Il gruppo, la cui età va dai 13 ai 18 anni, ci mostra una performance di danza: una fusione di forme tradizionali colombiane, hip-hop e salsa. “Qui a “Taller de Vida” non impariamo semplicemente i passi per ballare.”, dice Joana, ancora ansimante dopo la danza, “Impariamo i passi per vivere!” Un altro ragazzo spiega: “Nel mio villaggio avevamo solo le nostre vecchie canzoni, ma qui in città siamo mischiati insieme, afro-colombiani e indigeni, e tutti abbiamo portato con noi le nostre canzoni e le mischiamo con la musica ed i ritmi che scopriamo qui. E’ un modo in cui mostri le differenze senza perder memoria di quello che sei. Io ho le mie tradizioni, e posso condividerle con gli altri tramite la danza. Sono orgoglioso della musica che viene dal mio villaggio, ma anche eccitato dall’apprendere nuova musica: non vedo l’ora di scoprire cosa saremo capaci di fare insieme, e so che sarà di più di quanto avremmo fatto ognuno singolarmente.”

Ci spostiamo ad una scuola nel vicinato dove “Taller de Vida” tiene corsi durante i finesettimana o le vacanze. La grande mensa risuona di voci e risa ed è piena di ragazzi e ragazze in magliette colorate e jeans. Il posto è identico a qualsiasi refettorio di qualsiasi altra scuola: la differenza è che tutti questi adolescenti sono stati soldati da bambini. Alcuni sono stati rapiti dai guerriglieri antigovernativi di FARC, altri dai gruppi paramilitari associati al governo e, in numero crescente, dalle corporazioni multinazionali che sfruttano le risorse naturali in Colombia. Alcuni altri si sono uniti ai gruppi armati di propria iniziativa: per fuggire la violenza domestica e la fame.

Che siano stati costretti dalla forza bruta o da brutali circostanze, di tutti loro si è abusato. In molti casi l’abuso è stato anche sessuale e alcune delle adolescenti in questa stanza sono già madri. Un bel po’ di questi ragazzi sono analfabeti o analfabeti di ritorno avendo perso anni di scuola mentre combattevano. Altri, dispersi provenienti dalle comunità indigene, hanno imparato lo spagnolo solo di recente e faticano a comunicare. “Taller de Vida” aiuta questi giovani a guarire e a ricostruire le loro vite. Il programma che tengono nella scuola si rivolge a 60 ex bambini-soldati la cui età va dagli 8 anni ai 18 e prevede sessioni di discussione, istruzione sui diritti umani, terapie che impiegano la musica e l’arte.

E’ visibile come le ragazze e i ragazzi stiano rifiorendo grazie ai programmi di “Taller de Vida”, ma ci sono così tanti problemi da superare. Percepisco che il lavoro che resta da fare è enorme. Ma con le nostre compagne di “Taller de Vida”, e le nostre sorelle e le nostre sostenitrici in tutto il mondo, lo stiamo facendo insieme. Ogni mattina ci svegliamo pronte a continuare.

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Colombia del nordovest, valle del fiume Curbarado: uno dei luoghi al mondo ai primi posti per ricchezza di biodiversità, prima che il conflitto fra guerriglieri, forze governative e milizie paramilitari lo facesse a pezzi, assieme all’avidità delle compagnie estere interessate all’olio di palma. L’offensiva “decisiva” in questa zona, militare e industriale, è cominciata negli anni ’90 dello scorso secolo.

“L’ambiente è cambiato così tanto che ora tutto sembra completamente diverso. Tutto è stato distrutto: gli alberi, la giungla, i fiumi, i ruscelli.”, dice Maria Chaverra, 69enne madre di otto figli e  nonna di 37 nipoti. Maria vive nel luogo da oltre mezzo secolo, membro di una delle comunità di origine africana che hanno praticato per generazioni agricoltura di sussistenza trattando i terreni come proprietà collettiva. Dal bacino del Curbarado all’altra valle fluviale, quella del Jiguamiando a sud, Maria Chaverra è conosciuta come “la matriarca”, in riconoscimento del suo ruolo di leadership. Grazie a Maria, infatti, è stata creata la zona umanitaria detta “Camelias”, su tre ettari e mezzo di terreno di sua proprietà, a cinque minuti di cammino dal fiume. La zona è sotto la protezione del Tribunale Inter-Americano per i Diritti Umani ed è la casa di una trentina di famiglie di dispersi e rifugiati interni che hanno sfidato innumerevoli pericoli per potersi reinsediare nella  regione. Alcune famiglie tornano poi alle fattorie e ai campi da cui hanno dovuto fuggire, altre arrivano a prendere il loro posto.

“Mio marito ed io abbiamo donato la terra per rimettere la gente insieme, per lottare, difendere e denunciare.”, dice ancora Maria, “Denunciando ciò che accadeva qui, a livello nazionale ed internazionale, siamo stati in grado di creare la zona umanitaria. In questo modo ci stiamo muovendo più vicini alla terra che era nostra, e quando ognuno potrà tornare alla propria casa della zona umanitaria non avremo più bisogno. Sopravviviamo nel mezzo di un conflitto, ma nessuno di noi ha qualcosa a che fare con i gruppi armati: ne’ i paramilitari, ne’ l’esercito, ne’ i guerriglieri.”

I gruppi paramilitari hanno fatto la loro comparsa nella zona, ufficialmente, per scacciare i guerriglieri, ma il loro vero scopo era la terra: per forzare gli abitanti a lasciarla interi villaggi sono stati dati alle fiamme, e una triste e lunga lista di omicidi si è formata. Nel 1997, l’intera popolazione dei due bacini fluviali aveva lasciato l’area. Le stime sul numero dei rifugiati interni in Colombia vanno dai tre milioni e mezzo ai cinque milioni di persone.

“Noi siamo stati cacciati dallo stato stesso”, spiega Maria Chaverra, “perché le incursioni sono state agite dai paramilitari in accordo con l’esercito, la Brigata 17. Non è stata la guerriglia a spingerci via, io ne sono testimone. Solo i civili hanno sofferto. Troppi hanno visto i loro bambini morire, e gli adulti sono stati lasciati morire senza assistenza medica, senza nemmeno un semplice antidolorifico. Le donne hanno partorito lungo i sentieri: entravano in travaglio mentre stavano fuggendo e quando non riuscivano più a correre si fermavano e mettevano al mondo i loro figli là dov’erano. Così è stata la nostra vita durante questa guerra.”

La famiglia di Maria, assieme ad altre sette, decise di restare nella zona e di schivare la morte: “Non stavamo mai fermi a lungo. Al primo fischio di pallottola ci spostavamo da un’altra parte. Una volta abbiamo vissuto nelle montagne per sei mesi, senza alcuna protezione dagli elementi, e spesso abbiamo rubato dai campi per mangiare. Quando siamo riusciti a tornare alle nostre fattorie, non c’era un singolo pezzo di terra coltivabile che non fosse coperto da palme africane e i pesticidi avevano devastato tutto il resto. Ma nonostante la paura abbiamo cominciato daccapo. Abbiamo ripiantato il riso e il grano.”

Naturalmente, chi aveva cacciato “la matriarca” e la sua gente e coltivato abusivamente le loro terre non è contento. Dal dicembre scorso “Camelias” è ormai praticamente circondata da insediamenti di occupanti non meglio identificati, che oltre ad aver già stuprato due bambine (di quattro e dieci anni), hanno fatto sapere che se vengono disturbati risponderanno con questi tre attrezzi: il bastone, il machete e il piombo. “Le stesse compagnie economiche che avevano fatto di noi dei rifugiati sono dietro l’invasione.”, spiega Maria, “E quel che vogliono è che noi ci si scontri violentemente con loro, di modo da poter dire: Vedete? Questi miserabili si fanno la guerra tra di loro, devono essere controllati. Gli occupanti non sono rifiugiati di ritorno, non appartengono a questa zona, e vogliamo che siano le autorità a farsene carico. Legalmente e pacificamente. Non cadremo nella trappola della violenza di risposta.” Maria G. Di Rienzo

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Claudia Tapias non si è mai permessa di avere sogni, per il passato. Cresciuta con sei fratelli, maggiori e minori, unica femmina, le è stato insegnato a fare qualunque cosa per loro senza chiedere nulla in cambio. Claudia si è sposata giovane, ha tre figli di 26, 25 e 22 anni, ed è una delle tante donne rese vedove dalla violenza imperante in Colombia, dove la maggior parte degli omicidi restano impuniti e troppe famiglie attendono ancora una risposta al loro dolore.

Questa donna minuscola di 47 anni, dalla voce che ha il ritmo quieto di una pioggia leggera, non sembra proprio la persona più importante di Santa Elena, ne’ si definirebbe mai tale: eppure, per i suoi concittadini, in molti modi lo è. Santa Elena è l’insediamento agricolo dove Claudia è nata ed ha vissuto per tutta la vita e fa parte come municipalità della ben più famosa Medellìn. La gente di Santa Elena coltiva granoturco, patate, lattuga, una gran varietà di frutta fra cui fragole e more, ed una varietà ancor più grande di fiori. La maggior parte delle famiglie della zona sono infatti “silleteros”, coltivatori tradizionali di fiori, e Claudia li considera la parte più vulnerabile della popolazione: per loro cerca incessantemente nuove opportunità e sviluppa progetti che coinvolgono la comunità intera.

Come presidente di una delle 16 circoscrizioni della municipalità, Claudia Tapias lavora sette giorni la settimana senza essere pagata. Il suo scopo principale, ogni giorno, è trovare le risorse per far partire e crescere i progetti che mirano a migliorare le vite dei contadini; il suo orizzonte, la cosa che considera più importante per la sua gente, è ottenere un mercato equo, un mercato giusto, un mercato a misura di esseri umani.

Claudia riuscì a suo tempo a finire le scuole superiori, ma non ebbe mai la possibilità di proseguire gli studi in uno dei due corsi universitari che la interessavano: scienze politiche e medicina forense. A prima vista può sembrare che le due carriere non abbiano molto in comune, dice Claudia, ma in realtà sono connesse: “Quando guardo le persone negli occhi, e vedo quanto disperatamente hanno bisogno di aiuto, so che se quell’aiuto non arriverà potranno essere uccise, o morire proprio nel tentativo di sopravvivere. E se questo succede, io ho bisogno di sapere perché. Cos’è accaduto? Chi non ha fatto il proprio lavoro? E perché non lo ha fatto, quando la vita ha un così grande valore?”

Claudia cominciò a portare le sue proposte ai funzionari governativi sin da quando era molto giovane; sapeva di non avere nessun addestramento specifico o ufficiale, ma il suo cuore e la sua saggezza le indicavano una strada verso una nuova vita, una vita di giustizia per i più poveri e gli abbandonati, una strada fatta di opportunità, eguaglianza, istruzione, salute, impiego e cibo, ma ancor di più di dignità e di rispetto per se stessi e gli altri. Claudia ha ridato alle donne e agli uomini di Santa Elena l’orgoglio di essere quel che sono. I progetti che ha portato a termine o in cui è attualmente coinvolta sono così tanti che è impossibile menzionarli tutti. Lo scorso anno erano le case ecologiche per i coltivatori, quest’anno ha ottenuto acqua potabile per 10.000 persone. Ci sono bambini che vanno a scuola e anziani che vengono curati solo grazie all’impegno di Claudia Tapias.

I sogni della gente di vivere una vita degna, pacifica, significativa, sono le sue priorità. Ma per se stessa Claudia non si aspetta granché, come al solito. Abita nella casa di suo padre con i tre figli, il suo compagno, un fratello che era diventato mendicante e che lei ha soccorso dalla strada, e la nipotina Sofia che è per lei “il centro della vita”.

Tuttavia, anche questa donna straordinaria che non sa di esserlo ha un sogno. Ne tiene parte nelle piccole mani, mentre parla, e infine lo mostra. Un mattone. Claudia Tapias sogna una casa propria. Per ora ha messo da parte nell’abitazione di suo padre cento mattoni, la toilette, un lavandino e dieci grosse lastre di vetro. Un giorno, spiega, spera di vivere nella casa che sogna con l’intera famiglia, e di preparare per tutti i suoi parenti le vivande deliziose che sa cucinare con tanto amore. E invero l’amore è l’ingrediente principale della sua esistenza. Maria G. Di Rienzo

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(di Laura Carlsen, direttrice dei Programmi per le Americhe del Centro per la Politica Internazionale di Città del Messico, www.cipamericas.org Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

 

 

Quando George W. Bush lasciò la Casa Bianca, il resto del mondo respirò di sollievo. La “dottrina della sicurezza nazionale” fatta di attacchi unilaterali, dell’invasione dell’Iraq motivata dal falso pretesto delle armi di distruzione di massa, e dell’abbandono dei forum multilaterali aveva aperto una nuova fase nelle aggressioni statunitensi. Nonostante ad essere sotto i riflettori fosse il Medioriente, la crescente minaccia di un intervento armato americano gettava la sua lunga ombra su molte parti del mondo. Due anni più tardi, quel senso di sollievo ha lasciato il posto a profonda preoccupazione. Dopo aver sperato in qualcosa di almeno simile a politiche di buon vicinato e di (relativa) non ingerenza, ci troviamo a fronteggiare una nuova ondata di militarizzazione in America Latina sostenuta e promossa dall’amministrazione Obama.

In alcuni paesi, la militarizzazione già caratterizza la vita quotidiana; soldati con fucili d’assalto pattugliano i quartieri e convogli armati monopolizzano le strade. Per Haiti, Honduras, Messico e Colombia, le speranze di tornare ad una civile coesistenza pacifica sono state distrutte da questa ondata. In altri paesi, come Costa Rica, le nuove politiche concertate fra governi conservatori e il Dipartimento della difesa statunitense stanno forzando restrizioni civili e costituzionali con il coinvolgimento degli eserciti. Paura, caos e segretezza sono gli attrezzi preferiti per abbattere le barriere che frenano la militarizzazione.

 

I costi della militarizzazione

Un esame di questo nuovo scenario rivela standard di vita deteriorati, aumento della violenza, migrazioni forzate, spostamento di priorità nei finanziamenti dai bisogni di base della popolazione alle armi ed allo spionaggio, e violazioni dei diritti civili e dei diritti umani. Nella nostra regione, il paradigma anti-terrorista di Bush è stato convertito – con ben poche differenze – nella guerra ai narcotici. Questo passaggio retorico serve a distanziare le politiche attuali dalla discreditata dottrina della sicurezza nazionale dell’amministrazione Bush, che era largamente impopolare in America Latina, una regione che non è interessata dalle minacce del terrorismo internazionale. I promotori della guerra alle droghe, invece, possono almeno puntare il dito su un problema reale e dei cattivi “classici”.

Il pensiero “macho” se ne esce di nuovo con la solita vecchia storia del bene contro il male che si confrontano sul campo di battaglia sociale, con il solo possibile risultato di avere un vincitore e uno sconfitto. Come cittadini, noi siamo meri spettatori, chiamati ad ignorare la corruzione massiccia che cancella i confini fra i due contendenti e ad accettare il fatto che la battaglia non finirà mai.

Una volta che gli eserciti abbiano il compito di combattere i loro stessi concittadini sul suolo nazionale, lo spostamento del focus dai cartelli della droga all’obiettivo più vasto di occuparsi di qualsiasi supposta sfida allo stato è un passo breve, storicamente provato. E’ un passo che mette tutti i dissidenti, anche e specialmente quelli nonviolenti, fra le maglie dell’apparato repressivo statale. Ciò che vediamo oggi in America Latina è che dietro agli scopi dichiarati ci sono gli obiettivi a lungo termine di controllare le risorse naturali e di garantirsi l’accesso ad esse: se necessario, con l’uso della forza.

 

Le donne chiamano alla resistenza nonviolenta

In tutta la nostra regione le donne, fra i settori più vulnerabili e formalmente meno “potenti” della società, si sono organizzate contro la violenza. Il loro ruolo fondamentale nei movimenti per la pace e contro la guerra non ha nulla a che fare con le argomentazioni fondamentaliste per cui le donne avrebbero un collegamento biologico più forte con la vita, che le porterebbe ad opporsi alle guerre. Abbiamo abbastanza esempi di donne, in politica e nella società, che hanno promosso guerra e militarizzazione per smentire questa affermazione, e numerosi esempi di uomini che rifiutano di sostenere le guerre.

L’impegno delle donne che si organizzano contro la militarizzazione nasce dalle loro specifiche coscienze ed esperienze, e dai ruoli che rivestono nelle comunità. Dalle “Femministe Resistenti” che hanno scelto di contrastare il colpo di stato in Honduras, alle Madri di Ciudad Juárez, in Messico, è stata la terrificante violenza seminata dalle strategie di confronto armato e dal militarismo a motivare le donne alla mobilitazione per la pace e la democrazia. Ciò che hanno sperimentato le spinge ad agire.

Un’altra ragione che spiega il diffuso attivismo delle donne nei movimenti antimilitaristi è che esse corrono rischi particolari sotto l’occupazione militare. Sono, o possono essere, vittime della violenza sessuale e di crimini basati sul genere, incluso l’uso sistematico dello stupro come arma di guerra e dell’abuso sessuale come punizione per le insubordinazioni. E’ da un po’ di tempo che sappiamo che lo stupro e l’abuso sessuale non sono meri atti individuali di soldati o “bottino di guerra”: sono tattiche di dominio che impiegano i corpi delle donne come mezzi per raggiungere scopi politici e militari. Nondimeno, è stato solo di recente che le Nazioni Unite hanno riconosciuto la violenza sessuale come crimine di guerra e questione riguardante la sicurezza internazionale. Nonostante l’adozione della Risoluzione 1325 dieci anni fa, l’impunità relativa a questi casi continua, favorita dall’indifferenza dell’opinione pubblica, dalla debolezza dei sistemi giudiziari e dal potere detenuto dalle stesse forze militari responsabili degli abusi.

 

L’organizzarsi delle donne nelle nazioni sotto assedio

L’Haiti di oggi è un tragico esempio di violenza sessuale diffusa in un ambiente militarizzato. Nonostante la presenza di 12.000 soldati appartenenti alla Missione stabilizzatrice delle Nazioni Unite, dopo il terremoto del 12 gennaio 2010 centinaia e centinaia di casi di stupro sono stati denunciati nei campi profughi; un’ong ha riportato la cifra di 230 stupri in 15 campi totali solo fra gennaio e marzo dello stesso anno, una cifra statistica che sfortunatamente appare essere solo la punta dell’iceberg. La concentrazione del volontariato internazionale e lo spiegamento di truppe non sono serviti a proteggere le donne haitiane. Le testimonianze di quelle violentate nei campi profughi attestano che i soldati non rispondono alle loro denunce e notano che la militarizzazione del paese ha indirizzato un enorme ammontare di risorse alle truppe, risorse che se fossero state canalizzate in cibo e alloggi avrebbero tolto le donne da condizioni ad alto rischio. Il caso di Haiti mette in luce una volta di più l’importanza dello sviluppo di analisi basate sul genere dall’inizio degli sforzi per la pace, al fine di raggiungere una visione complessiva delle violenze e di rendere maggiormente inclusiva la definizione di “sicurezza”.

Il contributo dato dalle donne ai movimenti antimilitaristi nei loro paesi non è solo questione di sostegno ad organizzazioni popolari o di rappresentazione, sebbene siano entrambe cose importanti. Le donne hanno anche le loro specifiche richieste, in merito ai loro diritti umani ed all’uguaglianza di genere. Questa agenda deve essere un pilastro nella costruzione di giustizia sociale e pace duratura.

Quale che sia l’urgenza delle lotte contro la militarizzazione in numerosi luoghi, le donne non hanno messo da parte l’agenda femminista, ne’ l’hanno lasciata per occuparsene “più tardi”. Come spiega Adelay Carias delle “Femministe Resistenti”: “Le immediate necessità di contrastare l’esercito, di fermare la repressione e di tornare all’ordine costituzionale sono ciò che ci ha motivate e guidate in questa lotta. Ma anche, sin dall’inizio, abbiamo capito che era venuto il momento di porre le nostre richieste, di ampliare i confini del nostro progetto… I nostri slogan “No ai colpi di stato, no ai colpi alle donne”, “Basta con il femminicidio”, “Ne’ lo stivale del soldato ne’ la tonaca del prete contro le lesbiche”, “Fuori i rosari dalle nostre ovaie”, si potevano udire in tutte le città in cui abbiamo sfilato chiedendo pace, libertà, eguaglianza, democrazia, giustizia.”

Yolanda Becerra, dell’Organizzazione popolare delle donne di Colombia, sottolinea che nel suo paese il movimento delle donne contro la militarizzazione e per la pace con giustizia, sta lottando “per tutti i diritti: il diritto di avere una vita dignitosa, il diritto di scegliere, il diritto di parlare, il diritto di mangiare pur essendo poveri…” Nell’agosto dello scorso anno, le donne colombiane hanno tenuto “l’Incontro internazionale delle donne e dei popoli d’America contro la militarizzazione” per costruire reti, discutere dei conflitti armati da una prospettiva di genere e “cercare modi per disarticolare la logica della guerra”. Donne da tutto il mondo hanno partecipato all’evento, che era legato alle proteste contro l’accordo per permettere la presenza militare statunitense in almeno sette basi dell’esercito colombiano.

Le donne pagano un prezzo salato per la loro resistenza. Le femministe honduregne hanno presentato un rapporto il 2.11.2010 alla Commissione Inter-Americana per i Diritti Umani in cui documentano centinaia di casi di stupro, abuso sessuale e violazione di diritti umani, nonché l’assassinio di donne della resistenza per mano dei fautori del colpo di stato. Alla colombiana Yolanda Becerra, dopo che aveva ricevuto molteplici minacce, la stessa Commissione garantì delle misure protettive.

La senatrice Piedad Córdoba, nota oppositrice della militarizzazione del suo paese e sostenitrice di una soluzione negoziata del conflitto, descrisse la situazione della Colombia all’Incontro internazionale succitato. Parlò dei quattro milioni di rifugiati interni che sono il risultato della militarizzazione del paese e del “trasferimento di più di cinque milioni di ettari di terra, appartenenti ai campesinos, agli interessi della grande industria che finanzia i corpi paramilitari” e concluse: “Questa è la ragione per cui le donne hanno deciso: non daremo più figli alla guerra. E’ impossibile usare la guerra per fermare la guerra. La pace non è solo una bella parola. La pace è la necessità di discutere come distribuire i benefici dello sviluppo, è discutere dei destinatari della ricchezza. Ci stiamo confrontando con uno stato che militarizza il pensiero, che militarizza persino il desiderio, l’amore, l’amicizia. Qualsiasi cosa accada, dobbiamo usare le nostre voci per protestare contro la guerra.”

La risposta del governo alle coraggiose parole di Córdoba fu velocissimo. Neppure un mese dopo la sua partecipazione al meeting delle donne contro la militarizzazione, le fu tolto il seggio al Senato e fu bandita da qualsiasi carica pubblica per 18 anni. Il governo della “sicurezza democratica”, l’ultima versione della militarizzazione, ha legami con le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC). Córdoba aveva in effetti partecipato alle negoziazioni ufficiali con le FARC – che sono solo un’altra espressione delle strutture militari patriarcali – ed ottenuto il rilascio di numerosi ostaggi. Dice che le misure del governo non la deruberanno della sua voce e continua a giocare un ruolo importante nel movimento per la pace.

Ora le donne messicane stanno cominciando a soffrire ciò che le loro colleghe colombiane conoscono da decenni. La militarizzazione del Messico, tramite il pretesto della “guerra alla droga” e le iniziative statunitensi, ha raggiunto livelli scioccanti, così come il numero delle persone uccise grazie ad essa. In Messico, come in Colombia, sono le donne le prime linee delle nuove organizzazioni contro la militarizzazione.

Fu una donna, la madre di un giovane assassinato, ad interrompere il discorso di Calderón a Ciudad Juárez nel febbraio 2010. Gridò la sua protesta contro la fallita strategia di sicurezza che ha fatto della città territorio occupato, e che ha aumentato di più di dieci volte il numero degli omicidi. Sono state le donne ad alzarsi in piedi e a voltare la schiena a un Presidente che aveva promesso sicurezza ed ha consegnato morte. E continuano ad essere le donne, all’interno di movimenti propri o misti, quelle che rigettano l’affermazione del governo – ripetuta sino alla nausea – che le morti dei loro figli sono prezzi ragionevoli da pagare per la lotta al crimine organizzato. Sul confine nord del Messico, i difensori dei diritti umani sono stati giustiziati o esiliati. I loro casi sono diversi da quelli delle giovani donne vittime del femminicidio, tuttavia l’impunità regna sovrana per entrambi.

La militarizzazione ha un impatto diretto sulle vite delle donne e sulle forme della loro resistenza. Daysi Flores delle “Femministe Resistenti” racconta la sua esperienza: “Nel giro di un anno, abbiamo dovuto imparare a convivere con la tristezza, con il senso di impotenza, con la rabbia, la paura e la disperazione. Per quanto la dittatura cerchi di mostrarsi con una bella faccia, ti basta camminare per la strada per sapere che il paese è ora di proprietà dell’esercito. Per cui, abbiamo dovuto essere creative: apprendere come fronteggiare le minacce, come non essere uccise, arrestate, stuprate o rapite. E nonostante i rischi, ci rifiutiamo di rinunciare all’idea di democrazia, democrazia vera, quella che ci hanno rubato con i loro fucili, con i gas lacrimogeni, con i pestaggi e gli omicidi. Per questo continuiamo a protestare, anche se ciò mette a rischio le nostre vite.”

Le reti di solidarietà fra donne a livello internazionale sino ad ora hanno funzionato casualmente o in modo effimero. Le donne che si oppongono alla militarizzazione in situazioni di conflitto, e le loro famiglie, sono esposte al rischio di assassinio, abuso sessuale, violenza fisica e psicologica. Dobbiamo costruire reti di responso rapido, di modo che nessuna donna che alzi la voce contro la militarizzazione si trovi da sola. Il processo deve essere velocizzato, prima che la militarizzazione diventi un aspetto “normale” della vita e distrugga il tessuto sociale che è la base per una pace durevole.

Questa è la grande sfida che tutte noi abbiamo davanti.

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