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Posts Tagged ‘armi leggere’

grim reaper

Il brano viene da un articolo di ieri, 16 agosto, a firma di Daniele Tissone, segretario generale del sindacato di polizia Silp Cgil: “(…) come ha evidenziato il recente rapporto Eures dal significativo titolo “Omicidio in famiglia”, le armi legalmente detenute nelle case degli italiani uccidono più di mafia, camorra e ‘ndrangheta. C’è un dato che fa riflettere, confermato anche dall’ultimo dossier ferragostano del Viminale: gli omicidi sono in calo nel nostro Paese, ma crescono quelli tra le mura di casa. (…) Sempre secondo i dati diffusi dal Ministero dell’Interno, oltre il 63% degli omicidi “casalinghi” riguarda le donne. Una vera e propria emergenza, con un fil rouge che lega pericolosamente assieme la delittuosità in famiglia e la diffusione delle armi. Per questo, come poliziotti democratici, restiamo fermi nella nostra convinzione che il numero di fucili e pistole in circolazione debba diminuire e non aumentare, che il legislatore debba mettere le forze di polizia nella condizione di poter controllare in maniera più cogente i titolari di porto d’armi ad uso sportivo o caccia che spesso costituiscono l’occasione a buon mercato per avere in casa delle vere e proprie santabarbara.”

Istat, agosto 2019: quasi 7 milioni di donne italiane dai 16 ai 70 anni hanno subito almeno una volta nella vita una forma di violenza (20,2% violenza fisica, 21% violenza sessuale). Nella maggior parte dei casi i perpetratori sono partner o ex partner: sapete, quelli stressati, depressi, disoccupati, lasciati o non lasciati dalle loro vittime; ad ogni modo, innamorati (16 agosto – Reggio Emilia. Omicidio Hui Zhou. I parenti di Hicham Boukssid: “Era innamorato di lei”) e recidivi in questo tipo di “amore” (3 agosto – Omicidio/suicidio a Pesaro. La figlia di Maria Cegolea: “Papà spesso la picchiava, anche di fronte a noi”). In Italia 120 donne all’anno, di media, muoiono così.

Inail, luglio 2019: aumentano i morti sul lavoro. Le denunce di infortunio mortale sono state l’anno scorso 1.218, in crescita del 6,1% rispetto al 2017. I casi accertati “sul lavoro” sono invece 704, il 4,5% in più di cui 421, pari a circa il 60% del totale, avvenuti fuori dell’azienda (con un mezzo di trasporto o in itinere, di cui 35 ancora in istruttoria). Anche gli infortuni non mortali sono in aumento: circa 3.000 in più rispetto al 1° trimestre dell’anno precedente (da circa 154.800 a 157.700).

Adesso mi dica il sig. Ministro dell’Interno: sono i 134 disgraziati rimasti bloccati a bordo della “Open Arms” – in condizioni igieniche insostenibili e da ben quindici giorni – a minacciare la sicurezza delle italiane e degli italiani?

Maria G. Di Rienzo

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La più recente delle tendenze in politica – in Italia e non solo – è, in sintesi, agire come se i periodi elettorali e le relative campagne non finissero mai. Il quadro della competizione fornisce una scusa per l’aggressività smodata e per pesanti attacchi diretti alle persone in quanto tali e non alle loro posizioni politiche: è solo un appassionato desiderio di vincere, abbiate pazienza, succede di esagerare un po’ ma… in fondo era solo ironia, doppio senso, umorismo, scherzo. Quando poi vi sono davvero elezioni in corso il trend si amplifica sino a raggiungere l’abominevole.

Il prossimo 9 giugno abbiamo una serie di ballottaggi per le elezioni locali e già due iniziative “elettorali” leghiste in perfetta linea – pericolose e sguaiate – hanno raggiunto la cronaca.

A Ferrara il candidato comunale Solaroli mette online un video in cui mostra di andare a letto con la propria pistola Beretta ed esorta alla massima condivisione dello stesso. Si augura che divenga “contagioso”. Il signore purtroppo non sa che non c’è assolutamente bisogno del suo aiuto come untore della violenza, in questo campo.

Il rapporto 2018 di Small Arms Survey – il gruppo di ricerca del Graduate Institute of International and Development Studies, che lavora in base alla Dichiarazione di Ginevra sulla violenza armata e lo sviluppo del 2006 – stima in 8.609.000 le armi in mano a civili nel nostro Paese. A livello globale più di 740.000 persone muoiono ogni anno grazie alle armi leggere: costo umano. Il danno economico tocca i 163 miliardi di dollari – è lo 0,14 del PIL mondiale. La diffusione delle armi leggere è considerata dalle Nazioni Unite una seria minaccia agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile.

Di quant’altro contagio avremmo bisogno, secondo il sig. Solaroli? Non sarebbe il caso di cercare una cura, invece di gongolare diffondendo la malattia?

La seconda pensata è questa:

solita solfa

Il parlamentare Paolo Tiramani lavora di Photoshop per incitare i suoi concittadini vercellesi a non rivotare la sindaca Maura Forte. Non tutela i loro interessi? Ha svolto male il suo mandato? E’ implicata in qualche episodio di corruzione? No. Tutto questo potrebbe essere riferito a una pletora di politici che stanno mantenendo i deretani incollati alle loro poltrone, leghisti compresi. Il motivo per cui non si dovrebbe votare la sindaca lo vedete – si nasconde dietro i cosmetici, ma in realtà è BRUTTA.

In una società che presenta ossessivamente le donne come oggetti per la soddisfazione sessuale maschile, questa è invero l’unica preoccupazione che un elettore dovrebbe avere: la candidata alla tal carica istituzionale mi fa avere erezioni o no? Quali idee e competenze abbia è del tutto irrilevante. Se ha le tette rifatte e un bel culo e si veste come un’idiota con profusione di spacchi e trasparenze e scollature ecc. è più che sufficiente, chi se ne frega se di politica non sa una beata mazza. L’Italia può ben continuare ad andare a rotoli sino alla distruzione: prima i piselli!

Guardate, le elezioni sono un principio fondamentale della democrazia ma obiettivamente sono anche una spesa. Potremmo risparmiare assegnando le cariche, con voto televisivo, alle partecipanti ai concorsi di bellezza o prendendo direttamente deputate e consigliere ecc. dal parco veline / ballerine / serve mute che occupa già il 99% dello spazio femminile sui media.

Se poi devono votare qualcosa di cui non sanno nulla non ha importanza. Nemmeno i loro colleghi maschi sono così ferrati, perché nemmeno a loro è richiesto di avere idee, abilità e capacità politiche. Il requisito per gli uomini è aderire come il Bostik al Capo e ripetere come pappagalli i suoi slogan e le sue azioni. Nessuno ti misura i fianchi ed è invero un sollievo, ma sempre un incapace – al meglio inutile, al peggio dannoso – resti.

Maria G. Di Rienzo

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naomi wadler

“Sono qui oggi per riconoscere e rappresentare le ragazze afroamericane le cui storie non arrivano alle prime pagine di alcun quotidiano nazionale, le cui storie non aprono i telegiornali della sera.

Sono qui oggi in rappresentanza di Courtlin Arrington, in rappresentanza di Hadiya Pendleton, in rappresentanza di Tiana Thompson che aveva solo 16 anni quando è stata uccisa da colpi di arma da fuoco in casa sua, qui a Washington, DC.

Io rappresento le donne afroamericane che sono vittime della violenza delle armi, che sono semplici statistiche invece di vibranti e bellissime ragazze piene di potenzialità.

E’ un mio privilegio l’essere qui oggi. Io sono, in effetti, zeppa di privilegi. La mia voce è stata ascoltata. Sono qui per dar riconoscimento alle loro storie, per dire che hanno importanza, per dire i loro nomi, perché io posso e mi è stato chiesto di farlo. Per troppo tempo, ormai, questi nomi, queste donne e ragazze nere sono state solo numeri. Io sono qui per dire MAI PIU’ anche per loro.

La gente ha detto che sono troppo giovane per avere questi pensieri di mio. La gente ha detto che sono lo strumento di qualche adulto sconosciuto. Non è vero. Io e le mie amiche possiamo avere solo 11 anni e frequentare le elementari, ma sappiamo. Sappiamo che la vita non è uguale per tutti, e sappiamo cos’è giusto e cos’è sbagliato.

Sappiamo anche che ci stiamo sollevando all’ombra del Campidoglio (ndt.: il palazzo del governo) e sappiamo che ci mancano sette anni per votare. Perciò io sono qui oggi per onorare le parole di Toni Morrison: “Se c’è un libro che vorresti leggere ma non è ancora stato scritto, dovresti essere tu a scriverlo.”

Io esorto chiunque sia qui e chiunque oda la mia voce a unirsi a me nel raccontare le storie che non sono narrate, a onorare le ragazze, le donne di colore che sono state assassinate in percentuali sproporzionate in questa nazione. Io esorto ognuno di voi ad aiutare a scrivere la narrazione di questo mondo, di modo che queste ragazze e donne non siano mai dimenticate.” Naomi Wadler, in immagine.

Naomi, che come ha detto ha 11 anni, è venuta a marciare a Washington da Alexandria, in Virginia. La prima ragazza che nomina è stata uccisa in Virginia nel proprio liceo dopo il massacro di Parkland.

https://lunanuvola.wordpress.com/2018/02/18/il-discorso-di-emma/

La Marcia per le Nostre Vite (March for Our Lives) organizzata dagli studenti contro le armi che li uccidono direttamente nelle scuole e tenutasi ieri, sabato 24 marzo, ha raccolto milioni di dimostranti nella capitale e in altri 800 eventi simili, negli Usa e nel mondo: è la più grande manifestazione studentesca della storia americana, avendo superato per numero persino le proteste pacifiste degli anni della guerra in Vietnam.

E le nostre leader sono, meravigliosamente, sempre più giovani.

Maria G. Di Rienzo

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Emma Gonzalez

Emma Gonzalez è una sopravvissuta alla sparatoria avvenuta il 14 febbraio u.s. nella sua scuola, il liceo Marjory Stoneman Douglas di Parlkand, Florida. Nell’immagine la vedete parlare alla manifestazione tenutasi il sabato successivo a Fort Lauderdale. Diciassette persone sono morte nella strage perpetrata dal 19enne Nikolas Cruz, espulso dal liceo in questione (frequentava comunque un altro istituto) per violenza: aveva pestato il nuovo ragazzo della sua ex, la quale lo aveva lasciato perché Nikolas era solito abusare di lei. Usare violenza sulle donne sembra essere un tratto comune degli individui che sparano nelle scuole. A Nikolas piacevano le armi e gli piaceva ammazzare animali per divertimento: uno dei suoi amici più intimi è diventato immediatamente un ex amico dopo aver visto le foto che il giovane postava al proposito su Instagram.

La sparatoria al liceo ha riaperto l’annosa questione del troppo facile accesso alle armi negli Stati Uniti e Emma Gonzalez ha affrontato il suo nodo: la National Rifle Association (NRA) e altre organizzazioni pro-armi hanno speso circa 55 milioni di dollari finanziando i Repubblicani durante le elezioni del 2016; Trump ha preso direttamente 30 di questi milioni dalla NRA (alcune fonti sostengono che la somma fosse superiore di circa un milione).

“Se il Presidente vuol venire da me – ha detto Emma – e dirmi in faccia che è stata una terribile tragedia e che non dovrebbe mai più accadere, nel mentre continua a sostenere che nulla può essere fatto al proposito, io gli chiederò chiaramente quanto ha ricevuto dalla NRA.” Naturalmente Emma la cifra la conosce e divisa per le vittime di stragi del solo 2018 fa 5.800 dollari a persona: “Questo è quanto valgono le persone per lei, Trump? A ogni politico che prende soldi dalla NRA io dico VERGOGNATEVI!” (La folla ha ripreso più volte il suo grido.)

Fra le lacrime, la giovane ha sottolineato che la sparatoria non è colpa delle vittime – ed è scioccante che sia stata costretta a farlo. In parte, ha detto riferendosi al perpetratore, “è colpa in primo luogo delle persone che gli hanno permesso di acquistare armi. Quelli delle fiere delle armi. Le persone che lo hanno incoraggiato ad acquistare accessori per i suoi fucili affinché diventassero completamente automatici. Le persone che non glieli hanno tolti di mano pur sapendo che esprimeva apertamente tendenze omicide.”

“Gli individui al governo che abbiamo votato mandandoli al potere ci stanno mentendo – ha continuato Emma – e noi ragazzini sembriamo essere gli unici che lo hanno notato e sono pronti a chiamar fuori le loro stronzate. Politici che siedono sui loro seggi dorati alla Camera e al Senato, finanziati dalla NRA, ci dicono che nulla poteva essere fatto per prevenire questo. E noi diciamo: STRONZATE! Dicono che leggi più severe sulle armi non diminuiscono la violenza. E noi diciamo: STRONZATE! Dicono che le pistole sono solo attrezzi, come i coltelli, e che sono pericolose quanto le automobili. E noi diciamo: STRONZATE! Dicono che nessuna legge sarebbe stata in grado di prevenire le centinaia di tragedie insensate che abbiamo attraversato. E noi diciamo: STRONZATE!” Emma ha chiuso sull’invito a “votarli fuori” e io posso solo sperare che l’America la abbia ascoltata bene. Maria G. Di Rienzo

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no e poi no

Gli uomini costituiscono la schiacciante maggioranza dei proprietari di armi leggere ovunque nel mondo.

Gli uomini costituiscono anche la maggioranza nelle professioni in cui l’accesso a pistole e fucili è più facile (polizia, esercito, compagnie private che si occupano di “sicurezza”) e nelle attività collegate alle armi, come la caccia.

Non risulta sorprendente, quindi, che siano pure la maggioranza dei perpetratori negli incidenti collegati alle armi leggere (97%). Meno sorprendente ancora è il fatto che un terzo abbondante dei femicidi sull’intero pianeta siano commessi con l’uso di tali armi.

Mentre gli uomini sono più a rischio di prendersi una pistolettata da un estraneo, le donne sono più a rischio nell’ambito domestico e le pallottole le prendono dai cosiddetti “partner intimi”: la frequenza con cui ciò accade è più alta nei paesi in cui l’accesso alle armi da fuoco ha poche restrizioni (Stati Uniti), rispetto ai paesi in cui tale è accesso è strettamente normato (Olanda).

Oltre a essere la maggioranza dei cadaveri, le donne sono anche la maggioranza di coloro che subiscono intimidazioni e coercizioni correlate alle armi, per lo più in ambito familiare ma in misura significativa anche per le strade, ove le pistole sono usate dagli uomini per garantirsi stupri non troppo chiassosi.

Riassumendo: 1) più armi gli uomini possiedono, più lo sbilanciamento di potere fra maschi e femmine si amplia; 2) la nuova legge italiana sul possesso di armi e il loro uso per legittima difesa, se passerà, costituirà quindi un elemento rafforzativo del dominio degli uomini sulle donne – ovvero, del sistema patriarcale; 3) inoltre, produrrà inevitabilmente più femicidi.

Ho bisogno di dire altro sul perché sono contraria alla legge summenzionata? Credo di no. Maria G. Di Rienzo

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Post n. 1.500. E’ questo.

1500

Da fine dicembre 2009 ad oggi vi ho scritto, deliziosi/e 570 “seguaci” e gentili viaggiatori/viaggiatrici, ben millecinquecento volte. E voi avete stabilito il mio record di visite giornaliere a 20.857: per un blog “minuscolo” come questo, che tra l’altro è solo un luogo di lettura, non è male. Ringraziamoci reciprocamente, quindi, perché dopo quasi sei anni di frequentazioni continuiamo a trovare piacevole la nostra relazione.

Ho incontrato (anche se solo virtualmente) persone affascinanti e piene di spirito, grazie a questo posto. Ho imparato un sacco di cose mentre lavoravo per rendere i pezzi attendibili ed efficaci. Ho dato un bel mucchio di notizie sulle attività delle donne in tutto il mondo. Soddisfacente, sì.

Capita a volte, però, che io non abbia più voglia di continuare, anche questo è vero. Chiunque abbia la scrittura come occupazione principale incorre in momenti simili, soprattutto in un’epoca come questa e in un paese come questo: sarà perché ho una certa età, ma davvero lo scenario è andato oltre la mia immaginazione. Io non avrei mai pensato possibile un arretramento culturale della portata di quello che vedo all’opera in Italia.

Analfabetismo di ritorno, atomizzazione e solipsismo, credulità, fanatismo, odio sparato alla cieca e alla rinfusa… e non si tratta dei sintomi di una malattia degenerativa dell’età anziana. Giovanissimi, giovani e adulti non possono essere stati colpiti simultaneamente da Alzheimer, afasia e Sindrome di Tourette in proporzioni epidemiche.

Di quando in quando, l’esposizione a dosi massicce di questo andazzo (online e offline) è così avvilente, per me, da farmi desiderare uno stop; adesso mi fermo, penso, smetto di cercare di comunicare, perché non c’è più quasi nessuno in grado di ascoltarmi. Ma – è curioso – sino ad ora è sempre capitato questo: la goccia che avrebbe dovuto far traboccare il vaso ha sortito l’effetto contrario.

Perciò, se siete contenti di avermi ancora qui oggi dovete ringraziare il Corriere della Sera. Nella fattispecie, uno dei suoi impiegati… definirlo un “giornalista” avrebbe implicato dei significati non adeguati al prodotto che sto per illustrarvi.

La notizia è questa: a Napoli, il 16 maggio u.s., un uomo di 48 anni in possesso di diverse armi ha ucciso quattro persone, a cominciare dal fratello e dalla cognata, e ne ha ferite altre sei, sparando dal suo balcone. Ribadisco: ci sono 4 cadaveri e qualcuno li sta piangendo; ci sono sei persone che hanno rischiato la vita e stanno soffrendo e chi le ama sta soffrendo con loro. Il che implica una narrazione che contenga del rispetto.

Inoltre, ci sono delle questioni sullo sfondo su cui si potrebbe tentare di riflettere: la detenzione di armi da parte di civili (l’assassino aveva fucili e pistole regolarmente denunciati), la produzione e il commercio di armi in generale, il collegamento fra armi e idea socialmente prescritta di “mascolinità”, la tendenza – che appare in crescita in Italia – a risolvere ogni dissidio eliminando, anche fisicamente, l’antagonista o il contendente.

Il Corriere della Sera, invece, paga qualcuno perché racconti la storia come se recensisse un videogioco:

“Dovete provare a immaginarvi una scena tremenda. C’è un uomo che vi sta sparando dal suo balcone di casa. Il balcone è al primo piano. Lui prende la mira e vi spara addosso. Clac-clac! Usa un fucile a pompa. Il fucile a pompa è il preferito dagli agenti dell’Fbi: maneggevole, ha una potenza di fuoco eccezionale, si carica con un movimento semplice che produce un rumore caratteristico. Clac-clac!”

Quell’aggettivo, “tremenda”, si annacqua al completo nelle frasi successive a meno di non intenderlo in senso elogiativo: il fucile a pompa, vedete, è proprio “tremendo”, tremendamente fico, potenza di fuoco eccezionale, preferito dall’FBI, e fa clac-clac! Mancano gli indirizzi per andare a comprarne uno, ma forse l’autore li dà in privato.

“Giulio Murolo di anni 48, – ci spiega ancora costui – infermiere all’ospedale Cardarelli, ha la passione per la caccia ed è un ottimo tiratore. Se va via di testa uno così, si mette molto male.” Alé, il raptus! L’impiegato del Corriere, oltre alla passione per il clac-clac che ripeterà ad oltranza per tutto il pezzo, deve avere anche la sfera di cristallo, una laurea in psicologia veloce d’emergenza e un intuito infallibile: perché altrimenti non c’è modo di sapere se e quanto “via di testa” fosse il sig. Murolo, che ha abbandonato una discussione con fratello e cognata per andare a prendere il fucile a pompa (non lo aveva in mano mentre stavano litigando) e che in casa, secondo i rilievi della Polizia Scientifica, aveva preparato un innesco per far esplodere due bombole di gas. Chissà, forse i suoi raptus erano ricorrenti, lo acchiappavano anche quando era da solo e lo inducevano a improvvisarsi bombarolo…

Giulio Murolo è sul balcone accanto ai due cadaveri, il videogioco prosegue: “C’è solo un uomo allo scoperto, giù, all’angolo: si chiama Francesco Bruner, è un ufficiale dei vigili urbani fuori servizio che conosce Murolo. Non esita a gridargli di smettere, e lo implora, lo scongiura: contemporaneamente devia il traffico, camion e motorini, alza il braccio, fa cenno di andare via, andate via, c’è uno che spara. Clac-clac! Murolo prende la mira con calma – ci sono numerosi testimoni nascosti dietro alle automobili in sosta – e lo mette giù. Siamo a tre morti. E ora Murolo dalla tasca estrae pure una pistola.”

E lo mette giù: può essere una coincidenza bizzarra, ma è la traduzione letterale (letterale e non esatta, quest’ultima sarebbe “lo abbatte”) di “he/she puts him down” – un’espressione gergale inflazionata nei thriller e nei polizieschi statunitensi. L’autore guarda il filmato, dove tutto appare finto e allora forse lo è, dove assassini e uccisi sono figurine pixelate bidimensionali, e si produce in una cronaca da evento sportivo: Lo stopper contrasta e mette giù l’attaccante. Siamo a tre falli. L’arbitro estrae il cartellino rosso dal taschino.

La prosa avanza con convulsioni simili sino alla fine: “rantola un carabiniere”; “un agente (…) viene colpito ad un braccio (ma continua) ad impugnare la sua Beretta”, “dicono che dietro un cassonetto si sia trascinato un altro vigile urbano (…) pure lui è stato centrato”… “Ma Murolo non molla. Anzi. Riprende per bene la mira. Luigi Cantone è un fioraio che ha appena rallentato a bordo del suo scooter grigio. Un colpo, a Murolo basta solo un colpo. I morti sono quattro.”

A questo punto, l’allenatore della squadra con 4 morti e 6 feriti chiede un tie-break perché l’incontro rischia di protrarsi eccessivamente? Sig. Impiegato del Corriere, chi le ha insegnato a scrivere? E soprattutto, qualcuno le ha insegnato che deve del rispetto agli altri esseri umani? Ha mai sentito parlare di senso del limite?

Comunque, la vicenda si è conclusa dopo un’ora di trattative con la resa dell’assassino. Murolo esce e si consegna alla polizia: “Lo tengono per le ascelle, gli premono il collo. Lui ha gli occhi di un bue. Lo sguardo di un bue. Avrebbe detto: Non mi uccidete, però… ho fatto solo una cazzata.”

Omero definiva “bovini” gli occhi della dea Era, ma intendeva sottolinearne il profondo e regale sguardo. Attualmente, invece, lo “sguardo di un bue” e “gli occhi di un bue” sono metafore usate per indicare mitezza, tristezza o vuotezza. Sembra che, nell’intento dell’autore, Murolo debba suscitare la nostra compassione non appena abbandona le armi. D’altronde, come non provare uno slancio di simpatia per un uomo che ha solo fatto una cazzata? Va bene, ha sparato un po’, ma facendo clac-clac! Va bene, qualcuno è morto, pazienza. Non dobbiamo giudicare l’omicida, chissà come soffriva, la cognata probabilmente era una stronza, il vigile urbano lo ha provocato cercando di fermarlo e mio cugino mi ha detto che il fioraio lo aveva spernacchiato il mese prima…

In Italia, e ne sono grata, la pena di morte non c’è e Giulio Murolo non rischia di essere ucciso, ma che definisca quel che ha fatto “una cazzata”, come molti altri assassini – soprattutto di mogli, fidanzate, amanti, compagne e figli – negli ultimi anni dovrebbe indurre qualche riflessione sul modo in cui questi individui sono socializzati e su come tale socializzazione li scollega dalla realtà. A questo proposito, la narrazione effettuata sul Corriere è esemplare: completamente sospesa per aria, pervasa da un senso di eccitazione per la performance omicida neppure troppo sotterraneo (clac-clac!) e intrisa di stereotipi obsoleti e dannosi – in primis la classificazione da “folle” appiccicata all’assassino a prescindere da ogni analisi fattuale. Lo schema, peraltro, non differisce da quello applicato alla violenza di genere.

Quindi, per chiudere il discorso dell’inizio, temo di dover restare qui ancora un po’ a decostruire la marea di stupidaggini che mi/ci investe. Forse voi non ne avete bisogno. Il buon senso, il contrasto alla violenza, la ragionevolezza, il rispetto reciproco e la lingua italiana sì. Nel mio piccolo, ovvio. Maria G. Di Rienzo

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pomeriggio con i fratelli grimm - jacek yerka

(“To Stop Violence, Start at Home”, di Pamela Shifman e Salamishah Tillet per The New York Times, 3 febbraio 2015, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Lo schema è impressionante. Gli uomini che alla fine sono arrestati per aver commesso atti violenti spesso avevano cominciato con aggressioni alle loro ragazze e mogli. In molti casi, le accuse di violenza domestica non sono state prese sul serio o si è lasciato correre.

Prima che Tamerlan Tsarnaev fosse sospettato di aver piazzato la bomba alla Maratona di Boston, era già stato arrestato per aver picchiato la sua ragazza. Quando Man Haron Monis ha tenuto 17 persone in ostaggio al Lindt Chocolate Caffè a Sidney, era già indagato per l’accusa di aver contribuito all’omicidio della sua ex moglie. Prima che George Zimmerman sparasse a Trayvon Martin in Florida, uccidendolo, la sua ex ragazza lo denunciò per averla assalita fisicamente. In quel caso non dovette affrontare conseguenze penali, ma è stato arrestato in flagrante per violenza domestica due volte dal 2013.

Una ricerca recente

http://everytown.org/documents/2014/10/guns-and-violence-against-women.pdf

ha documentato che più della metà delle sparatorie di massa negli Usa fra il gennaio 2009 e il luglio 2014 includevano una coniuge o ex coniuge, una partner o un/una familiare.

“Everytown for Gun Safety” – http://everytown.org/ – il gruppo che ha reso pubblico lo studio, ha trovato “una connessione significativa fra le sparatorie di massa e la violenza domestica o familiare”. E la connessione non è limitata ad esse.

Un’analisi della storia criminale di centinaia di migliaia di offensori nello stato di Washington

http://www.wsipp.wa.gov/ReportFile/977/Wsipp_Washingtons-Offender-Accountability-Act-Department-of-Corrections-Static-Risk-Instrument_Full-Report-Updated-October-2008.pdf

suggerisce che una condanna per violenza domestica è il segno premonitore più grande per i futuri crimini violenti commessi dagli uomini.

Con così tanto a repentaglio, rispondere alla violenza contro le donne dovrebbe essere una priorità per tutti. La ricerca ci dice che la violenza è un comportamento appreso.

I ragazzi che crescono in case in cui vi sono abusi e violenza domestica hanno quattro volte tanto la possibilità di perpetrare violenza domestica rispetto a quelli che crescono in case senza abusi e violenza.

http://www.mcedv.org/children-exposed-domestic-violence

Questo perché la violenza in casa tende ad essere la prima esperienza che di essa fa un bambino e poiché è spesso difesa come inevitabile o triviale, diventa la radice o la giustificazione della violenza in sé. Gli uomini che commettono violenza la provano e la perfezionano dapprima contro le loro famiglie. Donne e bambini sono i bersagli d’allenamento e la casa è la palestra dove si preparano le azioni future di questi uomini.

Intervenendo prima e fermando la violenza in casa, ci assicuriamo la sicurezza delle donne e dei bambini che sono le vittime principali. Possiamo anche intraprendere passi che rendano più difficile ai perpetratori continuare a commettere crimini addizionali, dentro o fuori casa. Potremmo, per esempio, decidere che chi ha commesso violenza domestica non può comprare o possedere un’arma.

Pure, in 35 stati americani

http://everytown.org/documents/2014/10/guns-and-violence-against-women.pdf

coloro che sono stati condannati per violenza domestica e coloro che sono sottoposti ad ordini di restrizione possono comprare e possedere pistole.

Chiudere queste e altre falle nelle leggi federali e statali sulla violenza domestica salverebbe le vite delle donne e, per estensione, molte altre vite.

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(“Working for ban of guns in Iraqi Kurdistand”, di Annette Ulvenholm Wallqvist per Kvinna till Kvinna, 22.7.2013, trad. Maria G. Di Rienzo. Fotografie di Ester Sorri.)

Nonostante le robuste proteste del movimento delle donne irachene, l’anno scorso è passata una legge che rende legale per gli iracheni detenere armi nelle loro case. Ma le organizzazioni di donne nel nord dell’Iraq non mollano. Stanno ora facendo pressione affinché i politici della regione del Kurdistan iracheno emettano un bando.

“Nel nostro villaggio praticamente tutti gli uomini hanno armi in casa. Alcuni vanno in giro a mostrare i fucili per ottenere rispetto.”, dice una donna di un villaggio di montagna situato a due ore di viaggio da Slemani nel Kurdistan iracheno. Lei e un paio di altre donne sono arrivate ad una casa usate per le riunioni comunitarie. L’organizzazione Wadi è in visita per parlare della salute delle donne, ma la conversazione oscilla avanti e indietro sulla violenza e la presenza di armi. “Cosa possiamo fare? Gli uomini hanno tutto il potere e possono fare di noi quel che vogliono. Io ho spesso paura, mio marito mi ha minacciata con la sua pistola. Non ho scelta, devo fare quello che vuole lui.”, dice una giovane donna, gettando le mani in aria in un gesto di sconfitta.

Avere una pistola o un altro tipo d’arma leggera in casa è molto comune in Iraq. Secondo le statistiche fornite da Gunpolicy, basate sulle ricerche di varie università fra cui quella di Sidney, si stima che almeno il 34% degli iracheni possieda un’arma. E c’è anche un diffuso commercio illegale di armi nel paese. Questa situazione ha causato forti reazioni fra le organizzazioni delle donne. Sono preoccupate che facilitare l’accesso alle armi condurrà ad una crescita della violenza mortale contro le donne. L’organizzazione Warvin, partner della Fondazione Kvinna till Kvinna (http://kvinnatillkvinna.se/), ha messo in guardia sui rischi, attestando che la maggioranza delle donne irachene che sono uccise lo sono a colpi di arma da fuoco.

Quando alcuni anni fa il governo iracheno voleva introdurre una legge che permetteva le armi leggere in casa, le organizzazioni delle donne e altri unirono le forze in una contro-campagna: questa chiedeva il bando invece della legalizzazione e chiedeva altresì al governo di raccogliere tutte le armi illegali. Nonostante le proteste, nel 2012 la nuova legislazione fu approvata, rendendo legale per ogni individuo possedere un’arma e tenerla in casa. L’unico atto richiesto è di registrarla presso la polizia. Nello stesso periodo, il governo iracheno ha incoraggiato tutte le famiglie ad avere una pistola o un fucile per in casa, per “migliorare la loro sicurezza”.

ronak faraj raheem

Un’altra organizzazione partner di Kvinna till Kvinna, il Centro delle donne su Media ed Istruzione, ha partecipato alla contro-campagna. Tuttavia, la direttrice Ronak Faraj Raheem non crede che il bando servirebbe a prevenire la violenza mortale contro le donne: “Come organizzazione, siamo ovviamente contrarie alla detenzione di armi nelle case. Ma io non credo che l’atto di uccidere diventi più possibile perché è più facile avere una pistola: in primo luogo e in maggior parte è una questione di mentalità. Quando si tratta di difendere l’onore familiare gli uomini usano tutto quel che c’è a disposizione: coltelli, pistole, strangolano con le mani. Un fucile in casa non fa quella gran differenza.” Nella regione del Kurdistan e in tutto il resto dell’Iraq il controllo sociale è molto forte. Una donna che riceva un messaggio di testo da un ammiratore, o una donna che dichiari di voler scegliere il proprio partner: tali ragioni sono sufficienti per essere accusate di svergognare e disonorare l’intera famiglia. Perciò la donna può essere punita con la morte, inflitta spesso da un padre, un marito, uno zio o un fratello. “Stiamo continuando a far campagna contro le armi in casa”, dice ancora Ronak Faraj Raheem, “ma la cosa più importante è che questa mentalità cambi.”

Lanja

Lanja Abdulla di Warvin, invece, ha molte speranze che una legge contro le armi in casa riduca la violenza mortale contro le donne nel Kurdistan iracheno: “Polizia, personale della sicurezza, membri dei partiti politici e gente comune: tutti hanno una pistola in casa. La maggior parte degli omicidi di donne sono eseguiti tramite queste armi. Se abbiamo il bando, esso ridurrebbe automaticamente il numero di donne uccise.” Per esempio, una legge simile costringerebbe poliziotti e agenti della sicurezza a lasciare le loro armi al lavoro. Secondo Lanja Abdulla, ciò renderebbe meno facile agli uomini uccidere donne in una situazione domestica aggressiva. Durante la primavera, Warvin è riuscita a convincere i cinque maggiori partiti politici del Kurdistan iracheno a sostenere il suo punto di vista: e in questo momento l’organizzazione sta redigendo la bozza di legge sul bando per le armi nelle case.

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(di Rita Chemaly, 26.6.2012 per Common Ground News Service, trad. Maria G. Di Rienzo. Rita Chemaly è scrittrice e ricercatrice in scienze sociali e politiche, nonché l’autrice del libro “Primavera 2005 in Libano, fra mito e realtà”. Ha vinto il premio per la libertà di stampa “Samir Kassir” nel 2007.)

Un ottimo consiglio da una signora libanese: matrimonio civile, non guerra civile

Negli ultimi giorni, la città di Tripoli è stata il sito di scontri largamente pubblicizzati fra diversi gruppi politici e settari. Tuttavia, mentre queste piccole minoranze combattono fra loro, la maggioranza dei cittadini libanesi si sta opponendo alla violenza, online e nelle strade.

Immediatamente dopo l’inizio degli scontri, attivisti della società civile libanese hanno condannato il diffondersi della violenza attraverso Facebook, Twitter e i blog. Il loro appello all’unità nazionale ed al disarmo della città è circolato online a tempo di record. A partire da questa base di sostegno, gli attivisti hanno creato nuove pagine di social media, molte delle quali hanno raccolto oltre un migliaio di membri.

Questi ordinari cittadini libanesi hanno preso posizione per mostrare che rigettano la violenza, che si stanno organizzando per fermarla e, infine, che rifiutano di stare zitti. Il gruppo Facebook “Tripoli senz’armi!” ha postato un appello alle autorità locali e nazionali in cui si legge: “Noi siamo cittadini che condannano la proliferazione di armi nei quartieri e nelle strade della nostra città, Tripoli. Chiediamo allo stato e a tutte le autorità politiche, amministrative, delle forze di sicurezza e dell’esercito di intraprendere i passi necessari a liberare Tripoli dalle armi che circolano attraverso di essa.” A seguito dell’appello, molti individui con ruoli chiave hanno dichiarato uno “sciopero cittadino” per protestare contro la violenza che ha reclamato molte vite ed hanno tenuto una dimostrazione di fronte al municipio di Tripoli.

I dimostranti sventolavano bandiere libanesi, cantavano l’inno nazionale e chiedevano un responso immediato ai problemi della città: la povertà crescente e la mancanza di sicurezza, che sono visti come fattori in relazione. Hanno chiesto allo stato di provvedere una miglior sicurezza e reiterato la necessità che le milizie di strada siano disarmate. Questa protesta nonviolenta ha portato insieme il Presidente del Consiglio municipale, i membri del Parlamento regionale, leader religiosi di tutte le fedi ed altri membri della società civile. Il loro messaggio era chiaro: il Libano deve tornare a rispettare la legge e provvedere sicurezza per tutti nell’intero paese.

Temendo che la lotta settaria a Tripoli indichi di nuovo il muoversi del paese verso la violenza, altri attivisti della società civile hanno risposto rapidamente creando molteplici iniziative a Beirut. Online, i giovani hanno mostrato il desiderio di unità del paese creando immagini che avevano tutte la stessa didascalia: “Ne’ sunnita ne’ scita, ne’ cristiano ne’ druso, ma libanese”. “La nostra unione è la nostra salvezza” era lo slogan che campeggiava sui gradini del Museo Nazionale di Beirut, mentre sedie bianche con i nomi delle vittime delle recenti violenze, sedie con la bandiera libanese e un largo cartello con la scritta “Ora basta!”, chiedevano il ritorno della pace.

Inoltre, gli intellettuali hanno formato gruppi online per dire no alla guerra in Libano. “La Terza Voce per il Libano” è un esempio di associazione di base che non ha denominazioni o affiliazioni politiche, partitiche e religiose: crea e pubblica i propri documenti contro la guerra e il clientelismo, nonché contro il reclutamento e l’indottrinamento di bambini nelle milizie e nei gruppi estremisti. Organizza dimostrazioni pacifiche in Libano e all’estero per dire no alla violenza e sì alla pace.

La società civile libanese sta chiedendo allo stato di intraprendere una ferma azione contro la violenza e la circolazione di armi, stabilendo condizioni di sicurezza e iniziative di sviluppo sostenibile che contribuiscano a mettere fine alla povertà che diventa un’istigatrice alla violenza. I rischi che il Libano corre ora sono assai concreti. Ma queste azioni collettive provenienti dalla sfaccettata e diversificata società civile libanese mostrano che c’è speranza.

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(intervista a Binalakshmi Nepram-Mentschel, di Katharine Daniels, fondatrice ed editrice esecutiva di The Women’s International Perspective, trad. Maria G. Di Rienzo, 31.12.2010)

 

Nel Manipur, uno stato nell’India del nordest che confina con la Birmania ad est e a sud, un conflitto persiste sin da quando questo regno indipendente fu forzato all’unificazione con l’India dopo che gli inglesi se ne andarono nel 1947. Sebbene il conflitto sia politico in origine, l’influenza delle armi negli ultimi cinquant’anni ha generato crescenti livelli di violenza fra i gruppi etnici della regione. Manipur ha il maggior numero di morti per arma da fuoco di tutta l’India: una violenza che crea 300 vedove l’anno. Pure, raramente il mondo esterno viene a sapere qualcosa di Manipur o del “lento genocidio” che Binalakshmi Nepram ha testimoniato.

Binalakshmi promuove il disarmo e la fine della violenza armata tramite la “Rete delle donne sopravvissute alle armi di Manipur” e la sezione indiana di Control Arms. Quest’anno ha ricevuto il Premio per la Pace “Seán MacBride”: la cerimonia di consegna si è tenuta al Nobel Peace Centre di Oslo, in Norvegia, il 23 settembre 2010.

Quando hai deciso che il lavoro della tua vita era la causa del disarmo?

Nel Natale del 2004, mentre ero in visita a delle leader della comunità in un villaggio del Manipur. Udii dei colpi di arma da fuoco. Prima che riuscissi a capire cosa stava accadendo, qualcuno mi disse che un giovane uomo di 27 anni era stato ucciso. Le donne accompagnarono da me questa giovane donna, di circa 24 anni, affinché testimoniasse su quel che era accaduto. Era vedova da un’ora, il suo nome era Rebika, e non aveva neppure potuto asciugarsi le lacrime mentre parlava in pubblico dei tre uomini armati che avevano trascinato suo marito fuori di casa e gli avevano sparato a bruciapelo. Ma non era questo il più grande orrore che vidi quel giorno. L’orrore fu quando sua madre scoppiò in lacrime dicendo: “Cosa mangerai adesso? Avrebbero dovuto sparare anche a te.”

Questo fu il punto di svolta della mia vita, Kate. Quel giorno compresi che non potevo essere semplicemente una scrittrice che faceva ricerche sulle cause della violenza. Ma cosa si poteva fare con le donne come Akham Rebika, con le sopravvissute? Avevo 200 rupie in tasca, l’equivalente di circa 5 dollari. Le diedi a lei assieme al mio numero di telefono e le dissi: “Tua madre può averti parlato così, ma tu devi vivere, devi vivere per scoprire chi ha ucciso tuo marito, per trovare giustizia per te stessa nel suo ricordo.” Raccogliemmo donazioni insieme e comprammo una macchina per cucire, la demmo ad

Akham Rebika e le spiegammo che anche se riusciva a guadagnare solo 800 rupie al mese (15/20 dollari) non sarebbe morta di fame.

Perché la madre di Rebika credeva quel che credeva? Cosa disse di quel che avevate fatto per sua figlia?

Nella maggior parte dell’India le entrate principali di una famiglia – giacché la società è ancora molto patriarcale – vengono dagli uomini. Così, quando l’uomo muore, ci si domanda come sopravviveranno gli altri membri della famiglia. Il pensiero della madre era: “Avrebbero dovuto ucciderti perché chi portava a casa il pane è morto.” Questo è il modo in cui le donne sono derubate dei loro diritti economici e di giustizia. E’ questa situazione particolare, non il semplice sopravvivere in povertà, ma il sopravvivere in povertà nella violenza di una zona di conflitto che ci induce a lavorare per il miglioramento delle condizioni economiche delle sopravvissute. Se vogliamo apportare cambiamento nella nostra società, gli stomaci delle nostre donne devono essere pieni, e devono poter risparmiare qualche soldo per l’istruzione dei loro figli. In questo modo lavoriamo alla trasformazione della violenza nella nostra società.

Come se la sta cavando Akham Rebika con la sua macchina per cucire?

Il clima da noi è molto tropicale. Ci sono un sacco di moscerini e zanzare, per cui devi avere una tenda per proteggerti. Rebika cuce tende di questo tipo, guadagna qualcosa e continua a vivere. Abbiamo fatto questa piccola cosa per lei per istinto. Ma quando abbiamo visto la sua gratitudine, il fatto ci ha dato ispirazione. Oggi lavoriamo con circa 100 donne sopravvissute come lei. E abbiamo molte altre centinaia di Akham Rebika, perché ogni anno qualcosa come 400 persone sono uccise dalle armi da fuoco nella mia regione. E’ un lento genocidio di cui il mondo non sa nulla.

Puoi dirmi di più sugli attori del conflitto?

L’India ha una civiltà molto antica, ma come nazione è giovane, si è formata da un conglomerato di svariati regni. Il mio stato, Manipur, era uno di quei regni. Era completamente indipendente sino a che non fu annesso all’India britannica nel 1891. Quando gli inglesi se ne andarono, nel 1947, vi fu l’opportunità per molti regni, fra cui Manipur, di unirsi all’India. Il nostro re ed il consiglio dei ministri dissero che volevamo restare indipendenti. Ma “l’uomo di ferro” dell’India, Sardar Patel, arrestò il nostro re, lo mise in confino nella sua propria casa ed ottenne la sua firma su un trattato. Parte della gente di Manipur voleva unirsi all’India e parte non lo voleva. Questi ultimi diedero inizio all’insorgenza sin dal 1949. Così nacque il conflitto fra l’India e i gruppi armati del Manipur, conflitto che è continuato sino ad oggi.

Manipur è la casa di circa 32 gruppi etnici. E’ accaduto che molti di essi hanno cominciato ad armarsi a causa del facile accesso alle armi leggere. Abbiamo M-16 americani. Abbiamo armi israeliane. Abbiamo armi inglesi. E le armi cinesi sono quelle più a buon mercato. In effetti i giovani tendono a formare gruppi armati con le armi cinesi. Le ragioni per formare un gruppo armato, al di là del conflitto politico summenzionato, spaziano dalle richieste di autonomia all’inclusione del linguaggio della comunità nelle trasmissioni radio, dalla richiesta di soccorso ad una comunità in particolare alla protezione delle foreste. Sappiamo anche che numerosi gruppi armati sono stati creati dalle agenzie di stato per contrastare gli altri.

Alla fine, abbiamo una società zeppa di pistole e fucili, in mano ad attori statali e non statali, in maggioranza uomini che sanno a stento cos’è una violazione dei diritti umani. Ed anche se lo sanno, nella nostra parte di India persiste una legge draconiana chiamata “Speciali poteri alle forze armate” che dà all’esercito indiano il potere di arrestare, torturare e persino uccidere persone sulla base di semplici sospetti, e persino i tribunali indiani di più alto grado non possono farci nulla. Le vittime sono persone comuni, uomini, donne e bambini. Questi omicidi devono finire.

Vi sono obblighi internazionali o responsabilità internazionali nel dare una risposta a tale stato di cose?

Sì. Abbiamo lavorato sin dal 2003 con molte organizzazioni da tutto il mondo, in special modo con la Rete internazionale sulle armi leggere (IANSA) per il programma d’azione delle Nazioni Unite relativo al controllo delle armi leggere non legali. Abbiamo lavorato anche con la Campagna internazionale per il bando delle mine antiuomo e con la Cluster Munition Coalition che affronta il problema della munizioni a grappolo. Al momento siamo concentrati sul lavoro da fare per ottenere il Trattato sul commercio di armi alle Nazioni Unite nel 2012. Abbiamo unito le nostre mani in questa campagna per affrontare il discorso su come le nostre società diventano società armate. Se ad esempio tu abbandoni un’arma, non c’è alcun sistema internazionale per rintracciarla. Le armi leggere sciamano da un conflitto all’altro, da una zona all’altra. Un Trattato internazionale sul commercio delle armi, se dibattuto, discusso e implementato in modo giusto porterebbe un cambiamento fondamentale nel regolamentare le armi leggere. Le leggi nazionali da sole non possono contenere la proliferazione delle armi, perché la maggior parte delle armi di cui l’India è inondata non sono prodotte in India. Un Trattato internazionale regolerebbe questa situazione, contribuirebbe a costruire pace.

Chi si oppone al Trattato sul commercio delle armi?

Oltre alle industrie belliche, che temono minori profitti, ci sono molti paesi che si oppongono. Nell’ultima votazione alle Nazioni Unite, 153 paesi hanno detto sì al Trattato, e circa 30 non hanno votato. Sono molto dispiaciuta dal dover dire che il mio paese, l’India, la nazione che ha dato Gandhi al mondo, la nazione che vinto la propria indipendenza senza sparare un singolo proiettile, ha scelto di astenersi. E’ a nazioni come la nostra e le altre che si sono astenute dal voto che vorremmo appellarci: sì, ogni nazione ha il diritto all’autodifesa, e se una persona si trova in condizioni di insicurezza, quella persona ha il diritto all’autodifesa. Ma per favore, non usate le armi per commettere violazioni dei diritti altrui. Con i diritti vengono anche le responsabilità.

Parlami del ruolo delle donne negli ambiti della pace e del disarmo.

Io come donna, e specialmente come donna che viene da una delle peggiori zone di conflitto del mio paese, ho sperimentato il danno, il dolore, la tragedia che intessono le nostre vite a causa della continua mancanza di pace e giustizia. In molte parti del mondo alle donne si è sempre detto che il nostro ruolo è la cucina, che il nostro ruolo è avere bambini e crescerli. Non siamo mai nei luoghi ove le decisioni importanti vengono prese, e se ci siamo, dobbiamo metaforicamente indossare gli abiti degli uomini per riuscire ad esserci. Come donne, come donne che sono sopravvissute alla violenza, è il momento per noi di rovesciare questa situazione, perché è attraverso i nostri occhi che si può sapere dove è il dolore: noi sappiamo dove sono le armi, e sappiamo che le armi e la militarizzazione non risolvono i conflitti di questo mondo. Siamo noi che nutriamo al seno il mondo.

Ed è perciò che nel decimo anniversario della storica Risoluzione 1325 delle Nazioni Unite facciamo appello non solo al nostro governo indiano, ma ai governi di tutto il pianeta: noi, le donne, dobbiamo prendere il nostro legittimo posto ai tavoli di negoziazione, perché abbiamo il diritto di decidere il nostro futuro, il diritto di decidere come porre termine ai conflitti, e il diritto di decidere come costruire strategie affinché nessun altro conflitto accada in futuro.

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