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22 luglio 2017, La Repubblica: “Forlì, colpisce la moglie con l’acido e fugge con i figli piccoli”.

“(…) La donna, albanese di 37 anni, è stata portata in ospedale e secondo le prime informazioni non sarebbe grave, anche se ha riportato ferite e ustioni. L’uomo, kossovaro, è attivamente ricercato.” (Sarebbe “kosovaro”, per essere precisi.)

La notizia è solo l’ultima e nemmeno la più grave (grazie all’intervento dei vicini la vittima è sopravvissuta all’attacco e non è in pericolo di vita) di quelle relative alla violenza contro le donne che raggiungono i media. Per ottenere questa palma di solito la donna deve morire, altrimenti ci vogliono dettagli che colpiscano emotivamente chi legge per la loro efferatezza – e qui c’è l’acido – o (ma lo scalpore su questo è sempre più teatrale e sempre meno frutto di reale interesse) che riguardino un pericolo o un danno per i bambini – e qui c’è la scomparsa dei figli, presumibilmente portati via dal padre aggressore.

A chi ha composto l’articolo, per un commento informato sullo stato della violenza di genere nella sua zona, sarebbe bastato rivolgersi al Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia – Romagna: 13 associazioni, in collegamento fra loro dal 1996 e costituite come associazione formale nel 2009 per condividere ancora meglio “formazione, buone prassi, confronto metodologico, progetti e campagne di sensibilizzazione per il contrasto della violenza alle donne e ai loro bambini” e porsi come “soggetto maggiormente autorevole nei confronti delle istituzioni”. Ho il vago sospetto, però, che l’articolista non sappia neppure della sua esistenza e preferisce riportare questo:

“Sulla vicenda è intervenuta, con una nota, l’associazione antiviolenza e antistalking “Butterfly” di Riccione, secondo cui “è ora di dire basta a queste minacce e a questa violenza inaudita nei confronti delle donne. Siamo profondamente dispiaciute e rammaricate di questo ennesimo, inesorabile, incessante e angoscioso episodio di violenza”. Con l’associazione, osserva la presidente (…) “stiamo rilevando diverse minacce da parte di uomini troppo gelosi nei confronti delle loro donne, minacce del tipo ‘Ti sfiguro con l’acido’. Una tendenza che deve essere bloccata e che spesso è intrinseca di culture a noi lontane. Culture che considerano la donna oggetto di vessazioni e mirano a toglierle l’identità, sfigurandola. Spesso si tratta di donne molto belle, alle quali con questi gesti di una crudezza inaudita viene negata una vita”.

Il sito del gruppo succitato attesta che “L’Associazione Butterfly nasce nel 2014 con lo scopo di difendere, rivalutare e divulgare principi anti violenza per la tutela delle persone, un aiuto concreto che accompagna a un nuovo percorso di vita. (…) L’attività è svolta da un gruppo di donne volontarie che mettono a disposizione le loro professionalità ed esperienze al sostegno di tutti coloro che hanno subito o subiscono violenze domestiche, psicologiche, economiche, maltrattamenti, stalking e abusi. (…) L’esigenza è stata quella di confrontarsi con le problematiche che il territorio già affrontava inerenti alla violenza, con particolare riferimento alle donne e bambini, ma si è sviluppato in un secondo momento la necessità di poter aiutare anche gli uomini violenti con un percorso e progetto in via di sviluppo.” L’italiano zoppica e la visione non risulta troppo chiara. Ci sono in effetti alcuni problemi relativi alla nota citata da La Repubblica. L’approccio dell’associazione è – dichiaratamente e per qualifiche dispiegate – quello della criminologia (citano un noto profiler italiano, ex carabiniere, come “guida” metodologica). La formazione al genere, e quindi alla violenza di genere, sembra mancare.

1) Siamo profondamente dispiaciute e rammaricate di questo ennesimo, inesorabile, incessante e angoscioso episodio di violenza. Sì, però a parte il fatto che “un episodio” non può essere “incessante” (casomai è il flusso della violenza a esserlo), “inesorabile” riferito a un accadimento e non a una persona significa (cit. Treccani) “cosa a cui è impossibile sottrarsi, contro cui non c’è rimedio, che non si può in alcun modo allontanare, mutare, fermare”. Vedere la violenza in questo modo significa trattarla da fenomeno atmosferico, non sapere in realtà come si origina e quindi non sapere come arrestarla e trasformarla.

2) Stiamo rilevando diverse minacce da parte di uomini troppo gelosi nei confronti delle loro donne: per favore, no. Le parole sono importanti, convogliano senso. Le donne non appartengono agli uomini (ne’ gli uomini appartengono alle donne) come “loro” suggerisce. Usare per esempio “nei confronti delle donne con cui hanno relazioni” avrebbe trasmesso un significato di eguaglianza fra i due soggetti, concetto di cui abbiamo disperatamente bisogno per minare la violenza alle basi.

3) Una tendenza che deve essere bloccata e che spesso è intrinseca di culture a noi lontane. Culture che considerano la donna oggetto di vessazioni e mirano a toglierle l’identità, sfigurandola.

Immagino che chi fa parte dell’Associazione legga almeno i giornali, ma in caso contrario ecco alcuni recenti titoli in cronaca:

13 luglio 2017 – Donna uccisa in strada nel Casertano, fermato il compagno. Entrambi italiani.

13 luglio 2017 – Femminicidio, a Bari una 48enne uccisa in casa: fermato il compagno di 32 anni. Entrambi italiani.

14 luglio 2017 – Cagliari, massacra la fidanzata la crede morta e si uccide. Entrambi italiani.

14 luglio 2017 – Siena, uccide a coltellate la ex il giorno prima di vederla in tribunale. La vittima è di origini rumene, l’assassino è italiano.

17 luglio 2017 – Roma, abusa della figlia di 10 anni: arrestato dalla polizia. Entrambi italiani.

Considerare la donna “oggetto di vessazioni” appartiene in sé alla cultura patriarcale che, purtroppo, non spira come un vento malefico da inquietanti spiagge lontane sulla bella e incontaminata Italia. Quella spazzatura che è la violenza di genere nel nostro paese la produciamo proprio nel nostro paese, e qui dobbiamo smaltirla.

4) (…) mirano a toglierle l’identità, sfigurandola. Spesso si tratta di donne molto belle, alle quali con questi gesti di una crudezza inaudita viene negata una vita.

Immagino a questo punto che per quelle già “brutte” non faccia poi quella gran differenza: una vita non possono averla comunque, giacché avere una vita consiste nell’essere considerate “belle” (scopabili) dagli uomini. A che mulino porta acqua questo tipo di ragionamento? Quanta violenza c’è nell’imposizione dei canoni di “bellezza” alle donne? Cosa sta alla radice di questa ossessione per cui la “bellezza” dev’essere per le donne l’unico scopo e allo stesso tempo l’unico premio di un’intera esistenza, se non il loro controllo? Cos’è e cosa genera questo tipo di controllo, se non altra violenza?

Maria G. Di Rienzo

(P.S. Domani: Corso accelerato intensivo per chi desidera mettere in piedi un’organizzazione antiviolenza.)

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Le donne che stanno protestando hanno perso il lavoro, in 595 e di colpo, indiscriminatamente, senz’altra giustificazione che la propensione per i “tagli” alle spese pubbliche. Costoro erano infatti pulitrici del Ministero delle Finanze e degli uffici erariali in Grecia. Ma non erano un fardello fiscale: privatizzare il servizio per mantenere condizioni igieniche decenti nei locali summenzionati ha aumentato il suo costo.

Probabilmente alcune di queste pulitrici troveranno un posto nelle ditte private, ma a metà del loro precedente salario, in molti casi senza tutela assicurativa e impossibilitate a rifiutare i ricatti dei datori di lavoro. Naturalmente hanno portato il caso in tribunale, e vinto in prima istanza, ma il governo si è appellato al grado di giudizio superiore e la faccenda starà ancora per aria qualche mese prima del verdetto finale.

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La cosa più folle di tutte è il continuo assalto a cui queste donne sono sottoposte dai media ufficiali, dai politici conservatori e dalla polizia antisommossa. 595 lavoratrici licenziate ingiustamente sono trattate come criminali. Ma non ci si stupisce più quando si conosce la storia di una delle loro leader sindacali, Konstantina Kouneva.

Kouneva, una storica, emigrò in Grecia dalla Bulgaria nel 2001 a causa di problemi finanziari. Nel 2003 fu assunta da una ditta di pulizie privata e dopo aver sperimentato le condizioni di lavoro proprie e altrui si iscrisse al sindacato delle pulitrici. La sua denuncia come sindacalista degli abusi e dei maltrattamenti subiti dalle lavoratrici le guadagnò subito minacce di morte: e non erano ne’ esagerazioni ne’ scherzi, perché infine nel dicembre 2008 fu assalita da due uomini ad Atene, mentre tornava a casa. Costoro le gettarono acido solforico sul volto e la forzarono a bere il resto. Kouneva avrebbe dovuto morire, ma si salvò, nonostante sia costretta ancora nel 2014 ad affrontare operazioni chirurgiche. La polizia non è mai riuscita a rintracciare gli aggressori, impuniti a tutt’oggi. Rimpianti?, le hanno chiesto più volte, e Konstantina Kouneva ha sempre risposto che non può rammaricarsi della sua decisione di lottare per i diritti del lavoro, e che continuerà a farlo.

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L’unica cosa bella di questa storia, oltre alla determinazione e al cuore di Kouneva, è che la stessa è stata eletta con Syriza al Parlamento Europeo, ove intende portare la lotta delle 595 ex colleghe. Maria G. Di Rienzo

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E tuttavia, a me piacerebbe sapere qual’è la molla e la motivazione…

Atto deplorevole ma una molla che ha fatto scattare il tutto deve esserci…

Lui passione malata e lei?

Certo che il dialogo non era considerato in questo rapporto. Allora che rapporto era?

Giustamente è stato condannato, ci mancherebbe, ma in modo sproporzionato rispetto ad altri delitti più gravi: ad esempio, una donna che uccide il proprio figlio…

Gravissimo il delitto, però è una forma di ritorsione e dobbiamo chiederci…

mollaIl 16 giugno u.s., in Italia, non viene riportato solo l’assassinio di Cristina Omes e dei suoi due bambini da parte del marito di lei e padre dei piccoli. A Pietra Ligure muore dei calci e dei pugni somministrati dal convivente Alba Varisto, 59 anni. In quel di Siracusa muore dei colpi di piccone del marito una donna 36enne, di cui i giornali non riportano neppure il nome (come accadrà per altre vittime nei giorni successivi). E Lamia Saifa, 46 anni, è strangolata a mani nude davanti al figlio di 2 anni seduto nel seggiolone (la notizia verrà data il 24, ma l’omicidio risale al 16): gli inquirenti cercano il padre di quest’ultimo, indiziato.

Il 17 giugno si ripescano nel Lago di Garda i resti di Federica Giacomini, 43 anni, nota anche con il nome di Ginevra Hollander come pornostar. E’ stata uccisa da violenti colpi alla testa e poi “zavorrata” e inabissata con l’incolpevole complicità di un barcaiolo che pensava di star maneggiando l’attrezzatura di un biologo. Il principale indiziato dell’omicidio è l’ex compagno della donna, Franco Mossoni: già arrestato nel 1978 per l’assassinio della moglie.

A Taranto, il 20 giugno, una ventinovenne muore per il colpo di pistola sparatole in testa dal marito. Lo stesso giorno, il Tribunale di Alessandria condanna a cinque anni e due mesi di reclusione un 22enne, riconosciuto colpevole di violenza sessuale, lesioni e stalking nei confronti della sua ex ragazza, studentessa delle superiori. Tra l’altro era solito tenerla al guinzaglio, con tanto di museruola: perché l’amava “da matti”, come era solito dire, e lei era “cosa sua”.

Il 23 giugno siamo a Siena dove un pensionato di 78 anni accoltella ripetutamente la moglie 76enne, uccidendola, e successivamente si getta dalla finestra.

Il 24 passiamo a Pescara dove un marito martella la moglie sino a ridurla in poltiglia e poi si butta nel fiume.

Il 28, il Tribunale di Pesaro condanna a vent’anni di carcere il mandante dell’agguato all’acido nei confronti di Lucia Annibali e a quattordici i due albanesi esecutori del crimine. Il giudice riconosce nella sentenza che il condannato Luca Varani coltivava “un odio incredibile” verso la sua ex, tanto che prima di farla sfigurare con l’acido il 13 aprile 2013, nel febbraio dello stesso anno le aveva manomesso l’impianto del gas (“tentato omicidio”).

In quel di Napoli, il 29 giugno, un uomo cosparge moglie e figlia di 9 anni di liquido infiammabile e tenta di dar loro fuoco, poi le aggredisce con un coltello da cucina. Fortunatamente la bimba è illesa e sua madre ha riportato solo ferite ad un braccio.

Chiaro che qui nessuno giustifica un omicidio – direttamente no, perché è ancora tabù, per quanto sempre più labile soprattutto nei confronti delle donne – però la molla…

Stante la comune costante aggressione socio-culturale (in parole, immagini ed opere) per cui le donne sono accessori degli uomini e meritevoli e responsabili in parte o in toto di tutto quanto può capitare loro in termini di violenza, qua dobbiamo trovare una molla. Secondo questa visione, assassini, picchiatori, molestatori, stupratori sono naturalmente imbottiti di una violenza compressa il cui pulsante le donne titillano o premono con decisione: quel che risulta dopo è inevitabile. E ciò che i profondi pensatori in cerca di molla vogliono sentirsi dire è questo – E’ STATA LEI.

Lei. Che lo ha lasciato, respinto, umiliato, annoiato. Che voleva lasciarlo, separarsi, divorziare. Che parlava troppo. Che non parlava abbastanza. Che aveva un lavoro e si era montata la testa. Che non aveva un lavoro e lo sfruttava come una sanguisuga. Che voleva/non voleva figli. Che voleva/non voleva abortire. Che era una frigida repressa. Che era una sgualdrina bollente. Eccetera. Sono le pseudo-razionalizzazioni che seguono omicidi, ferimenti, assalti, torture: perciò, a me è chiaro che sono tutte giustificazioni indirette delle azioni menzionate. Ma l’esame delle stesse, che costituiscono una lista quasi infinita, non ci fornisce una guida sicura per individuare “la molla” ed evitarla prudentemente: le istruzioni che ne ricaviamo sono contraddittorie, spessissimo diametralmente opposte, e sembrano suggerire che qualsiasi cosa tu faccia finirai per premere il pulsante e dirigerti addosso la violenza altrui.

Il congegno esplosivo che si configura (per me gli uomini non sono robot a pulsante, sia chiaro che l’analogia è vostra, amabili cercatori di molla) sembra funzionare ad interruttori plurimi – ciascuno impossibilitato a tornare allo stato precedente una volta premuto. Tutte le modalità in cui si interagisce con il congegno sono a rischio. Non essendoci in pratica misure precauzionali accessibili, ne’ istruzioni sensate per l’interazione, viene da chiedersi cos’aveva in mente chi lo ha costruito, vi pare?

Perciò ve lo chiedo. Cosa avevate in mente? Perché lo avete costruito voi, voi che annaspate nel nulla cercando di aggrapparvi ad una molla qualsiasi. Lo avete costruito quando avete promosso, incoraggiato o tollerato l’oggettificazione delle donne, il silenziamento delle donne, l’umiliazione delle donne, la marginalizzazione delle donne, le battute denigratorie sulle donne, il divario nei salari delle donne, l’assenza della storia delle donne nelle scuole, l’imposizione di un tipo di corpo e di attitudine alle donne, il porre sulle spalle delle donne tutti i costi e tutti gli sforzi per la prevenzione della violenza, i prodotti mediatici che disegnano ed approvano uno status quo dominato dagli uomini e violento verso le donne, il linguaggio sessista che ignora sminuisce sessualizza le donne da quando nascono a quando muoiono: troppe un po’ prima del tempo, grazie allo scatenarsi del congegno, non è vero?

Ma sono cose che potete smettere di fare in qualsiasi momento. Perciò smettete di rendere i vostri simili mine vaganti. Vivete da essere umani, rispettate gli altri esseri umani e piantatela. Anzi, mollatela. Maria G. Di Rienzo

 

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(Women in the World Foundation, 14.2.2013. Trad. Maria G. Di Rienzo)

I fatti sugli attacchi con l’acido sono questi: 1.500 incidenti l’anno e l’80% dei bersagli sono donne. In Bangladesh questo crimine era diventato comune: solo nel 2002 ci furono 500 aggressioni, spesso dirette a ragazze minori di 18 anni. Poi, Monira Rahman è entrata sulla scena. Sin dal 1999, la sua Fondazione Sopravvissute all’Acido – http://www.acidsurvivors.org – ha lavorato per fermare la violenza e per fornire sostegno medico e psicologico alle vittime, molte delle quali ottengono ben poco aiuto dai medici e dai poliziotti locali. Dal suo ufficio di Dhaka, Monira Rahman ha risposto alle nostre domande.

 Monira

Cosa ti ha ispirato a creare la Fondazione?

Avevo incontrato due donne che erano state assalite con l’acido nel 1997 ed ero rimasta colpita dalla loro forza e dal loro coraggio. Volevo lavorare con loro per fare qualcosa per loro e per capirle meglio. Percepivo che la violenza stava crescendo enormemente, in Bangladesh, e mi dicevo che nessuna donna dovrebbe vivere in un luogo in cui non è al sicuro. E’ un fondamentale diritto umano che le donne siano libere di vivere le loro vite senza il timore della violenza.

Parlaci di una donna che ti ha particolarmente impressionata.

Una delle due che incontrai nel 1997 era la 17enne Bina Akter, il cui sogno di diventare un’atleta andò in pezzi quando intervenne per proteggere sua cugina da un attacco con l’acido. Bina restò cieca da un occhio e sfigurata, mentre la cugina riportò ustioni sulle mani e sul corpo. Entrambe le ragazze, ora, hanno trasformato le loro vite. Bina sta studiando all’estero e vuole lavorare come infermiera nella nostra clinica specializzata; sua cugina è una consulente.

Bina ha aiutato molte altre sopravvissute parlando in pubblico degli attacchi con l’acido, ha creato campagne affinché vi fossero leggi che si occupassero della faccenda ed ha accresciuto la consapevolezza sulla violenza contro le donne in tutto il mondo.

Qual è la prima cosa che dici ad una donna che ha sofferto questo trauma?

Non sei sola. Hai il coraggio per combattere questa esperienza. Questo è un reato. Questa è una violazione dei tuoi diritti umani. Tu non sei responsabile per l’aggressione. Non provare vergogna.

Alcune stime e ricerche dicono che la tua organizzazione ha contribuito a far decrescere gli attacchi con l’acido, in Bangladesh, del 40%. Come ci sei riuscita?

Il fatto che gli attacchi siano diminuiti, in Bangladesh, approssimativamente dell’80% – se prendiamo in esame gli ultimi dieci anni – non è dovuto solo alla Fondazione Sopravvissute all’Acido: ci vogliono le collaborazioni con le organizzazioni internazionali, i finanziatori, i media, la società, e soprattutto il governo, per ridurre collettivamente ogni forma di violenza contro le donne. Questo lavoro ha avuto successo, perché dai 500 attacchi del 2002 siamo passati ai 98 del 2012.

Tuttavia, dobbiamo mantenere questo livello di concentrazione: in gennaio c’è stato un drammatico aumento di violenza contro le donne. La gravità degli assalti con l’acido è pure disturbante: una studentessa universitaria di Dhaka è stata di recente attaccata con l’acido e contemporaneamente pugnalata. Sta ancora lottando per sopravvivere.

Come ci si può assicurare che gli attacchi con l’acido non ricomincino a crescere?

Ho cominciato a lavorare con altri gruppi di donne per chiamare il Parlamento ad azioni decisive. Nella preparazione di One Billion Rising stiamo partecipando giornalmente a raduni e dimostrazioni, mi sto persino portando dietro mio figlio. (Ndt: L’intervista è avvenuta il giorno precedente l’azione globale.) Il 14 febbraio ci uniremo a migliaia di sopravvissute per condannare la violenza contro le donne. Poi, l’8 marzo, per il Giorno Internazionale delle Donne, più di 500 sopravvissute agli attacchi con l’acido parteciperanno ad una manifestazione nazionale che chiederà giustizia e miglior responso dal governo.

Lo stupro sull’autobus della studentessa di Delhi ha attratto l’attenzione mondiale su che misure il sistema giudiziario deve usare per contrastare la violenza estrema. In Bangladesh questo è un grosso problema: i perpetratori di violenze si avvantaggiano dove il primato della legge non è stabile.

E’ stato difficile lavorare con le vittime di quest’orrenda violenza?

Quando ho dato inizio alla Fondazione Sopravvissute all’Acido ero traumatizzata. Per molti anni ho sempre portato una bottiglia d’acqua con me, perché temevo che il mio impegno avrebbe provocato un’aggressione simile, e per i primi tempi non riuscivo a pensare o a parlare di nient’altro. Sono fortunata, perché la Fondazione è un ambiente dove io posso esprimere le mie emozioni con altre persone, siano le mie emozioni rabbia, tristezza o gioia.

C’è qualcuno che sta seguendo il tuo esempio?

Da quando hanno visto il successo del lavoro della Fondazione con le sopravvissute, sei paesi hanno dato vita ad organizzazioni simili. Anche la legge specifica per combattere la violenza con l’acido che abbiamo proposto in Bangladesh è stata ripresa, da altri due paesi.

Le cliniche della Fondazione hanno fornito alle vittime il miglior trattamento medico in tutta la nazione, in un ambito dalle scarse risorse, e ora speriamo di agire come “centro d’eccellenza” a livello globale. Attualmente stiamo raccogliendo fondi per sviluppare la Fondazione in un complesso che comprenda una “banca della pelle”, un centro di riabilitazione ed un rifugio per coloro che hanno gravi problemi di sicurezza.

Cosa ti rende ottimista?

Lo spirito delle sopravvissute. Non vogliono pietà dall’opinione pubblica: tutto quel che chiedono è cooperazione. Parlo con donne che mi chiedono di trovar loro un lavoro mentre sono ancora nel letto dell’ospedale. Vogliono condurre esistenze indipendenti e perciò una delle cose che possiamo fare è sostenerle nell’accedere a migliori condizioni di vita.

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