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Visto che il caldo sembra arrivare abbastanza al galoppo e che i media presentano i primi accenni della consueta campagna stagionale diretta alle donne (“corpi da bikini”, “torna in forma per l’estate”, “nuova dieta xy”) non è troppo presto per prendere un controveleno.

bridget everett

Bridget Everett, nell’immagine qui sopra, è nata nel 1972 ed è attrice, comica, scrittrice, performer di cabaret (che lei definisce “alternativo”) e cantante – il tutto di successo.

Due piccoli brani da differenti interviste; nel primo Rebecca Varcoe per Junkee le chiede il 14 febbraio 2017: “Sono sicura che sarai stanca di sentire questo, perché so che è una domanda fatta di continuo alle donne, ma come fai ad avere tutta questa fiducia in te stessa? E’ qualcosa che hai dovuto lottare per conseguire, oppure sei confidente di natura, una performer naturale?”

Risposta dell’artista: “Nella mia vita personale vacillo, sai? Ci sono volte in cui mi sento sicura di me, ci sono volte in cui mi sento da schifo, ma la Bridget sul palcoscenico è la Bridget che ho sempre voluto essere. Quel che non ho mai capito, mentre tentavo di costruirmi una carriera era tipo: solo perché sono una ragazza grossa con seni larghi e grande energia – sono una specie di rullo compressore – come mai questo dovrebbe essere un problema? Più la gente tentava di disarcionarmi, con più determinazione mi spingevo avanti. Per me, quando sono sul palco è il momento più felice e in cui mi sento più a mio agio. Amo moltissimo cantare, è il metodo di comunicazione che funziona per me. Far sentire bene le persone rispetto a loro stesse, cantando per loro, è un’esperienza eccezionale. Mi sento bene perché mi sento potente e forte e bella e ho la voce di un angelo e nulla potrà fermarmi – e non c’è niente di sbagliato nel sentirsi così.”

Il secondo brano viene dall’articolo di Gail Eisenberg per StrausMedia, pubblicato il 2 marzo 2017 e riguarda un grande amore della vita di Bridget, la cagnetta Poppy (in immagine sotto) che era stata abbandonata e che lei ha adottato: “Mi ha conquistata immediatamente. Quando le ho fatto visita al rifugio mi ha accolto sulla porta, sembrava sorridere, mi ha leccata dappertutto e mi si è addormentata in grembo pochi minuti dopo. Poppy ha arricchito la mia vita in modo incommensurabile. L’ha rovesciata sottosopra e mi ha mostrato come accettare e dare amore incondizionatamente.” Maria G. Di Rienzo

poppy

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Insegnare agli umani non è facile…

michelle-barker

(“Teaching an Old Dog”, di Michelle Barker – in immagine qui sopra – poeta e scrittrice contemporanea. Vive a Hatley, nel Quebec, con la sua famiglia e un vasto assortimento di animali: fra cui la sua cagna, protagonista del testo seguente.)

Ogni pomeriggio la mia cagna

mi porta a fare una passeggiata.

Cominciamo con il diventare

molto esaltate

correndo in cerchi di gratitudine nell’atrio

alla mera idea di passeggiare.

Una volta fuori, lei mi fa far pratica

delle mie lezioni.

Corri più veloce che puoi

senza alcuna ragione.

Dai la caccia a cose che

non hai alcuna speranza di prendere.

Metti da parte le linee diritte.

Entra in ogni pozzanghera.

Ascolta.

Qui, dice lei, qui

è passato un cervo.

Lei è paziente con me,

indica con il muso

mi esorta ad annusare io stessa

ma io non lo faccio, ovviamente,

perché sono una cagna anziana

e c’è un limite

a quel che posso imparare.

A volte lei corre avanti

poi si ferma nel mezzo della strada

e si volta a guardarmi.

Questo è un test.

Stai componendo poesia

nella tua testa, dirà.

Stai ripassando conversazioni

che non accadranno mai.

E io mi riprendo

e ricordo il miglior trucco

che lei mi ha insegnato finora –

camminare

come se ogni parte di me

stesse ascoltando dio.abbraccio

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Idillio

(“Idyll”, di U.A. Fanthorpe, poeta inglese, 22 luglio 1929 – 28 aprile 2009, trad. Maria G. Di Rienzo. Il suo nome completo era Ursula Askham Fanthorpe.)

ursula

Non sapendo neppure di essere per strada,

fino a che all’improvviso arriviamo là. Come lo riconosceremo?

Ci saranno merli, in una tarda sera di marzo,

foschia di fumo di legna, whiskey in magnifici bicchieri,

una poesia delle tue, in attesa di essere letta, e una delle mie;

una cagna meditabonda, un gatto materializzato

su un ginocchio. Tutte le paure del presente e del futuro

saranno finite, tutte le colpe perdonate.

Il paradiso, forse. O forse

possiamo spingerci sin là in questo mondo.

Io crederò che possiamo.

Madame Chilli di Jane Lewis

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(di Aoife Valley, 17.9.2012, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

La vergogna è il maggior ostacolo alla guarigione dagli abusi sessuali. Quando l’abuso accade all’interno di una struttura familiare investe tutti. La vergogna combinata di coloro che infliggono gli abusi, di coloro che non li fermano e delle vittime è ciò che generalmente tiene in vita un’enorme bugia familiare. Questo è ciò che è accaduto nella mia famiglia, in Irlanda del Nord.

Sino al 2009 sono stata coinvolta nelle indagini poliziesche che riguardavano mio padre ed i suoi amici per le loro attività pedofile. Sfortunatamente le altre vittime devono ancora farsi avanti, perciò la polizia non è stata in grado di mettere insieme abbastanza prove affinché il caso finisse in tribunale. Non aver avuto “giustizia” dopo tanti anni di lotte non è stato facile da sopportare, ma so che il mio lavoro non è ottenere personalmente giustizia, ma raccontare la mia storia per proteggere me stessa e gli altri.

Sono cresciuta nella casa di mio padre, in Irlanda del Nord, durante il periodo che noi chiamiamo “Dei guai” (gli anni ’80 e ’90, ndt.). La cultura in cui ero immersa e la mentalità tormentata di mio padre creavano un ambiente volatile ed insicuro in modo permanente. Bombe esplodevano, edifici saltavano in aria in centro città, adolescenti morivano di colpi d’arma da fuoco ed io ero stuprata e torturata da mio padre e, più tardi, dai suoi amici. Mia madre la vedevo di tanto in tanto, ma era soggetta a crolli nervosi e a volte scompariva per anni interi. Noi figli abbiamo vissuto con lei per due anni nel periodo in cui io entravo alle scuole medie, ma dopo di ciò lei ebbe un altro crollo e noi tornammo a vivere con mio padre.

Mio padre cominciò a stuprarmi e a torturarmi quando avevo cinque anni. Quando tornammo da lui dopo i due anni con mia madre io rifiutai di lasciarmi toccare e lui mi buttò giù dalle scale. Mi avrebbe lasciata là a sanguinare se non fossero tornati a casa i miei fratelli che lo costrinsero a chiamare un’ambulanza. La caduta mi causò una gamba rotta, danni al collo e un bel po’ di lividi. Mio padre venne in ospedale a portarmi rose rosse e a minacciarmi di morte in caso avessi parlato con qualcuno. Le infermiere sembravano intuire che qualcosa non andava, ma io ero diventata muta dal terrore. Mio padre mi aveva minacciata di morte per anni, ed ora sapevo che era capace di mettere in pratica quel che diceva.

Dopo questo episodio ricominciò a violentarmi periodicamente, sino a che, quando avevo 14 anni, mi presentò altri uomini che fecero lo stesso, uomini che ora identifico come un club di pedofili. In questo periodo restai incinta e fui portata in Inghilterra ad abortire. Diventai profondamente depressa, sino a non essere più capace di parlare o camminare. La cura che mio padre mi somministrò consisteva nel portare i più schifosi tra i suoi amici a “darmi una svegliata”. Per mano di quest’uomo io ho sofferto le esperienze più umilianti e orribili della mia vita. Quando avevo fra i cinque e i dieci anni, mio padre capitava in camera mia di notte, mi stuprava e poi mi faceva stare in piedi nel mezzo della stanza per il resto della notte. Diceva che se mi fossi seduta o sdraiata lui lo avrebbe saputo subito perché poteva “leggere la mia mente e vedermi” dalla sua camera. Io rimanevo in piedi finché ce la facevo, e mi risvegliavo al mattino sul pavimento.

Dai 16 anni in poi ebbi vari problemi di salute, il che significò stare spesso in ospedale: benché patissi del dolore, era meraviglioso essere via da casa. In seguito mio padre si trovò una specie di fidanzata e cominciò a passare pochissimo tempo con noi figli. Era un sollievo, ma significava anche che raramente in casa c’erano provviste o mezzi per scaldarci. Attraverso tutta la mia infanzia e la mia adolescenza la fame e il freddo sono stati problemi seri. Ricordo anche che a scuola ero dolorosamente conscia di non essere pulita, ma la vergogna era parte della mia identità. Quando ebbi 18 anni mio padre mi lasciò andare all’università in Inghilterra. Sembrava che la sua ossessione di distruggermi si fosse attenuata, così scappai di corsa prima che potesse tirarla fuori di nuovo e fermarmi. I miei ricordi pian piano svanivano dalla mia memoria. Fu quando ebbi 26 anni che cominciai ad avere dei flash back. Era il periodo in cui mio padre mi telefonava di continuo per insultarmi ed accusarmi di essere “pazza come mia madre”. Così abbandonai gli studi di specializzazione che avevo intrapreso a Dublino e mi trasferii nel Donegal, immergendomi nella natura per avere conforto. Dissi allora la verità alla mia famiglia sugli abusi che avevo subito. Le telefonate paranoiche di mio padre cessarono quando gli dissi che lo avrei denunciato alla polizia se avesse osato avvicinarsi a me. Gli dissi anche che ora aveva a che fare con una donna adulta, e non più con una bimba terrorizzata. Da allora in poi ho potuto andare avanti a vivere, sollevata dal fatto che mio padre aveva perso qualsiasi potere su di me. Ora era lui a temere me.

La meditazione è stata l’attrezzo che mi ha aiutata a guarire. Tutti i miei ricordi sono tornati a me, ed è vero che è stato come aprire un bidone di spazzatura fissa e puzzolente, ma io ho mutato tutto in oro nero. Meditare ti permette di sciogliere nodi e tensioni mentali, ma anche i dolori del corpo. Per anni il mio corpo è stato un concentrato costante di sofferenze, al punto da non poter neppure usare un asciugamano su braccia e gambe dopo un bagno. Il liberarmi da tutto questo è stato divino.

La fiducia è un problema enorme per le persone che hanno sofferto tradimenti estremi nei loro anni formativi: poiché la meditazione è una medicina che tu dai a te stessa in solitudine non oltrepassa confini difficili come altre tecniche che comportano l’intervento di terzi. Ma guarire non sarebbe comunque stato possibile senza l’aiuto di alcuni buoni amici, di membri della famiglia e di terapeuti.

Murales di Aoife Valley

Sono ancora in Donegal: il vasto Atlantico in distanza, le montagne attorno me. Sono qui e faccio tutto quel che posso per restare bilanciata, amarmi ed aiutare altri a trasformare in paradisi i loro inferni. Spero che chiunque legga questo giunga a maggior comprensione del suo stesso dolore: perché quando capiamo il nostro dolore esso può svanire come per magia, e lasciare dietro di sé solo la fontana del sollievo che risiede in ciascuno di noi.

Da quando ho pubblicato questo resoconto della mia vita sul mio sito web sono stata minacciata di denuncia da mio padre. Ho detto ai suoi legali che non ho la minima intenzione di negare la mia storia o di stare zitta. Sino a che avrò del respiro in questo corpo, io dirò la verità. Aoife Valley.

 

(Sull’Autrice: Sono nata nel giugno 1976, ho studiato arte in Gran Bretagna e a Dublino. Sono anche stata istruita in comunicazione nonviolenta a Findhorn, in Scozia. Vivo nelle montagne del nordovest del Donegal, in Irlanda, con una schiera di bellissimi animali: i gatti Leah, Dooey e Sunny, il cane Scrappy, le capre Dewla, Bouncy e Borage, ed un alveare pieno di api nere locali. Lavoro al Centro Risorse a Pobal Eascarrach e insegno meditazione. Il mio primo libro per bambini è uscito nel 2009.)

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C’è qualcosa di speciale nell’amicizia fra animali di specie diverse, forse perché dimostra che se le loro differenze non creano ostacolo nell’avere una relazione affettuosa e fiduciosa, non si vede perché gli umani non possano imitarli (tanto più appartenendo alla stessa specie, ed essendo fra loro meno diversi di un gatto e un cane, o di un cane e una volpe). Come disse Albert Einstein: “Il nostro compito dev’essere liberare noi stessi… allargando il cerchio della nostra compassione affinché abbracci tutte le creature viventi e l’intera natura nella sua bellezza.” Maria G. Di Rienzo

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