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“Cosa puoi fare, tu? Sei solo una donna.” Ed anche: “Le discipline scientifiche non sono per le donne.” Zoneziwoh Mbondgulo si è sentita ripetere queste due frasi praticamente da tutti gli uomini che conosce. “Non presto loro attenzione.”, dice. E i fatti lo dimostrano. Zoneziwoh, nata a Douala in Camerun, è diplomata in Scienze Ambientali all’Università di Buea, nonché scrittrice, documentarista e produttrice di programmi televisivi, istruttrice sulle istanze di genere ed attivista per i diritti umani delle donne, fondatrice di “Donne per un cambiamento – Buea”, un’ong femminista. “Il gruppo è nato nell’ottobre 2009 per rispondere al bisogno di promuovere e proteggere i diritti delle giovani donne del Camerun”, spiga la sua fondatrice, “e per incoraggiare tutte le donne a lavorare insieme attraversando le differenze e le difficoltà.”

Shannon Miller l’ha intervistata per il network “Safeworld for Women”. (Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Quali sono le sfide che le donne del Camerun stanno affrontando nelle loro comunità?

Le donne in Camerun continuano a dover fronteggiare discriminazione e violenza, che sono molto intense. Ogni giorno sento di una donna che è morta partorendo. Le donne non sono istruite e non hanno lavori decenti. Non hanno abbastanza accesso ai servizi per la salute riproduttiva. Non hanno risorse finanziarie.

Che mi dici della pratica del “livellamento dei seni con i ferri da stiro”?

E’ presente per lo più nelle zone rurali del Camerun, particolarmente diffusa in alcuni clan etnici della regione del nordovest. Anche dove sono nata io, nel sudovest, è presente. Durante una visita al mio villaggio ho sentito per caso due mie prozie che parlavano di una mia cuginetta. Dicevano che stava crescendo in fretta e che il suo seno stava spuntando “troppo velocemente”. E sai chi consigliava loro di bruciarle i seni con il ferro da stiro? Un uomo.

Sono intervenuta immediatamente. “Sentite,” ho detto, “lo spuntare dei seni è qualcosa su cui mia cugina ha controllo, lo sta facendo di proposito, o è qualcosa di naturale?” E la questione si è chiusa. A volte le persone che incoraggiano l’idea di “appiattire” le ragazzine con i ferri da stiro sono le madri: pensano, in questo modo, di proteggerle dalle aggressioni sessuali degli uomini. Fanno lo stesso ragionamento quando le costringono a sposarsi. Sarai d’accordo con me, credo, che è il concetto egemonico di mascolinità a continuare ad opprimere il femminile.

I matrimoni precoci e forzati sono molto diffusi?

So che parecchi di essi avvengono nella regione nord del Camerun, che è in maggioranza musulmana. Ma so molto di più del traffico di bambine. E’ qualcosa di cui ho conoscenza diretta, soprattutto del modo in cui le persone le impiegano come serve e le sfruttano in ogni modo possibile.

Cosa speri di ottenere con la tua organizzazione?

Dopo aver lavorato anni con gruppi di donne a livello locale, e globalmente online, ho notato l’assenza delle giovani, specialmente delle donne sotto i trent’anni, nel discorso sul genere. Nel mio paese sono spesso brutalmente oppresse e private dei loro diritti. Il gruppo è nato come sforzo per riempire il vuoto ed incoraggiare le giovani donne a credere in se stesse e diventare agenti del cambiamento. Oltre a lavorare sui diritti umani cerchiamo di fornire accesso all’informazione libera e seminari che istruiscono le giovani sulla capacità di essere leader, di intraprendere un’attività economica, di usare la tecnologia informatica. Potremmo anche fare di più, se avessimo più sostegno finanziario.

Nel 2010 abbiamo dato inizio ad una campagna per combattere la violenza di genere e l’Hiv/Aids che, tra l’altro, incoraggia l’uso di preservativi femminili. La nostra società è strutturata in modo da relegare qualsiasi discussione sulla sessualità alla sfera privata. Le preoccupazioni delle donne relative alla sessualità non devono essere rese pubbliche. Per cui moltissime donne hanno difficoltà persino a nominare i propri problemi quando si arriva a questo argomento. Noi abbiamo visto che l’educazione sessuale, la chiave per alzare lo standard della salute riproduttiva delle donne, funziona meglio se trasmessa fra gruppi di pari, e dall’inizio della campagna abbiamo strutturato il programma in questo modo. Da due anni donne di età diverse scambiano esperienze e informazioni su contraccezione, negoziazione con i partner sulla sicurezza nei rapporti sessuali, diritti sessuali e riproduttivi.

Qual è l’impatto dell’Hiv/Aids in Camerun?

E’ disperante. La malattia ha mutilato moltissime famiglie economicamente, psicologicamente ed emotivamente. Ha reso orfani numerosi neonati, e toglie da scuola un numero ancor maggiore di bambini. Di recente, due vedove sieropositive, una con cinque figli e l’altra con tre, hanno contattato la nostra organizzazione per avere assistenza. Abbiamo sotto gli occhi, giorno dopo giorno, il modo in cui la malattia delle madri si riflette sui bambini. I bambini non vanno a scuola se chi deve provvedere per loro è fisicamente debole e finanziariamente instabile. Le conseguenze che questo disastro infligge alle donne e ai loro figli sono devastanti.

Come mai hai deciso di produrre filmati? E in particolar modo quello sulle donne di Bafanjii e la guerra?

Ho capito che la gente recepisce più facilmente le immagini in movimento. Il messaggio contenuto in un saggio di cinque pagine può arrivare attraverso un filmato in un paio di minuti, e a un pubblico più vasto. Per cui uso i documentari e i filmati per raccontare le storie delle donne e suscitare consapevolezza su diverse istanze.

Il corto si chiama “Le donne di Bafanjii condividono le loro esperienze di guerra”. Narra di un gruppo di donne e dei ruoli da loro assunti nel periodo post-conflitto, del modo in cui hanno ricostruito la zona e le loro vite. Hanno perso figli e mariti o li hanno visti tornare disabili dalla guerra, ma sono incredibilmente forti e tenaci. La loro urgenza è muoversi in avanti, riottenere la “normalità” precedente il conflitto, ma mancano loro risorse finanziarie. Se fossero sostenute a questo livello avrebbero già cancellato povertà, fame e condizioni di vita disagiate dalle loro comunità.

Di recente hai visitato delle prigioni. Come mai hai fatto quest’esperienza?

Posso oggi dire a ragion veduta che una discarica è più confortevole delle nostre prigioni. Le condizioni in cui i prigionieri vivono sono traumatizzanti. Ogni persona ha addosso un odore terribile, come si può ridurre un essere umano in tali condizioni? Ero molto depressa quando ho terminato il giro. La ragione per cui ho compiuto queste visite era in primo luogo proprio il verificare come stavano le persone, una cosa di cui si discute raramente, e in secondo luogo volevo capire se riuscivo a far udire le voci dei prigionieri all’esterno.

In prigione ho incontrato una vedova di 67 anni, Namondo Alice. E’ in galera perché si è battuta per i propri diritti, perché ha sfidato un capo locale, un latifondista, quando costui ha reclamato per sé la terra che apparteneva a Namondo. Ma la sua voce è una voce di donna, e una voce di donna non conta niente nella società del Camerun. Persino in galera noti la discriminazione. Le donne sono tenute in celle così piccole che non riescono nemmeno a stendere un braccio.

A cosa stai lavorando attualmente?

Sto tenendo dei corsi in cui insegno alle ragazze modi semplici per usare internet, produrre filmati, eccetera, per creare i cambiamenti che desiderano. Questo le aiuta a far sentire la loro presenza e le loro voci. Sto anche contribuendo ad un progetto che si chiama “Fa’ vedere la mamma”. Questo concerne donne più anziane, ed è concentrato sul mostrare le loro qualità che esulano dall’essere madri: le mostriamo come atlete, intrattenitrici, artiste. Sto anche pensando a come organizzare qualcosa per le donne e le ragazze sordomute, con cui lavoro spesso. Amerei molto riuscire ad inserirle meglio nella comunità femminista.

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Dalle loro parti c’è questo proverbio: “Non puoi capire davvero le esperienze di un’altra persona fino a che non indossi le sue scarpe, e sai dove stringono.” Così, l’hanno fatto di nuovo. Avevano cominciato l’anno scorso, l’8 marzo, dichiarando il loro impegno a mettere fine alla violenza contro le donne, sfidando insulti, prese in giro e ostracismo dei loro pari: hanno messo scarpe da donna ed hanno camminato. E di nuovo, l’8 marzo 2012, hanno indossato scarpe con i tacchi a spillo e sono sfilati per un miglio con i loro cartelli e i loro slogan, sino a raggiungere i 40 gruppi femminili in manifestazione per la Giornata Internazionale della Donna. Il luogo è Bamenda, capitale della provincia del nordovest in Camerun. Loro sono gli uomini dell’associazione “Un futuro comune”.

Naturalmente non fanno solo questo. Il loro manifesto costitutivo parla chiaro: “Se riconosciamo che gli uomini restano i principali perpetratori della violenza subita dalle donne, allora devono essere centrali nel mettervi fine. Bisogna lavorare con gli adulti e i ragazzi per trasformarne l’attitudine ad usare violenza e renderli responsabili del cambiamento sociale. In questo modo, norme culturali possono essere messe in discussione ed è possibile la costruzione di una mascolinità più sana: una che non ha bisogno ne’ desiderio di soggiogare le donne.” E lo spiega ancor meglio uno dei co-fondatori del gruppo, Gwain Colbert Fulai: “Lavoriamo nelle scuole, nelle università, nelle comunità e nelle associazioni, proponendo modelli alternativi in cui non è necessario per maschi e femmine situarsi in opposizione binaria: modelli che permettono di condividere amore, salute riproduttiva, decisioni e responsabilità. E stiamo sensibilizzando le forze dell’ordine con seminari sul genere, affinché accettino le denunce delle donne che subiscono violenza, invece di ignorarle.”

La violenza prende molte forme, dicono gli uomini di “Un futuro comune”: in Camerun la maggioranza dei contadini sono di sesso femminile, ma alle donne non è permesso avere diritti su terre e proprietà (le più “fortunate” possono essere associate in un documento legale da un marito, se lui lo ritiene giusto), e solo il 21% delle ragazze va oltre l’istruzione di base. “I diritti umani riguardano tutti gli aspetti della vita: la casa, la scuola, il luogo di lavoro, le elezioni, i tribunali.”, dice ancora Gwain Colbert Fulai, “Per questo stiamo chiedendo riforme legali sullo status delle donne e sosterremo le donne che si candideranno alle prossime elezioni. Portando nella sfera pubblica un dialogo critico sulle mascolinità, le donne e la giustizia speriamo di formare altri attivisti sensibili al genere e amici della nonviolenza.” Maria G. Di Rienzo

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(“Asylum life: the trials of women refugees, through their own eyes”, di Kate Kellaway per The Observer, 14 agosto 2011. Trad. Maria G. Di Rienzo)

Il seminterrato di un edificio nei pressi di Old Street, Londra orientale, è pieno: rifugiate da tutto il mondo – Eritrea, Afghanistan, Iran, Repubblica democratica del Congo, Angola, Zimbabwe, Somalia, Burundi, Iraq e Camerun – si stanno riunendo qui. Diversi corsi di inglese si stanno tenendo in contemporanea e il posto ribolle di rumori. Si tratta della sede di una piccola associazione, “Women for Refugee Women”, che aiuta le rifugiate a camminare con le proprie gambe  ed a trovare la propria voce.

Molte di loro sono in completa miseria. Hanno passato mesi, ed in alcuni casi anni, sulle strade nel mentre lottavano con il sistema di asilo britannico. Sto facendo loro visita a causa di una eccellente mostra delle loro fotografie chiamata, con un’ironia che non necessita elaborazioni, “Casa dolce casa”: un tentativo di catturare ciò che “casa”, in questo paese, significa per loro.

Natasha Walter, una scrittrice che ha scoperto l’associazione dopo aver incontrato a Londra una rifugiata indigente, spiega che l’intenzione originaria era di aiutare le donne che sanno poco l’inglese a trovare un modo alternativo di comunicare le difficoltà delle loro vite in questa città: uno scatto vale mille parole. L’idea era anche che usando le macchine fotografiche le rifugiate avrebbero potuto illuminarci, ed è ciò che hanno fatto. In superficie, le istantanee non sembrano altro che una registrazione neutra ma è proprio questo a dar loro la forza di una protesta. Le macchine fotografiche non mentono. E la mostra finisce per dire molto su di noi e sulle nostre responsabilità nei confronti delle rifugiate: una lezione snervante.

E’ impossibile guardare queste immagini senza provare un’indignata compassione. Esse documentano la lotta per una sopravvivenza elementare; il senso di quanto poco le donne abbiano è inevitabile. Le necessità di base sono dominanti: le valigie non sono mai disfatte (le donne sono sempre in movimento), una borsa d’acqua calda tiene lontano il freddo, magre quantità di cibo (zucchero, riso) sono disposte come per un ritratto di gruppo. Molte delle fotografie suggeriscono l’idea di un ufficio oggetti smarriti, solo che sono le proprietarie e non gli oggetti ad essere sperdute.

Natasha Walter spiega che la mostra non tratta di casi individuali ma “dell’importanza di far conoscere alla gente le difficili circostanze in cui queste donne si trovano. La stragrande maggioranza di quelle che sono qui sono sfuggite a pesanti abusi dei loro diritti umani, inclusa la violenza sessuale, la persecuzione etnica e quella politica. Sono traumatizzate dalla perdita delle loro case e delle loro famiglie. Ed è terribile che la richiesta di asilo le traumatizzi ancora di più. Devono negoziare all’interno di un sistema assai complesso e nonostante la realtà delle persecuzioni che hanno subito molto spesso non vengono credute.”

Se la richiesta di asilo non viene accettata, le donne sono spostate da un luogo all’altro e possono essere classificate come “destitute” (“miserabili”), il che significa essere senza casa, non percepire alcun aiuto, e non avere il diritto di lavorare. “Vogliamo mostrare l’impatto di un sistema ingiusto nelle loro vite quotidiane.”, spiega ancora Natasha Walter.

In un’immagine particolarmente inquietante, “Ombra”, una scarpa senza lacci sta su un marciapiede londinese. Il corpo della donna che la indossa getta un’ombra sulla pietra. La fotografia mi appare un invito: potete immaginare di indossare le loro scarpe? (Ovvero di “mettervi nei loro panni”, ndt.)

Ho incontrato quattro delle fotografe: Evelyne, Madeleine, Esther ed Herlinde. Sono accoglienti ma guardinghe. Vengono tutte dalla Repubblica democratica del Congo ma non si conoscevano prima di incontrarsi, per la prima volta, in questa stanza. Stanno fuggendo da persecuzioni etniche e politiche ma qui, almeno, possono condividere esperienze, essere indirizzate a un avvocato, essere parte di una rete.

Chiacchieriamo in una volonterosa mistura di inglese e francese. Cominciamo con che tempo fa a Londra – ridono, rompono in esclamazioni, scuotono le spalle – e ci spostiamo sul cibo. Herlinde ricorda una visita al supermercato, la repulsione per i cibi inglesi ed il suo ingannarsi su di essi, mentre gli occhi di Evelyne si illuminano nel descrivere il “kwanga”, le radici vegetali che le ricordano casa sua. Le ha comprate a Dalston e le ha fotografate affettuosamente. Quando parlano dei loro sentimenti, le risate scompaiono. Herlinde descrive la sua testa “come una noce di cocco. Come se il mio cervello ci tremasse dentro. Dicono che è depressione.” Herlinde è, fra le quattro, quella dall’inglese migliore. Da poco le è stato garantito il permesso di restare. “Essere una “destitute” ha effetto sulla tua mente, sul tuo corpo, sulla tua anima.”, racconta, “Quando io lo ero non potevo pianificare la mia esistenza. Ti senti inutile e abbattuta, non sei stabile, diventi come una bambina.”

Madeleine, una donna regale vestita come una macchinista delle ferrovie, mi parla con spirito delle sfide affrontate nella sua vita, e del pericolo costituito dai falsi amici, in particolare dagli uomini: “Gli uomini dicono che vogliono aiutarti ma in effetti quel che vogliono è abusare di te. E poi ti ritrovi da sola con un bimbo. O malata di Aids.” Madeleine è qui da otto anni: “Vago con la mente. Non sono in pace. Vorrei lavorare per aiutare me stessa, ma il tempo sta passando.”

Tutte le donne vorrebbero lavorare, ma a causa del loro status se lo fanno vengono arrestate. Molte hanno figli lasciati nei loro paesi ed il dolore della separazione è quasi indicibile. “Non posso parlare con la mia bambina di 11 anni. E’ un problema per me.”, spiega Evelyne semplicemente. Esther mi dice che ha tre figli e poi ammutolisce. Herlinde soffre una crudele e persistente nostalgia di casa: “Starei meglio se fossi in Congo. Ma non posso andare là.”

Quando narrano della gentilezza e dell’ostilità che hanno incontrato a Londra, Madeleine trova assurde quelle persone che credono che loro si trovino qui per ragioni opportunistiche. “Perché avremmo dovuto voler venire?”, chiede, “Siamo venute solo per salvarci la vita! Non siamo venute perché ci piace l’avventura.” Herlinde è d’accordo: “Quando una donna in fuga arriva qui, con una paura reale, è perché ha un vero problema. A noi sembra che l’Home Office (l’ufficio immigrazione) non ci tratti con giustizia.”

Pure, sono deliziate e persino esaltate dalla mostra fotografica. Madeleine crede che possa aiutare la gente a capire il loro travaglio e che “farà crescere questo gruppo e ciò sarà un bene per le donne.” Prima di andarmene, chiedo loro se vogliono provare a descrivermi le case che si sono lasciate alle spalle. Sembra difficile: qualcosa di più della barriera del linguaggio impedisce loro di farlo. Poi Esther, inaspettatamente, mi prende il taccuino di mano e faticosamente scrive il suo indirizzo congolese. Me lo ripassa come se, in un’altra vita, io potessi farle visita là.

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“Questa è una raccolta di brani di artisti provenienti da tutto il mondo che hanno dovuto fronteggiare la censura o la cui musica è stata bandita. Questi artisti, ed altri come loro in differenti parti del mondo, devono avere il diritto di esistere e di esprimere liberamente i loro sentimenti e le loro opinioni attraverso la loro arte. Non possiamo permettere che la nostra libertà di espressione sia compromessa. La musica non dev’essere ridotta al silenzio.”

Così si presenta “Listen to the Banned” – http://www.listentothebanned.com/

 

Gli artisti che fanno parte del progetto sono stati censurati, portati in tribunale, imprigionati e persino torturati per una ragione molto semplice: la loro musica. Ci sono Mahsa Vahdat, la cui voce incredibile ha catturato l’interesse internazionale ma resta non udita dagli iraniani; Fahrad Darya, il simbolo del ritorno della musica in Afghanistan dopo la caduta dei talebani; Lapiro De Mbanga, il cantore della musica popolare che da vent’anni fa campagna per le riforme sociali in Camerun; Marcel Khalife, che i potenti del suo paese, il Libano, accusano di “blasfemia”; Chiwoniso Maraire, che si è permessa di criticare l’incompetenza, la crescente corruzione e la mancanza di libera espressione che piagano lo Zimbabwe; Tiken Jah Fakoly, un idolo per milioni di africani, che ha denunciato la corruzione politica nel suo paese, la Costa d’Avorio; Abazar Hamid, censurato in Sudan perché cerca con la sua musica di trasformare un paese in guerra con se stesso; e poi Kamilya Jubran, Kurash Sultan, Ferhat Tunç, Aziza Brahim, Haroon Bacha, Fadal Dey, Amal Murkus.

Le loro storie sono riportate nel booklet che accompagna il cd; Deeyah, un’artista che ha dovuto smettere di esibirsi a causa delle costanti intimidazioni e delle minacce fisiche, ha curato la collezione, che io consiglio caldamente a tutti/e. Maria G. Di Rienzo

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