(“Raped because she was a girl”, di Sisonke Msimang (in foto) della “Rete Sonke per la giustizia di genere”. Il pezzo è stato anche pubblicato dal Mail Guardian il 7.2.2013 con il titolo “As long as we exist, we will be raped”. Trad. e nota introduttiva Maria G. Di Rienzo.
L’articolo si riferisce allo stupro di gruppo, alla mutilazione e alla morte della 17enne sudafricana Anene Booysen. Uno dei medici che hanno tentato di salvarla ha dichiarato ai giornali che uno dei suoi stupratori “ha messo la mano dentro il suo corpo e ha tirato fuori gli intestini. Per questo non è sopravvissuta.” La madre è riuscita a stento a riconoscere il cadavere: “La mia bambina era completamente viola. Tutte le sue dita erano spezzate, le sue gambe erano spezzate. Il ventre era stato aperto, la gola era stata tagliata.” Prima di morire, Anene ha identificato uno dei suoi assassini: è il 22enne Jonathan Quinton Davids, il suo ex fidanzato.)
Ho letto un articolo giovedì mattina. Diceva: “La vittima è stata aperta dallo stomaco ai genitali e gettata via.” La radio è piena di questa storia. Piena di politici e opportunisti che tentano di sconfiggersi l’un l’altro a chi fa la voce più alta. Come lamentatori da funerale. Ma finirà, lo spettacolo.
E ci saranno marce e petizioni. Ci saranno dichiarazioni e rabbia. Ma succederà ancora. Sino a che lo shock diverrà per noi abitudine. Accadrà ancora. Sino a che le nostre ossa saranno polvere e i nostri denti frantumati nella sabbia. Accadrà e accadrà. A meno che non inventiamo un modo per smettere di essere donne. A meno che non troviamo un modo per smettere di sanguinare tra le gambe. Sino a che esisteremo, ci stupreranno.
Per cui, no, non vado in manifestazione. Non credo che marciare fermerà questa guerra. Piangerò, come faccio già da tutta la mattina. E forse, comincerò a percepire la mia via d’uscita da una consapevolezza tremante e pesante dopo aver parlato con altri. Con le madri e le sorelle, con i fratelli e padri che, come me, hanno figlie e sorelle. Perché c’è solo questo: una consapevolezza vuota e morta che ha sempre bussato al mio cuore. Nel minuto stesso in cui lei nacque si insediò nel ritmo del mio respiro: crescere una bambina in questo mondo, crescerla forte e in salute e orgogliosa, assicurarmi che sopravviva e poi insistere sino allo sfinimento perché rida, balli, pensi e sogni – è scegliere allo stesso tempo il sentiero più gioioso e quello che più ti spezzerà il cuore. E’ sfidare il fato ogni singolo giorno, è aver paura che il suo fiato sia prima o poi strozzato da qualcuno. E’ vivere con l’orribile prospettiva che quella potrebbe essere tua figlia.
Anene è stata violata e mutilata perché era femmina. Erano la sua vagina e i suoi seni che volevano distruggere. Erano il suo modo di camminare e di parlare. Era il suo essere una ragazza. Queste parti di lei sono state fratturate e tagliate e smembrate non da mostri, ma da amici. Ognuna delle sue dieci dita è stata spezzata.
Dieci dita nelle mani, dieci nei piedi. Baciavo la mia bimba sino a che si addormentava. Dieci e dieci dita: le contavo quando era appena nata, solo per assicurarmi che lei fosse vera. C’era amore nello spazio fra le dita. Mi commuovevo mentre la pesavo: così piccola, così forte.
Stanotte, le bacerò il collo in bagno e lei si ritrarrà da me: “Smettila, mamma.”, e le pizzicherò il sederino bagnato e lei scoppierà a ridere. Stanotte lei sarà al sicuro. Ma loro non smetteranno di uccidere femmine.
E io morirò difendendola. Buttino pure le mie ossa nella terra. Mi frantumino i denti sul suolo. Solo questo fermerà la guerra: che noi si sia pronte a morire, che i nostri corpi siano barricate contro le mani che non dovrebbero essere là, contro i coltelli che tagliano, le pistole che infilano piombo nei corpi. Che lo infilino in me. In noi.
La madre di Anene ha detto che se non avesse visto le sue scarpe non avrebbe riconosciuto la propria figlia. I suoi intestini? I suoi intestini nella polvere.
Dio ci aiuti. E se Dio non vuole, saranno le donne ad essere barricate. Gli uomini ci seguiranno.














