Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘arti marziali’

meenakshi

La chiamano “La nonna delle spade” e non è soprannome denigratorio bensì affettuoso: Meenakshi Raghavan è considerata con grande rispetto nella sua comunità e, grazie a recenti interviste e articoli, la sua storia sta facendo il giro dell’India e del mondo.

Ora ultrasettantenne, da bambina spiccava fra i suoi coetanei in un modo “non consono” ai pregiudizi sociali di genere dell’epoca. Apprendendo mosse dell’arte marziale detta kalaripayattu (o kalari) tramite la sola osservazione dei praticanti, Meenakshi era poi più brava a metterle in pratica dei bambini maschi che ricevevano istruzione al proposito. Sapeva benissimo di essere considerata strana ma era determinata, nelle sue stesse parole, a “non essere lasciata fuori”. Suo padre la spalleggiò e Meenakshi fu in grado di allenarsi propriamente.

Oggi insegna a 150 studenti di ambo i sessi in tre differenti classi, ogni giorno: “Di che genere sei e da che gruppo vieni sono dati totalmente irrilevanti. – ha spiegato alla stampa – Quel che conta è l’età. Prima cominci, più competente diventi.” Umile quanto capace e persistente, Meenakshi dichiara di essere lei stessa ancora una studente, perché “non c’è mai fine al processo di apprendimento”.

Il kalari, che è intessuto storicamente nella cultura indiana e si concentra sull’autodifesa, è visto e vissuto come qualcosa di più profondo di una serie di tecniche di combattimento e comprende per esempio lezioni sulla guarigione psicologica e fisica. Meenakshi sa quanto questo sia importante per le sue allieve di sesso femminile (circa un terzo del totale, dai 6 ai 26 anni) in un paese in cui la violenza di genere registra percentuali da incubo: “Fare quello che è bene per te è spesso una sfida difficile per una donna.” dice, e si dichiara impegnata a “potenziare quante più donne possibile, il più a lungo possibile.”

foto-di-jimmy-george

“Io mi considero una donna forte – aggiunge – e mi muoverò sempre in avanti, fronteggiando qualsiasi ostacolo mi venga opposto. La mia famiglia e la mia comunità mi sono di grande sostegno e da ciò viene la mia fiducia. Grazie al cielo so come stare in salute e prego di stare ancora meglio, di modo da insegnare a quante/i più studenti posso.”

Cielo, se stai ascoltando, ti prego anch’io di conservarci a lungo questa Maestra. Maria G. Di Rienzo

(Fonti: DnaIndia, Your Story, News 18, Upworthy, Times of India)

Annunci

Read Full Post »

monache in bici

Sono partite a luglio da Kathmandu – Nepal, dove si trova il loro monastero, entreranno in Pakistan e la loro destinazione finale è Ladakh, in India. Sono cinquecento. Alla fine del viaggio avranno percorso oltre 2.500 chilometri. A quale scopo? Per promuovere l’eguaglianza di genere.

Stiamo diffondendo questi messaggi: anche le ragazze hanno potere e non sono deboli. – dice Yeshe Lhamo, monaca 27enne che partecipa al “pellegrinaggio” detto yatra – Nelle regioni che tocchiamo la gente ascolta e rispetta gli insegnamenti religiosi, perciò se una monaca dice che la diversità e l’eguaglianza sono importanti, le persone magari possono incorporare questo concetto nella loro pratica spirituale.”

Ciò che ha spronato in particolare all’azione le monache buddiste (appartenenti a un Ordine himalayano del culto, la Discendenza Drukpa) sono alcune conseguenze del terremoto che ha devastato il Nepal nell’aprile dello scorso anno: il confine fra Nepal e India è divenuto molto facile da attraversare per i trafficanti di esseri umani e le loro vittime principali sono le donne, vendute come lavoratrici coatte o prostitute. Il governo del loro paese non ha preso misure al proposito.

Durante le soste in remoti villaggi, le monache guidano le preghiere e impartiscono lezioni sulla pace e il rispetto, la diversità e la tolleranza; monitorano l’accesso a istruzione, cure sanitarie, partecipazione politica delle donne; spiegano quali rischi le famiglie corrono nel dare ascolto alle bugie dei trafficanti di esseri umani (che promettono lavoro e una vita migliore per le loro figlie) e persino hanno una parte ambientalista nella loro missione, che è quella di spiegare i rischi del disgelo dei ghiacciai dell’Himalaya, dovuto all’inquinamento, e di suggerire stili di vita alternativi: mollate il diesel i cui fumi vi stanno causando malattie respiratorie, dicono le monache, e andate in bicicletta come noi.

Il capo del loro ordine, Gyalwang Drukpa, è un convinto sostenitore dei diritti delle donne. L’Ordine le aveva relegate in passato a compiti di pulizia e cucina, ma lui le ha incoraggiate a studiare gli stessi testi dei maschi e, per rinforzare la loro autostima, ha ingaggiato un istruttore che insegnasse loro le arti marziali. In precedenza il kung-fu era bandito alle monache, ma come potete vedere dall’immagine sottostante ciò ormai appartiene alla Storia.

monastero amitabha drukpa

Queste donne sono assolutamente convinte di poter fare qualsiasi cosa gli uomini facciano: “Perché siamo esseri umani e gli uomini sono pure esseri umani. – spiega Lhamo – Ci sono quelli che ci dicono: Le femmine non dovrebbero andarsene in giro in bicicletta così. E noi rispondiamo: Perché? Se un maschio può farlo, perché una femmina non può?” Al monastero, oltre alla meditazione e alla preghiera, allo studio dei testi religiosi e alla pratica di arti marziali, le monache fanno TUTTO: saldatrici, elettriciste, informatiche e contabili.

Non di meno, Lhamo sa bene che il cambiamento ha bisogno di tempo: la povertà, la sofferenza, le norme culturali che svalutano le donne non sono ostacoli da poco alla crescita dei semi della parità di genere che le monache diffondono: “Naturalmente uno yatra in bicicletta non può cambiare il mondo nel giro di una notte, ma il nostro messaggio può ispirare una persona, una bambina, una madre… e a volte una singola persona può fare un’enorme differenza. Una madre può cambiare la sua intera famiglia. Una bambina che sa di avere valore può fare cose straordinarie.”

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Ignoro chi abbia scritto il seguente pezzo per il Corriere del Veneto, pubblicato il 15 giugno 2016, perché la firma non appare. Chiunque sia, ho solo due suggerimenti per lui/lei:

1) si scusi e cambi professione;

2) si scusi, smetta di scrivere per un po’ e affronti un percorso di formazione sulla violenza di genere prima di ricominciare.

Titolo: “VICENZA – Atti sessuali con una ragazzina, condannato maestro di arti marziali”

Occhiello: “Un vicentino di 45 anni seduce una giovanissima allieva dei suoi corsi di Taekwondo, la famiglia padovana sporge denuncia. Un anno e dieci mesi di carcere, pena sospesa

Articolo: “Probabilmente era iniziato tutto come un gioco innocente, nella palestra comunale di Taekwondo di un piccolo municipio vicentino. Per il maestro d’arti marziali la storia d’amore con quell’allieva era iniziata con timidi sorrisi, poi baci e carezze, tutte ricambiate e sempre più intense: salvo che lui di anni ne aveva 45 anni, lei 14 compiuti da due mesi.

Un insegnante vicentino di Taekwondo è stato condannato dal giudice per l’indagine preliminare Roberto Venditti del tribunale di Vicenza a un anno e dieci mesi di carcere, ma la pena è stata sospesa per la condizionale. La vicenda è emersa un paio di anni fa, quando la famiglia della ragazzina – un’adolescente della provincia di Padova – ha sporto denuncia: la storia fra i due, iniziata con l’insegnamento di mosse di arti marziali in palestra, andava avanti già da un paio d’anni. L’allenatore vicentino è stato accusato di atti sessuali con minorenne, con l’aggravante di aver abusato di una minore che era stata affidata a lui. Il giudice ha accettato di concedere le attenuanti generiche, perché quando la storia è venuta a galla l’uomo ha accettato di troncare ogni contatto con la giovane, e perché era incensurato.”

Un uomo che potrebbe essere tuo padre, a cui sei “affidata” affinché ti istruisca e che se anche conosce le norme di legge sul consenso in ambito sessuale se ne frega, con l’ausilio della sua posizione di “maestro” che giocoforza esercita una pressione psicologica nei tuoi confronti, dà inizio a un gioco innocente fatto di timidi sorrisi e baci e carezze: perché è così che gli atti di libidine di un adulto su una ragazzina si chiamano oggi. Un fottuto stronzo di 45 anni ha cominciato a palparla in modo del tutto “innocente”, giocando a “dottore e paziente” come quando stava all’asilo, una cosa del tutto normale perdinci, poi si sa, qualcosa gli ha riempito le mutande ma lui – timidissimo – non se ne rendeva quasi conto…

E’ una storia d’amore, ci assicura il cronista con le lacrime agli occhi e le bave che colano, certissimo che la ragazzina “ci stava” (ricambiava tutto, sempre più intensamente, secondo questo cialtrone che sembra star guardano un film porno e vuole che anche noi si legga la vicenda in tal modo: manca solo che scriva “Porca la piccola, eh?”), e in più è una storia che andava avanti da due anni. Dal testo non è chiaro, ma se i genitori hanno sporto denuncia quando la figlia aveva 14 anni e due mesi la cosa è cominciata quando ne aveva 12: e la legge – codice penale – non prende in considerazione l’eventuale “consenso” di una minore di 13 anni a un rapporto sessuale. A 14 anni viceversa si può esprimere consenso purché la persona con cui si ha il rapporto non sia “l’ascendente, il genitore, anche adottivo, o il di lui convivente, il tutore, ovvero conviva con il minore, o che il minore gli sia stato affidato per ragioni di cura, educazione, istruzione, vigilanza o custodia”.

Quindi, comunque stiano le cose, per il codice penale il signor maestro di arti marziali ha violato la legge – e una creatura che, a 14 anni, è poco più di una bambina. Che poi il giudice consideri attenuanti nel suo caso il fatto di essere incensurato e l’aver “accettato di troncare ogni contatto con la giovane” (che generosità!) e gli sospenda la pena significa solo che, come accade assai spesso, gli uomini che abusano sessualmente di bambine, ragazze e donne non sono considerati davvero colpevoli.

L’autore (o l’autrice) del pezzo ignobile riportato sopra, per esempio, è certissimo che il buon maestro “innamorato” non abbia colpa alcuna: la soave narrazione della sua innocenza pedofila legittima lui a riprovarci con la prossima vulnerabile allieva adolescente che gli aggradi e legittima qualsiasi altro uomo si trovi in situazioni simili a fare altrettanto. Ecco perché credo lei debba cambiar mestiere o migliorare le sue capacità professionali, signor cronista. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Suffragette”, il film di Sarah Gavron che descrive la lotta delle suffragiste inglesi agli inizi del ‘900, aprirà la prossima edizione del Torino Film Festival (20/28 novembre 2015). Ha già girato un po’ di rassegne a livello internazionale e il 12 ottobre sarà distribuito in Gran Bretagna.

Per quel che si può vederne online – trailer e presentazioni – pur non pretendendo di essere documentaristico e raccontando una propria storia, “Suffragette” pare accurato nei particolari e ovviamente ritrae le donne chiave del movimento, fra cui Emmeline Pankhurst e Emily Davison. Ma, sebbene onori il suo spirito e il suo contributo (come si può vedere nell’immagine qui sotto), sembra ometterne una che sarebbe stato assai interessante vedere sul grande schermo.

dal film suffragette

Si tratta di Edith Garrud – 1872/1971 – che è più o meno scomparsa anche dalle rievocazioni storiche del periodo, e che fu l’istruttrice di ju-jitsu delle manifestanti.

Quest’arte marziale, il cui nome si potrebbe tradurre come “arte/tecnica gentile/flessibile”, fu pensata per sconfiggere un avversario armato a mani nude e sfrutta la stessa forza di detto avversario rivolgendogliela contro, anziché opponendosi direttamente – per questo, passatemi la digressione, il ju-jitsu è spesso usato come metafora per l’azione nonviolenta.

Il clima in cui le suffragiste si trovavano durante le loro dimostrazioni e proteste era invece assai violento. Poliziotti (e persino passanti) le picchiavano sino a far perdere loro i sensi, venivano arrestate, molestate sessualmente e maneggiate in modo brutale e se entravano in sciopero della fame erano alimentate a forza con l’uso di tubi di gomma.

Le cose precipitarono il 18 novembre 1910, passato alla storia come il “Venerdì Nero”. Un gruppo di circa 300 suffragiste si trovò davanti un muro di poliziotti fuori dal Parlamento. In netto svantaggio per numero, furono assalite sia dalla polizia che dai “vigilantes” maschi presenti nella folla. Cento manifestanti furono arrestate, molte subirono ferite gravi e due morirono. E’ qui che Edith entra in scena.

Era una donna piccola, alta circa un metro e mezzo e di sicuro non appariva minacciosa ai membri della polizia metropolitana – che allora dovevano essere alti almeno 5 piedi e 10 pollici (un metro e settantotto) per essere assunti. Però, assieme al marito che aveva aperto una palestra a Londra, Edith conosceva il ju-jitsu. Era una delle prime istruttrici professioniste di arti marziali in occidente e fu più che volonterosa nell’insegnarlo alle sue amiche del “Women’s Social and Political Union – Il sindacato sociale e politico delle donne” note al grande pubblico come “suffragette”.

Per proteggere Emmeline Pankhurst dall’essere (di nuovo) arrestata, giacché giocava un ruolo fondamentale come figura di punta e motivatrice, Edith addestrò in special modo una trentina di donne che fungevano da guardie del corpo (“The Bodyguard”) e che furono in effetti in grado di far scudo a Pankhurst in molte situazioni difficili.

In un’intervista del 1965, Edith Garrud ricordò l’episodio in cui un poliziotto tentò di impedirle di protestare davanti al Parlamento. “Adesso se ne vada, si muova. – le disse – Lei sta diventando un ostacolo, qui.” “Mi scusi, – replicò Edith – ma è lei ad essere d’ostacolo.”: e se lo gettò dietro le spalle in un’unica mossa.

Maria G. Di Rienzo

self defence

P.S. L’attrice che interpreta Emmeline Pankhurst nel film e cioè Meryl Streep, dopo aver attestato di non essere femminista si è sentita in dovere di specificare perché: lei ama gli uomini. Ed è “disturbata” dal fatto che il femminismo attuale aliena le giovani donne da persone che amano.

Meryl Streep è libera di identificarsi come preferisce e il fatto che non sia femminista non sposta una virgola ne’ nella mia vita ne’ in quella di ogni altra femminista al mondo. Però niente la autorizza a reiterare l’immane stupidaggine delle “femministe che sono tali perché odiano gli uomini”, frutto del continuo discredito che la narrativa patriarcale getta sulle donne.

Sono sposata con un uomo, ho un figlio maschio, che è la razionalizzazione posta da Streep al suo insulto, è una frase pronunciabile da una marea di femministe, lei non immagina neppure quante: molto probabilmente perché ha incontrato il femminismo solo per recitare in “Suffragette” e non se n’è mai interessata prima. Anche questo è legittimo. Sparare cazzate su argomenti che non conosce no.

Read Full Post »

“Dragon Blade” (“La lama del drago”), uscito il 19 febbraio scorso, è il film più recente di Jackie Chan, diretto da Daniel Lee. In pratica, lo hanno stroncato tutti i critici di lingua inglese. Le recensioni italiane sono ancora poche, ma vanno più o meno nella stessa direzione.

dragon blade poster

Io l’ho visto due volte: nella versione tagliata per il mercato americano, senza sottotitoli, della durata di un’ora e mezza circa e nella versione originale, che i sottotitoli li ha – in inglese e in mandarino: nel film 6 gruppi etnici parlano 6 lingue diverse – e dura poco più di due ore. La storia, molto in breve e cercando di non inserirvi troppi spoiler, è questa: in un prologo ambientato al giorno d’oggi, due giovani archeologi – una femmina e un maschio – seguendo le vaghe notizie su una favoleggiata spedizione romana in Cina scoprono i resti della perduta città di Regum. Dalle rovine (la fotografia e l’animazione sono molto belle) siamo trasportati all’anno 48 prima di Cristo, dinastia Han, e al confine nordoccidentale del paese, disputato da 36 gruppi tribali. Qui incontriamo Huo An – Jackie Chan, capitano di una squadra che ha il difficile compito di proteggere la Via della Seta; assieme alla moglie Xiuqing, maestra che insegna ai bambini di tutte le etnie – ed appartiene ad un’etnia differente da quella del marito, Huo An cerca di promuovere e mantenere l’armonia fra i vari gruppi.

Accusata ingiustamente di contrabbando, la squadra è esiliata in un forte in rovina che deve contribuire a ricostruire. Qui arriva la legione romana “rinnegata” al comando del generale Lucius (John Cusack), fuggito da Roma per proteggere il piccolo Publius (Jozef Waite) già accecato da suo fratello, il Console Tiberio (Adrien Brody), che a sua insaputa lo sta inseguendo con un’armata di 100.000 uomini. Complice una tempesta di sabbia che non lascia scelta se non cooperare per la sopravvivenza, i romani si uniranno ai diversi gruppi che lavorano all’interno del forte, Huo An e Lucius diventeranno amici e combinando sapienza orientale e sapienza occidentale riusciranno a ricostruire il posto in quindici giorni (data di scadenza imposta malignamente dal Capo della Prefettura). All’arrivo dell’esercito di Tiberio, lealtà e speranze di pace sono messe alla prova ed ambo le parti sono costrette a rivelare le loro debolezze e i loro punti di forza… Basta così, o rischio di rovinarvi la visione.

Mi è piaciuto? Sì, soprattutto nella sua versione originale, in cui c’è tempo per entrare in sintonia con i personaggi e per vedere come ricordi ed eventi si incastrano l’uno con l’altro producendo e celebrando la vita. E’ esente da difetti? Naturalmente no, come qualsiasi prodotto umano, e il principale è l’aver fatto della costruzione di pace un affare da fratellanza fra uomini, con le donne abili aiutanti – siano guerriere o maestre – ma non chiamate a portare proprie prospettive e sogni. Tuttavia, piuttosto dell’ennesima boiata americana sull’eroe sniper che “salva il mondo” (leggi: “salva le corporazioni economiche statunitensi”) ammazzando gente, meglio cento film come questo dove si dichiara a voce alta che ammazzando gente non si salva un bel niente.

Mi restano alcune riflessioni sulle aspre critiche a “Dragon Blade”, ed eccole qui.

La storia è “finta”? Perché, le innumerevoli pellicole che hanno per soggetto Eldorado fittizi nascosti nella giungla e le perduranti maledizioni dei faraoni e le cospirazioni globali di malvagissime sette segrete – e che usano personaggi e fatti storici come base – sono “vere”? Certo che è finta. Nel finale l’archeologa la definirà “una fiaba affascinante”. Nessuno crede che un Tiberio qualsiasi – e meno ancora l’imperatore indecente di questo nome che successe ad Augusto – sia corso dietro a una legione così ostinatamente fuggitiva da finire dal Lazio in Cina. E il generale Huo Qubing storico, che nel film adotta il piccolo Huo An reso orfano dalla guerra e gli insegna principi di civile convivenza, era tutt’altro che un gentile pacifista. La fantasia del regista parte dal ritrovamento nei pressi della Via della Seta della tomba di due guerrieri “caucasici” con armi di fattura romana. Da lì ha immaginato una vicenda, ha creato personaggi e dialoghi e girato un film. Lo sbaglio dov’è?

Jackie Chan non fa abbastanza acrobazie mortali? Cioè, a 60 anni (è nato nell’aprile 1954) e nell’era del cgi deve rischiare la vita perché un’audience faccia “ooooh” con le boccucce a culo di gallina? La sua parte di “action” in “Dragon Blade” (duelli, cavalcate, uscite rocambolesche da edifici e prigioni, sessioni di kung fu) a me come spettatrice basta e avanza.

Huo An (Jackie Chan) è superbo – pomposo – arrogante nei suoi discorsi sulla pace (traduzione: chi ti credi di essere cinese del menga per dar lezioni agli occidentali)? No, perché in realtà di discorsi di questo tipo non ne tiene. Sono solo frasi, a volte un po’ trite, nel mezzo del dialogo: “Il nostro motto è trasformare i nemici in amici”, “Non c’è modo di risolvere questa cosa senza combattere?”, “Manteniamo la pace sulla Via della Seta”. “Voi addestrate ad uccidere, noi a difendere.” Il personaggio è un sincero umanista, l’attore è contrario alla guerra in modo altrettanto sincero – per quanto spesso ingenuo – e non da oggi: vedasi “Il piccolo grande soldato”, un altro dei suoi film “pacifisti”, e le numerose dichiarazioni che Chan ha rilasciato sulle opzioni belliche. Poi, sicuramente non è un libertario e politicamente esprime visioni conservatrici, ma come essere umano è almeno decente e farei la firma se tutti gli avversari politici dei progressisti fossero come lui.

Publius (Jozef Waite) è un “frignone viziato buono-a-nulla”? Quando è in pericolo piange e urla? Be’, è un bambino cieco di circa 8 anni incastrato nelle mortali lotte dei suoi familiari per la supremazia politica, in fuga in un paese straniero e fin troppo conscio che comunque vadano le cose ha pochissimo da vivere. Nei suoi panni piangerei io che ho quasi sette volte la sua età: sarebbe strano se tenesse sermoni sul coraggio e la impavida fine degli eroi, non che sia fragile e sconvolto.

Le spettacolari scene di battaglia sono “confuse”? No, sono verosimili. Mostrano la guerra per quello che è: massacro e caos, l’onore e l’armonia e la piacevolezza sono altrove.

Cusack non va bene nel ruolo del generale romano, Brody crede di stare sul palcoscenico dell’Old Vic, il coreano Choi Si-won – membro di un “idol group” – l’hanno messo lì per far andare al cinema le fan del k-pop? De gustibus. Può darsi. Io che ho un’esperienza di regia teatrale, per quanto limitata, non ne ho trovato nessuno “fuori ruolo”. E lasciatevi dire che un buon attore, o una buona attrice, dovrebbero pensare sempre di stare sul palcoscenico dell’Old Vic, a contatto diretto con gli spettatori, modulando i messaggi del corpo e quelli della voce per convogliare senso a costoro.

Perché quello che si vuol fare recitando, in ultima analisi, è raccontare loro una storia – e raccontarla in modo che vi partecipino, che si appassionino ad essa e che escano dal teatro o dal cinema con qualcosa in più nella mente e nel cuore. “Dragon Blade”, con i suoi pregi e i suoi difetti, passa almeno questo test. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(Sareena Rai, musicista, attivista, scrittrice, praticante di arti marziali, vive a lavora a Kathmandu. Assieme al marito Olivier, francese trasferitosi in Nepal, ha fondato nel 1999 la punk band “Rai Ko Ris” – che significa “La furia, o la vendetta, dei Ris”, un piccolo gruppo etnico del Nepal orientale, in effetti conosciuto per l’essere un popolo molto pacifico: “Sino a che non li inganni, poi è meglio stare distanti.”, spiega Sareena.

Nel gruppo Sareena suona la chitarra, e Olivier la batteria. Inoltre, gestiscono a Kathmandu una libreria anarchica, uno dei pochissimi luoghi nella città dove si trovano testi su femminismo, omosessualità, ambientalismo, pacifismo, ecc. oltre ovviamente quelli anarchici. Sareena e Olivier hanno un figlio di 8 anni. Il testo di Sareena che segue è dell’agosto scorso.)Sareena Rai

Mio padre era un soldato Gurkha e noi vivevamo in caserma, nel Nepal dell’est, dove tutti i nepalesi stavano da una parte del muro e tutti gli inglesi dall’altra. Ma mio padre era un ufficiale, perciò a noi fu data una casa all’interno, il che rese le cose abbastanza strane per me e mia sorella.

Così nuotavo, andavo a cavallo, frequentavo la scuola elementare per bianchi. Ai pigiama-party avevo sempre la tentazione di mangiarmi la pasta dentifricia alla fragola, importata, della figlia del colonnello. Guardavo le cameriere nepalesi fare il bagno ai bambini bianchi.

Nella parte nepalese tutte le mie zie e i mie zii coltivavano ortaggi e mi insegnavano a pulirmi i denti con rametti tagliati da un arbusto medicinale (presto dimenticai la pasta dentifricia a favore di questa opzione). Là giocavo a “looki mari” (nascondino) con bambine e bambini nepalesi, scorrazzando in tutti i cortili – qualcosa che non si poteva fare dall’altra parte. Uno dei miei zii era il responsabile della fattoria militare e mi permetteva di esplorare, di cercare uova d’anatra, coccolare pulcini e cavalcare il bufalo.

Un giorno, ero in piscina assieme ai miei amici inglesi quando di colpo uno di loro disse: “La sai una cosa, tu non dovresti vivere da questa parte dell’accampamento militare. Tu dovresti stare dall’altra parte. E ad ogni modo non hai niente a che fare con la nostra piscina. Dovresti nuotare in quella per neri. E non dovresti neppure andare alla fattoria, perché è la nostra fattoria!” Io non sapevo perché sino ad allora mi era permesso farlo, e non me lo ero mai chiesta. Non sapevo cosa rispondere. Mi guardarono tutti sogghignando, poi un altro specificò: “Tu non hai niente a che fare con la nostra piscina perché sei nera.”

Forse è inappropriato quel che sto per scrivere, ma oggi probabilmente li colpirei tutti con il mio miglior “pugno rovesciato” alla Bruce Lee. Allora, ahimè, avevo otto anni e non avevo ancora cominciato a praticare il Jeet Kune Do. Sono rimasta là a tremare di paura, mentre mi dicevano di smettere di seguirli e di voler giocare con loro, perché ero “nera”, e io continuai a restare ferma e a trattenere le lacrime, fino a che se ne andarono. Piccoli nazisti nel Nepal orientale, chi l’avrebbe mai detto?

Sono passati un bel po’ d’anni, e io sto ancora appesa allo status di “minoranza”, perché sono: a) asiatica; b) una donna; c) una chitarrista quarantenne sulla scena punk. A livello musicale, nel punk il rapporto uomini/donne è trenta a uno – e questo è quel che ho visto in occidente: lasciamo stare il Nepal dove io sono una goccia nell’oceano. Qua la mia lotta per l’eguaglianza di genere non serve a niente, mi è chiaro che in maggioranza le altre donne non sono attratte dai vestiti a brandelli e dal tormentare malignamente l’uditorio con una chitarra rumorosa, assieme ad un mucchio di uomini dall’aspetto pure malmesso, e disillusi e furiosi quanto me. Puoi portare un cavallo all’acqua, ma beve solo se ne ha voglia, eccetera.

RaiKoRisNon ho neppure visto molti asiatici ai concerti quando siamo andati in tournée in Occidente due anni fa. Forse uno o due. E nonostante io fossi esaltata all’idea di conoscere queste altre anime perse, pesciolini nel grande acquario, non ne ho neppure avuta l’occasione, perché se ne sono andati prima che il concerto finisse. E se non bastasse, è estremamente raro vedere una donna scura di quarant’anni su questi palcoscenici. Forse, per me, è ora di passare all’hip-hop…

Ma poi mi dicono che viviamo in un’era davvero liberale, dove nessuno dovrebbe identificarsi per etnia, colore della pelle, genere ed età (l’età soprattutto sul mercato del lavoro). Devi essere “simile”. Siamo tutti simili. Trattiamoci l’un l’altro “similmente”, simili-simili. Be’, adesso non ho più otto anni e sono molto più forte. La “similitudine” voglio farla a pezzi. Io sono differente, proprio come te. (Trad. Maria G. Di Rienzo)

Read Full Post »

(Brani tratti dalla video intervista di Celeste Headlee a Ziyi Zhang per NPR – http://www.npr.org/ – trad. Maria G. Di Rienzo)

ziyi zhang

Ziyi Zhang è conosciuta soprattutto per i suoi ruoli nei film vincitori di Oscar “La tigre e il dragone” e “Memorie di una geisha”. E’ ora la co-protagonista del nuovo film su Ip Man – il leggendario maestro di arti marziali che fu l’insegnante di Bruce Lee – “The Grandmaster” (“Il grande maestro”, o anche “Il supremo maestro”), per la regia di un direttore altrettanto leggendario, Wong Kar-wai. Il suo personaggio è una maestra di arti marziali straordinariamente dotata e determinata. Pur apprezzando molto il ruolo, Ziyi Zhang ci tiene a sottolineare nell’intervista che sa fare di meglio del semplice tirar pugni e calci. Sa recitare.

Sul suo personaggio, Gong Er

E’ una donna molto forte. Ai vecchi tempi, in Cina, alle femmine non era permesso imparare il kung fu. Ma il padre di Gong Er glielo insegna segretamente e lei diventa una grande maestra. Suo padre non le insegna solo abilità fisiche, ma come conoscere se stessa, come essere se stessa e fare ciò che sente giusto. Quando incontra per la prima volta Ip Man, penso si innamorino a prima vista perché hanno un combattimento serio. Quella lotta, alla fine, diventa in qualche modo molto romantica. Io chiamo quella scena “amore al primo scontro”.

Sull’addestramento alle arti marziali per il film

Ho studiato danze popolari da quando avevo 11 anni. Sono andata all’Accademia di danza di Pechino. Penso che quest’esperienza mi abbia aiutata molto. Ma per il film abbiamo avuto un addestramento assai intenso. Era una cosa da otto ore al giorno. Ho avuto tre differenti maestri che mi hanno insegnato diversi stili del kung fu.

Sulla decisione di prendere parte al film

A Wong Kar-wai non è che puoi dire di no. Non appena mi ha chiamato, io ho risposto “Sì”. E’ come se Steven Spielberg ti offrisse un ruolo, dici di sì subito. Sapevo ci sarebbe voluto un bel po’ di tempo per girare “The Grandmaster”, ma non immaginavo che l’intera faccenda avrebbe preso tre anni.

Sulla ragione per cui non passa ad Hollywood

Penso di stare ancora aspettando il progetto giusto, perché spesso mi offrono ruoli, ma sono tutti uguali. Credo di saper fare qualcosa di più del tirar pugni e calci. E’ il motivo per cui ho davvero apprezzato, sapete, alcuni anni fa, aver l’opportunità di girare “Memorie di una geisha”. Penso sia ancora la finestra aperta che ha mostrato al mondo come noi si possa recitare davvero, non solo fare le scene d’azione.

Su come le donne sono rappresentate nei film d’arti marziali

I film di questo genere, oggi, sono molto differenti da quelli del passato. “The Grandmaster” è chiaramente un film che ha più strati. Le donne giocano in esso un ruolo importante. Penso che la società è cambiata, anche, così ho potuto far esperienza di questo. Credo di essere davvero fortunata.

Il mio personaggio ha una battuta in cui dice: “Chiariamo le cose. Non sei tu che mi restituisci qualcosa, sono io che me lo riprendo!” Perciò, penso che il suo messaggio sia realmente forte e che tutte le donne possano entrare in relazione con lei. Io mi sono identificata completamente con il mio personaggio, Gong Er. Penso che ogni singola donna abbia una Gong Er dentro di sé. Deve solo trovarla.

P.S. Il film ha tre versioni: quella “cinese”, che dura 130 minuti; la versione proiettata al Festival internazionale di Berlino che dura 123 minuti; e la versione della Weinstein Company. Come sapete già dall’aver letto “Snowpiercer”, la Weinstein è convinta che i propri compatrioti statunitensi capiscano davvero poco, per cui ha ridotto il film a 108 minuti. Sapete, come dicono loro, “nello Iowa” non è che ce la possono fare a vedere intero un film di Wong Kar-wai. Probabilmente leggono a stento l’insegna dei cinema in cui lo proiettano…

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: