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(“Are Women Really Peaceful?”, di Sanam Naraghi Anderlini, 2014, trad. Maria G. Di Rienzo. Sanam Naraghi Anderlini è la co-fondatrice di International Civil Society Action Network (ICAN) – http://www.icanpeacework.org -, una rete internazionale della società civile. Esperta di genere e conflitto, Sanam fu una dei membri della società civile che parteciparono alla stesura della Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su donne, pace e sicurezza.)

sanam

Sono davvero pacifiche, le donne?

Questa è la domanda che inevitabilmente sorge durante ogni discussione sull’inclusione o il contributo femminile alla costruzione di pace.

Per alcune donne occidentali l’assunto che le donne siano orientate alla pace implica l’essere troppo “soffici”. E’ spiacevole, perché il dialogo, la diplomazia e il compromesso sono faccende molto più dure e complesse dell’affidarsi alle opzioni militari.

Le persone mettono in discussione l’essere orientate alla pace delle donne puntando il dito su leader come Margaret Thatcher, Golda Meir ed altre che hanno guidato i loro paesi in guerra. Indicano le donne che si uniscono a ISIS o i membri femmine nei movimenti di ribelli armati, come Farc in Colombia o i maoisti in Nepal, per provare che le donne non sono pacifiche.

Questi esempi raccontano solo una piccola parte della storia. Metà dell’umanità non può essere omogenea nelle sue azioni. Anche il contesto va preso in considerazione.

Ci sono tre modi di rispondere alla domanda. Il primo potrebbe essere: no, le donne non sono pacifiche. Come individui, le donne possono essere violente o sostenere la violenza. Molte si uniscono ad eserciti, gruppi armati o altri movimenti che predicano e perpetrano violenza.

Per alcune donne il servizio militare è la strada verso l’eguaglianza, l’empowerment e fuori dall’oppressione. Numerose donne nepalesi nel movimento maoista si sono unite alla lotta per i principi di eguaglianza e giustizia sociale asseriti dal movimento. Si uniscono dopo aver testimoniato l’uccisione dei propri padri, mariti o fratelli da parte dell’esercito. Alcune fuggono dalla violenza nelle loro case o per vendicare il proprio stupro. Alcune sono forzate.

Ci sono situazioni in cui donne spingono i loro parenti maschi alla vendetta o a cercare retribuzione per la violenza da loro subita, ma globalmente le donne sono ancora una minoranza nei gruppi armati o negli eserciti.

Il secondo modo di rispondere alla domanda è: sì, se le azioni collettive delle donne, come movimenti organizzati per lottare per i propri diritti di base e l’autodeterminazione, sono prese in considerazione. Attraverso la Storia e il mondo, l’organizzarsi collettivo delle donne ha le sue radici nella nonviolenza e usa la resistenza civile e altre tattiche simili per arrivare ai suoi scopi.

Il movimento delle donne afgane è uno di questi casi. Nonostante trent’anni di guerra e di oppressione diretta, nonostante minacce di morte e aggressioni, le donne afgane continuano la loro lotta per i diritti e la pace in modo nonviolento.

Vi è inerente ironia e contraddizione, in questo. Martin Luther King e il Mahatma Gandhi sono onorati per la loro aderenza alla nonviolenza. Ma la maggior parte delle leader e delle attiviste nei movimenti per i diritti delle donne sono tipicamente ne’ celebrate ne’ onorate, mentre quelle che hanno usato violenza sono spesso ricordate nelle narrazioni storiche.

La risposta finale è considerare come le donne, collettivamente e individualmente, contribuiscono a metter fine alla violenza e alla costruzione di pace, durante le guerre e nei contesti interessati da conflitti.

Sovente, le esperienze personali hanno spinto le donne come singoli individui a sollevarsi come attiviste per la pace. In Sri Lanka, Visaka Dharmadasa ha incanalato il dolore seguito alla sparizione del figlio (che era nell’esercito) verso il cercare il leader dei ribelli e l’iniziare con lui un dialogo che ha contributo a un “cessate il fuoco”. Lei scelse di pensare ai ribelli, in maggioranza giovani uomini, attraverso la lente di una madre, anche se costoro erano responsabili della sua perdita.

Allo stesso modo negli Usa, donne che avevano perso figli e mariti l’11 settembre non solo istigarono la Commissione 11/9, ma stabilirono organizzazioni umanitarie che promuovono l’empatia per le vittime di violenza e celebrano la diversità religiosa.

Questa capacità di lavorare su un dolore profondo volgendolo in positivo è una qualità straordinaria.

In Somalia, un gruppo di donne anziane appartenenti all’elite usarono il proprio status per interagire con i clan guerreggianti e incoraggiarono la loro partecipazione ai colloqui di pace, e negoziarono la riapertura dell’aeroporto e dell’ospedale con i ribelli di al-Shabaab.

Non tutte le donne in un movimento per i diritti umani delle donne fanno attivismo pacifista.

Non tutte le donne pacifiste emergono dai movimenti per i diritti umani.

Sebbene siano una minoranza, le donne che combinano l’attivismo per la pace con l’attivismo per i diritti gettano ponti sui divari e attirano sostenitori da ambo le parti. I loro successi sono basati su tecniche che esse stesse hanno ideato, spesso specifiche per un dato contesto culturale, e radicate nel loro invisibile potere.

In molti paesi, le donne hanno usato scioperi del sesso come tattica all’interno del loro più ampio sforzo per metter fine agli scontri.

In Sierra Leone, donne anziane appartenenti alla chiesa chiesero un incontro con un leader del movimento ribelle. Furono insultate e come risposta si sfilarono le vesti e rimasero nude, conoscendo alla perfezione le conseguenze. La loro azione accese la mobilitazione degli uomini appartenenti alla chiesa e ciò portò alla fine della violenza.

In Liberia, donne si interposero direttamente durante le resistenze al processo di disarmo e convinsero i giovani uomini a consegnare loro le armi.

In numerosi scenari, le donne hanno portato informazioni e prospettive importanti ai processi di pace su istanze quali sicurezza, giustizia, governance e recupero economico. Mentre i belligeranti sono spesso concentrati sulla propria quota di potere, le donne sono concentrate sulle responsabilità verso le loro comunità, famiglie e bambini.

Persino donne anziane dei movimenti ribelli del Salvador e del Guatemala, che entravano nelle negoziazioni come combattenti stagionate e rappresentanti dei loro gruppi, diventarono subito consapevoli dei gruppi marginalizzati, fra cui le donne – e parlarono in loro favore.

Invariabilmente, la loro comprensione della pace e della proverbiale “tavola della pace” ha più sfumature ed è più complessa di quella dei partiti in guerra o dei mediatori. Le donne sanno che metter fine alla violenza è una priorità, ma riconoscono anche che ciò non può essere fatto in modo efficace senza affrontare le cause profonde della guerra ed articolare una visione condivisa di pace e società.

In nessun altro luogo questo è tanto visibile quanto nell’odierno Medio Oriente. Nella lotta contro gli estremismi insorgenti e il militarismo di stato, le donne in Siria, Libia, Iraq, Egitto ecc. osano contrapporsi e intervenire. Sono le prime a rispondere con soccorso, cura e “normalità” nel bel mezzo del caos. E nonostante tutta la violenza e le minacce di morte, sanno che le risposte militari non metteranno mai fine alla crisi. Si basano sulla loro propria storia e difendono diritti umani, pluralismo e pace. Esse sono l’unico movimento transnazionale che sta offrendo una visione condivisa e dei valori condivisi, in alternativa a visione e valori degli estremisti.

“Chiediamo al mondo: perché ci aiutate ad ucciderci l’un l’altro? – ha detto un’attivista siriana – Perché non ci aiutate a parlare l’uno all’altro?”

Le donne sono gli assetti chiave per la pace, eppure la comunità internazionale persiste nell’ignorarle o marginalizzarle. Forse è il momento di girare sottosopra la domanda iniziale.

Perché il mondo continua ad ignorare o indebolire donne che sono abbastanza coraggiose da lottare per la pace, pacificamente?

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Oggi Marcela Loaiza, colombiana, ha 35 anni ed è nota come attivista che dirige un’ong contro il traffico di esseri umani. Quando ne aveva 21 era una ragazza madre con una bimba di 3 anni e mezzo, e per mantenere se stessa e la figlia lavorava come cassiera di giorno e come ballerina in un club di sera.

marcela

“Al club un uomo mi si presentò come talent scout che cercava danzatrici disposte a lavorare all’estero. Io non accettai l’offerta ma presi il suo biglietto da visita. Qualche settimana dopo, la mia bimba ebbe un attacco di asma e io restai con lei in ospedale per due giorni mentre si riprendeva: ma non era previsto io potessi prendere permessi dai miei due impieghi, così li perdetti entrambi. Ero disperata. Non avevo i soldi per saldare il conto dell’ospedale. Mi misi in contatto con quell’uomo e lui si offrì di pagare per le cure di mia figlia. Mi disse anche che se volevo potevo essere una danzatrice professionista in Giappone e che il lavoro era assai remunerativo. Io pensai che avrei potuto finalmente provvedere alla mia bambina, e magari comprare una casa per mia madre, che era il mio sogno. Lasciai la piccola a lei e partii.”

Arrivata a Tokyo, Marcela fu accolta dai magnaccia della yakuza (mafia giapponese): costoro le sequestrarono il passaporto e la informarono che il suo debito nei loro confronti ammontava a 50.000 dollari. Una volta che lo avesse pagato, era libera di andarsene. Se ne fosse andata prima, o comunque senza il loro consenso, sua madre e sua figlia in Colombia non se la sarebbero passata bene.

“Mi diedero una parrucca bionda e lenti a contatto celesti. Mi prostituivo per strada, cambiando posto ogni dieci giorni circa. A volte mi prostituivo nei centri per massaggi. Un magnaccia era sempre nei paraggi a controllare quanto guadagnavo. Dividevo un appartamento con altre donne che lavoravano come prostitute per la mafia. Venivano dalle Filippine, dalla Russia, dal Venezuela, dalla Corea, dalla Cina, dal Perù e dal Messico. La casa aveva tre camere da letto e 6/7 di noi per camera. Dormivamo in sacchi a pelo o su materassi per terra. I nostri pasti erano fatti di tonno in scatola, uova bollite, riso e bibite energetiche. Non avevamo il diritto di parlare, di scegliere, di avere un’opinione. E poi ti facevano una specie di lavaggio del cervello: continuavano a ripeterti che quello era il prezzo da pagare per muoversi in avanti, era il sacrificio che dovevi fare per migliorare la tua esistenza.”

human trafficking

La vita da prostituta di Marcela è talmente sana che, dopo un anno e mezzo, è ridotta quasi senza capelli e con i denti che le cadono; ancora non lo sa, ma è diventata anche anemica: “Per 18 mesi ho lavorato giorno e notte, avevo dai 14 ai 20 clienti al giorno, sette giorni fu sette. A questo punto ero certa di aver ripagato quei 50.000 dollari e così cominciai a pensare di fuggire. Ho parlato con uno dei miei clienti, uno di quelli assidui: gli dissi che ero stata raggirata, rapita e intrappolata. Lui non voleva credermi. Mi rispose che ero lì perché volevo esserci, perché mi piaceva. Mi ci è voluta un’eternità per convincerlo del contrario, ma infine mi ha aiutata a scappare. Mi lasciò un cambio d’abiti e una parrucca nel bagno di un McDonald’s e non appena fui travestita mi aiutò a prendere il treno per raggiungere l’ambasciata colombiana a Tokyo. Quando ci arrivai piangevo senza riuscire a controllarmi. Ero terrorizzata all’idea che i magnaccia mi avessero seguita. Continuavo a ripetere fra i singhiozzi: Sono una prostituta, sono una prostituta… e il Console mi abbracciò e mi disse: Sei una vittima del traffico di esseri umani. Era la prima volta che sentivo quella definizione.”

La simpatia per Marcela, però, finì lì. Una volta tornata nel suo paese non le furono fornite l’assistenza medica e psicologica di cui aveva bisogno per guarire, e che le erano state promesse. “Ero traumatizzata. Non riuscivo a parlare con nessuno, mi vergognavo troppo. Mi sentivo disgustosa e colpevole per aver accettato di andare in Giappone. Volevo suicidarmi. A mia madre c’è voluto un bel po’ di tempo per capire cos’era accaduto davvero. Ho passato tre anni in terapia e la svolta è accaduta quando ho messo per iscritto i miei sentimenti. Ho pubblicato due libri sulla mia esperienza, per aiutare altre donne che sono state trafficate. Molte donne e ragazze in Colombia sono vulnerabili per via dell’alto tasso di disoccupazione e per la mancanza di istruzione. Lo stato non sta aiutando le sopravvissute come dovrebbe. Adesso io sono sposata e ho altri due bambini. La mia intera famiglia sostiene il mio lavoro di attivista contro il traffico di esseri umani: il mio scopo è mostrare che questo accade davvero, accade a persone vere, a persone che conoscete. Non mollerò mai. E’ importante che la verità sia conosciuta, perché parte del problema è proprio il silenzio.” Maria G. Di Rienzo

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Luz Maria Bernal

“Quindi, lei è la madre del comandante narco-guerrigliero.”, disse il procuratore generale del distretto di Ocaña all’inizio dell’interrogatorio.
“No, signore. Io sono la madre di Fair Leonardo Porras Bernal.”, rispose la donna.
“Giusto. Suo figlio guidava un gruppo armato.”, continuò il procuratore, “Il gruppo ha avuto uno scontro a fuoco con la 15^ Brigata Mobile e suo figlio è morto in combattimento. Aveva addosso una tuta mimetica e teneva una pistola 9 mm nella mano destra. Le prove indicano che ha sparato.”
Luz Maria Bernal, la madre in questione, spiegò che suo figlio Leonardo, 26enne, era disabile dalla nascita: una capacità cognitiva certificata al 53% di quella normale e un’età mentale di 8 anni circa. Inoltre, il lato destro del suo corpo era paralizzato, inclusa la mano con cui avrebbe dovuto sparare. Era scomparso da casa l’8 gennaio ed era stato ucciso il 12, a 700 chilometri da casa. Come poteva essere un comandante narco-guerrigliero?
“Non lo so, signora.”, replicò il procuratore, “Questo è quel che dice il rapporto dell’esercito.”
Dal 2002 al 2010, durante il governo di Alvaro Uribe, di rapporti su persone uccise dall’esercito durante azioni anti-guerriglia ne arrivarono all’ufficio del procuratore generale 4.716: 3.925 sono stati riconosciuti come “artificiati” e cioè creati ad arte per ottenere ricompense in nero dall’amministrazione. Ma non lo avremmo mai saputo, se Luz Maria Bernal non avesse puntato i piedi, portato simbolicamente il suo cuore – l’immagine del figlio – a tracolla affinché tutti potessero vederlo, e creato nel 2008, con una ventina di altre donne i cui figli erano scomparsi allo stesso modo del suo, il gruppo “Madri di Soacha” (dal nome del distretto in cui cominciarono i rapimenti).
Quando ottenne di far riesumare il corpo del giovane dalla sepoltura di massa, a Luz Maria non fu permesso di vederlo: le consegnarono una bara chiusa che riuscì a far aprire legalmente solo un anno e mezzo più tardi. Essa conteneva un torso umano, sei vertebre e un cranio riempito di una camicia. Le analisi confermarono che si trattava dei resti di Leonardo.
Il caso funse da catalizzatore per far saltare ogni copertura allo scandalo dei finti guerriglieri: membri dell’esercito colombiano rapivano giovani che vivevano nei bassifondi, li spostavano a centinaia di chilometri da casa e li assassinavano, camuffandoli poi da guerriglieri per ottenere i compensi segreti.
Come risultato della persistenza di Luz Maria e delle altre madri, il 31 luglio 2013 la Corte Suprema ha condannato i sei soldati responsabili della morte di suo figlio a 51 anni di prigione. Tuttavia, le Madri di Soacha continuano a lottare perché chiarezza sia fatta sugli altri casi e perché i mandanti che allungavano le mazzette, non solo gli esecutori materiali, siano portati davanti alla giustizia. Il 20 febbraio scorso erano di nuovo in Piazza Bolivar, a Bogotà, a chiedere le dimissioni del Ministro della Difesa Juan Carlos Pinzon. Maria G. Di Rienzo
(Fonti: El País, La Razón, Upside Down World)

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(“Without tits, no paradise in Colombia?”, di Anastasia Moloney, giornalista, 12.7.2013, trad. Maria G. Di Rienzo)

Mi disegnano così...

Mi disegnano così…

Quando sono arrivata a Bogotà, oltre dieci anni fa, vivevo di fronte ad un salone di parrucchiera che era affollato già dalle 6.30 del mattino. Le donne venivano a farsi mettere a posto capelli e unghie prima di andare al lavoro. Ho conosciuto studentesse che sono andate a scuola dirette dall’ospedale dopo essersi fatte rifare il naso: dono per il loro 16° compleanno.

Mi ha stupito sin dove le donne colombiane sono disposte a spingersi pur di apparire “perfette”. Ma non discuto su questo: il fatto è che le donne stanno pagando con la vita la ricerca di questa figura perfetta.

Circa ogni due settimane i media locali riportano il decesso di una donna in seguito ad interventi di chirurgia plastica: seni, natiche, liposuzione. Spesso queste morti sono dovute a dottori canaglie poco professionali e preoccupati solo di trarre il massimo profitto dal desiderio delle donne colombiane di apparire in un certo modo.

Cosa genera questo desiderio? In parte, il machismo prevalente nella società. Ma è anche la persistente eredità della “narco-cultura” colombiana, che data dagli anni ’80 e ’90, l’era dei grandi cartelli della cocaina nelle città di Medellin e Cali. Allora, il modo in cui una donna doveva apparire era dettato dai gusti dei “baroni” della droga. E ciò significa grossi seni e grosso sedere, vita stretta, capelli lunghi, abiti brillanti scollati e aderenti per mostrare il tutto.

La cultura della droga ha dato forma ad un’estetica a cui parecchie donne colombiane ancora aspirano. Forse il miglior esempio è una soap opera dal clamoroso successo che andò in onda nel 2006 su una televisione locale: si chiamava “Senza tette non c’è paradiso”. Basato su una storia vera, parla di ragazze in una città povera della Colombia che si fanno rifare i seni nella speranza di attirare qualche “barone”, perché pensano questo sia il modo migliore di arrivare alla felicità e la strada più rapida per raggiungere la ricchezza.

Dove altro al mondo trovereste una soap opera come questa? E il fatto è che un po’ di donne colombiane ancora credono sia vero.

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(“Women’s struggle for peace in Colombia”, di Hasan Dodwell per Insight on conflict, 8.1.2013. Trad. Maria G. Di Rienzo)

Betty Puerto Barrera è un’attivista per la pace colombiana. Il suo lavoro si è concentrato in particolar modo sulle donne e sulla lotta per mettere fine a tutte le forme di violenza subite dalle donne in Colombia. Betty è membro di una delle più antiche associazioni di donne del paese, l’Organizzazione delle donne del popolo, e fa parte di una piattaforma nazionale che promuove una soluzione negoziata al conflitto armato.

dipinto di Carlos Orduna

Cos’è l’Organizzazione delle donne del popolo (ODP)?

L’ODP è un processo organizzativo sociale e politico. Favorisce la formazione di soggetti politici che abbiano allo stesso tempo coscienza di classe e coscienza di genere. Facciamo resistenza al conflitto armato e a tutte le forme di violenza, siano esse culturali, sociali, economiche o politiche; lavoriamo per promuovere il diritto ad una vita dignitosa e per proteggere i diritti umani fondamentali delle donne e delle comunità locali. L’ODP vede il processo dell’organizzare le comunità, l’istruzione e la mobilitazione di massa come sistemi per trasformare la realtà colombiana e raggiungere una pace con giustizia sociale.

Che impatto ha il conflitto armato in Colombia sulle donne?

Le realtà che hanno portato al conflitto armato sono presenti in modo esagerato nelle vite delle donne. Le cause del conflitto hanno le loro radici nella diseguaglianza sociale, nella proprietà della terra, nella relazione storicamente violenta fra popolo e governo, negli sgomberi dei territori, nella politica di sterminio contro chiunque osi pensare in maniera diversa, o pensare alla pace. Tutte queste ragioni e cause che stanno dietro il conflitto hanno un grandissimo impatto sulle donne. Senza eccezioni, le donne in Colombia sono attaccate da un lato dalle condizioni strutturali di diseguaglianza sociale, dall’altro dallo stato che protegge un sistema sessista e patriarcale, e infine dagli agenti il conflitto illegalmente armati, le forze militari e paramilitari che trasformano le donne in oggetti per lo sfruttamento sessuale.

Qual è stato il ruolo delle donne nella lotta per la pace in Colombia?

Sono le donne a soffrire maggiormente le conseguenze di una guerra e sono state le donne ad aver avanzato con convinzione proposte per mettere fine a questi mali sociali, culturali e politici che piagano le loro comunità. Solo per fare qualche numero, ci sono in giro cinque milioni di rifugiati interni, e il 70% sono donne e bambine. Ci sono quattro milioni di persone fatte “scomparire” a forza, quattromila sindacalisti sono stati uccisi e non è ancora possibile calcolare i danni causati alle donne dalle violenze sessuali. Le ricerche portate avanti sino ad ora ci hanno mostrato che nella maggioranza dei casi di sgomberi forzati la violenza sessuale è stata usata come arma per affrettare il processo. Questi sgomberi hanno avuto la funzione di far passare le terre migliori dai contadini e dalle comunità indigene alle forze paramilitari e statali: in tal misura che oggi l’1% della popolazione possiede l’80% della terra.

In Colombia la maggioranza dei movimenti sociali che lottano contro la guerra e in favore della pace sono costituiti o guidati da donne. Persino prima che la Corona spagnola arrivasse sul continente americano, le donne in Colombia hanno fatto la storia difendendo il loro territorio, e questa in sostanza è stata la motivazione della nascita di ODP quarant’anni fa. Per quarant’anni ODP ha lavorato con le donne e le comunità per superare le fratture lasciate dalla guerra. Nel 2000 promosse la formazione del “Movimento sociale delle donne contro la guerra e per la pace”, come proposta politica in favore di una soluzione negoziata al conflitto armato e sociale in Colombia.

Che lavoro fa il Movimento?

Il Movimento è l’espressione delle donne che chiamano il governo e gli attori armati a raggiungere una soluzione negoziata e politica al conflitto. L’iniziativa nacque nella città di Barrancabermeja, dove le donne avanzarono una proposta di soluzione negoziata, e oggi è un fenomeno nazionale, in cui siamo accompagnate da organizzazioni alleate che attraversano tutta l’America e altri continenti. Il Movimento è composto da donne delle regioni povere, donne contadine, politiche, indigene, studenti, lavoratrici, casalinghe, rifugiate, donne di città, accademiche, donne delle organizzazioni regionali pacifiste, donne delle organizzazioni delle vittime: tutte hanno contribuito ai principi di autonomia e civiltà del Movimento.

Nel 1996, le donne esasperate dalla guerra cominciarono a riunirsi per trovare soluzioni e spinsero per la creazione di questo nuovo movimento. Dapprima fu solo l’espressione delle preoccupazioni e dei disagi, poi diventò una serie di proposte e oggi è un processo da cui abbiamo costruito una piattaforma per lottare a livello nazionale.

Che lezioni avete appreso da questi differenti processi di resistenza?

Senza dubbio ci sono state molte esperienze, molte lezioni: e molte sono impregnate di dolore, dell’alto costo che si viene inevitabilmente a pagare quando si lotta contro la guerra. Durante questo lungo viaggio abbiamo perso parecchie vite umane e abbiamo perso un bel po’ anche in senso materiale. Siamo tuttavia convinte che valesse la pena di unirsi in una lotta comune, di costruire diverse proposte e di migliorare le vite delle persone, rimuovendo i più giovani dalla guerra, piantando i semi della vita nelle crepe dell’oscurità. Abbiamo fatto numerose esperienze tese a creare una cultura di pace e coesistenza.

Negli ultimi cinque anni abbiamo registrato 147 casi di minacce di morte contro di noi. Nostre attiviste sono state fatte “scomparire”, sono state assassinate, torturate, screditate o costrette a vivere in esilio. Ora che ci penso, siamo davvero riuscite a reinventare noi stesse per poter andare oltre la paura e dire al mondo, e agli agenti armati del conflitto, che “E’ meglio aver paura ed esistere, che cessare di esistere a causa della paura.”, e dire allo stato colombiano: “Non un altro uomo o un’altra donna o un altro soldo per la guerra”.

Diamo una valutazione estremamente positiva della costruzione di una rete sociale e politica e siamo orgogliose dell’internazionalizzazione delle proposte del Movimento. Abbiamo tenuto cinque eventi internazionali cui hanno partecipato donne da tutti i continenti: insieme, siamo state in grado di condividere conoscenze, iniziative e sogni.

Che messaggio vuoi mandare ad altre donne che vivono in situazioni di conflitto armato?

Il messaggio di una resistenza globale. E un messaggio di speranza. Prendersi cura le une delle altre è terribilmente importante, perciò abbiate cura di voi stesse. Per resistere alla guerra ed alle sue devastanti conseguenze dobbiamo globalizzare le nostre resistenze, dobbiamo unirci a persone che stanno dall’altra parte come a quelle vicine a noi, e dobbiamo unirci a quelle di altri continenti, riaffermando la decisione di lavorare insieme per il diritto ad un’esistenza libera da ogni forma di violenza: per ottenerla dobbiamo contrastare le diseguaglianze, il sessismo e la guerra.

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Ciudad Juarez - Messico

(Intervista ad Ana Carcedo di Cefemina – Centro Feminista de Información y Acción, Costa Rica, di Gabriela De Cicco per Awid, 30.11.2012. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

Cosa si intende per “femicidio” e “femminicidio”?

Ana Carcedo (AC): In Honduras e in Costa Rica, quando cominciammo nel 1994 ad indagare sulle morti delle donne, adottammo il concetto di “femicide” sviluppato da Diana Russell (http://www.dianarussell.com/) e lo traducemmo come “femicidio”. Contemporaneamente, senza che noi lo sapessimo, nella Repubblica Dominicana Susy Pola stava conducendo ricerche simili alle nostre e tradusse “femicide” come “feminicidio”. Marcela Lagarde espanse il concetto di Russell includendo l’impunità: lei sostiene che questo è qualcosa di nuovo e che si chiama “feminicidio”.

Per cui, nell’America Centrale ci sono due differenti termini per descrivere due tipi di crimine. Il femicidio è l’assassinio di donne da parte di uomini perché sono donne, a causa della loro “subordinazione” di genere. Tale subordinazione è dovuta alle relazioni diseguali di potere fra donne e uomini a cui ci si riferisce nella Convenzione Inter-Americana sulla prevenzione, la sanzione e lo sradicamento della violenza contro le donne, chiamata Convenzione “Belem do Para”.

Questa violenza non è casuale. E’ il prodotto di una particolare struttura sociale in cui le donne occupano una posizione più bassa e subordinata, il che facilita la violenza contro di esse. Il femicidio è la forma più estrema di violenza contro le donne.

Femminicidio si riferisce all’impunità e alla complicità relative ai femicidi. Il crimine non viene commesso solo quando si uccide una donna, ma anche quando lo Stato non investiga accuratamente e si fa complice. In questo caso, noi diciamo che lo Stato commette il crimine di non garantire alle donne una vita libera dalla violenza e di non garantire il loro diritto alla giustizia.

Cosa vi ha spinto ad indagare sulle morti delle donne nel 1994?

AC: Sin dagli anni ’80, le femministe hanno lavorato duro per rendere visibili le differenti forme di violenza contro le donne. Fu durante il primo incontro latino-americano e dei Caraibi (Bogotà, Colombia, luglio 1981, ndt.) che il 25 novembre fu stabilito come Giorno Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Che la violenza uccidesse era una realtà che avevamo compreso da prima, ma durante gli anni ’90 cominciammo a voler portare attenzione su questa realtà. In questo periodo un legge che includeva misure protettive passò in Costa Rica, ma non era quella che le femministe avevano proposto. Le organizzazioni femministe, inclusa Cefemina, avevano proposto una legge che proteggesse le donne all’interno delle relazioni, ma quella che passò parlava invece di proteggere le “persone”. Per cui, nel 1997, cominciammo a lavorare per avere una legge che criminalizzasse la violenza contro le donne.

Restammo irremovibili rispetto al fatto che doveva essere un legge che rispettasse la “Belem do Para”, e non una legge neutra rispetto al genere, ad uso e consumo degli uomini. In quel contesto volevamo dimostrare che la violenza non è simmetrica, non è lineare; volevamo provare che i femicidi esistevano e che non esisteva situazione paragonabile per gli uomini. Fu così che la prima ricerca sul femicidio ebbe inizio in Costa Rica.

Secondo te i femicidi stanno aumentando? Se sì perché pensi che accada? Dove sono maggiormente prevalenti?

AC: In Honduras, Guatemala, El Salvador, i femicidi sono aumentati, non solo di numero, sono cresciuti anche in brutalità. Nel resto dell’America Centrale il dato fluttua, ad eccezione del Messico che ha un tasso permanentemente alto di femicidi. L’ipotesi che noi avanziamo nella ricerca, che si intitola “Noi non dimentichiamo, Noi non accettiamo. Femicidio nell’America Centrale.”, è che l’aumento sia collegato agli attuali contesti economici e politici della regione. L’imposizione dell’economia della globalizzazione ha significato perdite consistenti per i nostri paesi, in special modo per le donne. Ciò ha dato come risultato il crescente successo degli affari di mafia. Le condizioni che nutrono la violenza contro le donne sono create nei nostri paesi, come il traffico di donne e di droghe. Anche la migrazione comporta rischi seri per le donne. A livello economico esse sono relegate nelle maquilas (laboratori in cui operano in condizioni di semi-schiavitù, ndt.), e anche la militarizzazione e le maras (gang criminali giovanili, ndt.) sono problemi.

Per il passato, le reti mafiose avevano una sorta di codice di condotta che lasciava le donne fuori da tutto. Oggi è l’esatto opposto: i criminali usano le donne come leve. Per esempio, usano le donne delle famiglie “nemiche”, perché esse sono comunque “a disposizione” e i nemici si sentiranno minacciati. E’ quella che Rita Segato (femminista brasiliana, ndt.) chiama il messaggio orizzontale inviato da uomini ad altri uomini uccidendo donne. Esso dice: “Questo è il mio territorio. Se oso uccidere senza temere ritorsioni è perché mi sono già comprato a mazzette le autorità locali.” Le giornaliste e le difensore dei diritti umani delle donne, poiché apertamente espongono queste situazioni, sono particolarmente vulnerabili a tale forma di violenza.

Dove hanno fallito le politiche per contrastare i femicidi nei paesi in cui essi sono in crescita?

AC: Nonostante tutte le leggi, il problema continua ad essere la fallacia dell’indagine legale. Non c’è interesse a farla in modo corretto. In Costa Rica noi abbiamo leggi che criminalizzano la violenza contro le donne, ma a più del 70% delle denunce che ricadono sotto queste leggi non viene dato proseguimento legale: il magistrato decide che nessun crimine è stato commesso. Alle donne che chiedono giustizia per le loro figlie si risponde che le ragazze erano mareras (appartenenti alle gang criminali giovanili, ndt.), puttane, tossicomani, quando in effetti erano solo studentesse. E inoltre, cosa importerebbe anche se fossero mareras o prostitute? Alla denuncia deve seguire un’indagine, punto e basta.

Gli Stati reagiscono solo quando organismi internazionali esercitano pressione su di loro. Il Guatemala ha risposto bene alle pressioni: nel 2008 hanno approvato la legge “Contro il femicidio ed altre forme di violenza dirette alle donne”. Ora hanno avvocati e magistrati specializzati in materia. E quest’anno hanno risolto casi di femicidio commessi dalle maras, dimostrando che la cosa può essere fatta se c’è la volontà politica di farla.

Quali cambiamenti sono necessari affinché queste politiche siano efficaci? Cos’altro dovrebbero fare gli Stati?

AC: Quasi tutti i paesi dell’America Centrale hanno leggi specifiche sulla violenza contro le donne. Abbiamo bisogno di magistrati che sappiamo come indagare e presentare le accuse, e che vogliamo farlo. Dobbiamo chiedere che il pm raccolga tutte le prove e gli esami specifici richiesti. Più polizia dev’essere istruita ad un responso rapido, in particolar modo nelle situazioni ad alto rischio. A livello regionale ed internazionale dobbiamo creare spazi dove agli Stati si richieda di rispondere per quanto sta accadendo.

Puoi dirci qualcosa del “Modello di protocollo per investigare e documentare efficacemente il femicidio/femminicidio”?

AC: Ci stiamo lavorando. Tentiamo di mettere insieme alcune linee guida specifiche per indagare sui femicidi, che tendono a non essere seguite quando i femicidi sono indagati come omicidi ordinari. Sviluppare l’ipotesi è cruciale: il primo che arriva sulla scena del crimine crea un’ipotesi basata sulle sue prime impressioni. Ad esempio, se un cadavere di donna è scoperto in uno spazio vuoto, si può concludere che l’attacco è derivato da un tentativo di rapina; se questa ipotesi diventa la sola ipotesi in campo non c’è altro da fare, il caso è chiuso. La chiave è avere una buona ipotesi investigativa che non sia chiusa e, soprattutto, che contempli la possibilità di un omicidio intenzionale, commesso da persone che conoscevano la donna. Per le analisi tecniche non è diverso: secondo il nostro modello gli esperti fanno le autopsie al modo solito, ma stanno più attenti (e riportano al magistrato) se vi sono segni di morsi, marchi di coltello, se la parola puta (puttana) è stata incisa sul petto della donna, eccetera.

Io sono fra quelle che pensano che ogni omicidio di donna dovrebbe essere investigato dapprima come possibile femicidio, scartando l’ipotesi qualora nulla la comprovi. Ciò permetterebbe di evitare la perdita di informazioni importanti e più casi potrebbero essere risolti.

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Dopo l’Olanda, la Colombia è il paese maggior esportatore di fiori al mondo. Le donne sono il 65% della forza lavoro relativa (che ammonta a circa 100.000 persone). La Colombia è anche la nazione più pericolosa sul pianeta per i sindacalisti: il 55% degli omicidi di sindacalisti commessi fra il 2001 ed il 2010 è avvenuto in Colombia.

“Se dici di essere una sindacalista è come se dicessi di essere una guerrigliera o una terrorista: l’atmosfera è quella e al minimo sei trattata con sospetto.”, spiega Aura Rodriguez, presidente di “Corporación Cactus”, un’organizzazione non governativa con sede a Bogotà che sostiene i diritti delle lavoratrici nell’industria della floricoltura. Circa il 12% delle floricoltrici e dei floricoltori sono iscritti ad un sindacato, ma meno dell’1% di questi “sindacati” sono realmente indipendenti dalle compagnie commerciali… e cioè ci sono due sindacati indipendenti in tutto il paese. “Erano 15 solo l’anno scorso.”, dice con rammarico la 43enne Lydia López, presidente di uno dei due rimasti, Untraflore, “Abbiamo 2.500 membri, quasi tutte donne, ma solo 42 si fanno riconoscere come tali sul luogo di lavoro. Anch’io subisco pressioni dai datori di lavoro e dai colleghi, ma fino ad ora non ho ricevuto minacce. Essere la leader cambia un po’ lo scenario. E sono orgogliosa se questa mia visibilità aiuta a fare differenza rispetto ai diritti di chi lavora.”

Gli abusi ai danni delle lavoratrici, aggiunge Aura Rodriguez, stanno infatti peggiorando mano a mano che l’industria espande i suoi profitti. Un grosso problema delle lavoratrici è il deterioramento della loro salute dovuto alla continua esposizione ai pesticidi: si va dalle nausee alle eruzioni cutanee, dai problemi respiratori agli aborti spontanei. “La maggioranza delle lavoratrici sono le principali provveditrici di reddito per le loro famiglie. Hanno davvero bisogno di quel lavoro, non possono lasciarlo. E questo le rende più vulnerabili allo sfruttamento.” “Corporación Cactus” maneggia più di 200 denunce l’anno, inclusi molti casi di floricoltrici licenziate perché incinte o perché infortunate sul lavoro. Yolanda Castaneda, 41enne, è una di queste ultime. Da più di un anno sta lottando assieme a “Corporación Cactus” per essere riassunta e perché le paghino gli stipendi che le devono; nel gennaio 2011 è caduta mentre tagliava fiori e si è ferita abbastanza seriamente: da allora è stata ripresa di continuo perché i suoi standard produttivi erano “sotto la media” e licenziata nel giugno successivo. Se state pensando che non doveva lavorare in quelle condizioni e che l’infortunio doveva essere pagato (ma che, vi illudete ancora che operaie e operai siano esseri umani?) eccovi la storia di Juanita – che non fornisce il cognome perché il suo, di licenziamento, è in agguato.

All’avvicinarsi di S. Valentino il carico di lavoro e gli orari, nei campi di fiori colombiani, si allungano a dismisura. E’ stato così anche quest’anno, ma ad un certo punto la mano destra di Juanita, 32enne, era talmente dolorante da renderle impossibile il continuare. Timidamente, lo disse al suo datore di lavoro. “Mi rispose: No, mamacita, stai benissimo. Se sei malata sei incapace, e se sei incapace non lavori qui. Mi avrebbe licenziata all’istante, e allora mi sono condizionata a lavorare sopportando dolori sempre più forti.” Juanita, che paventa il momento in cui crollerà, è madre di due figli e la sola responsabile del loro mantenimento. I campi dove lavora sono ad un’ora di viaggio da Bogotà, fra verdi valli che ricevono pioggia regolarmente e dodici ore di sole al giorno: i fiori, a differenza di lei, sono in condizioni ottimali. Se Juanita si rivolgesse ad un sindacato potrebbe, anche se a fatica, ottenere un permesso per malattia, o un compenso per le cure mediche. Ma non sarà facilissimo convincerla: quando la parola “sindacato” è stata menzionata in sua presenza Juanita, che non la conosceva, ha chiesto di che si trattava. Maria G. Di Rienzo

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