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La scorsa settimana, in 24 paesi le attiviste anti-molestie hanno organizzato simultaneamente azioni di protesta e proposta: marce, presidi, teatro di strada, poster e volantini, eccetera. In Belgio hanno ad esempio circondato un’università con tre grandi striscioni diretti ai testimoni delle molestie in strada; quello dell’immagine dice: “Se piovono parole meschine, puoi metterti di mezzo”.

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Jolien Voorspoels, co-direttrice del gruppo “Hollaback” locale ha spiegato: “L’ombrello simboleggia il piccolo gesto di un passante, che tiene distanti le parole offensive. Vogliamo che i possibili testimoni delle molestie sappiano come un piccolo gesto possa avere un grande impatto.”
Un’azione di questo tipo è importante e benemerita, poiché trasforma il luogo in cui è compiuta: esso diventa simbolicamente uno spazio in cui comportamenti violenti contro le donne non sono ammessi e scusati. Un passo in più potrebbe essere rendere la trasformazione permanente, perché manifesti e striscioni hanno una durata limitata (dalle leggi vigenti e dal vandalismo).
Come forse qualcuna/o di voi ricorderà, la città in cui vivo ha avuto un momento di orrenda notorietà, nel passato, a causa delle panchine nel parco antistante la stazione ferroviaria. L’allora sindaco-sceriffo le fece asportare affinché non vi si sedessero gli individui “neri-gialli-marroni” che erano per lui e il suo partito – la Lega – l’incarnazione di ogni male possibile, e cioè i cittadini immigrati. Durante la manifestazione di protesta che organizzammo all’epoca ne ripiantammo una, su cui sedetti assieme ad una donna di colore sentendomi finalmente meglio, con la sensazione che l’incubo era destinato a svanire.
Le panchine restano nei luoghi pubblici per un periodo di tempo molto più lungo di un poster. Se costruite in materiali adeguati, sono anche meno vulnerabili ai danneggiamenti volontari. Mettendo insieme gruppi comunitari e artisti a crearle, si può ottenere quello che ha ottenuto “Rock Girl” in Sudafrica. L’organizzazione è stata ispirata dall’iniziativa spontanea di alcune studenti di una scuola media di Manenberg: costoro hanno deciso che volevano fare della loro scuola un posto più sicuro e più bello per le ragazze e, assecondate da insegnanti e genitori, hanno creato una panchina. Le attiviste di “Rock Girl” hanno diffuso l’idea in tutto il paese.

rock-girls

“Rock Girl crede che il desiderio di creare spazi sicuri spezzi barriere culturali, razziali, economiche e sociali. E’ questo il fondamento del nostro impegno. Non imponiamo il tipo di panchina, ma incoraggiamo membri della comunità e designer a lavorare insieme verso una visione condivisa.”

Colpisci una donna e colpisci una roccia

Colpisci una donna e colpisci una roccia

safe space

Parlare di quello che vedi crea spazi sicuri

Devo dirvi che a me piacciono davvero molto. E che potrei lanciare urla di gioia se qualsiasi associazione antiviolenza italiana prendesse in prestito l’idea. Dovesse accadere, vi prego di fare abbastanza rumore affinché io venga a sapere cosa state combinando e lo rilanci ad altre persone, ok? Maria G. Di Rienzo
(P.S. Continuo ad avere problemi con la gestione di WordPress. Ritardi e grafica balenga non dipendono da me, ma mi scuso con voi lettrici/lettori.)

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PRIVILEGIATO

(testo e musica delle “Vagina Dentata”, trad. Maria G. Di Rienzo)

Tu non lo vedi, non lo noti, perché non ti tocca e l’ignoranza è una benedizione.

Non voglio che tu parli, non voglio che tu dica nulla: questa volta ascolterai.

Stai zitto e ricevi le mie parole. Tu non ti accorgi di essere privilegiato.

A te non rimarcano il fatto, se non sei poi così carino.

E ovviamente puoi andare dove ti pare e la miseria non è la tua realtà.

Tu non lo vedi, le nostre urla non le senti, perché sai di non essere tu,

non sei tu quello che viene terrorizzato.

Non voglio che tu parli, non voglio che tu dica nulla: questa volta ascolterai.

Stattene solo zitto.

A te non importa, tu puoi permetterti di pagare il dentista.

Tu non vieni trattato come un bambino e se parli gli altri ti ascoltano.

Tu non sai neppure quanto è facile la tua vita.

Tu non la vedi perché non ti ferisce, ma l’oppressione è dappertutto.

Non voglio che tu parli, non voglio che tu dica nulla: questa volta ascolterai.

Resta in silenzio e imparerai che a te non insegnano ad aver paura di notte.

Tu non vieni molestato dai poliziotti quando sei in giro, e tu puoi tenere per mano chi ami.

Tu hai già vinto e la partita non è ancora finita (tu dici che non possiamo) non è finita (saboteremo i tuoi piani): non – è – finita.

Un ritratto della band dell’illustratrice olandese Nina Nijsten

L’idea di “vagina dentata” nasce dalla profonda paura patriarcale della sessualità femminile. Se quelle con la vagina sono bestiali, streghe maligne e seduttrici, non del tutto umane, diavoli incarnati insuscettibili di ravvedimento, eccetera, immaginarsi che la vagina abbia i denti e sia pronta a castrare è un pensiero conseguente abbastanza logico.

Un gruppo femminile punk-metal belga ha scelto “Vagina Dentata” come nome e logo. Hanno un anno di vita ma dicono di “aver già messo i denti in tenera età”. Sono Crustina (voce), Wendy (chitarra e voce), Nina (chitarra) e Lie (batteria) e ci avvisano: “Siamo strisciate fuori dalla cantina in cui proviamo per fornirvi delle urla assordanti. Scappate finché siete in tempo. La nostra furia femminista la sputiamo fuori nei testi delle canzoni e nelle performance. Cantiamo di mestruazioni, terrore, violenza sessuale e rivoluzione. Nella nostra musica il personale e il politico vanno mano nella mano e l’attivismo e l’arte si fondono.” A quando un tour europeo, ragazze? Non vediamo l’ora di applaudirvi dal vivo! Maria G. Di Rienzo

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(lettera indirizzata all’Organizzazione per i lavoratori non documentati del Belgio, trad. Maria G. Di Rienzo)

Mi chiamo Doralice. Ho 27 anni e come altri brasiliani sono venuta in Belgio per cercare di migliorare le condizioni della mia famiglia. Ho due figlie che vivono con mia madre in Brasile. Sin dal primo giorno del mio arrivo in Belgio ho frequentato la chiesa e là un’amica mi ha detto che c’era una donna che cercava una domestica. La mia amica organizzò l’incontro e tutto andò bene. Ero felice, perché la signora mi disse che potevo cominciare a lavorare da subito, il lunedì successivo. All’inizio pensavo di essere stata fortunata. La mia datrice di lavoro era gentile e parlava spagnolo. Tuttavia mi sbagliavo e lei si rivelò assai diversa.

La signora Francesca e suo marito hanno una casa grande e molto bella (4 bagni, una cucina attrezzata, molti oggetti utili e molti altri non proprio utili). Ho lavorato in quella casa per circa un anno, finendo per conoscerne ogni dettaglio. Lavoravo per l’intera settimana ed in teoria ero libera il sabato dopo l’una del pomeriggio e la domenica. Ma facevo spesso straordinari. I miei datori di lavoro davano numerose feste ed amavano avere la casa piena di ospiti. Io dovevo preparare ogni cosa per queste feste, erano due o tre a settimana, e durante la Pasqua diedero feste ogni giorno, non avevo neppure il tempo di mangiare. Quando c’erano più di dieci ospiti i miei datori di lavoro chiamavano provvisoriamente altro personale domestico, fra cui una mia amica, Nora, anche lei brasiliana, che lavorava per la loro figlia. Il cameriere temporaneo prendeva 100 euro a serata, la mia amica niente. Quando chiesi alla signora Francesca perchè, lei mi diede 10 euro da consegnare a Nora.

La signora era molto esigente. Si lamentava di continuo. Anche se facevo tutto quel che mi diceva di fare e lo facevo bene, lei si lamentava, in modo aggressivo e scortese. Dopo ogni pasto, mi obbligava a lavare i piatti a mano, non voleva che usassi la lavastoviglie. Il lavoro era duro, lavoravo 12/13 ore al giorno. E poiché continuavano a dirmi cose che mi ferivano ho cominciato ad essere sempre più triste e depressa. Alcune delle cose che la signora mi ha detto non le dimenticherò mai. Per esempio, una volta avevo aperto un pacchetto di biscotti. Lei se ne accorse di notte, venne in camera mia a svegliarmi e prese ad urlare. Non mi era permesso aprire confezioni di cibo, potevo mangiare solo da quelle già aperte!

Mi assegnava un sacco di lavori non necessari, come l’annaffiatura del giardino: c’era il sistema automatico per farlo, ma lei voleva che lo facessi io a mano. Dovevo essere sempre pronta, sempre in servizio. Durante i loro pasti, dovevo stare in piedi nella stanza in attesa di ordini. La mattina dovevo portarle la colazione in camera. Spesso mi ha messo in situazioni difficili, chiedendomi di fare cose che non c’entravano con il mio lavoro di domestica. Per esempio dovevo massaggiarle la schiena con la crema e quando veniva in casa la sua parrucchiera io dovevo lavarle i capelli. Non erano cose che volevo fare, ma non avevo scelta.

Un giorno cominciai a sentire un forte dolore a un braccio. Continuai a lavorare senza dire niente ma infine il dolore era così intenso che ne parlai alla signora Francesca. Lei mi diede degli antidolorifici. Ma dopo venti giorni il dolore non se ne andava. Allora mi portò da un medico. Costui mi prescrisse quindici giorni di riposo, ma la signora gli disse che io non potevo riposare perché dovevo lavorare per lei e mi diede ancora antidolorifici. Andai avanti così per altri venti giorni, ma il dolore non mi lasciava neppure dormire. Lo dissi alla signora e lei non commentò: mi allungò altri medicinali. In quel periodo i miei datori di lavoro decisero di andare in vacanza per due settimane. La signora Francesca mi disse che grazie a ciò avrei avuto del tempo per riposare ma in effetti dovevo continuare a lavorare per tenere la casa pulita.

Quando tornarono andai da un altro medico, da sola, e lui mi disse che avevo la tendinite e che dovevo venire in ambulatorio regolarmente per curarla. La signora disse che potevo farlo, ma solo dopo il matrimonio di suo figlio. Le mostrai la diagnosi e le prescrizioni e lei rispose: “Solo dopo il 9 di settembre”. Le dissi che stavo veramente male e che avrei trovato qualcuno che mi sostituisse. Lei replicò che quel qualcuno poteva trovarlo da sola. E io continuai a lavorare e lei non trovò nessuno. Allora la mia amica Nora si fece avanti, mi sostituì ed io potei cominciare il trattamento medico. Il dottore era bravo, ma la procedura era molto dolorosa. Dal braccio la sofferenza mi aveva preso tutta la schiena. Le iniezioni erano pesanti. Quando tornavo a casa dopo il trattamento non riuscivo a fare nulla, neppure a sollevare un bicchiere d’acqua. Feci in tutto tre sessioni e anche se avrei dovuto continuare, come il medico mi aveva detto, tornai al lavoro: la mia amica non voleva più sostituirmi, perché la trattavano malissimo e lei si rifiutava di massaggiare la signora, che tra l’altro l’aveva assalita perchè aveva mangiato un uovo. La cura era molto costosa, non l’ho mai finita. E devo lavorare, perché ho due figlie in Brasile, non sono sposata, e mia madre è malata. Anche se so che non potrei legalmente lavorare qui devo farlo, perché non posso permettere che la mia famiglia muoia di fame.

Vorrei sapere se qualcuno può aiutarmi. Ho sofferto parecchio. Sono un’immigrata e sono in Belgio senza permesso, ma sono un essere umano e non merito così tanto dolore. Vorrei essere pagata per gli straordinari e la malattia, e vorrei denunciare i miei datori di lavoro per il trattamento che mi hanno inflitto. Dopo aver letto quanto ho scritto, voi pensate che io abbia qualche diritto?

Com’è finita la storia di Doralice: L’Organizzazione per i lavoratori non documentati del Belgio ha tentato una negoziazione con i datori di lavoro per ottenere il pagamento degli straordinari e della malattia. I datori di lavoro hanno rifiutato in modo assai arrogante. Allora Doralice ha scritto la sua storia con tutti i dettagli (omessi dal testo precedente) e l’Organizzazione l’ha inviata all’Ispettorato del Lavoro. Un’ispettrice si è confrontata con il marito della signora Francesca, il quale ha dovuto ammettere che Doralice lavorava per loro, ma ha continuato a negare il resto. Nonostante ciò, l’ispettrice ha scoperto molte irregolarità nei pagamenti fatti a Doralice. Il suo calcolo ha stimato che i datori di lavoro devono a Doralice 5.000 euro più i versamenti dei contributi sociali e che non hanno mai pagato le tasse relative al suo impiego come domestica. Per evitare di andare in tribunale, i datori di lavoro hanno versato a Doralice la somma richiesta.

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(di Shadi Sadr, 20.5.2010, trad. M.G. Di Rienzo)

Per anni, non solo nei paesi musulmani ma anche in Occidente, il dibattito sul “velo” è stato riconosciuto come una questione complessa. Nell’ultima settimana di aprile 2010 due discussioni simultanee in merito si sono aperte in due differenti paesi. In Belgio, il Parlamento ha messo al voto una legge che proibisce alle donne di indossare burqa negli spazi pubblici. In Iran, funzionari governativi hanno annunciato i loro piani per l’ulteriore espansione e rinforzo dell’obbligatorietà del velo e delle leggi sulla castità.

Secondo la legge belga, se una donna copre il suo intero corpo incluso il suo volto, può essere multata per un ammontare di 15/25 euro, o imprigionata da uno a sette giorni. Secondo l’agenda iraniana su velo e castità, commissioni governative sono incaricate di creare ulteriori restrizioni e limitazioni rispetto alla segregazione per genere in ogni spazio pubblico.

In un comunicato stampa, l’organizzazione per i diritti umani Amnesty International ha invitato il governo belga a non ratificare la legge che bandisce i burqa dallo spazio pubblico. AI ha dichiarato che essa viola i diritti umani delle donne: “Un bando generale dei veli che coprono il viso violerebbe il diritto alla libertà di espressione ed alla libertà di religione per quelle donne che scelgono di esprimere la loro identità in questo modo.” Allo stesso modo, Human Rights Watch ha rilasciato un comunicato che condanna il bando e chiede al Belgio di non ratificare la legge: “La legge viola i diritti di coloro che scelgono di indossare il velo e non aiuta coloro che sono forzate a farlo.”

Ad oggi, nessuna delle due organizzazioni ha mostrato alcun tipo di reazione rispetto all’espansione dell’obbligatorietà del velo in Iran, che si traduce in maggior oppressione per le donne iraniane. Non intendo qui presentare una critica femminista alle azioni di Amnesty International o di Human Rights Watch, ne’ voglio elaborare la complessa questione che mette sullo stesso piano il burqa e il velo per la testa. Qui, mi sto solo concentrando sulle azioni di queste due organizzazioni per i diritti umani rispetto alle leggi sul velo in due diversi paesi: Iran e Belgio.

Il diritto di una donna di velarsi include sia la libertà di farlo, sia la libertà di non farlo. Similmente, il diritto di astenersi dal pubblicizzare i propri convincimenti religiosi dev’essere riconosciuto come parte del diritto individuale di esprimerli. La scelta di non osservare pratiche religiose va rispettata come la scelta di osservarle.

Dopo che gli islamisti iraniani sono andati al potere, nel febbraio del 1979, hanno immediatamente emanato leggi sull’obbligatorietà del velo. Per tutti i 31 anni che sono trascorsi da allora, essi hanno continuato a violare in merito i diritti delle donne non musulmane e delle donne non religiose. Il recente piano del governo iraniano dà inizio ad un nuovo ciclo di repressione per le donne, si trovino esse sul posto di lavoro, all’università, nelle scuole o negli stadi, per le strade o in ogni altro spazio pubblico.

In questo senso, i diritti umani delle donne iraniane, che sono la metà di una popolazione che ammonta a 70 milioni di persone, continuano ad essere violati senza che alcun comunicato, alcuna preoccupazione o reazione venga dalle maggiori organizzazioni per i diritti umani. Le stesse organizzazioni hanno invece appassionatamente e con urgenza dichiarato la loro opposizione alla legge belga che bandisce il burqa (che, per contrasto, riguarda forse una trentina di donne).

E’ scontato che quando parliamo di diritti umani stiamo parlando dei diritti di tutti gli esseri umani in tutto il mondo, senza eccezioni o priorità per alcuni popoli. Ma sembra che AI e HRW aderiscano a standard differenti quando si tratta dell’Iran e delle sue severe politiche sull’obbligatorietà del velo.

E’ ora che queste organizzazioni dichiarino esplicitamente la loro posizione rispetto al crescente uso della forza che il governo iraniano fa in relazione alle sue politiche di prescrizioni in merito all’abbigliamento. Dato l’obbligo di velarsi per milioni di donne iraniane, e le continue repressioni, umiliazioni e persecuzioni che esse devono sopportare in nome del “codice di abbigliamento islamico”, le donne iraniane meritano una spiegazione sul perché la loro realtà è considerata indegna di alta priorità.

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