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“Per me, il teatro è un microcosmo del mondo. Ti allena a risolvere problemi, ti permette di costruire relazioni, ti chiede comunicazione efficace. Come regista, tu devi essere oggettiva e distaccata ed allo stesso tempo intensamente umana; devi essere coraggiosa, e appassionata, nel creare la vita.

Il teatro, assieme alla mia famiglia ed ai miei amici, mi ha aiutata durante periodi estremamente difficili. E’ stato il mio santuario durante l’anno in cui a mia madre fu diagnosticato un tumore al cervello, i miei affari fallirono e chiusi una relazione d’amore. Concentrarmi sul lavoro che amavo mi diede uno spazio fisico e mentale in cui potevo ritirarmi, lasciar correre libera la mia creatività, e guarire. Ciò restaurò la mia fede nel potere dell’immaginazione, della creazione e della passione.

Tramite il mio lavoro nel teatro sto imparando a gestire me stessa, ad abbracciare la vita ogni giorno, a non temere il fallimento e a guardare ad ogni avversità come ad una sfida da superare.

Il mondo diventa un posto leggermente migliore ogni qualvolta una persona migliora.” Loretta Chen, regista, Singapore (ha diretto, fra gli altri, I monologhi della vagina, 251, Victor/Victoria).

Quando parla di guarigione, Loretta Chen non pensa solo alla propria: il suo secondo lavoro, volontario, è il soccorso delle vittime del traffico di esseri umani: “Stavo seduta in quell’automobile che viaggiava nelle periferie della Cambogia e non ero mai stata così spaventata in vita mia. Le bambine e le ragazze continuavano a tremare per giorni e giorni dopo che le avevamo tolte dalle strade e condotte nei rifugi. Il mondo non sta prestando abbastanza attenzione a quel che davvero succede. Abbiamo tolto dai bordelli bambine che ci lavoravano a quattro anni. Questo deve finire. Non è qualcosa che accade solo nei paesi poveri o in quelli del cosiddetto “terzo mondo”, accade ovunque. Si stima che il totale delle creature minori di 18 anni, rapite o vendute per lo sfruttamento sessuale o lavorativo, sia di un milione e duecentomila. Soffrono abusi di tutti i tipi, sono picchiate e stuprate. Riuscite ad immaginare una bambina che vi è cara in quella situazione?”

Dall’8 all’11 marzo Loretta è a Toronto, a dirigere la nuova piece teatrale “The F-WORD”. “La parola F” è un modo comune, nei paesi di lingua inglese, di indicare la riluttanza a nominare il femminismo. Scritta da Jennifer Phillips (che è anche coreografa), la piece si presenta come “la potente cronaca di tutte le cose che cominciamo per F”, il che in inglese include: “divertimento, velocità, furia, morbido, femminile, fantastico! Voi ci dite la parola, e noi ve la renderemo in effe!”

“The F-WORD” ha avuto la sua premiere all’Edinburgh Fringe Festival nell’agosto 2011 ed ha ricevuto il Premio Libertà d’Espressione da Amnesty International. Maria G. Di Rienzo

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Fuggivano dalla povertà, da matrimoni imposti, da vite di servitù: sono le donne che hanno costruito Singapore. Da Shansui (Samsui) – nella provincia di Guangdong in Cina – cominciarono ad arrivarne alcune migliaia nel 1910; fra il 1934 ed il 1938 ne giunsero circa 200.000, ed altre continuarono ad unirsi fino al 1949.

“Ci sentiamo sia orgogliose sia tristi quando pensiamo alle donne Samsui, le donne di monte (sam) ed acqua (sui). – dicono le donne di Singapore nelle interviste – Mentre altre immigrate cinesi erano domestiche o prostitute, le donne Samsui erano muratrici, costruttrici. Restavi meravigliata a vederle, giovani e forti, nei loro abiti da fatica blu, con il grande cappello rosso che le proteggeva dal sole. Lavoravano duro, e tutto quello che guadagnavano lo mandavano alle loro famiglie in Cina: le donne Samsui avevano scelto di non sposarsi, amavano la loro indipendenza, e rimanevano single tutta la vita. Si spostavano da un cantiere a un altro sino a che non erano troppo anziane per lavorare: ma dopo una vita di fatiche, il massimo che una donna Samsui riusciva a possedere erano un paio di orecchini.”

 

Gli edifici della Singapore moderna, gli alti palazzi costruiti durante gli anni ’50 e ’60 dello scorso secolo, sono il frutto del lavoro delle Samsui. La maggior parte di esse non aveva neppure vent’anni quando cominciava a portare mattoni e a scavare.

La targa accanto alle statue di Maxwell Road, opera del 1999 di Liu Jilin (visibile sotto), le ricorda così:

“Dalla provincia di Samsui, in Cina, emigriamo giovani e frugali.

Nella Città del Leone a Nanyang, lavoriamo e lottiamo.

Per cercare impiego e per cercare fortuna per le nostre famiglie

noi fatichiamo e sudiamo.

Testimoniamo la costruzione di Singapore,

nostro orgoglio e nostro futuro.”

 

Possa la storia non dimenticarle. Maria G. Di Rienzo

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