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Shumaya

La ragazza che vedete, Shumaya, ha 16 anni. Il suo viso non è stato sempre così, segnato dal dolore e con un occhio che continua inesorabilmente a gonfiarsi. Da quando di anni ne aveva 11, Shumaya lavora come cucitrice, e quando ne aveva 13 finì in una fabbrica di indumenti, la Tazreen Fashions Ltd., in un sobborgo di Dhaka, Bangladesh. La ditta è conosciuta per il suo ruolo di subappaltatrice, assai comune nel paese: fabbriche più grandi accettano ordinazioni che non sono in grado di soddisfare e le girano ad altri produttori che sono ancora meno attenti di loro agli standard di sicurezza. Grazie alle paghe da fame per i lavoratori – in grande maggioranza lavoratici – e ai costi irrisori di produzione, il paese è un paradiso per ditte e marchi di Europa e Stati Uniti: Calvin Klein, Tommy Hilfiger, Speedo, Izod, Benetton, Inditex (Zara), H&M, Tesco, Walmart, Sears, Gap, Target, Macy’s… tutti sfruttano all’osso bambine, ragazze e donne – e magari poi cercano di venderci i loro stramaledetti vestiti con qualche “pubblicità progresso” o ci danno lezioni sulla violenza di genere (vero, Benetton?).

Shumaya lavorava 12 ore al giorno per 6 giorni la settimana: doveva cucire 90 pezzi l’ora (magliette, abiti, cappucci, jeans) e poteva andare in bagno solo durante la pausa per il pranzo. Sino al 24 novembre 2012, quando di colpo le luci si spensero e la ragazza si trovò nel mezzo di un disperato parapiglia verso l’uscita: un incendio era scoppiato al primo piano e si era rapidamente propagato. Al quinto piano, dove Shumaya si trovava, in breve il fumo fu così fitto da accecare le lavoratrici. Durante la fuga la giovane si prese parecchi colpi involontari, soprattutto al viso, e cadde svenuta. Le colleghe riuscirono a sollevarla e a passarla da una finestra ad un altro edificio.

Almeno 112 persone morirono quel giorno. Mentre fuggivano, le operaie videro che l’incendio si era originato accanto all’uscita – in un’area adibita a magazzino per la stoffa – e dovettero accorgersi che le porte della fabbrica erano tutte chiuse dall’esterno. Molte si lanciarono dalle finestre, con in mente la preghiera di non morire e di non restare paralizzate. L’anno successivo, in Rana Plaza, il collasso dell’edificio di una fabbrica simile lascerà sul terreno 1.130 cadaveri.

Shumaya tuttavia era scampata, si sarebbe ripresa, avrebbe vissuto. Ma i giorni e i mesi passavano e il dolore al viso aumentava invece di diminuire; l’occhio non si sgonfiava, il naso perdeva sangue di continuo. La madre della ragazza, la 37enne Kala Begum, la accompagnò infine dal medico ed entrambe seppero cos’era accaduto: le ferite toccate a Shumaya durante la fuga dal fuoco sono state esposte ai gas tossici prodotti dallo stesso e adesso, dietro agli occhi, Shumaya ha un tumore che cresce. Gran parte dei miseri guadagni di sua madre, che ha lavorato anch’ella come cucitrice ed ora fa mattoni, vanno a pagare gli antidolorifici e altri medicinali destinati ad alleviare l’intensa sofferenza di Shumaya. Anche i tre gioielli che Kala possedeva sono andati in medicine. Le due vivono in una stanza praticamente vuota, il cui unico mobile è un letto.

Kala e Shumaya

Nel dicembre scorso, il proprietario della Tazreen Fashions Delwar Hossein è stato finalmente denunciato assieme ad altre 12 persone per omicidi colposi dovuti a negligenza: è la prima volta che capita, in Bangladesh. Poiché tutti i proprietari hanno forti connessioni con politici locali e poteri esteri, è incerto se Hossein sarà condannato e se, qualora lo fosse, passerà o no del tempo in galera.

Shumaya e sua madre, va da sé, non hanno ricevuto alcun compenso per quanto è accaduto, ne’ hanno titolo legale a riceverlo. Grazie ad una campagna di sottoscrizione, Shumaya si è sottoposta ad un trattamento di irradiazione in un ospedale di Dhaka abbastanza costoso, ma non ne ha ricavato alcun beneficio. Gli attivisti hanno tentato di organizzarle un viaggio in Europa per curarla, ma Shumaya – minorenne – non può ottenere un passaporto senza la firma di suo padre. E suo padre è praticamente irreperibile. Kala Begum è fuggita da lui grazie all’ammontare di abusi e violenze di cui faceva grazioso dono a moglie e figlia. Che sopravvivono facendo il conto alla rovescia: quanto manca alla morte per cancro di Shumaya?

Maria G. Di Rienzo

(Fonti: Joseph Allchin per Takepart e Financial Times, World Time, Reuters, New York Times)

Vedi anche:

https://lunanuvola.wordpress.com/2013/07/29/le-donne-che-fanno-i-nostri-jeans/

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(“Protecting the Women Who Make Your Jeans”, intervista a Kalpona Akter di Sarah J. Robbins per The Daily Beast, 28.7.2013. Traduzione, adattamento e note Maria G. Di Rienzo. Kalpona Akter è la fondatrice del “Centro per la solidarietà fra i lavoratori del Bangladesh”. Per aver organizzato le operaie della fabbrica in cui lavorava, una produzione delocalizzata dell’americana Wal-Mart, Kalpona è stata minacciata, bastonata, licenziata e infine incarcerata per aver “fomentato disordini fra i lavoratori del ramo tessile” dietro denuncia della Wal-Mart stessa. Sarà utile sapere che se riconosciuta colpevole Kalpona può persino essere condannata alla pena capitale.)

Kalpona

A tre mesi dal collasso di una fabbrica di indumenti a Rana Plaza, nella periferia di Dhaka in Bangladesh, che ha ucciso più di 1.100 lavoratori – il disastro più mortale nella storia dell’industria tessile – politici e investitori internazionali hanno cominciato a rispondere alla domanda pubblica di migliori condizioni di lavoro. Il 15 luglio scorso, il Parlamento del Bangladesh ha approvato una legge sul lavoro che rafforza i diritti dei lavoratori; la settimana precedente, 17 compagnie nordamericane – fra cui Wal-Mart, Gap e Target – hanno annunciato un piano per migliorare gli standard sulla sicurezza. Ma le iniziative che emergono dalle macerie sono solo un punto d’inizio, dice una delle più conosciute attiviste per i diritti dei lavoratori del suo paese, Kalpona Akter.

Fondatrice e direttrice del “Centro per la solidarietà fra i lavoratori del Bangladesh”, Kalpona Akter rappresenta i tre milioni e mezzo di donne che sono i motori dietro l’affare più grande del paese. La missione, per lei, è anche profondamente personale: dopo che suo padre si ammalò e non fu più in grado di sostenere la famiglia, la 12enne Kalpona cominciò a guadagnare 6 dollari al mese per 400 ore di duro lavoro in fabbrica. Ha combattuto questa lotta e tenuto duro per anni, sino a che è stata licenziata per aver tentato di costituire un sindacato.

Parlaci della tua esperienza come lavoratrice nelle fabbriche di indumenti a Dhaka. Le condizioni sono cambiate da quando tu hai cominciato a lavorare e se sì, come?

Kalpona Akter (KA):

Poiché ho lavorato in fabbrica da quando avevo 12 anni, conosco bene le lunghe ore, i giorni persino, di lavoro senza pause; le difficoltà dovute alle paghe basse e le condizioni insicure in cui si lavora nel settore, e la tremenda pressione e gli abusi diretti a non farti parlare contro tutto ciò. Sebbene le condizioni in cui ho lavorato da bambina – incluse le scale inagibili e la sporcizia e la grande presenza di minori – non siano sempre prevalenti, restano le questioni meno visibili come l’impossibilità di organizzarsi collettivamente e di agire per il cambiamento all’interno delle fabbriche.

Perché i diritti dei lavoratori sono una “faccenda di donne” in Bangladesh?

KA: Nel settore degli indumenti chi lavora in modo predominante sono le donne; perciò, oltre ai mestieri domestici che fanno di prima mattina e la sera, le donne lavorano dalle 10 alle 12 ore al giorno in fabbrica. Il prezzo che l’orario lungo e le condizioni di lavoro fanno pagare alle famiglie in tutto il paese è un altro esempio del persistere degli effetti negativi.

La tragedia di aprile ha cambiato il dialogo internazionale sulle condizioni di lavoro e i diritti dei lavoratori?

KA: Rana Plaza è il più grande disastro delle centinaia di disastri già accaduti nelle fabbriche ovunque in Bangladesh e che hanno fatto molti più morti. Forse ha alzato il profilo ma certamente non è stato l’inizio del dialogo internazionale. Ciò che il collasso di Rana Plaza ha fatto (così come nei casi di Smart e Tazreen) è stato collegare specifici marchi/imprenditori a questi disastri, concentrando l’attenzione sulle loro responsabilità. Inoltre, ha fatto sì che oltre 60 “marchi” in tutto il mondo si sentissero costretti a firmare l’Accordo per la sicurezza in materia di fuochi e costruzioni in Bangladesh. E in generale, Rana Plaza fa luce sulle più profonde istanze infrastrutturali che fronteggiamo, qualcosa che va ben oltre l’industria tessile del paese.

Che ne pensi del piano nordamericano che è stato proposto per migliorare la vita delle lavoratrici del Bangladesh?

KA: In teoria, un documento firmato potrebbe incentivare relazioni buone e durevoli dei marchi con le fabbriche, il che fornirebbe il tempo e le capacità di migliorare le condizioni di lavoro. Tuttavia, il documento che è stato siglato questo mese con molte ditte nordamericane, incluse Wal-Mart e Gap, è peculiarmente differente dall’Accordo sulla sicurezza: quest’ultimo è un documento vincolante, l’altro permette alle ditte di non assumersi effettive responsabilità.

Cosa mi dici delle minacce alla tua libertà e alla tua sicurezza?

KA: Sono stata arrestata assieme a numerose mie colleghe nel 2010, dopo la nostra lotta per avere migliori stipendi. Di conseguenza, al “Centro per la solidarietà fra i lavoratori del Bangladesh” è stata revocata la registrazione legale. Nel 2012, mentre eravamo ancora “illegali”, il nostro organizzatore Aminul Islam (1) è stato assassinato. Dopo di ciò, molti membri del nostro staff hanno dato le dimissioni, temendo rappresaglie.

Come pensi i lettori dovrebbero agire riguardo le compagnie che fanno affari in Bangladesh? Cosa suggeriresti a loro?

KA: L’industria degli abiti è incredibilmente importante nel nostro paese e quindi lo è per le vite di milioni di lavoratrici e delle loro famiglie: perciò, il nostro messaggio non è quello del boicottaggio. Piuttosto, i consumatori possono far pressione sulle ditte e sui loro governi affinché chi usa le fabbriche in Bangladesh lo faccia stabilendo con esse relazioni giuste e durevoli.

(1) Nato nel 1973, era sposato e padre di due figli e una figlia. Arrestato con Kalpona nel 2010 era stato torturato durante la detenzione. Prima dell’assassinio stava organizzando i lavoratori dello “Shanta Group”, che produce indumenti per diverse compagnie statunitensi fra cui Nike e Ralph Lauren. Il suo corpo, che di nuovo recava segni di tortura, fu trovato privo di vita il 6 aprile 2012 su una strada di Ghatail, a nord di Dhaka.

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(The International Labour Organization (ILO) News, 3.7.2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Rania

Sahab, Giordania. Due volte la settimana, la trainer specializzata Rania Shanti visita una fabbrica di indumenti nella città industriale di Sahab, e parla a piccoli gruppi di lavoratrici delle molestie sessuali. Tenta di creare un’atmosfera confortevole e confidenziale (è cruciale) che incoraggerà le partecipanti a parlare liberamente. Una di esse è Indrani, una donna dello Sri Lanka che lavora in fabbrica dal 2009: “Ho sempre pensato che parlare di molestie sessuali, per le donne, significasse che erano state stuprate. Adesso ho compreso che le molestie possono prendere molte forme diverse.”

Come Indrani, numerose sue colleghe operaie sono straniere: vengono principalmente dallo Sri Lanka, dall’India e dal Bangladesh. Perciò Shanti, nel portare avanti il programma “Lavoro Migliore” per l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, spesso comunica tramite una traduttrice. “E’ difficile definire le molestie sessuali in queste fabbriche, per via della natura “sensibile” della questione e del timore di rappresaglie da parte delle lavoratrici.”, spiega, “Non è affatto garantito che le operaie escano allo scoperto come vittime di molestie.”

Due anni fa, giravano notizie di stupri diffusi commessi contro le lavoratrici di una delle fabbriche di indumenti più grandi di Giordania. Anche se le accuse non sono state sostanziate, i rapporti sulle molestie sessuali nei confronti delle operaie sono comuni nel settore globale della manifattura dei tessuti. Il lavoro d’indagine del programma “Lavoro Migliore” per la Giordania ha scoperto che molte delle lavoratrici non avevano una chiara comprensione di cosa fosse rubricato come molestia sessuale, anche se erano assai preoccupate al proposito. Il programma ha quindi lanciato un progetto pilota sulla prevenzione e la consapevolezza in materia con il datore di lavoro di Indrani, la “Jerash Garment and Fashion Manufacturing Company”. Il progetto mira ad insegnare alle lavoratrici, ai manager e ai supervisori come identificare, prevenire e denunciare le molestie sessuali.

Durante una sessione tenutasi a metà giugno, Indrani si è unita ad un gruppo di donne che timidamente e a voce bassa hanno raccontato alle colleghe dei palpeggiamenti, delle gonne sollevate e degli assalti da parte dei tassisti. Priyadorshani, un’altra lavoratrice dello Sri Lanka presente in questa fabbrica, dice che il progetto l’ha aiutata a capire meglio le leggi e i regolamenti della Giordania che fanno riferimento alle molestie sul luogo di lavoro: “Noi siamo straniere, per cui non sappiamo molto di leggi, regole e procedure. Grazie al training, adesso ho un’idea migliore di come maneggiare la situazione se accade qualcosa.”

Rania Shanti fa notare che sebbene alcune leggi di rilievo esistano, gli interventi più efficaci sono le politiche create e adottate all’interno delle fabbriche, che riguardano tutte le forme di molestia sessuale. “Parte del training consiste nell’aiutare le fabbriche a creare il proprio modello di prevenzione delle molestie. Noi condividiamo il nostro, che loro possono adattare se lo desiderano. – spiega Rania – Questo ha un grande impatto sull’andamento della fabbrica, perché fornisce un alto senso di responsabilità: ora sentono che maneggiare la situazione spetta a loro e che possono prenderne il controllo.”

Sanil Kumar, uno dei dirigenti della compagnia, è d’accordo. “Il training ha aiutato i manager e i supervisori su questioni che non conoscevano prima, come certe forme di molestia sessuale e come prevenirle o maneggiarle. Seguendo i consigli del team “Lavoro Migliore” abbiamo sviluppato la nostra politica interna di prevenzione delle molestie in fabbrica, che è stata ratificata dalla direzione.” Anche i sindacati stanno provando a giocare un ruolo in questo senso, dice Mervat Abdel Kareem al-Jamhawi, del sindacato tessile: “Tentiamo di suscitare consapevolezza sulla questione con le operaie nelle fabbriche, ma il farlo comporta diverse sfide, quali le barriere culturali e linguistiche. E’ però definitivamente un’alta priorità, per noi, ed abbiamo bisogno di maggior sostegno dai progetti come “Lavoro Migliore” per condurre più programmi in una serie di fabbriche.”

“Lavoro Migliore” per la Giordania intende creare sistemi di riferimento indipendenti per le lavoratrici che subiscono molestie sessuali o che sono minacciate. Il progetto pilota sarà esteso a numerose altre fabbriche il prossimo anno; alcune di esse impiegano sino a 7.000 lavoratrici provenienti da otto differenti paesi. “Continueremo il nostro training.”, dice Rania Shanti, “Continueremo a diffondere il messaggio, in special modo alle lavoratrici migranti, dicendo loro che non sono vittime, non sono deboli: sono venute dallo Sri Lanka e dal Bangladesh e da altre parti del mondo a lavorare qui, sono donne forti per aver fatto questo. Hanno bisogno di sapere che è possibile intraprendere azioni. Se non vogliono parlare ai loro capi delle molestie sessuali, possono parlarne con noi.”

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(Women in the World Foundation, 14.2.2013. Trad. Maria G. Di Rienzo)

I fatti sugli attacchi con l’acido sono questi: 1.500 incidenti l’anno e l’80% dei bersagli sono donne. In Bangladesh questo crimine era diventato comune: solo nel 2002 ci furono 500 aggressioni, spesso dirette a ragazze minori di 18 anni. Poi, Monira Rahman è entrata sulla scena. Sin dal 1999, la sua Fondazione Sopravvissute all’Acido – http://www.acidsurvivors.org – ha lavorato per fermare la violenza e per fornire sostegno medico e psicologico alle vittime, molte delle quali ottengono ben poco aiuto dai medici e dai poliziotti locali. Dal suo ufficio di Dhaka, Monira Rahman ha risposto alle nostre domande.

 Monira

Cosa ti ha ispirato a creare la Fondazione?

Avevo incontrato due donne che erano state assalite con l’acido nel 1997 ed ero rimasta colpita dalla loro forza e dal loro coraggio. Volevo lavorare con loro per fare qualcosa per loro e per capirle meglio. Percepivo che la violenza stava crescendo enormemente, in Bangladesh, e mi dicevo che nessuna donna dovrebbe vivere in un luogo in cui non è al sicuro. E’ un fondamentale diritto umano che le donne siano libere di vivere le loro vite senza il timore della violenza.

Parlaci di una donna che ti ha particolarmente impressionata.

Una delle due che incontrai nel 1997 era la 17enne Bina Akter, il cui sogno di diventare un’atleta andò in pezzi quando intervenne per proteggere sua cugina da un attacco con l’acido. Bina restò cieca da un occhio e sfigurata, mentre la cugina riportò ustioni sulle mani e sul corpo. Entrambe le ragazze, ora, hanno trasformato le loro vite. Bina sta studiando all’estero e vuole lavorare come infermiera nella nostra clinica specializzata; sua cugina è una consulente.

Bina ha aiutato molte altre sopravvissute parlando in pubblico degli attacchi con l’acido, ha creato campagne affinché vi fossero leggi che si occupassero della faccenda ed ha accresciuto la consapevolezza sulla violenza contro le donne in tutto il mondo.

Qual è la prima cosa che dici ad una donna che ha sofferto questo trauma?

Non sei sola. Hai il coraggio per combattere questa esperienza. Questo è un reato. Questa è una violazione dei tuoi diritti umani. Tu non sei responsabile per l’aggressione. Non provare vergogna.

Alcune stime e ricerche dicono che la tua organizzazione ha contribuito a far decrescere gli attacchi con l’acido, in Bangladesh, del 40%. Come ci sei riuscita?

Il fatto che gli attacchi siano diminuiti, in Bangladesh, approssimativamente dell’80% – se prendiamo in esame gli ultimi dieci anni – non è dovuto solo alla Fondazione Sopravvissute all’Acido: ci vogliono le collaborazioni con le organizzazioni internazionali, i finanziatori, i media, la società, e soprattutto il governo, per ridurre collettivamente ogni forma di violenza contro le donne. Questo lavoro ha avuto successo, perché dai 500 attacchi del 2002 siamo passati ai 98 del 2012.

Tuttavia, dobbiamo mantenere questo livello di concentrazione: in gennaio c’è stato un drammatico aumento di violenza contro le donne. La gravità degli assalti con l’acido è pure disturbante: una studentessa universitaria di Dhaka è stata di recente attaccata con l’acido e contemporaneamente pugnalata. Sta ancora lottando per sopravvivere.

Come ci si può assicurare che gli attacchi con l’acido non ricomincino a crescere?

Ho cominciato a lavorare con altri gruppi di donne per chiamare il Parlamento ad azioni decisive. Nella preparazione di One Billion Rising stiamo partecipando giornalmente a raduni e dimostrazioni, mi sto persino portando dietro mio figlio. (Ndt: L’intervista è avvenuta il giorno precedente l’azione globale.) Il 14 febbraio ci uniremo a migliaia di sopravvissute per condannare la violenza contro le donne. Poi, l’8 marzo, per il Giorno Internazionale delle Donne, più di 500 sopravvissute agli attacchi con l’acido parteciperanno ad una manifestazione nazionale che chiederà giustizia e miglior responso dal governo.

Lo stupro sull’autobus della studentessa di Delhi ha attratto l’attenzione mondiale su che misure il sistema giudiziario deve usare per contrastare la violenza estrema. In Bangladesh questo è un grosso problema: i perpetratori di violenze si avvantaggiano dove il primato della legge non è stabile.

E’ stato difficile lavorare con le vittime di quest’orrenda violenza?

Quando ho dato inizio alla Fondazione Sopravvissute all’Acido ero traumatizzata. Per molti anni ho sempre portato una bottiglia d’acqua con me, perché temevo che il mio impegno avrebbe provocato un’aggressione simile, e per i primi tempi non riuscivo a pensare o a parlare di nient’altro. Sono fortunata, perché la Fondazione è un ambiente dove io posso esprimere le mie emozioni con altre persone, siano le mie emozioni rabbia, tristezza o gioia.

C’è qualcuno che sta seguendo il tuo esempio?

Da quando hanno visto il successo del lavoro della Fondazione con le sopravvissute, sei paesi hanno dato vita ad organizzazioni simili. Anche la legge specifica per combattere la violenza con l’acido che abbiamo proposto in Bangladesh è stata ripresa, da altri due paesi.

Le cliniche della Fondazione hanno fornito alle vittime il miglior trattamento medico in tutta la nazione, in un ambito dalle scarse risorse, e ora speriamo di agire come “centro d’eccellenza” a livello globale. Attualmente stiamo raccogliendo fondi per sviluppare la Fondazione in un complesso che comprenda una “banca della pelle”, un centro di riabilitazione ed un rifugio per coloro che hanno gravi problemi di sicurezza.

Cosa ti rende ottimista?

Lo spirito delle sopravvissute. Non vogliono pietà dall’opinione pubblica: tutto quel che chiedono è cooperazione. Parlo con donne che mi chiedono di trovar loro un lavoro mentre sono ancora nel letto dell’ospedale. Vogliono condurre esistenze indipendenti e perciò una delle cose che possiamo fare è sostenerle nell’accedere a migliori condizioni di vita.

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Durante gli anni ’80, un’organizzazione non governativa implementò un progetto per provvedere acqua corrente a diversi villaggi messicani. L’organizzazione fornì le pompe ed addestrò i residenti locali all’uso ed alla manutenzione delle stesse. Un anno più tardi, una squadra andò a verificare lo stato dell’arte del progetto: la maggioranza delle pompe non funzionavano. Come mai? L’ong si era preoccupata di addestrare solo gli uomini, ma nei villaggi erano le donne ad essere responsabili per l’acqua. I tempi sono cambiati, eppure il genere resta largamente non discusso o non previsto nel discorso sull’acqua. Anche se ormai si riconosce che le donne sono le principali provveditrici d’acqua a livello domestico, la prospettiva in cui sono collocate nel discorso è quella delle vittime o dei membri di gruppi vulnerabili, invece di quella reale: a causa delle ineguaglianze di genere le donne sono le più colpite dalle crisi relative all’acqua o ai cambiamenti climatici, ed allo stesso tempo sono le più attive nel rispondervi e nell’operare cambiamenti. Lasciate che vi racconti “tre storie d’acqua”.

Veronica Nzoki, kenyota, è la presidente dell’Associazione utenti acqua di Endui. Il gruppo l’ha creato assieme ad altre donne per ottenere dal governo che l’acqua sia portata più vicina alle case e che la sua qualità sia migliorata. Veronica risiede a Endui, nel Kenya orientale, da più di cinquant’anni: “Ricordo bene come il ciclo dell’acqua fluiva quando ero bambina. Coltivavamo abbastanza e conservavamo abbastanza acqua da rispondere agevolmente alle occasionali siccità. Ma questo non è più possibile. Nelle ultime due stagioni i terreni non hanno risposto alla coltivazione ed il bestiame è morto di fame. Per la prima volta da quando è stata costruita, e cioè dal governo coloniale più di mezzo secolo fa, nel 2009 la diga Kiiya si è completamente prosciugata. Noi donne ci muoviamo verso la sorgente più vicina già alle sei del mattino. Stiamo in coda per ore ed ore. Quando abbiamo raccolto l’acqua e ci avviamo a tornare a casa è già passato mezzogiorno. Questo ci toglie ogni energia. Quelle di noi che avevano piccole attività commerciali hanno dovuto abbandonarle per provvedere l’acqua alle proprie famiglie.”

Ayibakuro Warder, madre di cinque bambini, vive nella regione del Delta del Niger. Di mestiere fa l’impiegata comunale, ma resta coinvolta nella pesca e nell’agricoltura che sono le attività principali della sua famiglia. E’ riconosciuta come leader non solo dalle donne, con cui condivide l’attivismo, ma dall’intero suo clan. Ayibakuro, come Veronica, ricorda tempi diversi: “Quando ero bambina i miei genitori ottenevano grandi raccolti e anche la pesca era proficua. L’estensione dei campi di cassava allora, per fare un esempio, non è neppure paragonabile a quella odierna. Le nostre sorgenti, i nostri laghi, i nostri ruscelli, sono stati uccisi dai continui sversamenti di petrolio. Qui nessuno ha dubbi: i raccolti più scarsi, i problemi di salute che aumentano soprattutto fra i bimbi, li dobbiamo all’estrazione del petrolio. Senza quasi più risorse economiche diventa difficile cercare aiuto medico. Troppe donne sono morte di petrolio.

Nello sversamento del 2007 le donne di Ikarma persero tutta la cassava che avevano messo a mollo nel fiume. Il petrolio distrusse anche le reti da pesca e i pesci. Allora guidai una manifestazione di donne e andammo a protestare davanti alla base logistica della Shell a Kolocreek. Ma non importa quali giustificazioni tirino fuori: che parlino di sabotaggi o di guasti, la Shell non ha mai ritenuto giusto compensare le proprie vittime. Invece, manda il suo personale militare ad intimidire le comunità affinché non parlino pubblicamente delle loro lamentele.”

Rasheda Begum, del Bangladesh, è una profuga ambientale: “Avevo una casa a mezzo chilometro dalla spiaggia, a Khudiar Tek sull’isola Kutubdia. La mia casa fu spazzata via da un ciclone nel 1991. Allora mi sono costruita una capanna tre chilometri più in là. Come le mie vicine, ero devastata da un terrore inesplicabile, quello del fuggire verso una destinazione ignota. Credo che questa paura derivasse dal fatto che, a differenza degli uomini, i nostri movimenti come donne sono sempre stati ristretti. Nel 2007 abbiamo lasciato l’isola e ci siamo trasferiti in un ghetto urbano, alla periferia di una cittadella turistica. Il posto non ha nessun servizio per chi non è un turista, come situazione è molto stressante. Mi sto organizzando con altre donne, ma ogni giorno devo pensare a come dar da mangiare alla mia famiglia. Lavoro a giornata, nel trattamento del pesce secco: è un impiego stagionale che si svolge in condizioni igieniche disastrose. E sono costantemente in ansia per le mie tre figlie più grandi, perché non ci sono leggi che proteggano i poveri, specialmente i rifugiati ambientali dei ghetti.” Maria G. Di Rienzo

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(“Can we end rape as tool of war?”, di Gloria Steinem e Lauren Wolfe per CNN, 8.2.2012, trad. Maria G. Di Rienzo)


Dapprima avevamo pensato di cominciare questo pezzo con la storia di Saleha Begum, una sopravvissuta alla guerra in Bangladesh del 1971 nella quale, dicono alcuni rapporti, almeno 400.000 donne sono state stuprate. Begum fu legata ad un banano, ripetutamente stuprata da un gruppo e bruciata con sigarette per mesi, sino a che le spararono e la lasciarono per morta in una pila di altre donne. Tuttavia lei non morì, e fu in grado di tornare a casa, devastata ed incinta di cinque mesi. Come ci arrivò, a casa, fu marchiata come “sgualdrina”.

Avevamo anche pensato di cominciare con la storia di Ester Abeja, una donna dell’Uganda che fu tenuta forzatamente come “moglie della foresta” dal Lord’s Resistance Army (“Esercito della resistenza del Signore”). L’essere continuamente stuprata con oggetti ha distrutto i suoi organi interni. I suoi catturatori l’hanno anche costretta ad uccidere la propria figlioletta di un anno sfasciando la testa della bimba su un albero.

Ci siamo imbattute in dozzine di storie di donne come Begum e Abeja ed infine abbiamo capito che era troppo difficile trovare quella giusta, e cioè la storia che avrebbe espresso esattamente come e in che modi la violenza sessualizzata è usata come arma di guerra per devastare le donne e distruggere comunità in tutto il mondo, conflitto dopo conflitto, dalla Libia alla Repubblica democratica del Congo. E’ a causa di questa complessità che dobbiamo capire come viene usata la violenza sessualizzata. Dobbiamo capire per poterla fermare: proprio come quando si cerca di disinnescare una bomba è cruciale conoscere i suoi componenti.

Sia l’Organizzazione mondiale per la sanità sia il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno riconosciuto che manca ricerca sulla natura e l’estensione della violenza sessualizzata nei conflitti, nonostante vi sia una crescente richiesta di migliori analisi da parte dei corpi delle NU, dei donatori e di altri per poter lavorare alla prevenzione ed alla guarigione. E’ per tutto ciò che abbiamo dato inizio ad un nuovo progetto a Women’s Media Center che sistematizza le specificità della violenza sessualizzzata in aree quali le sue motivazioni ed i suoi schemi, le sue ricadute, e le attitudini di genere e culturali che hanno condotto ad essa. Abbiamo chiamato il nostro progetto “Donne sotto assedio”, perché quando si stuprano quattro donne al minuto solo in Congo, possiamo dire che non è nulla di meno di un assedio continuato. Ed è ora che cominciamo a metterci fine.

La violenza sessualizzata può essere la sola forma di violenza nella quale si biasima la vittima o si dice persino che la vittima ha invitato la violenza stessa. In guerra, lo stupro diventa la vergogna di donne, uomini, bambini, intere società. Lo stigma imposto su tutti coloro che sono toccati da tale violenza rende quest’arma incredibilmente efficace come mezzo di distruzione del nemico.

Ma è fondamentale ricordare che non è sempre stato così, che così dev’essere. La violenza sessualizzata non è parte “naturale” di un conflitto. Per il primo 90% e più della storia umana, femmine e maschi hanno assunto ruoli bilanciati e flessibili. Le nostre posizioni sociali non erano basate sulla dominazione delle femmine da parte dei maschi. Esseri umani e natura, donne ed uomini, erano connessi piuttosto che sistemati in ranghi. Il cerchio, non la gerarchia, fu il principio organizzatore del nostro pensiero.

Analizzando come la violenza sessualizzata è stata usata come pulizia etnica, come in Bosnia; per forzare gravidanze che avrebbero letteralmente cambiato volto alla generazione successiva; o, come in Egitto, per arrestare il dissenso, possiamo guardare al futuro e possibilmente prevenire che ciò riaccada. Per generazioni abbiamo ignorato o negato di aver conoscenza della violenza sessualizzata di massa inflitta alle donne ebree durante l’Olocausto. Le donne che sono sopravvissute ad aggressioni brutali sono state accusate di collaborazionismo per la propria sopravvivenza, proprio come, per esempio, una donna stuprata in Congo può non venire mai più riaccettata nel villaggio o in famiglia perché considerata colpevole.

Lo scorso anno, un libro dal titolo “Violenza sessuale contro le donne ebree durante l’Olocausto” ha gettato luce su come i nazisti perpetrarono stupro ed umiliazioni sessuali su scala enorme. Pure, nulla di tutto questo è stato discusso o processato a Norimberga. Se lo avessimo saputo prima, ciò avrebbe aiutato a prevenire i campi di stupro nell’ex Jugoslavia? O lo stupro come arma di genocidio in Congo?

Nominare la violenza sessualizzata come arma di guerra la rende visibile – ed una volta che sia visibile, perseguibile. Ciò che è accaduto agli uomini nel passato era politico, ma ciò che è accaduto alle donne era culturale. Il politico era pubblico, e poteva essere cambiato; l’altro era privato, persino sacro, e non poteva o persino non doveva essere cambiato. Chiarire che la violenza sessualizzata è politica e pubblica rompe questo muro. Riconosce che la violenza sessualizzata non è destinata a succedere. Quando la mascolinità non è più definita dal possesso e dal dominio di donne, quando la femminilità non è più definita dall’assenza di esperienze sessuali o dall’essere possedute, allora si ha un inizio. Ma prima, dobbiamo smettere di dire che la violenza sessualizzata è inevitabile, e smettere di permettere che le vittime vengano biasimate.

Dobbiamo immaginare il cambiamento, prima di poterlo creare.

(Gloria Steinem è scrittrice, editrice ed attivista femminista. Ha co-fondato Ms. Magazine e Women’s Media Center. Lauren Wolfe, giornalista, è la direttrice del progetto “Donne sotto assedio”)

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Ho lottato con la mia identità per tutta la vita. Nata in Afghanistan, mi sono trasferita in Pakistan con i miei genitori quando avevo due anni. Fu là che cominciai a dover scegliere, essere afgana o pakistana, perché io, il mio accento, il mio aspetto erano tutte cose per cui venivo presa in giro a scuola. Durante i miei 13 anni di permanenza in Pakistan lentamente mi ci abituai, cambiai il mio modo di vestire e il mio accento da afgano diventò pakistano. Durante questo processo dimenticai la mia lingua madre, il Dari.
Tuttavia, nel 2005, ho dovuto ritornare in Afghanistan, perché il governo pakistano ci ha rimandato indietro per forza, e quindi la mia identità dovette cambiare di nuovo. In Afghanistan, mi sentivo come se la gente guardandomi perforasse il mio corpo. Mi facevano sentire straniera nel paese in cui sono nata e cui pensavo di appartenere.
Ma visto che non è impossibile cambiare, anche se prende tempo, in pochi anni diventai afgana agli occhi di tutti, ma ancora, visto che la mia etnia è minoritaria, non una “vera” afgana. La mia identità era quell’etnia, Hazara. E in cinque anni mi adattai anche a questo.
Adesso vivo e studio in Bangladesh. “Rabia” è la prima cosa che la gente sa di me, il mio nome. Alcuni pensano che “Rabia” sia un nome musulmano, e perciò io devo essere musulmana (lo sono), ma quando mi esaminano da capo a piedi non rispondo a ciò che loro pensano sia una ragazza musulmana. Dato che non mi copro i capelli, e indosso abiti corti o t-shirts, la mia identità non può essere definita dalla mia religione.
Nel momento in cui menziono il mio paese è tutto un “Osama” e “Talebani”, e domande con la faccia triste: “E’ difficile vivere in un paese in guerra, vero?” oppure “I tuoi genitori sono ancora vivi?” Quando vivevo in Pakistan ero un’afgana, quando tornai in Afghanistan ero una pakistana o un’afgana “non pura”, adesso sono in Bangladesh e sono afgana, perciò una nipote di Bin Laden, oppure sono tornata dall’aldilà dopo essere morta in guerra.
Nessuno dei paesi in cui ho vissuto mi accetta completamente. Ho deciso che la definizione della mia identità è questa: prima di tutto il mio nome, Rabia Salihi, ed in secondo luogo sono afgana. Rabia Salihi, afgana. Non posso definire la mia identità in base alla lingua, la religione, la cultura, l’apparenza eccetera, perché se lo facessi non sarei nessuno e mi perderei, priva di identità. Rabia Salihi (trad. Maria G. Di Rienzo)

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Secondo la “Campagna internazionale contro i delitti d’onore” e le Nazioni Unite sono circa 5.000 le vite che vanno perdute ogni anno in nome dell’ “onore familiare”. Dallo scorso aprile, il sito Memini” (“Ricordo”) ospita i volti e le storie delle donne che sono scomparse, affinché esse vivano per sempre nella nostra memoria. Shubhi Tandon, giornalista indipendente indiana, ne ha scritto per Women’s News Network. Shubhi crede fortemente che il suo lavoro nel riportare e testimoniare le lotte che le donne attraversano ogni giorno aiuti il cambiamento globale nelle attitudini che si tengono verso le donne stesse, e aumenti la consapevolezza della sua necessità. (E così crede la traduttrice, Maria G. Di Rienzo, che ha estratto il pezzo che segue dal suo articolo del 15 giugno u.s. e la ringrazia dal profondo dal cuore.)

http://www.memini.co/

Molte di queste donne sono uccise perché effettuano scelte personali che non si accordano con i limiti loro imposti dalle famiglie o dalle società in cui si trovano. Gli omicidi si danno in contesti in cui il controllo del comportamento delle donne è il fattore principale che definisce la posizione degli uomini fra i loro pari. Le scelte personali entrano in conflitto con il cosiddetto onore familiare quando una giovane donna comincia a chiedersi:

Chi voglio come compagno per la mia vita? Che succede se rifiuto un matrimonio forzato? Come voglio vestirmi? Che musica voglio ascoltare? Posso gestire degli affari commerciali per conto mio? Posso frequentare l’università che ho scelto? Mi è permesso cantare in pubblico, o andare a ballare? Posso andare a scuola?

Giudicate pesantemente su libertà basilari come le scelte in merito a istruzione o carriera, lo stile nel vestire, le amicizie e persino il numero di figli che desiderano avere, le donne che diventano vittime della “violenza d’onore” sono intrappolate in un circolo vizioso di auto-negazione. “E i perpetratori di questi crimini vogliono che tutti i segni dell’esistenza delle donne uccise siano completamente spazzati via, come se esse non fossero mai esistite.”, aggiunge Deeyah, nello spiegare perché ha aperto il sito “Memini”.

Deepika Thathaal, regista pluripremiata, compositrice e cantante pop, che i suoi fans conoscono appunto come Deeyah, è nata in Norvegia da genitori immigrati Pashtun e Punjabi. Conosce bene i pericoli che una donna affronta quanto sfida una “norma culturale”: “I delitti d’onore rappresentano la misura ultimativa nel controllo e nell’oppressione delle donne.”

Familiari o amici della famiglia sono in stragrande maggioranza gli esecutori degli omicidi ed i “delitti d’onore” avvengono ovunque nel mondo, ma si danno con particolare frequenza in Siria, Egitto, Marocco, India, Turchia, Bangladesh, Giordania, Kurdistan iracheno, Afghanistan, Pakistan, Libano, Israele e Palestina, e nelle comunità di immigrati negli Usa, in Canada, Spagna, Italia, Germania, Svezia, Norvegia e Gran Bretagna.

“Memini” documenta molte di queste storie. Spesso le polizie dei vari paesi non hanno recepito l’allarme lanciato da chi poi sarebbe stata uccisa. “Riportai l’incidente alla polizia, ma non mi presero sul serio.”, testimoniò Fadime Sahindal il 21 novembre 2001, incontrando membri del Parlamento svedese, “Mio padre disse che ero stata espulsa dalla famiglia e che non mi era permesso di rimettere piede ad Uppsala, dove il mio fidanzato era sepolto. Se lo avessi fatto, disse, non avrei lasciato la città da viva.”

Meno di due mesi dopo questo incontro, Fadime Sahindal fu uccisa a colpi di arma da fuoco da suo padre, un contadino turco-curdo che si era trasferito in Svezia nel 1980, perché contro i desideri di costui si era recata a far visita alla tomba dove il suo “non approvato” fidanzato svedese era stato sepolto dopo essere deceduto in un incidente stradale.

Heshu Yones è similmente morta per mano del padre a 16 anni, perché aveva una relazione con un compagno di classe, e così la venticinquenne Sandeela Kanwal, che il padre ha assassinato perché voleva uscire da un infelice matrimonio imposto. Le complicità familiari e sociali sono estese: “Un delitto d’onore è una decisione pianificata, di gruppo.”, sottolinea Deeyah, “Sostanzialmente, lo si potrebbe definire crimine organizzato.” Il sito “Memini” spera di mantenere in vita il ricordo e la dignità di tutte le vittime di questo crimine.

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SENZA PAURA

COME LE DONNE STANNO CAMBIANDO IL MONDO

 

Con Maria G. Di Rienzo, Selina Hossain e Irin Parvin Khan

Modera Sergia Adamo

Udine, Palazzo Morpurgo, sabato 14 maggio 2011 ore 17.30

 

A superarla sono in tante. Sono le donne che in varie parti del mondo rifiutano un’esistenza senza dignità e senza futuro, diventando ‘imprenditrici’ di se stesse e dando alle loro vite una sceneggiatura diversa da quella a loro riservata da condizioni culturali e sociali di subalternità e sottomissione.

Sono molte le testimonianze che ci mostrano quanto, nelle situazioni più difficili, la differenza arrivi proprio dalla loro volontà, caparbietà e intelligenza. Dalle loro storie viene anche un monito per le nostre democrazie, perché i diritti raggiunti con grande impegno in passato rischiano oggi di essere inghiottiti da nuovi ordini sociali, che quei diritti tendono a non riconoscere più.

 

SELINA HOSSAIN

Impegnata nella difesa dei diritti umani e ‘di genere’ nella vita e nella scrittura, è una delle più importanti autrici bengalesi contemporanee.

MARIA G. DI RIENZO

Saggista, scrittrice e formatrice alla nonviolenza. Ha un blog dove pubblica storie e testimonianze di donne di tutto il mondo.

IRIN PARVIN KHAN

Nata e cresciuta in Bangladesh, è rifugiata politica e oggi risiede a Trieste.

SERGIA ADAMO

Insegna Teoria della letteratura all’Università di Trieste.

 

www.vicinolontano.it

 

(Grazie a Laura e Andrea, fra gli organizzatori, per l’impegno, la creatività, la passione ed il modo in cui ispirano altre persone a conoscere e capire.)

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 (Un commento all’articolo precedente.)

 

Il 19.2.2011 la giornalista Farzana Rupa, riportata da parecchi siti antiviolenza, scrive:

Le molestie sessuali dirette alle donne in Bangladesh stanno diventando mortali. Secondo i locali gruppi per i diritti umani quest’anno (vi ricordo che “quest’anno”, mentre lei scrive, significa 50 giorni, ndt.) 28 donne si sono suicidate per sfuggire alle molestie. La maggior parte di loro, prima di togliersi la vita, ha lasciato una nota chiedendo la fine delle aggressioni conosciute qui come “punzecchiature serali”, in cui i ragazzi fermano le ragazze per strada, ridono di loro, gridano oscenità, le toccano, le spintonano o peggio. Afroza Begum siede al tavolo della cucina mentre mi passa il biglietto che sua figlia Shimi le ha lasciato: “Ho sofferto troppo a lungo a causa di quei ragazzi. Ho fatto del mio meglio per vivere. Ma non ho nulla con cui fermarli.” Dopo aver scritto questo, Shimi ha bevuto veleno.”

Le allegre goliardate che questa ragazzina subiva comprendevano bruciature di sigaretta sui seni, urina iniettata in lei con una siringa e capelli tagliati. Nessuno degli assassini di Shimi (così, giustamente, li chiama sua madre), dopo anni, è stato punito.

Farzana Rupa ha chiesto agli uomini che ne pensano delle molestie in strada. Questa è la risposta di Jafar Hasan, studente universitario: “Una ragazza deve coprirsi in modo adeguato, se non lo fa, se non indossa una sciarpa per la testa o se non è vestita con modestia, un uomo non potrà controllarsi dal fare cose cattive. Un uomo non può controllare il suo desiderio sessuale!”, e questa la risposta di Abdur Rashid, commesso di una cartoleria: “Gli uomini possono indirizzare qualsiasi suono o commento alle donne. E’ nostro diritto, possiamo farlo.”

Il 21 aprile 2011, i giornali italiani – metto fra virgolette le citazioni letterali dagli articoli – riportano la storia della 13enne pachistana riempita di botte dal padre perché “al centro dell’attenzione degli altri ragazzini”, i suoi compagni in una scuola media del parmense. E’ successo che quest’uomo ha visto sua figlia, fuori dai cancelli scolastici, attorniata dai bulletti che le indirizzavano “scherzi e battute” (a sfondo sessuale) in quello che tutti i media hanno descritto come un “gioco da ragazzi”: direi correttamente, è infatti un gioco da maschi in cui le femmine non si divertono, ma d’altronde non è previsto che lo facciano. Per essere veramente un bel gioco, e far gongolare i suoi partecipanti, la ragazza al centro dell’attenzione deve vergognarsi, arrossire, cercare di sfuggire, sentirsi umiliata. Padri e fratelli e in genere gli uomini della sua famiglia, assistendo alla scena e decifrandola allo stesso modo dei due signori del Bangladesh sopra riportati, che si trovino in Pakistan, in India, in America o in Italia, cosa possono fare? Puniscono della vergogna l’abbietta creatura che l’attira su di sé, e quindi su di loro.

Sono forse meritevoli di reprimenda i vivaci fanciulli accecati dal testosterone già a tredici anni? Hanno forse il dovere di rispettare le loro coetanee? Naturalmente no, e oltretutto la pensano anche loro come Jafar, Abdur, ed il padre della ragazza molestata. La colpa è sua. Esiste. Esiste come femmina. Provoca e suscita desideri esistendo come femmina. Non ha scampo, non ha scelta, se non scomparire nel veleno come Shimi o mostrarsi seminuda avvolta attorno ad un palo di lap dance. La sua sessualità (maledetta, vorace, spaventosa) è tutto ciò che la definisce e tutto ciò che di lei ci interessa, tutto ciò a cui lei serve e tutto ciò a cui lei è destinata.

Chi dobbiamo ringraziare per le vite infami che le ragazzine conducono a causa di questi convincimenti, i fondamentalisti religiosi del “copriti, copriti” o quelli governativi dello “scopriti, scopriti”? Io credo che siano le due facce dello stesso individuo simbolico, un idiota sadico e tronfio che pensa al suo apparato genitale come alla definizione di umanità ed eccellenza e che ripete ad ogni donna incontri sul suo cammino: “Vedi? Tu non sei come me, quindi non sei un essere umano, non ti devo nessun rispetto, è mio diritto dire a te e fare di te quel che voglio.”

Intanto, gli “operatori” spiegano sui quotidiani che il pestaggio subito dalla ragazza pachistana è “legato alle diversità culturali, che vanno affrontate.” Insomma, è uno dei tanti problemi che “loro”, gli immigrati, si trascinano dietro. Il padre veneto uso a disciplinare a cinghiate i tre figlioletti di 6 8 e 11 anni, e arrestato questo mese, ed il sedicenne calabrese che l’8 aprile ha sfasciato la testa alla “fidanzata” tredicenne con una pietra (e l’ha lasciata priva di sensi dove si trovava, con il risultato che la ragazzina è stata soccorsa in ritardo, ed ora è in coma) di che “diversità culturali” sono portatori? Come dobbiamo “affrontarle”?

Francamente non mi importa più, sagaci giornalisti ed esperti operatori, chiedervi il rispetto per le vittime della violenza di genere, so che questo frasario è ostrogoto per voi: ma vorreste almeno smettere di sporcarvi le mani del loro sangue tentando di coprire, giustificare, normalizzare ciò che va respinto e condannato? Restiamo umani, per favore, in questi giorni lo hanno detto in tanti. Davvero. Maria G. Di Rienzo

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