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(“I made it possible for my father to buy new wives”, di Judith Spiegel per Radio Netherlands Worldwide, marzo 2013. Trad. Maria G. Di Rienzo)

 nujood

E’ fuggita dal marito. E’ corsa in tribunale. Ha ottenuto il divorzio. Il tutto all’età di 10 anni. Con la pubblicazione delle sue memorie, la yemenita Nujood Ali cominciò a rompere le barriere. Cinque anni dopo, abbiamo fatto visita a Nujood per sapere come stava. E sembra che la sua vita sia solo andata da “veramente brutta” a “un po’ meno brutta”.

La casa in cui è entro è piccola e scura. Mi trovo ad Al Hasabah, un’area di Sana’a dove si sono avuti pesanti combattimenti fra truppe governative e tribù nella primavera del 2011. Sul pavimento di nudo cemento ci sono alcuni materassi sporchi e un fusto con dell’acqua. Un filo elettrico senza lampadina pende dal soffitto. Le sole decorazioni nella stanza di quattro metri quadrati sono un poster con un auto e un altro con dei versetti del Corano.

Sono confusa. Credevo avrei incontrato una ragazza benestante, per gli standard del paese. I media l’avevano ritratta come una felice ragazzina della classe media, che frequentava una scuola privata e sognava di diventare un’avvocata. Le mie riflessioni si interrompono quando Nujood esce dall’ombra, indossando il suo vestito migliore.

“Non vado più a scuola, forse il prossimo anno.”, dice Nujood con uno sguardo di scusa, “Abbiamo dovuto scappare durante la guerra e da allora non sono più tornata a scuola. Non vivo nella casa di mia proprietà perché ci vive mio padre. Aveva l’abitudine di bastonarmi, non posso vivere con lui.” La terza moglie del padre di Nujood l’ha cacciata a calci da una casa che in effetti è sua: fu comprata con i ricavati della vendita del suo libro e l’aiuto della casa editrice.

Il libro di Nujood fu un successo. Ma non è stata lei a beneficiarne. “Mio padre riceve un’entrata mensile, credo direttamente dall’editore, ma non sono sicura. A me a volte dà 50 dollari al mese, a volte niente.”, spiega la ragazza e di colpo aggiunge, “Ho fatto in modo che lui potesse comprarsi nuove mogli.”

Una legge che stabilisse l’età minima per il matrimonio, per maschi e femmine, non ce l’ha mai fatta ad ottenere l’approvazione del Parlamento yemenita. Personalità religiose e vari gruppi sono sempre intervenuti per prevenirla. I padri, in Yemen, possono ancora dare le loro figlie in spose quando le bimbe hanno otto o nove anni. Le autorità yemenite hanno negato due volte a Nujood il permesso di viaggiare: in entrambi in casi era stata invitata all’estero per ricevere dei premi. Ma il governo chiaramente pensa che la storia di una sposa bambina di 9 anni è una di quelle che è meglio non raccontare al mondo intero. Si tratterebbe di ulteriore pubblicità negativa per un paese che già si situa in fondo alla scala quando si tratta di eguaglianza di genere.

Nujood non è arrabbiata. Pensa che questa è la vita. Sognava di diventare un’avvocata, di viaggiare, di ottenere borse di studio. Non sta accadendo. Ma Nujood tenta di vedere le cose in modo positivo: “Dopo il libro abbiamo avuto una casa e da mangiare.” Mi regala un altro dei suoi bellissimi sorrisi, mi tocca la mano, mi mostra lo smalto nero sulle unghie e vuole che la fotografi.

La 13enne (o 14enne, Nujood non è sicura) non è più sposata ad un uomo molto più vecchio di lei che la stuprava e la picchiava. Ancora spera di tornare a scuola, ma non sembra sicura al proposito. E del matrimonio che pensa, si sposerà di nuovo? “Mai. Mai, mai, mai, mai più!”

(L’editore non ha risposto alla nostra richiesta di informazioni sul motivo per cui i proventi del libro non sono pagati direttamente a Nujood e sul perché nessuno stia monitorando questa situazione.)

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“Ci rivolgiamo alla popolazione affinché si assicuri che le sue donne coprano teste e volti negli spazi pubblici. Se troviamo qualsiasi donna scoperta le spruzzeremo acido in faccia. Se scopriamo una qualsiasi ragazza mentre usa un cellulare verrà uccisa a fucilate.” Avviso affisso su tutte le moschee del Kashmir, India, nell’agosto 2012, a firma dei mujahideen di al-Qaida (Lashkar e al-Qaida).

Alle donne in Iran è ora totalmente proibito (agosto 2012) accedere a 77 corsi universitari fra cui: ingegneria, contabilità, docenza, consulenza e chimica. Inoltre, campi quali economia, amministrazione, psicologia e letteratura ridurranno le loro quote di studentesse del 30/40%.

6 settembre 2012, Kabul, Afghanistan. Le giovani attrici televisive afgane Tamana e Areza e la loro amica Benafsha sono aggredite per strada da sei uomini che le accoltellano ripetutamente. Avevano già ricevuto ripetute minacce a causa della loro professione, che le rende ovviamente assai “visibili”. Benafsha muore dissanguata fuori da una moschea (i suoi assassini vigilano affinché nessuno le presti soccorso), mentre le sorelle ferite strisciano per terra cercando disperatamente aiuto. Dimesse dall’ospedale dopo poche ore, sono state portate subito in prigione, dove hanno subito “test di verginità” e dove rimangono sino a che il pubblico ministero competente, il sig. Ghulam Dastegir Hedayat deciderà di cosa accusarle (prostituzione, immoralità, eccetera): “Dobbiamo chiarire se queste ragazze avevano relazioni illecite con qualcuno.” A seguito di questo episodio un’altra giovane attrice afgana, Sahar Parniyan, è entrata in clandestinità: “Al telefono mi hanno detto ripetutamente: puttana, tu sei la prossima. Non posso continuare a fare l’attrice in Afghanistan. I talebani sono contro le donne, ma non sono i soli. L’Afghanistan non è un paese per donne.”

La tenda nera cade senza fare rumore. Buio. Dissolvenza.

Maria G. Di Rienzo

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(Intervista a Bushra al-Maqtari, di Judith Spiegel per Radio Netherlands Worldwide – http://www.rnw.nl – 31.7.2012 – Trad. Maria G. Di Rienzo.)

 

Ordina un nescafé, un succo di mango e un pacchetto di Kamaran lights, la versione yemenita delle Marlboro lights. Accendendone una, Bushra al-Maqtari (31enne) ride ed esclama: “Kafira!” La parola significa “infedele” e la scrittrice e giornalista si sta riferendo a se stessa. Attorno al collo ha un pendente di Che Guevara. “Anche questo è kafira.”

L’ironia sembra essere la sua difesa contro il fatto che parte della società yemenita la disprezza come infedele. Ciò accade perché gli ulema – gli autoproclamati leader religiosi del paese – hanno emanato una fatwa contro di lei, in cui è accusata di apostasia.

Bushra al-Maqtari, fiera oppositrice del precedente regime di Ali Abdullah Saleh, divorziata, senza figli, è di Taiz, il centro intellettuale dello Yemen. Si tratta della città in cui hanno avuto inizio le sollevazioni nel paese, ed è un città che Bushra ama. E allora, cos’ha fatto questa minuscola donna alta un metro e sessanta per guadagnarsi una sentenza di morte?

Hanno semplicemente estrapolato alcune parole e frasi da un articolo che ho scritto.” Quelle parole dicono che Dio sembrava essere assente a Khidar, un villaggio dove i suoi concittadini di Taiz sono stati assai maltrattati durante la marcia di 260 chilometri che li portava dalla loro città alla capitale Sana’a, nel dicembre 2011. Bushra ha spiegato successivamente che non intendeva dire che Dio non esiste in assoluto, metteva in questione la sua presenza in quel giorno e in quel luogo. Ma la sua spiegazione ha incontrato orecchie sorde.

Per principio, una fatwa resta in vigore per sempre, a meno che gli ulema non la ritirino. “Usano le sentenze religiose per ragioni politiche, perché non gli piace quel che scrivo di loro.”, dice Bushra. Lei è un’oppositrice di Saleh, ma certamente non è una fan di Islah, il partito islamico di opposizione. Islah include sia moderati sia sostenitori della “linea dura”, come lo Sceicco Abdul Majeed Al Zindani, prominente membro degli ulema. “Il suo Islam è l’Islam della morte.”, dice ancora la giornalista.

La Premio Nobel per la Pace Tawakel Karman (1), fondatrice dell’organizzazione “Giornaliste senza catene”, è una sostenitrice di Islah. Di tutti gli yemeniti, se c’era qualcuno da cui ci si aspettava una dichiarazione contro la fatwa che ha colpito Bushra al-Maqtari era proprio questa “Madre della rivoluzione” ma, racconta Bushra, “Nulla. Non ha detto assolutamente nulla su questa fatwa. Del resto non ha detto nulla su molte altre questioni importanti.”

In generale, Bushra non è soddisfatta dell’attenzione riservata al suo caso in Yemen. La gente le sembra poco preoccupata per la propria libertà di espressione. “Se in Egitto chiudono una pagina di Facebook succede il finimondo. Qui, non importa a nessuno.”

Lo Yemen Times, uno dei pochi quotidiani che ha scritto della questione, sostiene che la fatwa è un aperto invito agli estremisti ad uccidere Bushra. “Naturalmente ho paura.”, dice lei, “Per un po’ ho dormito ogni notte in una casa diversa. E non posso più passeggiare per le strade.” Coprirsi con il niqab, che nasconde il viso, potrebbe esserle utile per questo, ma Bushra rifiuta di indossarne uno.

Subito dopo che la fatwa era stata emanata, Bushra è stata picchiata da un gruppo di donne nella “Piazza del Cambiamento”, il centro della sollevazione di Taiz, e 85 imam hanno organizzato una marcia su casa sua, dove hanno minacciato la sua famiglia.

Per loro, uccidermi è un biglietto per il Paradiso.”, sorride ancora e sospira, “Nessuno ascolta Bach o Mozart in questo paese. Tutto quel che ascoltiamo è violenza.”

Le sue opinioni non piacciono a molte persone. Gli altri attivisti contro il regime sono spesso di Islah e la vedono più come una nemica che come una compagna. I dimostranti indipendenti spesso non sono a proprio agio con una femminista che non è abbastanza pia per i loro gusti. Bushra ride: “Sono musulmana, che provino il contrario se ci riescono.”

Nel frattempo, un gruppetto di ragazzi e ragazze si è radunato attorno alla nostra tavola. Per loro, Bushra al-Maqtari è l’eroina locale. Vogliono fotografarsi assieme a lei. “Qui a Taiz non ci sono molti sostenitori della linea dura. Ma Sana’a la evito. Troppi salafiti, là.” E sorride.

(1) Nota della traduttrice: Così nel testo. Altri scrivono il nome come “Tawakkol”.

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(“Dear God”, di Adel Alhimi, Yemen, 24.7.2012, per http://www.mideastyouth.com – Trad. Maria G. Di Rienzo)

Caro Dio,

ti ho scritto una lettera due anni fa e non hai ancora risposto, perciò o sei indaffarato con altra gente ed altri universi, oppure hai giudicato la mia lettera un immaturo tentativo di attirare la tua attenzione da parte di una delle tue insignificanti creature – o forse non c’era niente di sbagliato nella lettera in sé, è solo che a te non te ne frega un c…o.

In effetti, la vera ragione che potrebbe spiegare la tua indifferenza al mio tentativo di attirare la tua attenzione è che tu non esisti davvero, e che per tutti questi anni io ho perso tempo parlando con la mia stessa ombra.

Oggi ho pranzato con tre decenti amici cristiani in Sudafrica. Sebbene sappiano che io vengo da un paese arabo e musulmano mi hanno invitato ad unirmi alla loro sessione di preghiera dopo il pasto. Ci siamo messi in cerchio tenendoci per mano ed abbiamo pregato ad alta voce, uno dopo l’altro. Mentre ascoltavo le loro preghiere mi chiedevo se c’era qualcuno ad ascoltarle oltre a noi. Ho sorriso ed ho mormorato a me stesso: “Che perdita di tempo, che falsa speranza, che delusione!”

Nella mia mente si è formata l’immagine di milioni di musulmani, hindu, ebrei e di tutti gli altri tipi di fedeli che pregano e pensano ci sia qualcuno ad ascoltare ciò che sussurrano, ognuno credendo di essere in qualche modo speciale, e che il suo gruppo sia stato scelto per essere l’élite. Quella notte, a letto, ho riflettuto su religioni, fedi e dei: sebbene a me appaiano come bugie costruite dagli uomini, mi dicevo, pure hanno i loro vantaggi ed i loro lati positivi. Di colpo mi si sono presentate le immagini di parti di corpi umani smembrate sulla strada, nel mio paese, lo Yemen, e la faccia dell’attentatore suicida responsabile di ciò.

L’immagine successiva era me da bambino che cantavo una canzone antisemitica, piena di odio e disprezzo per gli ebrei. Tra l’altro, sono nato in un vecchio quartiere ebraico a Sanaa ed ho sempre ammirato l’architettura ebraica. E persino da bambino mi facevo questa domanda: perché dovrei odiare qualcuno a priori, per non dire un’intera nazione? Credo che a creare questa immagine abbia contribuito la visita che ho fatto il mese scorso ad una famiglia ebrea e, non occorre dirlo, non avevano ne’ corna ne’ code come mi è stato detto quando ero piccolo.

Ricordo ancora la storia che mi narrò mia madre sugli ebrei e la figlia del Profeta Maometto: ella offrì loro del cibo, ma gli ebrei erano talmente ingrati che defecarono sui piatti e Dio li trasformò in scimmie. All’epoca mi pareva una bella fiaba e sembrava anche spiegare da dove venivano le scimmie. E andava e veniva nella mia mente mentre il mio anfitrione ebreo e sua figlia erano indaffarati a parlarmi e a darmi il benvenuto in casa loro. Allora mi sono chiesto chi ha piantato odio e sfiducia fra le persone.

Tu sai di cosa sto parlando. Sei tu, Dio, la ragione della nostra vita miserabile su questa Terra. Perciò, o non esisti (il che per me ha perfettamente senso) o esisti, ma se esisti sei uno degli esseri più infami che ci siano. Chiedo scusa per l’uso di questo termine inappropriato nel rivolgermi a Te. Tuttavia esso per me descrive accuratamente chiunque abbia reso questo mondo ciò che è, ogni divino potere che ha permesso e consentito questo gioco deprimente, doloroso e senza senso chiamato vita. Oh, e visto che ci siamo: buon Ramadan.

 

Caro Dio, forse Caino e Abele non si sarebbero uccisi così tanto se avessero avuto ognuno la propria stanza. Con me e mio fratello funziona. Larry.”

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(resoconto di Karin Råghall, 12.7.2012, trad. Maria G. Di Rienzo)

Le donne hanno svolto un ruolo centrale durante la primavera araba, ma subito dopo le sollevazioni non sono state in grado di reclamare il loro ovvio posto nella società. Perciò, è ora particolarmente importante che la comunità internazionale dia sostegno alle attiviste per i diritti umani delle donne. Questo è stato il messaggio su cui tutte le relatrici al seminario “La primavera araba: un contraccolpo per le donne?” si sono dette d’accordo.

Il seminario, tenutosi il 4 luglio scorso, è stato organizzato dalla Fondazione Kvinna till Kvinna, dall’agenzia svedese per lo sviluppo e la cooperazione internazionale Sida e da Amnesty International. Le relatrici erano Hana Al-Khamri, giornalista yemenita, Marwa Sharafeldin, ricercatrice ed attivista egiziana, Gunilla Carlsson, Ministra per lo Sviluppo e la Cooperazione Internazionale e Fredrik Uggla dell’Ambasciata svedese a Il Cairo. Annika Flensburg di Kvinna till Kvinna ha moderato la sessione.

Marwa Sharafeldin è stata critica verso il governo svedese perché da un lato vende armi al governo saudita e dall’altro fornisce sostegno agli attivisti per la democrazia ed implementa progetti per i diritti delle donne. Non ha senso, ha detto Marwa Sharafeldin, perché il governo saudita sta finanziando gruppi e movimenti – inclusi i Salafiti – che si oppongono alla democrazia ed ai diritti umani delle donne. I soldi del petrolio saudita, ha detto Marwa, sono il retroscena di molte sofferenze inflitte nel nome dell’Islam.

Il seminario ha discusso, tra l’altro, il ruolo della società civile durante e dopo le rivoluzioni, il tipo di sostegno necessario alla corrente fase di costruzione, il ruolo dei diritti delle donne e la relazione fra Islam e femminismo. “In primo luogo”, ha spiegato Marwa, “dobbiamo essere consapevoli che il patriarcato esiste al Nord e al Sud. Dobbiamo anche sapere che il patriarcato è vivo e se la passa bene sia nei contesti laici sia in quelli religiosi. La linea di demarcazione non è fra laicità e religione, ma fra l’equità di genere da un lato e l’oppressione, il patriarcato, un capitalismo feroce dall’altro, che stanno portando a rovina intere comunità.”

Marwa ha anche sottolineato che i gruppi islamici sono presenti in molte forme diverse: progressiste, fanatiche, violente o pacifiche, e che dobbiamo tenere in mente questo ogni volta in cui parliamo di Islam e femminismo, o della situazione attuale in Egitto. “E’ importante comprendere che la religione è parte del tessuto sociale della nostra società. E dovete ricordare che durante i primi 18 giorni della rivoluzione egiziana, nessuno di noi ha chiesto l’implementazione della sharia (legge islamica). Abbiamo chiesto pane, dignità, libertà e giustizia sociale. La ragione per cui Muhammad Mursi, il candidato della Fratellanza Musulmana è stato recentemente eletto Presidente, è che la Fratellanza ha fornito necessità di base alla popolazione, come l’acqua e il cibo, mentre il governo era totalmente assente. La sfida per il movimento femminista in Egitto è il lavorare all’interno del discorso religioso. Quando i conservatori attaccano i diritti delle donne dobbiamo essere in grado di rispondere loro nel loro stesso linguaggio.”

Il suo appello alle femministe svedesi che vogliano dar sostegno alle lotte delle femministe nel mondo arabo è stato questo: “Fate pressione sul vostro governo affinché cessi di vendere armi a paesi come l’Arabia Saudita.”

Hana Al-Khamri, dallo Yemen, si è detta d’accordo. Lo Yemen è vicino all’Arabia Saudita e si trova in una posizione vulnerabile ogni volta in cui il governo saudita si sente minacciato dalla richiesta di democrazia del popolo yemenita. “Un’Arabia Saudita militarmente forte sta paralizzando il processo democratico.”, ha spiegato Hana.

Sulla situazione in Yemen, Hana Al-Khamri ha detto che le attitudini verso la partecipazione delle donne alla politica variano grandemente, sia fra le donne stesse, sia fra i vari leader religiosi. E mentre alcuni di questi ultimi cominciano a mettere in discussione la partecipazione delle donne alle dimostrazioni pubbliche, dicendo loro di andare a casa e di badare ai bambini, altri definiscono un “dovere” delle donne l’essere parte di una rivoluzione. “Nonostante vi siano molti segni di un contraccolpo, per le donne, la loro partecipazione alle dimostrazioni rimane alta. Ultimamente hanno protestato contro la crescente separazione fra uomini e donne durante le manifestazioni con questo slogan: Senza donne non c’è primavera.

Marwa Sharafeldin ci ha ricordato di essere attente a come la religione è usata per scopi politici. I conservatori manipolano il fatto che le persone danno valore alla religione per ottenere i propri scopi politici. “Ci sono alternative”, ha concluso Marwa, “ed altri discorsi religiosi che sono più pluralisti, democratici ed egualitari.”

http://www.kvinnatillkvinna.se

http://www.sida.se

http://www.amnesty.org

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(“Why do they hate us?” di Mona Eltahawy, giornalista egiziana, per www.foreignpolicy.com 24.4.2012. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Di Eltahawy ho in precedenza tradotto un’intervista, qui postata il 30.11.2011 con il titolo “La nostra rivoluzione continua”)

In “Vista in distanza di un minareto”, la scomparsa e troppo dimenticata scrittrice egiziana Alifa Rifaat comincia la sua novella mostrando una donna così indifferente al sesso con suo marito che mentre quest’ultimo si concentra sul proprio piacere lei nota una ragnatela che deve spazzare via dal soffitto e rumina sul ripetuto rifiuto dell’uomo di prolungare il coito fino a che anche lei provi un orgasmo, “nel preciso intento di infliggerle una privazione”. Mentre il marito si nega per l’ennesima volta, la chiamata alla preghiera lo interrompe, e lascia la stanza. Dopo essersi lavata la donna si perde in preghiera – e la trova così più soddisfacente del sesso coniugale da non veder l’ora di pregare di nuovo – poi interrompe le sue riflessioni per preparare il caffé al marito. Nel portarglielo e nel versarlo nella tazza di fronte a lui, la donna nota che è morto. Perciò chiede al figlio di andare a chiamare un medico e: “Tornò in soggiorno e si versò del caffé. Era sorpresa dalla propria calma.”

In meno di tre pagine e mezza Rifaat mostra la triade di sesso-morte-religione, è un bulldozer che frantuma la negazione e l’attitudine difensiva per andare al cuore pulsante della misoginia in Medio Oriente. Non c’è modo di zuccherare questa cosa: non ci odiano a causa delle nostre libertà, come vuole lo stanco cliché post 11 settembre americano. Noi non abbiamo libertà perché ci odiano, come questa scrittrice araba dice con forza. Sì: ci odiano. E deve essere detto. Qualcuno potrebbe chiedersi perché tiro fuori la questione ora, mentre la regione si solleva motivata non dall’usuale astio per Stati Uniti ed Israele, ma da una comune richiesta di libertà. Dopotutto, non dovremmo pensare ad ottenere i diritti di base, prima che le donne chiedano un trattamento speciale? E cos’ha a che fare il genere, o se vuoi il sesso, con la Primavera Araba? Ma io non sto parlando del sesso nascosto dagli angoli scuri e dalle camere chiuse. Un intero sistema politico ed economico – un sistema che tratta metà dell’umanità come animali – dev’essere distrutto assieme alle altre più ovvie tirannie che soffocano il futuro della regione. Fino a che la rabbia che investe gli oppressori seduti nei nostri palazzi presidenziali non si estende agli oppressori che abbiamo per le strade e in casa nostra, la nostra rivoluzione non è neppure cominciata.

Perciò: sì, le donne hanno problemi in tutto il mondo; sì, gli Stati Uniti devono ancora eleggere una presidente; sì, le donne continuano ad essere oggettificate nella maggioranza dei paesi “occidentali”… e questo è il modo in cui di solito la conversazione si chiude quando tenti di discutere il perché le società arabe odiano le donne. Ma lasciamo un attimo perdere cosa gli Usa fanno o non fanno alle donne. Nominatemi un paese arabo, ed io vi reciterò una litania di abusi nutriti da una combinazione tossica di cultura e religione che pochi sembrano volere od essere in grado di sciogliere, e chi ci tenta viene rubricato come “blasfemo” e “offensivo”. Ma quando più del 90% delle donne sposate in Egitto – inclusa mia madre e cinque delle sue sei sorelle – hanno avuto i genitali mutilati in nome della modestia, allora dobbiamo sicuramente darci tutte alla blasfemia. Quando le donne egiziane sono soggette ad umilianti “test di verginità” solo per aver parlato a voce alta, non è il momento di stare zitte. Quando un articolo del codice penale egiziano dice che se un marito ha picchiato la moglie “avendo buone intenzioni” lei non può ottenere nessun risarcimento legale, allora che la political correctness vada all’inferno. E cosa sono, di grazia, le “buone intenzioni”? Includono legalmente ogni pestaggio che “non sia grave” o “diretto al volto”.

Questo significa che quando parliamo dello status delle donne in Medio Oriente esso non è migliore di quel che pensavate. E’ molto, molto peggiore. Anche dopo tutte queste “rivoluzioni” è opinione generale che vada tutto bene fino a che le donne sono coperte ed inchiodate nelle case, fino a che alle donne è proibita persino la semplice mobilità di guidare le proprie auto, fino a che le donne sono costrette a chiedere il permesso agli uomini per viaggiare, ed impossibilitate a sposarsi o a divorziare senza l’approvazione del loro “guardiano” maschio. Non c’è un singolo paese arabo che si situi nei primi 100 posti del Rapporto mondiale sul divario di genere. Poveri o ricchi, noi tutti odiamo le nostre donne. I confinanti Arabia Saudita e Yemen, ad esempio, possono essere ad eoni di distanza per quanto riguarda il PIL, ma sono separati di soli quattro posti nella lista summenzionata, con l’Arabia al 131° posto e lo Yemen al 135°: notate bene, su 135 paesi. Il Marocco, spesso lodato per il suo codice familiare “progressista” (un rapporto di “esperti” occidentali del 2005 lo definisce “un esempio per i paesi musulmani che mirino ad integrarsi nella società moderna”) è al 129° posto della lista: secondo il Ministro marocchino della Giustizia, nel 2010 si sono sposate 41.098 ragazzine sotto i 18 anni.

E’ facile vedere perché lo Yemen sia il paese all’ultimo posto; è un paese in cui il 55% delle donne sono analfabete, il 79% non fa parte della forza lavoro, ed un sola donna siede in un Paramento di 301 persone. Le notizie orribili di ragazze dodicenni che muoiono di parto fanno ben poco per arginare la marea dei matrimoni di bambine. Invece, i chierici bollano di apostasia chi si oppone alla pedofilia di stato, perché il Profeta Maometto – secondo loro – sposò la sua seconda moglie Aisha quando lei era bambina. In Arabia Saudita, dove il matrimonio di bambine è pure comune, le donne sono delle minori per tutta la vita, al di là della loro età o della loro istruzione. Le saudite superano di gran lunga i loro coetanei di sesso maschile nei campus universitari, ma sono ridotte al vedere uomini molto meno qualificati di loro controllare ogni aspetto delle loro vite. Sì, questa è l’Arabia Saudita, il paese in cui la sopravvissuta ad uno stupro di gruppo è stata condannata alla galera per “essere salita in un’automobile con un maschio non suo parente” ed ha avuto bisogno della grazia da parte del re per uscirne; il paese in cui una donna che ha infranto il divieto di guidare un’automobile è stata condannata a dieci frustate e di nuovo ha avuto bisogno della grazia; il paese in cui le donne non sono ne’ elettrici ne’ eleggibili ma dove viene considerato un “progresso” il decreto reale che promette di farle votare alle quasi completamente insignificanti elezioni locali, nel – trattenete il fiato – 2015. Le cose vanno così male per le donne in Arabia Saudita che queste minuscole paternalistiche pacche sulle loro spalle sono riportate con enorme delizia, mentre il monarca dietro di esse, Re Abdullah, è salutato come “riformatore”. La risposta del “riformatore” alle sollevazioni esplose attraverso la regione è stata quella di intorpidire il proprio popolo con altre elargizioni governative di questo tipo, soprattutto agli zeloti salafiti da cui la dinastia reale saudita riceve la propria legittimazione. Re Abdullah ha 87 anni. Aspettate solo che salga al trono il suo successore, il Principe Nayef, un uomo uscito direttamente dal Medioevo. La sua misoginia ed il suo bigottismo faranno sembrare Re Abdullah la femminista Susan B. Anthony.

E allora, perché ci odiano? “Perché gli estremisti si concentrino sempre sulle donne resta un mistero, per me.”, ha detto di recente la Segretaria di Stato statunitense Hillary Clinton, “Però lo fanno tutti. Non fa differenza il paese in cui si trovano o la religione che professano. Vogliono tutti controllare le donne.” E Clinton è la rappresentante di un’amministrazione che sostiene apertamente molti di questi despoti misogini. Il tentativo di controllare le donne da parte di tali regimi spesso nasce dal sospetto che, senza controllo, una donna è a un passo dalla ninfomania. Osservate il popolare chierico conservatore e conduttore televisivo Yusuf al-Qaradawi su Al Jazeera: aveva sviluppato uno straordinario attaccamento alle sollevazioni della Primavera Araba – non appena si accorse della loro portata – inflessibilmente convinto che esse avrebbero eliminato i tiranni che a lungo avvevano oppresso lui e la Fratellanza Musulmana da cui lui è spuntato. Potrei tirarvi fuori dalla Fratellanza un po’ di cose sulla Donna Insaziabile Tentatrice ma resto nel mainstream con Qaradawi, che ha un pubblico considerevole, televisivo e non. Sebbene dica che le mutilazioni genitali femminili non sono obbligatorie e abbia persino emanato una fatwa al proposito (attenzione, lui le chiama “circoncisioni”, con un eufemismo che tenta di parificarle alla circoncisione maschile), lui personalmente è “favorevole ad esse, stanti le circostanze del mondo moderno. Chiunque pensi che la circoncisione è il modo migliore di proteggere le sue figlie dovrebbe farlo. L’opinione moderata è in favore del praticare la circoncisione per ridurre le tentazioni.” Perciò, persino tra i “moderati” i genitali delle ragazze devono essere mutilati per assicurarsi che il loro desiderio sia tagliato via quando è ancora in boccio.

Quando l’Egitto ha bandito la pratica nel 2008, non è stato sorprendente che alcuni legislatori della Fratellanza Musulmana si siano opposti, ne’ che alcuni si oppongano tutt’ora, compresa la parlamentare Azza al-Garf. Ma a non sapersi controllare sulle strade sono gli uomini: che si sia in Marocco o nello Yemen la molestia sessuale è endemica ed è per il bene degli uomini che le donne sono incoraggiate a coprirsi. A Il Cairo abbiamo un vagone solo per donne, in metropolitana, per evitare le mani vaganti (o peggio) degli uomini. In Arabia Saudita ci sono innumerevoli “viali per famiglie”, strade che impediscono l’ingresso agli uomini soli. Spesso sentiamo di come le economie disastrate del Medio Oriente stiano impedendo a molti uomini di sposarsi, e c’è persino chi usa quest’argomentazione per spiegare il crescere delle molestie sessuali in strada. Nel 2008, una ricerca del Centro egiziano per i diritti delle donne rivelò che più dell’80% delle egiziane avevano subito molestie sessuali e che più del 60% degli uomini ammetteva tranquillamente di molestarle. Comunque, non abbiamo ancora sentito niente di come le economie collassanti influiscano sul potersi sposare delle donne. Le donne hanno desideri sessuali oppure no? Apparentemente, la Giuria Araba ancora non conosce le basi della biologia umana. Entrate in quella chiamata alla preghiera e nella sublimazione attraverso la religione che la scrittrice Rifaat introduce così brillantemente nel suo racconto. Proprio come i chierici di regime cullano i poveri della regione con promesse di giustizia e di vergini nubili nell’altro mondo, così le donne sono ridotte al silenzio da una combinazione mortale di uomini che le odiano nel mentre reclamano di avere Dio fermamente dalla loro parte.

Torno all’Arabia Saudita, ma non perché quando ho vissuto in questo paese all’età di 15 anni sono stata traumatizzata sino a diventare una femminista (non ho altro modo per descrivere la mia esperienza), ma perché il regno continua indisturbato a venerare un dio misogino e non ne soffre alcuna conseguenza, grazie al doppio vantaggio dell’avere il petrolio e i due luoghi più sacri dell’Islam, la Mecca e Medina. Quando io ero in Arabia Saudita, durante gli anni ’80 e ’90, esattamente come oggi, i chierici in televisione erano ossessionati dalle donne e dai loro orifizi, soprattutto da ciò che può uscire da essi. Non dimenticherò mai quello che disse che se un neonato di sesso maschile ti ha bagnata con la sua pipì puoi pregare indossando gli stessi vestiti, ma se a bagnarti è stata una neonata ti devi cambiare. Cosa ci sarà di così impuro nella pipì di una neonata, mi chiedevo. Ora lo so. Odio per le donne. E quanto le odia, le donne, l’Arabia Saudita? Abbastanza da far morire 15 ragazzine nell’incendio della loro scuola, alla Mecca, nel 2002: la “polizia morale” impedì loro di uscire dall’edificio in fiamme, ed impedì ai vigili del fuoco di salvarle, perché le ragazze non indossavano i fazzoletti e i mantelli che le donne sono obbligate ad indossare negli spazi pubblici. E niente è accaduto. Nessuno è stato processato. I genitori sono stati zittiti.

Tuttavia, questo non è un mero fenomeno saudita. L’odio islamista per le donne divampa attraverso tutta la regione. In Kuwait, dove gli islamisti hanno combattuto per anni contro l’avanzamento delle donne, si sono scagliati con tutti i mezzi contro le quattro che finalmente erano riuscite ad entrare in Parlamento ed hanno richiesto che le due senza fazzoletto indossassero l’hijab. Quando il Parlamento kuwaitiano si è sciolto e ricomposto lo scorso dicembre, un parlamentare islamista ha chiesto alla nuova Camera – priva ora di legislatori di sesso femminile – di discutere la sua proposta di legge su “l’abbigliamento decente”.

In Tunisia, il paese a lungo considerato la cosa più simile al faro della tolleranza nella regione mediorientale, lo scorso autunno il partito islamista Ennahda ha conseguito la maggioranza nel voto per l’Assemblea Costituente. I leader del partito hanno giurato di rispettare la legge tunisina del 1956 sullo status delle persone, una legge che dichiara “il principio di eguaglianza fra uomini e donne” come cittadini e cittadine, e bandisce la poligamia. Ma le docenti e le studentesse universitarie hanno cominciato ad essere assalite e minacciate dagli islamisti subito dopo, perché non portavano l’hijab, e molte attiviste per i diritti umani delle donne si stanno domandando come tutto questo parlare di “legge islamica” influirà sulla legislazione effettiva sotto cui si troveranno a vivere nella Tunisia post-rivoluzione.

In Libia, la prima promessa del capo del governo ad interim, Mustafa Abdel Jalil, fu di non toccare le restrizioni che lo scomparso dittatore libico aveva posto sulla poligamia. In caso stiate pensando a Muammar al-Qaddafi come ad un illuminato di qualche tipo, vi ricordo che sotto il suo regime le bambine e le donne che sopravvivevano agli stupri o che erano sospettate di “crimini morali” venivano scaricate nei “centri di riabilitazione sociale”, vere e proprie galere da cui non potevano uscire a meno che un uomo decidesse di sposarle o i parenti di riprenderle in famiglia. E poi c’è l’Egitto. L’Egitto dove, a meno di un mese dalla caduta del presidente Hosni Mubarak, la giunta militare che lo ha rimpiazzato – nello sforzo di “proteggere la rivoluzione” – ci ha inavvertitamente ricordato le due rivoluzioni di cui le donne hanno bisogno.

Dopo aver ripulito Piazza Tahrir dai dimostranti, i militari hanno incarcerato dozzine di attivisti femmine e maschi. I tiranni opprimono, picchiano e torturano tutti, lo sappiamo. Ma questi ufficiali hanno riservato un trattamento speciale, il “test di verginità”, alle attiviste: violenza sessuale camuffata da ispezione medica, con un dottore che inseriva le dita nelle loro vagine in cerca di imeni. (Il dottore è stato denunciato e prosciolto senza danni in marzo.) Cosa possono sperare le donne dal nuovo Parlamento egiziano, dominato com’è da uomini fermi al settimo secolo? Un quarto dei seggi parlamentari sono dei salafiti, i quali credono che mimare gli usi e costumi dell’epoca del Profeta Maometto sia una prescrizione adeguata ai tempi odierni. Lo scorso autunno, sui loro manifesti elettorali, i salafiti del parito Nour hanno messo un fiore al posto di ognuna delle facce delle loro candidate. Le donne non devono essere viste o udite, persino le loro voci sono una tentazione, perciò se ne stanno nel Parlamento egiziano, coperte di nero dalla testa ai piedi e non si sognano di spiccicare una parola. Questo nel bel mezzo della rivoluzione egiziana! Una rivoluzione in cui le donne sono morte, sono state picchiate, colpite da armi da fuoco, assalite sessualmente, nel mentre lottavano fianco a fianco con gli uomini per liberare il paese dal Patriarca con la maiuscola, Mubarak: e ancora ci sono così tanti patriarchi con la minuscola ad opprimerci.

La Fratellanza Musulmana, che detiene quasi la metà dei seggi nel nostro nuovo e rivoluzionario Parlamento, non crede che le donne (e nemmeno i cristiani, se è per questo) possano aspirare alla presidenza. La donna che guida il “comitato femminile” del partito ha detto di recente che le donne non dovrebbero protestare o sfilare in manifestazione perchè “è più dignitoso se i loro mariti o i loro fratelli protestano in nome loro”. L’odio per le donne è profondo nella società egiziana. Quelle di noi che hanno marciato e dimostrato hanno dovuto navigare attraverso una marea di aggressioni sessuali, sia da parte degli uomini del regime sia, tristemente, da parte dei nostri compagni rivoluzionari. Quel giorno dello scorso novembre in cui subii le aggressioni sessuali sulla Strada Mohamed Mahmoud (vicino a Piazza Tahrir) da almeno quattro poliziotti antisommossa, ero stata in precedenza molestata da un uomo nella stessa Piazza. E sebbene noi si sia svelte nell’esporre le violenze del regime, quando siamo violate dai nostri civili concittadini subito pensiamo che siano agenti provocatori o delinquenti comuni, perché non vogliamo “macchiare” la rivoluzione.

E allora che c’è da fare? In primo luogo smettiamo di far finta di niente. Chiamiamo l’odio con il suo vero nome. Resistiamo al relativismo culturale essendo consapevoli che persino nei paesi in cui si danno rivoluzioni e sollevazioni le donne restano le merci di scambio più a buon mercato. A voi – al mondo esterno – verrà detto che è la nostra “cultura” o la nostra “religione” a fare questo o quello alle donne. Cercate per favore di capire che quelle definizioni di cultura e religione non sono mai state stabilite dalle donne.

Le sollevazioni arabe possono aver avuto la loro scintilla in un uomo arabo, Mohamed Bouazizi, l’ambulante tunisino che si diede fuoco per disperazione, ma saranno portate a compimento dalle donne arabe. Amina Filali, la ragazza sedicenne che ha bevuto veleno dopo essere stata costretta a sposare il suo stupratore e picchiatore: lei è la nostra Bouazizi. Salwa el-Husseini, la prima donna egiziana ad opporsi ai “test di verginità”; Samira Ibrahim, la prima a denunciarle in tribunale, e Rasha Abdel Rahman, che ha testimoniato al suo fianco, queste sono le nostre Bouazizi. Non abbiamo bisogno che muoiano per essere tali. Manal al-Sharif, che ha passato nove giorni in prigione per aver infranto il bando che il suo paese mette alle donne automobiliste, è la Bouazizi dell’Arabia Saudita. E’ una forza rivoluzionaria composta da una sola donna che si oppone ad un oceano di misoginia. Le nostre rivoluzioni politiche non avranno successo sino a che non saranno accompagnate da rivoluzioni del pensiero: rivoluzioni sociali, sessuali, culturali, che rovescino i Mubarak che abbiamo in testa o nel letto.

Tu lo sai perché ci hanno fatto il test di verginità?”, mi ha chiesto Ibrahim dopo che avevamo marciato per ore, a Il Cairo, lo scorso 8 marzo, per onorare il Giorno Internazionale della Donna. “Vogliono ridurci al silenzio.”, le ho risposto, “Vogliono ricacciare le donne nelle case. Ma noi non ci faremo mandare da nessuna parte.”

Siamo qualcosa di più di un fazzoletto in testa e di un imene. Ascoltate le voci di quelle di noi che stanno lottando. Amplificate le voci della regione e infilate all’odio il dito in un occhio. C’è stato un periodo in cui essere un islamista era la posizione politica più vulnerabile, in Egitto o Tunisia. Sappiate che oggi la posizione politica più difficile è essere donna.

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Se si parla di vedove la prima immagine che si genera nelle nostre menti è quella di donne anziane, o comunque adulte, ma milioni di vedove, al mondo, sono bambine. A volte non hanno più di otto anni. Non viste, non contate nei rapporti internazionali, vivono per lo più in remote aree rurali dell’Africa e dell’Asia del sud, ma dire che “vivono” è quasi un’esagerazione. Generalmente, per il loro status di vedove, è decretata la “morte sociale”. Sposate a forza in età infantile ad uomini adulti e anziani, private dei loro diritti umani alla salute, all’istruzione, alla protezione dalla violenza sessuale e dallo sfruttamento economico; prematuramente incinte, ben prima che i loro corpi siano pronti a tale esperienza; se sopravvivono alle lesioni dovute ai rapporti sessuali, ai parti prematuri, alle fistole, alle botte, all’Aids, si rimprovera loro di essere così sfacciate da sopravvivere anche ai mariti. Se hanno figlie, la loro “disgrazia” si trasmette ad esse senza scampo: una vedova povera, senza diritti ereditari su terra o beni, può essere facilmente costretta a vendere la sua bimba in un matrimonio precoce. Nel frattempo, per mantenerla, di solito vende se stessa per strada o in qualche bordello. Naturalmente, nel caso “fortunato” in cui i parenti del marito non l’abbiano buttata per strada, la piccola vedova può fare la serva in casa propria immersa nel disprezzo più totale.

E’ difficile avere statistiche precise, stante gli scarsi sforzi dei governi e della comunità internazionale nell’occuparsi del problema, ma è ormai accertato che Yemen, Tanzania, Afghanistan ed Etiopia sono fra i paesi con la più alta incidenza di vedove bambine. La nazione che si situa in cima alla lista è il Nepal, ma forse, dicono i ricercatori, è solo perché il gruppo “Women for Human Rights – Single Women’s Group” (WHR SWG), un’associazione di vedove, si è presa la briga non solo di cercare di contarle, ma di cercare di fornir loro soccorso, protezione, alloggi, cibo, cure sanitarie, istruzione e lavoro. Il compito che le donne di WHR SWG si sono assunte, reso ancora più arduo dallo stigma sociale posto sulle giovanissime vedove, ha avuto un’insperata e felice mano d’aiuto un paio d’anni fa, grazie alla giornalista Yemi Ipaye ed alla regista Katherine Chrucher, che sulle piccole vedove hanno girato per la BBC il documentario “Nepal: le morte viventi”. “La mia più grande preoccupazione era il timore di mettere queste ragazze a rischio di ulteriori abusi.”, dice Ipaye, “Già era difficile farle parlare delle loro esperienze. Se descrivevano apertamente ciò che stava accadendo loro era inevitabile che accusassero le famiglie dei loro mariti di violenza e sfruttamento, e queste famiglie avrebbero potuto vendicarsi dopo che la telecamera se n’era andata.”

Può sembrare strano che le “bekalayas”, come le giovani vedove nepalesi sono chiamate, debbano essere perseguitate dalla loro stessa comunità per un fatto, la morte del marito loro imposto, di cui non hanno responsabilità alcuna, ma come spiegò ad Ipaye un influente sacerdote Hindu, molti credono che queste creature abbiano fatto qualcosa di così orrendo nella loro vita precedente da meritare la maledizione della presente miserabile esistenza come vedove bambine. Le femministe del Nepal aggiungono che questa è la vernice, assai appiccicosa, con cui la questione dei diritti umani delle donne e delle bambine viene coperta, una questione che ha che fare con il possesso della terra ed in genere con il potere: su una bimba si può averne di assoluto.

“Il mio primo shock fu l’incontro con Gita.”, dice ancora Ipaye, “Aveva 13 anni ed era diventata una vedova a 10: più esattamente, era diventata la schiava domestica dei suoi parenti acquisiti. Poi ho incontrato Bobita, che di anni ne aveva 14 ed aveva un figlio neonato fra le braccia: era pateticamente rassegnata a vivere in un limbo, con la sola speranza che crescendo il figlio l’avrebbe protetta e riscattata. Manu, vedova di guerra a Kathmandu, viveva fra le ombre come un fantasma: è stato difficile per me venire a patti con la sua storia, aveva dovuto fare cose inimmaginabili per sopravvivere.”

La vita delle vedove bambine è anche regolata da restrizioni formali: non possono indossare abiti colorati o chincaglieria e devono portare solo vesti bianche; è loro proibito presenziare a feste o celebrazioni familiari come i matrimoni; non devono mangiare pesce o carne. Insomma, devono scomparire a livello sociale. Le donne di WHR-SWG hanno sfidato queste consuetudini istruendo le vedove ed insegnando un mestiere alle più grandi: le ragazze si sono entusiasticamente cimentate in corsi per lavori non tradizionali e oggi riparano biciclette e telefoni cellulari, o guidano taxi. Per di più, tendono a formare cooperative ed il fatto di essere insieme fornisce loro un’attitudine del tutto diversa. Non solo molte hanno preso a vestirsi come vogliono ecc., ma hanno anche inscenato una clamorosa protesta contro il governo che intendeva pagare degli uomini per sposarle di nuovo. “E’ stato un momento di vera ispirazione. Una marcia senza precedenti per il paese.”, ricorda Ipaye, “Ma fu subito chiaro che la lotta era seria: il Ministro responsabile di questa proposta mi disse personalmente che non l’avrebbe ritirata.” Per questo, chiedendo che i loro diritti umani siano riconosciuti e garantiti, bimbe e ragazze e donne vedove, in Nepal, stanno continuando a protestare.  Maria G. Di Rienzo

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L’11 ottobre scorso, commentando l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace, Abigail Disney ha presentato il suo nuovo lavoro. Il testo che segue è un estratto dal suo articolo. Abigail è l’autrice del film “Pray the devil back to hell” che documenta la lotta per la pace delle donne liberiane. Ora ha creato “Women, War and Peace”, una serie televisiva in cinque puntate che narra i ruoli delle donne nei contesti di conflitto armato, in onda dall’11 ottobre all’8 novembre.

http://video.pbs.org/video/2074770753/

Cinque anni fa, quando andai in Liberia, non avevo idea che il mio ruolo successivo sarebbe stato documentare e celebrare le donne che costruiscono la pace. Ma una storia di lotta e trionfo dopo l’altra, una storia di guida e sopravvivenza dopo l’altra, seppi che c’era qualcosa sotto la superficie della liberazione del paese che necessitava di essere portato alla luce.

Due anni più tardi, uscì il documentario “Pray the Devil Back to Hell”: parla di un gruppo di donne coraggiose ed ispirate – in semplici magliette bianche – che uniscono le loro forze attraversando regioni e religioni, per chiedere la pace. La loro leader, Leymah Gbowee, era  intuitiva e innovativa. I suoi piani brillanti, le sue tecniche semplici ed efficaci, ed il messaggio diretto: le donne liberiane vogliono la pace.

Oggi è un giorno di cui tener nota, che celebra donne notevoli. L’attivista e giornalista Tawakkul Karman è la prima donna araba a vincere il Premio Nobel per la Pace. E’ stata detenuta in Yemen all’inizio di quest’anno e ha detto che il riconoscimento a lei conferito è una vittoria per il suo paese e per l’intera “primavera araba”. Ellen Johnson Sirleaf è stata premiata con il Nobel per aver condotto in avanti un paese devastato. Leymah Gbowee ha vinto in nome di tutte le sue sorelle nei movimenti pacifisti dell’Africa occidentale.

Ci sono delle Leymah, delle Ellen e delle Tawakkul in tutto il mondo. Ed è sperabile che questo primo riconoscimento farà vedere quanto trasformative sono le donne per la pace e la democrazia. Dopo il documentario, ho capito quale era il mio compito: raccontare le storie delle donne che costruiscono la pace. Il risultato è “Women, War e Peace”, che va in onda sulla rete PBS. Nel costruire la serie televisiva con le co-creatrici Pamela Hogan e Gini Reticker, ho avuto il privilegio di conoscere alcune di queste costruttrici di pace.

Tramite loro, e tramite anni di ricerche, ho finito per comprendere cosa significa costruire la pace. Cosa connette le costruttrici nella decisione collettiva del creare la pace nei loro rispettivi paesi. Come individui sono tutte speciali ed uniche, ma come costruttrici di pace mettono radici nella somiglianza con le altre. Sono orientate all’azione, “fattrici”, creatrici. Coloro che costruiscono la pace si guardano intorno e non solo credono ci si possa muovere fuori dalla guerra e dal caos, ma prendono decisioni per portarci là. La pace è la scelta attiva di vivere in comunione con gli altri.

So che tutti noi possiamo svolgere un ruolo nei movimenti che costruiscono la pace. Possiamo essere tutti costruttori di pace: di taglia piccola, media o grande. Possiamo respingere l’estetica della violenza e l’infinita romanticizzazione del combattimento che sta alle fondamenta del complesso industriale hollywoodiano. Possiamo scegliere di agire. Imparare di più. Fare di più. Possiamo scegliere di vivere nella comunità globale costruendo pace.

Oggi è un giorno straordinario per le donne costruttrici di pace. Facciamo in modo che non sia l’ultimo. (Trad. Maria G. Di Rienzo)

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(estratto di un articolo di Holly Kearl per The Women International Perspective, 15.4.2011, trad. e adattamento di Maria G. Di Rienzo. Holly Kearl lavora per l’Associazione americana delle donne universitarie a Washington, DC. E’ autrice del libro “Street Harassment: Making Public Places Safe and Welcoming for Women” (Praeger Publisher, 2010), e la fondatrice del sito www.stopstreetharassment.com

Ha scritto articoli per The Huffington Post, The Guardian, AOL, Forbes e Ms.)

 

 

 

Cos’hanno in comune una donna di Bangalore, India, che aspetta un autobus ad un angolo di una strada affollata, un’adolescente del Queens di New York, vestita della sua uniforme scolastica, che aspetta il treno della metropolitana, e una ventenne di Drammen, Norvegia, che infagottata nel suo cappotto invernale torna a casa da sola dopo aver fatto visita ad un’amica?

Per tre anni, donne come queste, da trenta diversi paesi, hanno condiviso le storie delle molestie da loro subite sul mio blog “Stop Street Harassment” (Mettiamo fine alle molestie in strada). Nei loro interventi riferiscono dettagliatamente gli espliciti commenti sessuali, i rimarchi sessisti, i toccamenti, i gesti volgari, i fischi e le masturbazioni pubbliche che gli uomini impongono loro sulle strade, sui trasporti pubblici e nei negozi: solo perché sono femmine e si trovano in uno spazio pubblico.

Dopo aver scritto la mia tesi di laurea sulle molestie di strada quale studente della “George Washington University”, ho deciso che volevo fare di più rispetto a questo problema. Attraverso il blog, fornisco uno spazio dove persone da tutto il mondo possono condividere le loro esperienze ed aumentare la consapevolezza su quest’istanza globale. “Stop Street Harassment” è una piattaforma dove scambiare idee su come maneggiare la questione, che si sia fatto esperienza delle molestie o che si sia testimoni di esse.

I pochi studi a disposizione mostrano che la prevalenza delle molestie di strada è davvero alta. Più dell’80% delle donne ne hanno fatto esperienza in Canada ed Egitto; India e Yemen portano la cifra al 90%. E in solo due indagini condotte ad Indianapolis (Indiana) e nella Bay Area della California la cifra sale al 100%.

Mi sento oltraggiata da questa faccenda perché, a differenza di altre forme di aggressione, le molestie di strada sono riportate come complimenti, o seccature minori, o colpa delle donne stesse. Le molestie in strada sono un’istanza seria: impediscono alla donne di avere lo stesso accesso degli uomini agli spazi pubblici, o del sentirsi in essi benvenute e a proprio agio quanto gli uomini. Le molestie costringono le donne a stare costantemente in guardia, a controllare i dintorni, a nascondersi, ad evitare i contatti tramite sguardo e ad avere il cellulare sempre pronto in caso di bisogno.

E questi sono i dati delle mie ricerche: su base mensile, il 45% delle donne evita di trovarsi in spazi pubblici la sera, ed il 40% evita di trovarvisi da sola. Una su cinque ha cambiato casa per evitare le molestie e una su dieci ha cambiato impiego perché i molestatori le seguivano lungo il percorso casa-lavoro.

A volte mi sento disperata per la vastità della questione. Lo scorso anno, ho avuto l’idea di organizzare un giorno internazionale d’azione per far conoscere la pervasività delle molestie in strada e per contribuire a rompere il silenzio che le circonda. Ho pensato di dichiarare il 20 marzo, giorno dell’equinozio di primavera, Giorno contro le molestie in strada. Speravo di trovare 500 persone che volessero fare qualcosa il 20 marzo: condividere le loro esperienze, parlare ai membri delle loro famiglie della questione, e magari organizzare un evento o una manifestazione. Mi è stato subito chiaro che avevo toccato un nervo scoperto, perché gente da tutto il mondo sembrava aver atteso proprio quest’occasione per mettersi insieme e affrontare la cosa. Sono rimasta stupefatta dal numero di azioni organizzate, e dalle oltre 1700 persone che mi hanno risposto su Facebook dicendomi che si sarebbero impegnate.

Il 20 marzo non sono quasi riuscita a staccarmi dal computer tanti erano i messaggi, i post, le foto inviate dalle attiviste e dagli attivisti: Praga, Città del Messico, Il Cairo, Sudafrica, Canada, Trinidad e Tobago, Nuova Delhi. L’incredibile successo del Giorno contro le molestie in strada, ed il continuo flusso di persone che mi contatta dicendo: “Se l’avessi saputo avrei partecipato anch’io.”, significa che vi saranno altri Giorni simili negli anni a venire. E io so che ogni anno gli eventi saranno più vasti, con ancora maggior partecipazione, perché collettivamente ci rifiutiamo di restare in silenzio rispetto a questo problema e decidiamo di agire, di condividere le nostre storie, di chiedere che le aggressioni finiscano.

 

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Il vento del cambiamento ha cominciato a soffiare in Tunisia, ma poi si è diffuso in Egitto, Libia, Yemen, Algeria, Sudan, Bahrain, Siria… e voci di donne cantano nel vento.

 

“Le donne tunisine hanno partecipato ad ogni singola manifestazione prima e dopo la caduta del regime di Ben Ali, cercando un ruolo nuovo per il futuro e tentando di ottenere che le loro voci fossero ascoltate.”, dice Hedia, quarant’anni, responsabile della raccolta dati per il Centro di istruzione e ricerca delle donne arabe in Tunisia, “Rappresentano generazioni diverse ed hanno retroscena molto differenti, ma c’erano tutte, quelle con l’hijab e quelle con la minigonna. C’è una consapevolezza molto alta, fra le donne, del fatto che dovremmo muoverci per non essere escluse o marginalizzate. Nonostante l’intensa partecipazione alle proteste, la presenza delle donne nel primo e nel secondo governo provvisorio che si sono formati non la riflette.”

Le fa eco l’attivista egiziana Amal Sharaf, insegnante d’inglese 36enne: “Metà delle persone presenti in Piazza Tahrir erano donne. C’è una generale richiesta, nell’opinione pubblica, di partecipazione collettiva alla politica, perciò anche le donne devono farne parte. Mia madre mi ha detto per anni di star lontana dalla politica, perché secondo lei ci avrei guadagnato solo dei mal di testa, ma oggi la sua prospettiva è cambiata: Stai attenta alla controrivoluzione, mi dice un po’ scherzando e un po’ sul serio.”

Nel frattempo, le siriane mettono le mani avanti: “Il nostro motto è “Per una società libera dalla violenza e dalla discriminazione”, perciò condanniamo l’uso della violenza da qualunque parte arrivi. Il governo dev’essere responsabile per le azioni delle sue forze di sicurezza, non solo con la retorica, ma attraverso un’indagine reale e trasparente che riguardi chiunque agisca in modo violento. L’uso o persino la minaccia della violenza da parte dei manifestanti è anche per noi interamente inaccettabile. Il fine non giustifica i mezzi. Il nostro scopo è una cittadinanza autentica, che contrasti ogni uso di violenza o divisione etnica e tribale. Diamo il benvenuto ad ogni progresso nella pratica della cittadinanza, perché crediamo che essa aiuti la causa della nonviolenza e le istanze relative alle donne, ai bambini ed alle persone in difficoltà. Infine, condanniamo nel modo più assoluto ogni persona o gruppo che impieghi retorica settaria, etnica o tribale: confinarsi in tali identità ristrette va contro l’aspirazione di ogni cittadino e cittadina siriani che vogliono godere del loro diritto fondamentale all’eguaglianza, eguaglianza di diritti e di doveri, al di là della razza, della religione, del genere o di ogni considerazione discriminatoria.” (tratto dal comunicato dell’Osservatorio delle donne siriane, 23.3.2011)

Un’altra Amal (Basha), yemenita del Forum delle sorelle arabe per i diritti umani, sembra avere la stessa visione: “Una vera democrazia significherà necessariamente eguali diritti ed eguale partecipazione per uomini e donne. Alle donne nel nostro paese non è permesso prender parte alle decisioni, non sono riconosciute come uguali esseri umani e non sono nei posti dove meriterebbero di essere per capacità e qualifiche. La discriminazione è il nostro grande problema: verso le donne, fra uomini, fra nord e sud del paese. Quel che c’è di positivo nel movimento in Yemen è che la chiamata al cambiamento ha unito le persone da nord a sud. In questo momento, tutti gli yemeniti vogliono un cambiamento. Le richieste di separazione da parte del sud del paese sono cessate. La richiesta è la stessa da parte di tutti: cambiamento, cambiare il regime, cambiare il sistema. Un paese moderno, rispetto per la legge, una Costituzione che rifletta la volontà del popolo ed assicuri il bilanciamento fra i vari poteri: questo è ciò che la gente chiede, metter fine all’oppressione, alla carcerazione di migliaia di persone, e all’uso della guerra come mezzo per risolvere i problemi.”

Amal Basha, assieme ad una ventina di organizzazioni di volontariato, organizza l’assistenza alle manifestazioni pacifiche, composte per la maggioranza di studenti: hanno creato comitati per la salute, per il coordinamento fra dimostranti, per l’informazione, per la protezione dalla violenza. Amal è un po’ preoccupata dalla scarsa visibilità internazionale della protesta: “La comunità internazionale non deve tacere su quel che accade in Yemen. La gente in Libia ha dovuto fronteggiare una repressione brutale e non vogliamo che quel che sta succedendo in Libia succeda anche a noi.”

Attenta agli sviluppi nei vari paesi arabi è anche la tunisina Hedia: “Al di là di quel che sarà il risultato delle proteste in ogni nazione o di che impatto la partecipazione delle donne ha ora, il vero indicatore sarà quanto la loro partecipazione nel fare la storia si rifletterà nel partecipare dopo al processo decisionale. Questa è la cosa più importante, ciò che verrà.”

Maria G. Di Rienzo

(Fonti: Gulf News, Women Living Under Muslim Laws, The Guardian, Syrian Women Observatory, Sisters’ Arab Forum for Human Rights)

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