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Dopo un ventennio di abusi e violenze da parte del compagno, e dopo l’ennesimo pestaggio subito davanti alla figlioletta Andrea di tre anni, Angela González Carreño fugge con quest’ultima. E’ il 1999. Ma per il signor Rascón – l’aggressore – non fa grande differenza. E’ il padre della bambina e ha il diritto di vederla, quindi di sapere dove le due stanno di casa, e continua a presentarsi loro a suo capriccio e a malmenare Angela. La donna teme per la propria vita, ma soprattutto per quella della figlia: durante gli anni presenta alla polizia più di trenta denunce, chiedendo fra le altre cose che le visite dell’uomo alla bambina avvengano sotto supervisione. Non la si ascolta. In un solo caso l’uomo viene multato per “molestie”. In momenti diversi i tribunali avevano decretato sia l’ordine di protezione per Angela, che il suo ex compagno violava senza conseguenze, sia l’ordine di protezione per la bimba – che fu subito ritirato perché “lesivo del diritto di visita del sig. Rascón”. E durante una di queste visite non monitorate, il 24 aprile 2003, il signor Rascón uccide Andrea (che non aveva ancora compiuto sette anni) e si suicida.

Angela con le fotografie della figlia

Angela con le fotografie della figlia

Dopo la morte della bambina, Angela ha cercato inutilmente giustizia portando il caso attraverso tutti i livelli del sistema giudiziario spagnolo, fino alla Corte Suprema e alla Corte Costituzionale. Ogni volta, il tribunale non ha riconosciuto ne’ la negligenza delle autorità competenti ne’ la violazione dei diritti della donna e di sua figlia. Allora, nel settembre 2012, si è rivolta al Comitato CEDAW (Convenzione per l’eliminazione delle discriminazioni contro le donne, NU 1979), chiedendo la condanna dello stato per l’impunità che alimenta e permette la violenza di genere, per cui lei ha sofferto e per cui Andrea ha sofferto ed è morta, e il riconoscimento che il diritto di un minore di vivere una vita libera della violenza dovrebbe essere considerato interesse superiore al diritto di visita nelle cause legali. E’ una lotta straziante, quella di Angela, ma lei dice che la continuerà perché ha speranza di vedere un cambiamento sistemico, qualcosa che garantisca il non ripetersi del suo caso per altre donne e bambine/i vittime di violenza.

Il Comitato CEDAW è il solo organismo internazionale che si occupi specificatamente dei diritti umani delle donne fornendo pareri legali tramite il suo personale esperto, e definendo standard sulla violenza di genere che vanno ad interessare tutti i 187 stati che hanno firmato la Convenzione. Nella denuncia presentata dalla donna, ormai nota come “Angela González Carreño vs. Spagna”, si documentano le violazioni agli artt. 2 (obblighi generali – il fallimento nel prevenire, perseguire, indagare e punire la violenza commessa contro la bambina), 5 (stereotipizzazione – contenuta nelle risposte che i vari tribunali spagnoli le hanno fornito rigettando le sue istanze) e 16 (eguaglianza nel matrimonio e nelle relazioni familiari – giacché oltre a chiudere un occhio sulla violenza, polizia e giudici l’hanno chiuso anche sul fatto che il padre non provvedeva economicamente per il mantenimento della figlia).

A rappresentare Angela ci sono Paloma Soria Montañez e Gema Fernández Rodríguez de Liévana, due giovani avvocate di Women’s Link Worldwide, un’ong internazionale pro diritti umani che lavora per l’eguaglianza di genere in tutto il mondo.

http://www.womenslinkworldwide.org/

gema e paloma soria

Come la loro assistita, sperano che il Comitato identificherà chiaramente la stereotipizzazione di genere come una delle radici della violenza e della discriminazione: “L’applicazione degli stereotipi di genere da parte di autorità, giudici e tribunali è una della barriere più significative che stanno fra le donne e il loro accesso alla giustizia quando i loro diritti umani sono violati. Inoltre, il caso di Angela è tipico, non unico e non isolato. In Spagna, come in molti altri paesi, c’è un’alta incidenza di violenza contro le donne e la mancanza di risposte adeguate quando le donne cercano protezione e rimedi. Nel 2004, la Spagna ha adottato una legislazione specifica sulla violenza domestica, ma la sua implementazione è minima. I giudici sono riluttanti ad applicarla a causa dei loro stessi pregiudizi e nessun meccanismo li richiama alla responsabilità per questo atteggiamento; in più, a causa della mancanza di indagini giudiziarie, un alto numero di casi di violenza contro le donne sono lasciati cadere.” Maria G. Di Rienzo

(Fonti: Agenzia Donne delle Nazioni Unite, Women’s Link Worldwide, OpCedaw)

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(“Right into reality”, di Erika Smith per GenderIT.org, aprile 2013, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Erika, messicana, sta seguendo l’evolversi del progetto “Ending violence: women’s rights and safety on the internet” nel suo paese.)

Ley General

Risultati importanti sono stati ottenuti durante la recente 57^ sessione della Commissione sullo Status delle Donne, che ha esaminato i progressi dei governi in tutto il mondo nell’affrontare la violenza contro donne e bambine (VCDB). Uno di questi risultati è stato il riconoscimento dei governi del ruolo crescente che le tecnologie di comunicazione ed informatiche hanno nel continuum della violenza contro le donne.

Forse siete un po’ scettiche sull’utilità di simili dichiarazioni per trasformare le vite quotidiane delle donne. Dopotutto, durante il medesimo incontro, femministe e governi hanno ascoltato di come la violenza contro donne e bambine continui a crescere: violenza sessuale nelle aree di conflitto, molestie sessuali per le strade, gravidanze di adolescenti e bambine, violenza da parte di partner intimi, femminicidi. Anche se interpretiamo l’aumento di documentazione come un segno di progresso da parte dei governi nell’occuparsi della VCDB, i quadri che ne emergono sono confusi. Abbiamo ancora bisogno delle vitali statistiche contenute nei rapporti-ombra delle società civili perché ci si offra una visione più vicina alla realtà, e frequentemente più dura anche se non ufficiale, della VCDB nel mondo.

Per cui, che senso c’è in queste annuali disamine e dichiarazioni? Un incontro recente e molto più ristretto sui femminicidi, a Città del Messico – reso disponibile a tutte noi grazie alle meraviglie delle tecnologie informatiche e di comunicazione – mi ha dato una prospettiva differente nel paese il cui nome è diventato sinonimo per parole come “femminicidio” e “impunità”. Stabilire il concetto di femminicidio in Messico è stato parte di un viaggio che ha usato la legge come meccanismo per il cambiamento. La violenza femminicida è chiaramente definita come qualcosa che ha le sue radici nella discriminazione, che lo Stato ha l’obbligo di eliminare (il Messico ha firmato la CEDAW molto tempo fa). Il Tribunale Interamericano ha dichiarato il governo messicano legalmente e penalmente responsabile in casi specifici, giacché il governo ha siglato gli accordi di Belem do Para, anche se il Messico ha argomentato su come gli accordi non fossero vincolanti. Questi sono i frutti, sebbene crescano lentamente, di due Dichiarazioni incredibilmente significative nell’affrontare le espressioni più estreme della violenza contro le donne.

Tuttavia, potreste notare giustamente che i femminicidi in Messico continuano ad aumentare. L’Osservatorio nazionale dei cittadini sul femminicidio (ONCF) ha documentato 4.112 casi di femminicidio in solo 13 stati messicani dal gennaio 2007 al giugno 2012. Il lavoro in rete dell’Osservatorio per ricostruire i casi e accumulare i dati ha fornito l’evidenza più terribile dell’impunità messicana, in special modo quando sottolinea la violenza istituzionale nei casi di femminicidio su cui non si indaga e che vengono liquidati come risultati del crimine organizzato. Perciò, l’ONCF si è concentrato sul come mettere fine all’impunità. La loro risposta? Assicurarsi che i femminicidi siano iscritti nelle legge statali, riconosciuti per ciò che sono e non per ciò che NON sono: “delitti passionali”. E assicurarsi che vi siano protocolli investigativi specifici per occuparsene. Non fascicoli da centinaia di pagine fatti con il copia e incolla dai testi degli accordi internazionali, e calati in realtà locali dove le “squadre omicidi” non hanno neppure una macchina fotografica per prendere immagini delle prove sulla scena del delitto.

No, l’Osservatorio ha filtrato dal proprio lavoro raccomandazioni semplici e pratiche: trattate tutte le morti violente di donne come femminicidi sino a che non trovate prova del contrario. Per esempio, dubitate dei suicidi, in special modo quando i corpi delle donne recano lividi o segni di tortura. Non usate stereotipi di genere quando riflettete sul delitto. Non criminalizzate i membri della famiglia della vittima: la morte della loro figlia NON è dovuta al fatto che le permettevano di tornare tardi dal lavoro la sera. Esaminate le prove prime di fare ipotesi: se siete convinti a priori che il femminicidio è dovuto al “crimine organizzato” potreste essere ciechi ad altri indizi. I tabulati delle chiamate telefoniche, nota Yuriria Rodríguez, sono fonti vitali per comprendere le ultime comunicazioni delle vittime. La classificazione come femminicidio di un caso a Sonora è stata respinta, citando “ragioni familiari” dietro l’assassinio della donna. Rodríguez ha notato che lo stesso giorno della sua morte la vittima aveva ricevuto più di 100 chiamate dallo stesso numero, quello di uno dei sospetti. Se il ruolo della tecnologia nel continuum della violenza viene preso sul serio, non solo le registrazioni delle chiamate diventano una parte regolare delle indagini, ma la violenza mediata dalla tecnologia può essere presa maggiormente in considerazione da parte delle autorità, le donne possono riconoscere più in fretta i segnali d’allarme ed è possibile intervenire prima che la violenza cresca. Ma prima ancora, come nel caso dell’Osservatorio, tutto comincia con la raccolta dei dati, e le dichiarazioni, e le leggi, e i protocolli.

Yuriria Rodriguez

In Messico, noi siamo orgogliose della nostra “Ley general de acceso de las mujeres a una vida libre de violencia” (legge generale per l’accesso delle donne ad una vita libera dalla violenza). Le femministe hanno intelligentemente lottato perché la legge fosse formulata in positivo. Può essere lunga da nominare e citare, ma ogni volta in cui lo è a noi si ricorda che è invero nostro diritto vivere una vita libera dalla violenza. E’ là, ratificata, è il tentativo del Messico di mettere in pratica, sul terreno, le convenzioni internazionali. La sfida ora è rendere la legge realtà. Ma tu hai in effetti il diritto. Hai il diritto di vivere una vita libera dalla violenza. Sì. Tu. Lo. Hai.

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(di Kathryn Hovington per The International Criminal Law Bureau, 2012. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.

http://www.internationallawbureau.com

Margaret ha lavorato l’Alto Commissariato NU per i rifugiati in Uganda e in India, è stata consigliera per l’immigrazione per i Ministeri degli Esteri e degli Interni britannici, e direttrice dell’ufficio legale dell’International Planned Parenthood Federation.)

 

Come direttrice di “Vedove per la Pace tramite la Democrazia” qual è il tuo scopo principale?

Mi sento davvero privilegiata in modo straordinario, perché il mio lavoro riguarda una delle aree più neglette del genere e dei diritti umani. Lavoro sulle istanze della vedovanza: in special modo nei paesi in via di sviluppo e in quelli dove vi sono scenari di conflitto o post conflitto, dove vi sono milioni di vedove e di “mezze vedove” (le vedove degli scomparsi) totalmente ignorate. C’è ancora così tanto da fare. Cambiare le politiche governative, suscitare consapevolezza nelle comunità nazionali, alle Nazioni Unite ed in tutti i meccanismi legali internazionali. Non si tratta di una “questione di donne”: è una questione per la società nel suo insieme.

Un aspetto importante della vedovanza è il suo irrevocabile impatto negativo sulle vite dei bambini. Ciò che i bambini delle vedove sperimentano è terribile, a causa della povertà delle loro madri, che non hanno diritti ereditari o sulla terra, e non hanno accesso alla giustizia legale. Questi bimbi sono tolti da scuola, o non avranno mai la possibilità di frequentarne una. Le femmine possono essere forzate a prostituirsi o date in mogli in tenera età, il che farà di loro stesse delle giovani vedove. Per cui questa non è una faccenda che riguarda la morale, o la compassione, è in effetti una grossa questione economica e politica. Dopo tutto, la risorsa più importante di ogni nazione è la sua gioventù, la generazione futura.

Com’è cominciata la tua carriera e cosa ti ha spinto ad occuparti di diritti umani?

Ho ottant’anni ora, e sessanta anni fa, quando frequentavo l’Università di Cambridge, non c’era nulla che somigliasse ad un corso sui diritti umani. Nessuno ne parlava molto, tra l’altro. Studiavo legge ma non sono mai stata intenzionata a seguire il sentiero convenzionale del divenire poi un pubblico ministero, un’avvocata o una giudice. Quello che mi interessava era l’interfaccia tra legge e società, legge e sociologia, legge ed antropologia, e l’impatto della legge sulle persone più svantaggiate, in particolare il loro accesso alla giustizia.

Ho praticato come avvocata negli anni ’50, ma era un momento difficilissimo per le donne. C’erano così tanti pregiudizi sulle avvocate, persino tra i colleghi, che lavorare era quasi impossibile. Io volevo essere indipendente e vivere da sola, così ho cambiato professione e sono andata a lavorare come produttrice per la televisione. Mentre producevo programmi sulle istanze sociali ho cominciato a studiare antropologia e dopo essermi sposata ho anche preso un diploma in amministrazione e politiche sociali.

Cos’ha acceso il tuo interesse per i diritti delle vedove?

Ho incontrato la cosa accidentalmente, mentre nessuno la stava considerando, dopo la morte di mio marito avvenuta vent’anni fa. All’epoca dirigevo i corsi del Royal Institute of Public Administration, e cioè insegnavo diritto amministrativo ai magistrati del Commonwealth. Uno di essi, del Malawi, venne da me un giorno chiedendo aiuto per un bimbo molto malato. Riuscii a convincere un pediatra dell’ospedale di Salisbury a prendersene cura, ed invitai la madre a risiedere da me mentre il piccolo veniva curato. Lei funse da catalizzatore. Aveva appena messo piede in casa mia, non si era neppure seduta, e dato uno sguardo al soggiorno mi chiese: “Vuoi dire che i fratelli di tuo marito ti permettono di stare qui e di tenere tutte queste cose?” Un campanello d’allarme cominciò a suonare nella mia testa.

Alcune settimane più tardi ero all’UCLA in California, dove ero stata invitata a tenere dei corsi su donne, diritto, sviluppo e salute. Cominciai a cercare informazioni sulle vedove nell’enorme biblioteca di questa università: e non c’era assolutamente nulla. All’epoca ci stavamo muovendo verso la Quarta conferenza mondiale sulle donne che si sarebbe tenuta a Pechino nel 1995. Là tenni il primo seminario internazionale sulla vedovanza, e ciò diede inizio al processo.

Hai una visione di quello che vorresti raggiungere? Qual è la missione?

All’inizio era un caso tipico di “cosa possiamo fare?”. Le vedove devono essere rappresentate a livello nazionale, regionale ed internazionale. I bambini hanno l’UNICEF e “Save the Children”, i rifugiati hanno l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite, i detenuti hanno “Prisoners of Conscience” e Amnesty International. Ma cosa avevano le vedove? Per cui abbiamo fondato un’organizzazione internazionale, che ha attraversato stadi diversi. L’organizzazione che ora io dirigo si chiama “Vedove per la pace tramite la democrazia” (Widows for Peace through Democracy – http://www.widowsforpeace.org ).

Lo scopo ultimo è avere un mondo in cui non vi siano paesi dove le vedove soffrono per stigmatizzazione e marginalizzazione, dove vengono loro negati i diritti umani di base, dove sono le più miserabili fra i poveri, dove le loro voci non sono mai ascoltate e sono vittime di pratiche tradizionali dannose e degradanti. In alcuni paesi tali pratiche sono delle torture vere e proprie.

Uno dei nostri impegni più importanti è dar sostegno alle vedove in nazioni in cui la vedovanza equivale alla morte sociale, essere in grado di fornire loro conoscenze utili, non solo quelle relative ai loro diritti, perché far fronte alle necessità di base è la loro prima priorità. Il sostegno e i training sono mirati a dar loro la fiducia e la conoscenza utili ad articolare i loro bisogni ai governi ed a partecipare ai livelli decisionali. Le aiutiamo ad essere coinvolte, in particolare nelle situazioni di transizione post-conflitto, quando si danno attività come riforme legali e costituzionali, commissioni per la verità e la riconciliazione, costruzione di pace e democrazia.

La gente mi dice che abbiamo fatto molto, ma io sento che la strada da percorrere è ancora lunga. Vorrei avere trent’anni di meno, così potrei lavorare molto di più. Per dirla con una metafora, noi abbiamo piazzato la scala, ma la questione è ancora ai gradini più bassi ed io voglio vederla salire.

Quali ostacoli vedi lungo la via?

Principalmente due. In primo luogo, non ci sono abbastanza dati o statistiche affidabili: sappiamo ancora troppo poco. Questo è un grosso ostacolo. Tuttavia, abbiamo un’incredibile organizzazione partner in Nepal, le cui socie vedove stanno riempiendo i vuoti nei dati, registrando e mappando. L’altro grande ostacolo, a parte l’ovvia mancanza di fondi, è che chiunque – nei governi e nelle agenzie per lo sviluppo, nei gruppi umanitari e alle Nazioni Unite – parla delle donne come di un gruppo omogeneo, ma non lo sono. Una delle più povere e più ignorate “sotto-sezioni” del gruppo donne sono le vedove e le mogli delle persone scomparse.

Cosa c’è nella tua vita, privata o professionale, che ti dà ispirazione per questo lavoro?

Le persone spesso mi chiedono della mia vedovanza, ma io non posso parlarne allo stesso modo, perché non ho sofferto nulla di quel che ho detto prima. Ovviamente c’è il dolore, c’è qualche volta la solitudine, ma io ho un tetto sulla testa e un’istruzione, perciò posso continuare a lavorare e non sono stigmatizzata perché vedova: nessuno ad esempio dice che sono una strega.

Ci sono numerose donne che mi ispirano, Nawal El Saadawi in Egitto, Noeleen Kaleeba in Uganda, Graca Machal, Aung San Suu Kyi, ma ce n’è anche una molto particolare. Il suo nome è Lily Thapa. L’ho incontrata dieci anni fa ad un incontro di vedove a Delhi, e l’ho invitata a Londra a parlare durante il ventennale della CEDAW (Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne). E’ la fondatrice e la presidente della straordinaria organizzazione nepalese che ho citato: Women for Human Rights, Single Women Group (“Donne per i diritti umani, gruppo donne single”) – http://www.whr.org.np

La ragione per cui ha chiamato il gruppo “donne single” invece che vedove è che nella maggioranza dei dialetti parlati nella regione la traduzione della parola “vedova” è puttana o strega. Lily è rimasta vedova quando era una giovane madre con tre figli maschi molto piccoli. Suo marito è morto durante la guerra del Golfo e lei ha dovuto sottoporsi a tutti i rituali del lutto: i capelli le sono stati rasati dalla sua stessa madre, l’anellino alla sua narice è stato strappato via con le pinze e qualsiasi gioiello possedesse è stato rotto. Immediatamente dopo, ha fondato il gruppo assieme ad altre cinque vedove ed ha cominciato a lavorare attraversando l’intero paese, inclusi i villaggi maoisti, il che non l’ha resa molto popolare presso il suo governo. L’organizzazione ha stabilito rifugi e programmi educativi per le vedove che fuggono dalla povertà, dalla violenza e dall’abuso sessuale.

Oggi Lily è assai conosciuta, alle Nazioni Unite e nei circoli delle ong. Ha mappato e registrato 84.000 vedove in 57 delle 76 regioni del Nepal. La sua organizzazione ha persuaso il governo nepalese ad includere il trattamento delle vedove negli indicatori che monitorano l’implementazione della Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle NU, e a redigere un Piano nazionale d’azione relativo alla 1325. Ha aiutato 11 vedove a sedere al Parlamento nepalese; ha lavorato per cambiare le leggi sui diritti pensionistici… Lily ha fronteggiato così tanta discriminazione ed ora è una figura internazionale. Sono davvero ispirata da lei e dai risultati del suo lavoro.

 

Da dove prendi la tua invidiabile energia?

Be’, penso che la passione sia essenziale come carburante. Fa sì che tu ti guardi in giro ed esplori, sino a trovare persone che ti danno consapevolezza e ti aiutano. Le vedove non sono semplicemente vittime, non sono solo povere, vulnerabili e bisognose: rivestono ruoli chiave come uniche provveditrici per le loro famiglie. In numerosi paesi vedi nonne che si prendono cura di orfani e di persone traumatizzate e ferite dalla guerra. Le vedove possono essere agenti del cambiamento assai efficaci se le si consulta e le si sostiene. Devono essere informate e devono influenzare le politiche dei loro paesi. Ecco, le vogliamo vedere in prima fila.

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Intervista a Karima Bennoune (di Anna Louie Sussman, per Women in the World Foundation, 6.6.2012, trad. Maria G. Di Rienzo)

“Non arrendersi mai.” Questo l’avvocata Karima Bennoune, esperta di diritto internazionale in relazione ai diritti umani, attivista di lungo corso per i diritti delle donne, dice di aver imparato da suo padre, attivista e dissidente algerino che aveva combattuto nella guerra per l’indipendenza del paese. Successivamente, divenne uno dei principali critici dei fondamentalisti algerini, un’istanza che Karima ha preso su di sé. “Sino alla fine della sua vita mio padre non smise di tenere incontri e conferenze. Era a stento in grado di parlare a causa dei suoi problemi di salute, ma non intendeva arrendersi.” Docente universitaria, collaboratrice regolare del quotidiano “The Guardian”, Karima sta attualmente lavorando ad un libro dal titolo “La vostra fatwa non si applica qui.”: tratta di quei musulmani in tutto il mondo che si stanno opponendo ai fondamentalismi.

Tu hai scritto che la laicità e la separazione fra legge e religione sono cruciali per proteggere i diritti delle donne. Ci sono però gruppi che usano interpretazioni progressiste dei testi religiosi per sostenere i loro argomenti in contesti locali. Tu cosa pensi di questa strategia?

Io faccio parte del direttivo della rete “Women Living Under Muslim Laws” (WLUML – “Donne che vivono sotto le leggi musulmane”). Una delle ragioni per cui ritengo significativo lavorare con questa organizzazione è che essa mette insieme donne che stanno usando una vasta gamma di strategie: laiche, basate sui diritti umani universali, o sull’interpretazione progressista e la reinterpretazione della religione. Certamente non vedo le due cose come contraddittorie ma sono infastidita da quel che noto a livello internazionale, una cosa che potremmo chiamare “eccezionalismo islamico” come mi ha detto un’attivista iraniana. Quest’attitudine sembra progressista, ma in effetti finisce per indebolire le persone che lavorano sul campo, che magari hanno una fede personale ma stanno usando argomentazioni laiche per raggiungere i loro scopi. Rispetto chi ha strategie multiple, ma quando guardo a ciò che sta succedendo nell’Africa del nord sono sempre più convinta che la laicità è la chiave per l’ottenimento nella regione di diritti umani e di diritti per le donne in particolare.

Chi sono le persone che descrivi nel libro a cui stai lavorando e che si oppongono ai fondamentalismi?

Il libro inizia con la storia di mio padre, minacciato di morte da gruppi armati fondamentalisti negli anni ’90. A causa di ciò smise di insegnare all’Università, ma non lasciò l’Algeria, ne’ smise di scrivere o parlare. L’unica cosa che cambiò fu la casa in cui abitava, perché aveva trovato sul tavolo della cucina un biglietto con su scritto “Considerati morto”. Una delle cose che lo demoralizzava profondamente era la scarsità della solidarietà internazionale, in special modo l’atteggiamento di molte persone sedicenti progressiste: costoro pensavano e pensano di dover essere di sostegno ai fondamentalisti perché questi si dichiarano anti-imperialisti, o qualcosa del genere, nel mentre hanno per bersagli gli individui progressisti locali. Per cui, il libro nasce dal tentativo di capire perché le persone come mio padre sono ignorate e dal desiderio di portare le loro storie ad un pubblico più vasto. La gente si chiede: “Ma dove sono i musulmani contrari all’estremismo?”. Sono dappertutto, ma nessuno presta loro attenzione.

Io ho intervistato oltre 250 persone provenienti da più di venti paesi. Sono andata in Senegal, in Nigeria, nei Territori Palestinesi, in Afghanistan e in Pakistan. Ho parlato con gli algerini della diaspora in Francia. Sono stata in Russia ed ho incontrato persone da tutta l’Asia centrale e dal Caucaso. Sono in partenza questa settimana per il Canada e l’Algeria. Ho parlato con un’ampia gamma di persone. Naturalmente sono diverse, tu noteresti la differenza se ad esempio andassi nelle Filippine e in Italia per capire le diverse prospettive di persone con un background cristiano.

Una delle cose su cui i fondamentalisti musulmani e cristiani si stanno davvero impegnando è l’organizzarsi a livello internazionale e stabilire connessioni: hanno una grande disponibilità finanziaria per farlo. Chi si oppone ai fondamentalisti non ha questo tipo di sostegno. Ci sono reti come WLUML, per esempio, ma non sono neppure paragonabili. Parte del mio progetto è il tentativo di mettere queste persone in contatto le une con le altre e di fare in modo che siano ascoltate a livello internazionale. Sono dappertutto: avvocati e medici e gente comune, contadini algerini che sono stati vittime del terrorismo fondamentalista negli anni ’90, organizzatori comunitari a tempo pieno e volontari.

Perché sono stati ignorati sino ad ora?

Non sono sicura del perché, ma penso ci siano un paio di ragioni. Ad esempio, è molto più facile essere ascoltati se si assume una posizione estrema. Se la tua posizione è ragionevole è molto più difficile ottenere l’ascolto. Le esplosioni riverberano, letteralmente, ma le persone che lavorano quietamente contro di esse fanno molta più fatica a raggiungere le prime pagine dei giornali.

Un’altra ragione è che non rispondono alle aspettative. Si battono per i diritti umani, o per interpretazioni dell’Islam in cui l’indossare un fazzoletto in testa è opzionale e la violenza di genere contraria agli insegnamenti: non rispondono agli stereotipi che la gente di destra e quella di sinistra hanno rispetto ai musulmani. Perciò sono sconvenienti, fuori tema. Di solito sono anche persone molto critiche sulle politiche occidentali e questa può essere in parte un’altra ragione per non ascoltarli.

Io ritengo assolutamente necessario ascoltare queste persone, imparare dal loro lavoro e dalle loro esperienze, e trovare modi sensati con cui sostenere il loro lavoro: almeno, non minare quel che stanno facendo. Per cui sono stata molto attenta a non generalizzare. La cosa interessante è che, praticamente in tutti i contesti, questi attivisti hanno identificato la crescita dei fondamentalismi come uno dei maggiori pericoli per i diritti umani.

Negli Usa è in atto una specie di contrattacco sui diritti delle donne e in parte sembra verniciato di religione. Cosa possono apprendere le attiviste di qui dalle persone che tu hai intervistato?

C’è molto da imparare. Le donne tunisine mi hanno davvero impressionata per il modo in cui rifiutano di cedere sulle loro richieste. Sono andata in Tunisia nel marzo 2011, un paio di mesi dopo la caduta di Ben Ali. Eravamo ancora sull’onda di un momento euforico, i fondamentalisti stavano uscendo allo scoperto e diventavano più attivi. Pure, le donne che ho intervistato non intendevano “moderare” nessuna delle loro richieste. Erano di una chiarezza cristallina: volevano una Costituzione laica. In effetti, volevano anche di più! Stavano premendo perché le riserve espresse dalla Tunisia alla CEDAW (Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione verso le donne – NU 1979) fossero ritirate. E’ stato risposto loro positivamente in via ufficiale, ma la richiesta vera e propria al Segretario Generale delle Nazioni Unite deve ancora arrivare.

Questo è veramente critico: non perdere il punto. Non perdere il punto perché le tue argomentazioni stanno diventando meno popolari e sempre più pressione religiosa si accalca sulla sfera politica.

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La ragazzina, pakistana immigrata, sta in ospedale dove tentano di salvarle l’esofago bruciato dall’acido muriatico. Chi l’ha spinta nell’angolo, verso la disperazione e la morte, sa però cosa dire alla nostra opinione pubblica, glielo stiamo insegnando da anni: è tutta “cultura”. I “matrimoni combinati” sono cultura in Pakistan, bere acido è cultura, schiaffeggiare una sorella, picchiare una figlia, coercizioni, maltrattamenti: cultura. E i giornalisti abbozzano, le Ministre sproloquiano, e noi ci sentiamo tanto tolleranti e comprensivi. Crepa pure, piccola, dandoti la morte per tua stessa mano o vivendo un’esistenza infame con un marito che non hai scelto e che non ami. Vedi come rispettiamo la tua diversità? Pilato è libertario e anticolonialista.

Primo distinguo, lessicale: un “matrimonio combinato” o “arrangiato” è quella situazione che si dà quando i due contraenti vengono presentati da altri come possibili partner. Tipo, la zia che dice al nipote celibe 35enne: “La figlia di un’amica mia ha circa la tua età e non è sposata, ti andrebbe di incontrala?” I due si incontrano, si piacciono o no, decidono o no che sposarsi è una buona idea. Quando se non vuoi lo sposo che ti hanno scelto ti prendono a botte, e sei pure minorenne, e tenti il suicidio, si parla di “matrimonio forzato”. Mi seguite, sì?

Secondo distinguo, legale: il diritto alla scelta nel matrimonio è sancito dalla “Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne” (CEDAW, 1979) che il Pakistan ha sottoscritto. Le leggi nazionali del Pakistan, e di tutta l’Asia del sud, proibiscono i matrimoni forzati. Il matrimonio forzato è formalmente una violazione del diritto penale internazionale. Il Pakistan ha firmato anche la Convenzione NU sui diritti del minore (fra cui istruzione, salute, libertà da violenze e torture). Perché mai il Pakistan ha fatto tutto ciò in contrasto con i sacri, immutabili, monolitici, granitici pilastri della sua “cultura”?
E’ un complotto occidentale? O ci sono sanzioni e dissenso, rispetto alla violenza in famiglia e altrove anche in questo (per noi) distante ed esotico paese? E a noi sta bene o meno contrastare la violenza, oppure la scusa “culturale” ci permette semplicemente di voltare lo sguardo ogni maledetta volta in cui la vittima è di sesso femminile?

La sedicenne in questione aveva già tentato il suicidio in precedenza, ed a causa delle botte ecumenicamente distribuite dal padre ai familiari la polizia era già entrata in casa sua quattro volte. Definire ciò “la cultura pakistana” è un insulto ai pakistani, e all’umana intelligenza. Maria G. Di Rienzo

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“Progresso delle donne del mondo: cercando giustizia”. Rapporto dell’Agenzia Donne delle Nazioni Unite rilasciato il 6 luglio 2011.

DIRITTI:

Dei 186 paesi che hanno ratificato la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW) – adottata nel 1979 dall’assemblea generale delle NU – 42 hanno imposto almeno una riserva, limitando l’applicazione del trattato.

Le riserve concernono usualmente l’eguaglianza di diritti per le donne nel matrimonio e in famiglia, i diritti di nazionalità e la “compatibilità” con le leggi religiose.

BAMBINE:

Un terzo delle donne nei paesi cosiddetti “in via di sviluppo” arrivano ai 18 anni essendo già sposate.

I matrimoni in tenera età le espongono ai rischi delle gravidanze e dei parti precoci, che sono la principale causa di morte per le ragazze dai 15 ai 19 anni nei paesi suddetti.

VIOLENZA DOMESTICA

Indagini in 70 paesi hanno mostrato che più del 60% delle donne hanno fatto esperienza di violenza fisica o di violenza sessuale.

A livello globale 603 milioni di donne e bambine vivono in paesi che non provvedono specifica protezione legale dalla violenza domestica.

Nei paesi senza leggi contro la violenza domestica, metà della popolazione pensa che qualche volta è giustificabile, per un marito, pestare sua moglie.

VIOLENZA SESSUALE

Circa due miliardi e seicento milioni di donne e bambine vivono in paesi in cui lo stupro all’interno del matrimonio non è illegale (lo è in 52 paesi in tutto).

I dati europei dicono che circa il 14% degli stupri finisce con una condanna, con percentuali che scendono in alcuni paesi al 5%. In Sudafrica, uno stupro su sei finisce in tribunale, e circa il 6% ottiene una condanna.

Durante il genocidio in Ruanda circa mezzo milione di donne sono state violate; 60.000 hanno avuto lo stesso destino in Bosnia Erzegovina durante la guerra nell’ex Jugoslavia, e 95.000 sono state stuprate fra il 2001 ed il 2009 durante il conflitto ancora in corso in Colombia.

POLITICA ISTITUZIONALE

Le donne sono un quinto dei parlamentari del mondo.

GIUSTIZIA ECONOMICA

Più di metà delle lavoratici nel mondo, 600 milioni di donne, svolgono lavori non sicuri e privi di qualsiasi protezione legale.

117 paesi hanno leggi sulla parità salariale, ma le donne sono comunque pagate dal 10 al 30% in meno degli uomini in tutte le regioni e in tutti i settori economici del pianeta.

POLIZIA

Dati da 40 paesi dimostrano che ove le donne siano presenti nelle forze di polizia le violenze sessuali vengono denunciate più facilmente, ma ogni dieci poliziotti al mondo solo uno è una donna.

(Adesso non ditemi che volete cambiare pianeta, ditemi che volete cambiare questo pianeta… ) Maria G. Di Rienzo

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Il seguente testo ha vinto il concorso per la celebrazione dei trent’anni della CEDAW – Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione verso le donne (1979/2009) nella categoria riservata all’età fra i 14 ed i 18 anni, indetto da Women Learning Partnership www.learningpartnership.org/

L’autrice libanese Nadine Abi Kanaan, assieme alle altre vincitrici, è stata premiata durante la 54^ Commissione NU sullo status delle donne del 2010. Trad. M.G. Di Rienzo

Spesso si sente dire che le donne in Libano sono le più emancipate della regione mediorientale. Ma questa affermazione non è del tutto vera, perché si basa solo sulla ricca minoranza libanese che guida auto di lusso e si gode il lato rosa della vita frequentando i più famosi ristoranti della capitale del paese.

Le donne libanesi meno fortunate devono sopportare la dura discriminazione di uno dei paesi più patriarcali del mondo arabo. Il governo libanese non considera le donne come cittadine complete, perché il sistema è basato sul sessismo e sulla discriminazione. “Un cittadino, in Libano, è un cittadino maschio”, si dice sovente. E in effetti, il terzo rapporto basato sulla CEDAW attesta che: “qualsiasi sia la denominazione a cui appartiene, una donna libanese è vittima di discriminazione di genere nei suoi contatti con la legge sullo stato civile”, aggiungendo che gli uomini in Libano sono completamente sostenuti dal governo mentre le donne ed i loro diritti sono totalmente negati. La discriminazione appare in molte leggi.

Il Libano è multi-confessionale (18 religioni) e l’applicazione della legge sullo stato civile è in mano a tribunali religiosi diversi. Non c’è un diritto civile unificato che definisca le leggi sullo stato civile. Di conseguenza, ci sono 15 differenti codici sullo stato civile in uno dei paesi più piccoli della regione araba. Queste diverse leggi si occupano di eredità, relazioni coniugali ed altre aree correlate. Sebbene i diritti delle donne e la loro eguaglianza con gli uomini siano parte della Costituzione del paese, sono scarsamente rispettati nella vita reale.

Una donna che ottenga il divorzio in Libano soffre di una serie di ingiustizie relative ad esso, rispetto alla custodia dei figli ed al risposarsi in futuro. In caso di divorzio, nella maggior parte delle legislazioni vigenti, il padre è di diritto il tutore legale dei figli. Anche nei rari casi in cui una donna ne ottiene la custodia, non ha alcun diritto legale su di essi. E quando si tratta di risposarsi, i codici cristiani ed islamici sullo stato civile prevedono che se una donna contrae un nuovo matrimonio perde la custodia dei figli.

Anche per l’eredità, le leggi differiscono basandosi sulle religioni. Ad esempio, per i musulmani le figlie ereditano la metà rispetto ai loro fratelli, perché non sono considerate come membri della famiglia che hanno responsabilità di tipo finanziario. Ma cosa succede se una donna divorzia e ottiene la custodia dei figli? In che modo garantirà loro sicurezza economica in un paese dove i padri rifiutano con facilità di pagare i modesti alimenti fissati dai tribunali?

La più grave discriminazione contro le donne in Libano è comunque la legge sulla nazionalità. La nazionalità libanese passa solo da padre a figlio, senza distinzioni su dove il figlio nasce. Gli uomini possono anche garantire la nazionalità libanese a spose straniere, mentre le donne con nessun mezzo possono garantirla a mariti stranieri. Nella legge appare anche la discriminazione fra madri libanesi originarie e madri che hanno acquisito la cittadinanza: queste ultime passano la cittadinanza libanese ai figli in caso di morte del padre, mentre le madri originariamente libanesi non posssono farlo.

Un recente studio delle NU attesta che durante il periodo 1995-2008, 18.000 donne libanesi sposate a cittadini stranieri sono state private del diritto alla nazionalità (il che implica 80.000 uomini, bambini e donne deprivati dell’essere cittadini libanesi). Tristemente, a tale questione il Ministro degli Interni Baroud ha risposto: “Non c’è via d’uscita, è una questione politica.”

Quali sono le soluzioni per risolvere questo problema nazionale? Un proverbio inglese dice: “Dove c’è la volontà c’è una via”. Se le donne libanesi si unissero per risolvere il problema, e facessero del loro meglio per emendare le leggi discriminatorie dalla Costituzione libanese, sarebbero certamente in grado di riuscirci.

Queste sono le soluzioni che propongo io:

1. Rafforzare le donne libanesi, aiutandole ad organizzarsi in comitati che abbiano come unico scopo l’ottenimento dei loro diritti;

2. Coinvolgere la società civile (ong, ecc.) nel formare gruppi di pressione sul governo;

3. Collaborare con esperti in scienze politiche, sociologia e demografia, per completare studi che mostrino l’impatto di queste discrepanze sulle donne libanesi, e mettano in luce i problemi sociali causati dalle discriminazioni;

4. Usare diversi mezzi di pressione (media, manifestazioni, petizioni, rapporti statistici, conferenze e scioperi) per far conoscere l’impatto delle discrepanze;

5. Lavorare sulle strutture politiche e sulla società civile, per tentare di cambiare allo stesso tempo le leggi e la mentalità corrente, diffondendo consapevolezza tramite l’educazione delle giovani generazioni libanesi ai loro diritti ed ai loro doveri;

6. Infine, lavorare per la laicizzazione della società libanese e implementare il matrimonio civile per cancellare le diseguaglianze e le discrepanze causate dalla legge sullo stato civile.

In conclusione, sebbene le donne soffrano per la discriminazione in Libano la loro consapevolezza sta aumentando, ed io credo che il cambiamento verrà! Ecco perché lo credo:

Ho un sogno, che un giorno mio figlio e mia figlia avranno uguali diritti ed uguali opportunità, e saranno entrambi considerati cittadini libanesi a pieno titolo.

Ho un sogno che un giorno, camminando sulla strada di un paese qualsiasi del mondo, leggerò su un cartello: “Ditta Tal dei Tali e figlie srl”.

Ho un sogno, che se dovessi sposare uno straniero i miei figli sarebbero anche libanesi.

E sogno che un giorno non si darà più un tema come questo alle studenti, perché il suo soggetto non sarà più rilevante.

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