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(tratto da: “Bolivia Declares Femicide a National Priority”, di Anastasia Moloney per Thomson Reuters Foundation, 16 luglio 2019, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

La Bolivia, che ha una delle percentuali più alta di donne uccise per il loro genere in Sudamerica, ha dichiarato il femicidio una priorità nazionale e aumenterà gli sforzi per contrastare la crescente violenza. Da gennaio le autorità hanno registrato 73 femicidi (1), il numero più alto dal 2013. Gli omicidi ammontano a una donna uccisa ogni due giorni.

Tania

“Nei termini del numero di femicidi la Bolivia è al top della classifica.”, ha detto Tania Sanchez (in immagine sopra), a capo del “Servizio plurinazionale per le donne e per la fine del patriarcato” (2) del Ministero della Giustizia boliviano, nonostante le protezioni legali in essere.

Una legge del 2013 definisce il femicidio come crimine specifico e prevede sentenze più severe per i perpetratori condannati. “Noi non siamo indifferenti. – ha detto Sanchez a Thomson Reuters Foundation – La priorità nazionale sono le vite delle donne, di tutte le età, e per tale ragione il Presidente ha sollevato la questione del femicidio come la forma di violenza più estrema.”

L’ultima vittima di femicidio è stata la madre 26enne Mery Vila, uccisa la scorsa settimana dal suo partner a martellate in testa. Questa settimana il governo ha annunciato il suo “piano d’emergenza” in 10 punti.

In Bolivia, la violenza contro le donne è motivata da una radicata cultura machista che tende a biasimare le vittime e a condonare la violenza stessa. Secondo un’indagine governativa nazionale del 2016, sette donne boliviane su dieci dichiarano di aver sofferto qualche tipo di violenza da parte di un compagno.

Sanchez dice che il nuovo piano “prende in conto la prevenzione, così come la cura delle vittime e la sanzione della violenza, la violenza macho” e che una commissione valuterà l’aumentata spesa del governo sulla violenza di genere e la sua prevenzione, così come il grado di successo delle svariate iniziative. Altre misure includono formazione obbligatoria per funzionari statali e operatori del settore pubblico su violenza di genere e prevenzione. Insegnanti di scuole e università riceveranno anche formazione su “la violenza psicologica, sessuale e fisica” che le donne e le bambine sperimentano.

Le vittime dei femicidi in Bolivia e nella regione in generale spesso muoiono per mano di attuali o ex fidanzati e mariti con una storia di abuso domestico alle spalle, dicono gli esperti. “Noi crediamo che l’aumento (dei femicidi) si dia in relazione a un sistema patriarcale che si appropria dei corpi e delle vite delle donne.”, ha detto Violeta Dominguez, capo dell’Agenzia Donne delle Nazioni Unite in Bolivia.

I casi di femicidio restano spesso impuniti, con le famiglie delle vittime che lottano per la giustizia, ha detto ancora Sanchez: dei 627 casi accertati dal 2013, 288 restano aperti senza sentenza, il che Sanchez giudica “allarmante”.

Il Presidente boliviano Evo Morales ha scritto su Twitter lunedì scorso: “E’ ora di metter fine all’impunità e di affrontare i problemi come società.”

(1) In America Latina si usano sovente due termini per definire la mattanza di donne: femicidio – l’assassinio di donne da parte di uomini perché sono donne, a causa della loro “subordinazione” di genere, e femminicidio – che sottolinea l’impunità e le complicità relative ai femicidi: il crimine non viene commesso solo quando si uccide una donna, ma anche quando lo Stato non investiga accuratamente e si fa complice, cioè non garantisce alle donne una vita libera dalla violenza e il loro diritto alla giustizia.

(2) “Plurinazionale” fa riferimento alla definizione ufficiale del Paese: Stato plurinazionale della Bolivia. Adesso vi pregherei di immaginare il Ministro della Giustizia italiano, Alfonso Bonafede, che chiede l’apertura del dipartimento per mettere fine al patriarcato nel suo dicastero. Mission impossible. In alternativa, potete immaginare che lo chieda il Ministro dell’Interno: fantascienza.

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Jacqueline Patiño

La boliviana Jacqueline Patiño (in immagine), è un’attivista per i diritti delle donne e il cambiamento sociale. Ha lavorato a innumerevoli progetti durante gli ultimi quindici anni e dice che la sua principale motivazione è “fare in modo che le donne concretizzino i loro sogni”. La parte più dura di questo lavoro, aggiunge, è convincerle che sono legittimate ad averli.

Il 24 giugno scorso ha scritto a The Economist, che sta tenendo un sondaggio con questa domanda: Le persone dovrebbero essere libere di decidere dove vogliono vivere?

I NO sono in netto vantaggio. Questo è ciò che ne pensa Jacqueline:

“Sono triste quando vedo il mondo impegnarsi in sondaggi senza senso come questo, mentre si distoglie lo sguardo dal merito concreto della questione.

Perché chiedere se la gente dovrebbe essere libera di decidere dove vivere, quando sappiamo che non lo è?

I governi dei paesi ricchi hanno già reso difficile per le persone migrare là, ma allo stesso tempo si sono assicurati che la gente dei paesi poveri riceva tutte le merci che loro producono, tutta la spazzatura (merci usate) che loro producono, e tutti i prestiti che possono caricare di interessi finanziari. Tutte queste “risorse” che devono essere ricevute dai paesi poveri non sono negoziabili da alcun governo. L’imposizione economica e finanziaria è chiara.

Ma… le morti per omicidio, le bugie e le leggi incredibilmente perverse tramite cui i tiranni che comandano i paesi poveri hanno costruito il loro potere sono ignorate al completo, dimenticate, e si distoglie lo sguardo da esse, in nome della “autodeterminazione degli stati”.

Che scorpacciata per i paesi ricchi! Non credete? Hanno mercati asserviti e fanno un sacco di soldi imponendo i loro metodi da ormai almeno cinque secoli!

Ma per i cittadini che soffrono di queste imposizioni è del tutto sbagliato voler vivere, avere un assaggio delle esperienze del “primo mondo”.

No. Le genti dei paesi poveri esistono per lo scopo di comprare la vostra roba. Questo è tutto. Non negoziabile. Punto.

Perciò costruite mura, siate più razzisti, controllate i vostri confini. Non permettete a stranieri cattivi, brutti, sgradevoli di migrare legalmente o illegalmente. State seduti. Guardate i poveri morire di fame. Biasimateli per la loro stessa povertà.

Prendete tutti i soldi che i tiranni e le loro famiglie e i loro amici o colleghi rubano dai popoli e metteteli nelle vostre banche per farli ancora più ricchi.

Prendeteli. Non dite una parola. Sappiate che nessuno vi dirà qualcosa o farà qualcosa al proposito. Io ho persino un’idea migliore. Prendete le vostre armi, le vostre bombe, le vostre sostanze chimiche e distruggete tutta l’umanità che non si attiene alle vostre regole.

Così resteranno solo compratori che non si lamentano. E quando fuggono dall’inferno creato dai vostri conniventi tiranni, buttateli in prigione. Questi bastardi stanno venendo nei vostri ricchi e bei paesi per mangiare il vostro cibo delizioso.”

Maria G. Di Rienzo

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Brisa

Brisa de Angulo – in immagine – è la fondatrice e presidente di “Brezza di Speranza”, un’ong boliviana che lavora con le bambine e i bambini che hanno subito incesto e violenza sessuale.

Questa è la storia di Brisa, così come lei l’ha narrata a Global Citizen (“This Woman Was Raped by a Family Member at 15 – and Now Fights for Children Who Have Survived Sexual Assault”, Phineas Rueckert, 22 marzo 2018).

“Quando avevo 15 anni un parente, che era anche un pastore per la gioventù, venne a vivere in casa mia e cominciò ad abusare di me. Poi cominciò a stuprarmi.

Ci furono un bel po’ di intimidazioni e minacce affinché io restassi zitta. Perciò, rimasi silenziosa per parecchi mesi – per otto mesi – in cui lui mi violentava ripetutamente, più volte al giorno, quasi ogni giorno. Diceva che se avessi fatto resistenza avrebbe stuprato le mie sorelle e fratelli più piccole/i di me.

Durante la faccenda, minacciò anche che se qualcuno fosse venuto a saperlo, tutto sarebbe crollato. I miei genitori lavoravano con i bambini, per i diritti umani, per i diritti delle donne, e così lui usava questo come minaccia, dicendo: “Come si sentirebbero i tuoi genitori se sapessero che mentre stanno tentando di proteggere altre persone estranee, nella loro stessa casa io mi sto facendo la loro figlia?”

Sapevo che li avrebbe distrutti, e lui usò questo per mantenermi zitta. Entrai in un periodo di profonda depressione. Abbandonai la scuola. Sviluppai bulimia e poi anoressia. Tentai due volte di suicidarmi. La mia vita stava semplicemente andando in rovina. I miei genitori non avevano idea di cosa stesse accadendo, ma erano devastati. Sapevano che c’era qualcosa di sbagliato, ma non sapevano cosa.

Scoprirono cosa stava accadendo dopo uno dei miei tentativi di suicidio e fu allora che decidemmo di portare il mio caso in tribunale. Fu allora, anche, che cominciò la seconda ondata di vittimizzazione nei nostri confronti, perché tutti volevano che io tacessi. La mia casa fu incendiata due volte. Sono stata presa a sassate. Sono stata rapita, più volte, e quasi uccisa.

C’era un mucchio di intimidazione proveniente dal sistema giudiziario, e dalla comunità, perché ero una delle prime adolescenti a denunciare uno stupro. Il pm minacciò di mandarmi in prigione se avessi continuato a parlare di quel che mi era successo. I giudici non volevano trattare il mio caso: continuava a rimbalzare da un tribunale all’altro e alla fine lo mandarono al tribunale agricolo, dove si trattano casi che concernono animali e piante. Non ero nemmeno considerata un essere umano.

Ho dovuto portare il mio caso più volte alla corte costituzionale, ho dovuto affrontare tre processi per via di tutti gli errori nelle procedure e al terzo processo il mio aggressore è scappato. Perciò sta fuggendo dalla legge ed è ricercato dall’Interpol.

Durante la vicenda, ho capito di non essere sola. C’erano molte ragazze che stavano passando quel che passavo io. C’erano molte bambine che soffrivano in silenzio nelle loro case, e a farle soffrire erano in maggioranza membri delle loro stesse famiglie o persone che conoscevano, e non avevano alcun posto in cui andare. Io avevo il sostegno di mia madre, di mio padre e dei miei fratelli e sorelle, ma la maggior parte di queste bimbe non avevano nessuno. Non volevo che attraversassero quel che io avevo attraversato.

Perciò, ho deciso che avrei usato il resto della mia vita per rendere le cose un po’ più facili e più sicure per le bambine e i bambini. A 17 anni diedi inizio all’unico programma per l’infanzia sessualmente abusata nell’intera nazione della Bolivia. Ciò avveniva nel 2004 e sino a oggi siamo stati in grado di fornire gratuitamente assistenza legale e sociale e servizi psicologici ad oltre 1.500 minori.

Quando abbiamo cominciato, la percentuale di condanna per i crimini sessuali era dello 0,2% e l’abbiamo portata al 95%. Per cui è andato tutto nella direzione opposta. Negli ultimi 3 anni, abbiamo avuto il 100% di condanne.

Abbiamo avvocati che seguono i casi dall’inizio alla fine, passando per gli appelli o ogni altro sviluppo, e abbiamo un’assistente sociale che lavora con le famiglie. Sappiamo che la maggioranza delle bambine e dei bambini ha famiglie che usano intimidazioni nei loro confronti o tentano di mantenere il loro silenzio, perciò lavoriamo molto intensamente con l’assistente sociale per assicurarci che la famiglia abbia le conoscenze e il sostegno di cui la vittima ha bisogno per continuare il processo di guarigione.

Forniamo anche un ampio spettro di terapie, in tipi differenti – arte, musica, yoga, meditazione, ludoterapia, terapia cognitiva – così che ogni bambina/bambino possa trovare il suo proprio modo di guarire. E’ tutto centrato su di loro. Siamo una squadra impegnata a essere presente per i minori e il nostro consiglio consultivo è composto interamente da bambini. In pratica sono loro a dirci cosa facciamo di giusto o sbagliato, cosa vogliono che cambi. Il centro è in sostanza diretto dalle sopravvissute e dai sopravvissuti.

Quando io ho cominciato a parlare, circa 15 anni fa, ero l’unica che lo stava facendo e mi sentivo molto sola. E’ molto eccitante vedere altre donne prendere il controllo e spezzare il silenzio e la cospirazione del silenzio, e dire: “Ehi, siamo qui, siamo importanti e questo è quel che ci è accaduto.”

So che per la maggior parte gli abusi sessuali sono scopati sotto il tappeto, perciò anche se moltissime di noi sanno quel che succede non è visibile. Dobbiamo continuare a unire le voci e a mostrare che questo è un grosso problema e mettere la vergogna là dove deve stare: non sulla vittima, ma sull’assalitore.

Questa battaglia va avanti da un tempo assai lungo e i cambiamenti sono piccoli e limitati e tristemente abbiamo persone in posizioni di potere che non vedono la necessità di lavorare davvero sull’istanza. Ci sono bisogni più urgenti nelle menti – infrastrutture, guerre, qualsiasi altra cosa. Anche se c’è molta consapevolezza sul tema all’interno della società, io penso che dovremmo veder passare molti, molti anni per vedere un reale e drastico cambiamento. Non si tratta solo di cambiare le leggi. Si tratta di cambiare l’intero concetto di come vediamo il mondo, come vediamo i bambini, come vediamo le donne. Sino a che non cambiamo e cominciamo a vedere bambini e donne come esseri umani e rispettarli e a riconoscerli come soggetti di diritti umani, il mondo non cambierà. Potremo mutare alcune leggi e altre cose, ma nei momenti critici cadremo nelle vecchie abitudini.

Per quel che mi riguarda, vedere che grazie ai miei sforzi una bimba ottiene giustizia è davvero curativo. Non c’è nulla di più gratificante ed emozionante di vedere una/o di questi bambini, che sono stati così frantumati, aver di nuovo sogni e sorridere di nuovo. Dico spesso alla gente che se qualcuno mi offrisse un lavoro da 10 milioni al mese non lo prenderei, non lo degnerei neppure di considerazione, perché non c’è al mondo nulla che possa darmi la stessa gioia e la stessa soddisfazione di bambine/i che sorridono di nuovo e sognano di nuovo.

Abbiamo creato una società di guaritori feriti, dove sono le nostre ferite a guarirci l’un l’altro.”

Maria G. Di Rienzo

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(“III”, di Susy Delgado – in immagine – poeta, scrittrice, sociologa, giornalista. Susy è nata in Paraguay nel 1949 e scrive poesia in guaraní e spagnolo. Il guaraní è una delle lingue ufficiali del Paraguay ed è parlato anche in zone dell’Argentina, della Bolivia e del Brasile. Trad. dalla versione inglese di Susan Smith, Maria G. Di Rienzo)

susy delgado

E forse a un certo punto

le mie premonizioni

il mio amore

il mio desiderio

la mia rabbia

le mie crisi

la mia nostalgia

diverranno

una cosa vecchia

discorso passato

discorso vuoto –

e allora sarà di nuovo notte.

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Il sobborgo chiamato “Maria Auxiliadora” si arrampica dal 1999 su una delle colline che circondano Cochabamba, in Bolivia. A prima vista, non ha nulla che lo distingua da altre zone periferiche abitate dalla classe lavoratrice, ma le famiglie che vogliono viverci devono osservare le regole stabilite dalla comunità: non si vendono alcolici, la violenza domestica non è permessa, i ruoli guida (presidente e vicepresidente) sono sempre ricoperti da donne.

maria-auxiliadora-community

(la costruzione del sobborgo)

Le cinque fondatrici ebbero l’idea di creare “Maria Auxiliadora” mentre lavoravano in un comitato che si occupava di violenza domestica e salute riproduttiva, come metodo da offrire alle famiglie per sfuggire alla pressione dei contratti d’affitto precari stipulati con latifondisti che abusavano di loro. La terra del sobborgo è proprietà collettiva di chi ci abita e non può essere venduta per profitto, perciò prezzi e case restano accessibili e stabili. (Nel 2008, il quartiere ottenne la “nomination” ai premi conferiti dall’agenzia Habitat delle Nazioni Unite, ottenendo così riconoscimento internazionale per i suoi successi “nel ridurre la violenza domestica e nel promuovere la leadership femminile in una cultura patriarcale”.)

Le 420 famiglie che ci abitano usufruiscono dell’aiuto di un comitato apposito se le coppie sperimentano problemi relazionali, ci sono seminari aperti che istruiscono le persone sui diversi tipi di violenza di genere e domestica, come l’abuso psicologico ed economico. Dalla sua creazione, la comunità di “Maria Auxiliadora” ha espulso quattro uomini perché continuavano a picchiare i propri familiari – in uno dei casi, il marito aveva strappato a morsi un sopracciglio della moglie.

Uno dei residenti maschi, Gumercindo Parraga Camacho, vive nel quartiere da 15 anni ed è stato presente a tutti e quattro gli episodi: “Siamo andati insieme, l’intera comunità, e abbiamo cacciato il marito. E’ stato un lavoro comunitario, collettivo. Ho visto come le attitudini si sono trasformate, nel tempo. All’inizio gli uomini erano risentiti dal fatto che le posizioni di leader fossero riservate alle donne, ma adesso lo accettano. Si dice che gli uomini siano più abili delle donne in questi ruoli, ma io la penso altrimenti: le donne sono migliori nel discutere e convincere.”

Teodocia Vallejos, un’altra residente, vende farina e olio da cucina: in precedenza faceva turni di 16 ore in un ristorante economico. Dice che i seminari e il sostegno della comunità l’hanno aiutata a superare l’abuso psicologico che riceveva dal coniuge: “Ero timida. Lui mi gridava addosso e tutto quel che io facevo era piangere. Ero solita stare zitta, ma adesso ho imparato. Ho partecipato a un bel po’ di seminari per diventare la donna che sono oggi.”

“Le donne me lo dicono: – aggiunge Rose Mary Irusta Perez, una delle fondatrici di “Maria Auxiliadora” – quando vivevamo altrove picchiarmi per lui era un’abitudine, ma con le regole che ci sono qui ha smesso di bere e non ha più alzato un dito su di me.”

Ultimamente ci sono state frizioni sulla questione della proprietà collettiva della terra e ciò ha reso il comitato antiviolenza meno attivo, ma Rose Mary è convinta che la comunità supererà anche questo momento: “Fino a che sarò qui viva e vegeta continueremo a andare avanti, perché non dovremmo?” Maria G. Di Rienzo

Fonti: The Guardian, Nazioni Unite – Habitat, La Razón.

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red monkey

C’è scritto: “Mamma, se vuole allattare al seno il suo bimbo, entri senza chiedere permesso e ordini un té caldo gratuito. Non deve comperare nulla.”

Il cartello lo ha messo fuori dalla propria porta un ristorante boliviano di La Paz, il “Scimmia Rossa”, in questo mese di agosto. Il ristorante si presenta come fautore della “cucina consapevole” (vegetariana e vegana), ma al di là delle sue scelte culinarie sembra ben cosciente anche di qualche discriminazione cui le donne vanno incontro semplicemente essendo donne.

Secondo il Ministero della Salute, la Bolivia è il paese sudamericano in cui le donne allattano maggiormente al seno e l’atto di farlo in pubblico non è sanzionato legalmente: tuttavia, ristoranti e locali spesso reagiscono male alla presenza di donne che allattano.

Ecco perché l’iniziativa del piccolo “Scimmia Rossa” nel quartiere di San Miguel ha ricevuto attenzione e plauso a livello internazionale. Adesso vediamo se in giro per il mondo, e in Italia, c’è qualcuno che ha il coraggio di imitarlo. Maria G. Di Rienzo

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bolivia 2

Uhm, immagine molto sospetta, non credete? Forse un rituale stregonesco? Chi sono tutte queste donne che girano in cerchio cantando e battendo le mani? E dove si trovano?

Sono Awichas boliviane, mie care e miei cari. In lingua Aymara significa “Nonne” e si stanno solo scaldando con canzoni andine prima della partita di pallamano.

bolivia

Alcune di esse sono addirittura bisnonne, ma questo non impedisce loro di godersi un bel match settimanale: dopotutto, è l’amministrazione comunale della loro città, El Alto, ad aver organizzato il programma per le/gli anziani che prevede sport, musica e assistenza medica – ed è tutto gratuito.

Sembra che signore allegre e decise non manchino in loco. In circa 10.000 stanno mostrando i loro talenti in campo o con uno strumento musicale o con le loro voci, che conoscono ancora ogni parola delle canzoni che cantavano da bambine.

Aver cura di questi tesori, per una città, è un vanto. Maria G. Di Rienzo

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valentina campos

In questi giorni credo in un rivolgimento, un germogliare.

Credo in Noi che ci ergiamo.

Credo nei Semi che teniamo nelle mani.

Dalle nostre Mani alla terra,

dalla Terra al nostro popolo,

e dal Popolo

alle mani

delle nostre Figlie.

Valentina

Continuo ad essere ispirata, ad essere riempita di ammirazione e meraviglia, dall’abbondanza dei miti e delle storie femminili che ho scoperto e che riguardano semi, piante e cibo, e dalla diversità culturale e biologica. I miei dipinti non sono solo un canale personale per esprimere l’intimo senso della natura con cui mi identifico profondamente, ma anche un ponte per comunicare, trasmettere e istruire altri sul messaggio della saggezza tradizionale.”

valentina campos 2

Valentina Campos, Autrice dei testi in corsivo e delle immagini, è boliviana e si definisce “artista di terza generazione, madre e contadina”. Valentina è la co-fondatrice di “Kunaymana”, una cooperativa di donne Aymara il cui fine è rafforzare e proteggere il legame cultura/agricoltura; inoltre, fa parte di “Uywana Wasi” un centro per lo scambio culturale che riunisce contadini e artisti nella città di Totorkawa. Nel 2000, Valentina ha cominciato a creare una serie di dipinti intitolati “Siembra de Mamalas”, che riflettono i rituali di semina, il ruolo delle donne-seme nella visione cosmica andina, e la protezione della biodiversità. Maria G. Di Rienzo

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(Intervista a Julieta Ojeda, di Benjamin Dangl e April Howard, 10 dicembre 2013, trad. Maria G. Di Rienzo. Julieta fa parte di “Mujeres Creando”, organizzazione anarco-femminista boliviana. L’immagine la ritrae all’interno della “Vergine dei Desideri”, lo spazio culturale del gruppo a La Paz. La scritta alle sue spalle recita: “Pensare è altamente femminile”.

Julieta Ojeda

Cosa ci dicono gli attuali conflitti nel paese, in particolare quello relativo alla costruzione di una superstrada che dovrebbe attraversare il Parco nazionale di San Isiboro Sécure, e perciò alle politiche di governo verso le persone indigene?

(Ndt: il Parco è una riserva naturale protetta in cui vivono comunità indigene. In questo momento il progetto è sospeso.)

Julieta Ojeda: All’inizio Evo Morales è stato il simbolo di un uomo indigeno che è arrivato al potere, ha assunto il potente ruolo di Presidente, e perciò si dava per scontato che avrebbe difeso gli indigeni. Ma la relazione che ha stabilito con le 34 differenti nazionalità indigene rivela che non è uomo da identificarsi con questa immagine. Continuano a dire che è indigeno, giusto? E sì, lo è, ma la sua identificazione primaria è con i cocaleros (coltivatori di coca). In questo senso non è un indigeno, ma un cocalero e risponde a quel settore. Poi c’è un’altra questione. Per il governo ci sono indigeni di prima classe e indigeni di seconda classe. C’è una sorta di Aymara-centrismo, per cui gli indigeni che hanno valore per il governo sono quelli che si situano ad occidente e non gli altri, quelli delle “terre basse”.

Ci è stato subito chiaro che Evo non intende essere un uomo che rispetta l’ambiente, che rispetta “Pachamama” come ha detto nei suoi discorsi. Il suo governo ha un progetto di sviluppo, un cattivo progetto di sviluppo se vogliamo, perché gli indigeni delle terre basse hanno le proprie forme di utilizzo sostenibile delle risorse. Esiste una visione dello sviluppo in cui la natura non viene distrutta, ma il governo di Evo Morales va nella direzione opposta.

Sembra che il governo del MAS (Movimento verso il socialismo) stia cooptando movimenti sociali per mantenere ed estendere il proprio potere politico.

Julieta Ojeda: Il MAS è penetrato in certe organizzazioni e le ha divise. Entrano negli spazi dei movimenti sociali e creano divisioni formando le proprie organizzazioni parallele. E’ una pratica nota, non hanno inventato nulla. La differenza è che quelli che ora sono al governo occupano un altro spazio sulla scena politica. Non sono più un movimento sociale, ma continuano a lavorare come se lo fossero per infiltrarsi nei gruppi e dividerli.

Per esempio, le divisioni che si sono create nel movimento indigeno delle terre basse sono state prodotte dal MAS. Lo hanno fatto dopo l’ottava marcia (Ndt: contro il progetto della strada summenzionato) e tutto è finito. Sino a quel momento c’era stata unità: ovviamente c’erano punti controversi e discussioni, ma gli indigeni preferivano metter da parte le differenze per mostrare unità. Dopo l’ottava marcia, il MAS ha cominciato a cooptare i leader e le comunità nelle proprie organizzazioni. Fanno la stessa cosa con gli altri conflitti sociali, come quello recente con i medici (Ndt: si tratta della protesta dei lavoratori della sanità contro l’allungamento del loro orario lavorativo). Hanno firmato un accordo con gli amministratori, ma non con i medici. Per cui il tempo della lotta si allunga. Firmano un patto con un settore e non con l’altro: fanno la stessa cosa con i minatori e nei conflitti a livello regionale, creando fazioni opposte, generando gruppi paralleli che si opporranno alla mobilitazione.

Nell’attuale clima politico come vedi il ruolo di “Mujeres Creando” e l’impatto del vostro lavoro?

Julieta Ojeda: Siamo riuscite a consolidare spazi, come questa stessa casa, e abbiamo ottenuto un certo grado di legittimazione sociale e di rilevanza politica. Voglio dire che “Mujeres Creando” ha un posto e uno spazio nella società, ma in modo relativo, perché è vero per alcune cose e non per altre. Abbiamo anche uno spazio aperto in radio e siamo assai persistenti nel nostro progetto politico.

Ad ogni modo, abbiamo anche preso pubblicamente posizione sulle politiche di Evo Morales, e nel caso del Parco nazionale di San Isiboro Sécure e dell’ottava marcia ci siamo unite alla protesta e vi abbiamo investito tutte le nostre risorse. E abbiamo criticato alcuni leader di questa zona che sostengono il progetto, perché stanno giocando con il futuro delle persone.

E abbiamo anche criticato – non con lettere ma con azioni pubbliche – il machismo del Presidente e del governo nelle sue svariate manifestazioni, come il tentativo di organizzare “Miss Universo” qui in Bolivia. Stiamo tentando di generare un dibattito più aperto sull’interruzione di gravidanza. La chiesa si oppone e ha tirato fuori tutte le armi possibili per chiudere la discussione. In questo frangente il governo di Evo Morales è stato molto tiepido. Si tratta di un governo assai conservatore quando si tratta di diritti per le persone omosessuali, o di aborto, o di qualsiasi cosa abbia a che fare con i diritti delle donne. Si vantano del “buono per le madri”, un aiuto finanziario, ma devi essere madre per averlo: perciò, una volta di più, si rinforza l’idea che le donne hanno valore solo come madri.

Questo governo non ci vede proprio come “nemiche”, ma piuttosto come un sassolino nella scarpa, un’irritazione costante. Non ci hanno prese a bersaglio, per fortuna, perché quando questo governo decide che qualcuno è suo nemico è terribilmente vendicativo. Ma noi siamo solo un sassolino, e non ci occupiamo esclusivamente delle politiche di governo, perché abbiamo il nostro progetto politico a cui lavorare.

http://www.mujerescreando.org/

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(“Water Is Where Everything Intersects”, di Marcela Olivera in “Birthing Justice: Women Creating Economic and Social Alternatives”. Marcela Olivera giocò un ruolo determinante nell’organizzare le proteste di massa nel 2000 a Cochabamba in Bolivia, quando i residenti della città forzarono la Bechtel Corporation a rinunciare al controllo del sistema idrico municipale e ridiedero all’acqua il suo status di diritto umano. Trad. Maria G. Di Rienzo)

C’erano state una serie di politiche implementate in Bolivia il cui intento era privatizzare le nostre risorse naturali. Una di queste era di grande impatto nelle vite quotidiane delle persone: era la privatizzazione della fornitura d’acqua municipale e di altre fonti, che erano consegnate per contratto a corporazioni multinazionali. In Bolivia ci fu un’enorme sollevazione contro questa scelta nel 2000 e nel 2005; alla fine, riuscimmo a rovesciarla. Adesso quel che gira è la versione ufficiale, romanticizzata, della vicenda, e nessuno vede cos’è accaduto da allora: la lotta sul controllo dell’acqua è continuata. Nessuno sembra neppure cogliere quanto le questioni relative all’acqua siano strettamente collegate ad altre cose urgenti che stanno accadendo in Bolivia.

L’acqua è una questione dove tutto si interseca, è trasversale ad istanze politiche ed economiche in ogni nazione. Nella lotta per l’acqua, le persone hanno anche combattuto perché le loro voci fossero udite e per migliorare le loro condizioni di vita. Penso sia davvero importante capire questo. Persino il fatto che Evo Morales è ora Presidente è un risultato della “guerra dell’acqua” che scoppiò nel 2000. Quello per cui stiamo lottando è il controllo partecipato, effettivo, delle persone sulle risorse sociali quali acqua, salute e istruzione, come alternativa al controllo privato. Questo sta accadendo in tutta l’America Latina.

Non stiamo cercando una soluzione unica, o un singolo modello, per come fare le cose. Non credo esista una soluzione unica ai nostri problemi. Le nostre realtà sono così differenti che sarebbe impossibile dire: “Questo funzionerà per chiunque.” Ci sono moltissime possibilità diverse. La cosa che diventerà molto importante ora, nel mezzo delle nostre lotte per il controllo delle risorse, sarà connettersi alle persone a livello umano. E’ qui che le cose hanno inizio, al livello umano, e poi, da lì, puoi fare passi più grandi, costruire ponti sulle distanze che ci separano: non solo quelle fisiche, ma i divari nella tecnologia, nelle comunicazioni, e a volte anche nei linguaggi. Una cosa che stiamo prendendo dalla globalizzazione è che non si tratta unicamente di politiche economiche imposte su di noi, è anche il contatto che possiamo avere gli uni con gli altri. Stiamo costruendo alleanze che rispettano le differenze e le diverse esperienze: questa è la cosa davvero grandiosa.

Una delle connessioni che stanno accadendo è quella fra donne. Il gruppo con cui io lavoro, Red VIDA (Rete Inter-Americana di Vigilanza per la Difesa e il Diritto all’Acqua) è diretto da donne. Ed è in effetti la più vasta rete latino-americana di sindacati, organizzazioni non governative, gruppi spontanei di base, e le donne sono la sua forza trainante. Se guardi al comitato direttivo sono tutte donne: veniamo dal Salvador, dall’Uruguay, dal Messico, dalla Bolivia, dal Brasile e dagli Stati Uniti. Il nome dice tutto. La parola “rete” è femminile in spagnolo.

Io credo che noi donne siamo organizzatrici naturali, perché siamo sensibili e perché abbiamo la capacità di mostrare i nostri sentimenti. Ma veniamo ancora marginalizzate. C’è una sorta di invisibilità che circonda il lavoro che le donne fanno sulla questione acqua. Per esempio, io noto che il lavoro organizzativo è principalmente svolto da donne, ma poi se qualcuno deve alzarsi in piedi a spiegare all’assemblea quello stesso lavoro si tratta di un uomo. Penso sia fantastico che le donne siano uscite in prima fila e stiano guidando la via nella lotta per il diritto all’acqua. Nel nostro continente, almeno, il volto del movimento è un volto di donna.

(Per saperne di più sul lavoro di Marcela Olivera: www.laredvida.org Il sito è in spagnolo.)

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