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(tratto da: “Teresa Forcades, a nun on a mission”, di Giles Tremlett per The Guardian, 17.5.2013. Trad. Maria G. Di Rienzo. Teresa Forcades, suora benedettina, è nata a Barcellona nel 1966. E’ laureata in medicina e teologia e autrice di “Els crims de les grans companyies farmacèutiques” (I crimini delle grandi compagnie farmaceutiche) “La Trinitat avui” (La Trinità oggi) e “La teologia feminista en la història” (Teologia femminista nella storia). E’ diventata molto popolare nel 2009, durante la pandemia H1N1 – influenza suina, contestando in un video la ricerca e la produzione del vaccino relativo.)

Teresa Forcades

Il contachilometri dell’ammaccata Peugeot color argento di Teresa Forcades segnala 130 all’ora, ma la monaca radicale più famosa di Spagna è così impegnata a parlare che sembra ignara del segnale che limita la velocità a 80km orari sulla strada che dal suo convento benedettino serpeggia lungo il Montserrat, la montagna sacra della Catalogna.

Questa donna, la cui aspre critiche a banche e grande compagnie farmaceutiche l’hanno gettata sotto i riflettori della scena politica si sta affrettando verso la stazione dei treni di Barcellona, per poter viaggiare sino a Valencia dove deve tenere un discorso. Poi volerà alle Isole Canarie per il prossimo appuntamento sulla sua agenda di conferenze pubbliche.

Teresa sta facendo campagna per promuovere un manifesto radicale per un cambiamento politico rivoluzionario: è emersa come una delle più franche e atipiche leader della sinistra frammentata e confusa del sud Europa. Assieme all’economista Arcadi Oliveres ha scritto un manifesto che chiede la rifondazione dello stato spagnolo, con una Catalogna indipendente, banche e compagnie fornitrici di energia nazionalizzati, e l’uscita dalla Nato. Sperano di riaccendere lo spirito degli indignados che occuparono le piazze spagnole nel 2011, ma concentrandolo su obiettivi più concreti.

“Io ed altre persone abbiamo sentito la necessità di intervenire, nel mio caso per via della popolarità che ho acquisito. Ho pensato che sarebbe stato bene tentare di organizzare questo scontento, questo sentimento di profonda delusione e di tensione crescente. – dice suor Teresa – Non sto dando inizio ad un partito politico e non intendo candidarmi alle elezioni. Non è cosa per una benedettina e non è cosa per me.”

Sebbene non corra per cariche politiche, Teresa Forcades non si sottrae al dibattito pubblico, apparendo regolarmente sulla tv locale. Le sue conversazioni includono riferimenti alla teologia della liberazione, alle teorie marxiste sul plusvalore, al Venezuela di Hugo Chávez e alla Tobin Tax, ma anche alla figura storica (12° secolo) di Ildegarda di Bingen o alla regola di San Benedetto: i precetti secondo cui lei tenta di vivere. Visitando il Venezuela nel 2009, Teresa non riconobbe il paese come descritto criticamente dai giornali spagnoli: “Le persone marginalizzate parlavano come se quel che pensavano e quel che volevano fosse importante per la politica del loro paese. Avevano l’impressione di contare qualcosa, il che è essenziale in democrazia.”

La sua critica al capitalismo neoliberista include non solo il desiderio cristiano di proteggere i più vulnerabili, ma anche un attacco all’ipocrisia di un sistema che dà a merci e capitale la libertà di varcare le frontiere, mentre lo impedisce ai lavoratori. “E’ una versione del capitalismo dove i diritti e i bisogni della popolazione sono messi da parte.”, spiega, sottolineando come le tasse sulla vendita del pane siano più alte di quelle sulla speculazione finanziaria.

La sua fama nasce da uno scontro polemico con l’Organizzazione Mondiale per la Sanità e l’industria farmaceutica sui vaccini anti-influenzali nel 2009. Un video filmato nel suo convento, in cui Teresa Forcades parla per un’ora buona di quelli che lei ritiene siano i pericoli del vaccino, divenne virale. “Ciò che avevo scoperto mi aveva lasciata allibita: la mancanza di base scientifica per le politiche pubbliche e le decisioni prese. Il video ebbe più di un milione di spettatori. Quello fu l’inizio della mia presenza pubblica.” Il quotidiano “El País”, l’ha definita “paranoide ossessionata dalle cospirazioni” e “suora delle bufale”, dicendo che ha usato mezze verità e il suo status di religiosa per diffondere paura. Ma Forcades, medica, risponde che ha speso tre mesi a studiare la questione scientificamente prima di rilasciare il video: “La campagna non era basata su dati scientifici, ma orchestrata in favore degli interessi industriali delle grandi compagnie farmaceutiche.”

A Barcellona la sua popolarità varia. I giovani e i lavoratori per lo più non la conoscono, o la associano vagamente ai vaccini, ma le persone di mezza età e la classe media sanno tutto di lei e, per la maggior parte, la approvano. Alcuni, tuttavia, si chiedono come possa essere una femminista e di sinistra, e far parte nel contempo di una chiesa misogina che bandisce la contraccezione e appoggia legislazioni punitive per l’aborto.

Prima di prendere i voti nel 1997, Forcades fece una sorta di test alle altre suore, parlando loro di un gruppo di gay cattolici che celebravano la propria sessualità come dono di Dio. Le risposte umane delle suore la sopraffecero e così si unì a loro. Poiché aveva già studiato medicina a Barcellona e a New York e si era iscritta a Teologia ad Harvard, le suore la incoraggiarono a finire prima gli studi e poi a venire in convento, dove avrebbe potuto avere funzioni di segretariato e la libertà di viaggiare e studiare ovunque. Teresa non trova oppressa la vita in convento. “Il mito che le donne non sanno aggiustare un lavandino svanisce rapidamente quando in giro non ci sono uomini.”, dice, ricordando che storicamente spesso le donne hanno goduto di maggior libertà dietro le mura di un convento che nel mondo esterno.

E non frena la lingua su Papa Francesco, argomentando a favore del sacerdozio femminile e lasciando contraccezione e interruzione di gravidanza alla coscienza individuale: “La chiesa cattolica romana, che è la mia chiesa, è misogina e patriarcale nella sua struttura. Ciò deve essere cambiato il più velocemente possibile.”

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Sembra ci sia una sproporzione nell’impatto che le politiche di austerità (i tagli) hanno sulle donne europee. Sembra anche che, essendo “già discriminate in un gran numero di settori”, essendo le “principali fornitrici di cura e le principali utenti dei servizi pubblici”, le rigorose politiche economiche le mandino un altro po’ a ramengo. Be’, ma di sicuro questa è la solita lamentela femminista, non datevene pena…

IMPIEGO

La percentuale di disoccupate nell’Eurozona è cresciuta al 12,1% nel gennaio 2013, si tratta della percentuale più alta da oltre un decennio.

La percentuale di donne con un lavoro nei 22 paesi europei è tornata indietro ai livelli del 2005 e si allontana dall’obiettivo dell’UE di raggiungere il 75% di impiego per donne e uomini entro il 2020.

Più di un quarto della forza lavoro femminile è attualmente senza lavoro in Grecia e in Spagna. In Grecia, le giovani donne sono le più colpite: il 62,1% è senza lavoro.

Le donne italiane con figli sono 9 volte più disoccupate dei padri nel nord dell’Italia, 10 volte di più al Centro e 14 volte di più nel Sud, con una donna su quattro impiegata prima di diventare madre ancora senza lavoro due anni dopo la nascita del primo figlio.

Mezzo milione di donne italiane non appaiono nelle statistiche ufficiali sull’impiego, per cui la vera percentuale di disoccupazione femminile è ancora più alta di quella registrata.

Più di 100.000 donne hanno perso il loro lavoro nel Sud dell’Italia fra il 2008 e il 2010.

In Italia, nel settore dell’istruzione, i posti di lavoro di 19.700 donne sono stati “tagliati” e si prevede un ulteriore taglio di 87.000 posti nei prossimi anni.

Entro il 2017, 710.000 posti nel settore pubblico andranno persi: è previsto che le donne perderanno i loro lavori in percentuale doppia rispetto agli uomini.

RETRIBUZIONE

Il 47% delle donne spagnole guadagna meno di 15.000 euro l’anno e la disoccupazione e le riforme del lavoro stanno aumentano il divario di genere negli stipendi.

Nel settore della sanità, in Portogallo, i nuovi contratti a breve termine per le infermiere hanno ora una paga oraria di 4 euro, 2 euro in meno del 2011.

Nel 2008 le donne in Latvia guadagnavano di base il 13,4% in meno degli uomini: nel 2010 la differenza è cresciuta sino al 17,5%.

In Latvia il fardello del taglio agli stipendi è caduto pesantemente sugli insegnanti, che all’80% sono donne. Nel 2011 il salario minimo stabilito per legge era di soli 6.000 euro annui, il 30% in meno rispetto al 2008.

POVERTA’

Il 17% delle donne dell’Unione Europea sono in povertà; la percentuale si alza al 20% in Italia, Romania, Svezia e Austria.

Il 21% delle donne spagnole (e il 19% degli uomini) sono in povertà, e un terzo delle donne più anziane è a rischio di povertà.

Il 33,7% delle donne italiane fra i 25 e i 54 anni d’età non hanno un introito.

tagli

Se volete, potete andare a vedere come si sono tagliati gli stipendi delle donne in maternità (sino al 25%) e si è ridotto il tempo del relativo congedo; come i sostegni a malati e disabili sono stati drasticamente ridimensionati; come si sono ristretti i budget relativi alle politiche che promuovono eguaglianza e che combattono la violenza di genere: nel mentre, la prostituzione è cresciuta e centinaia di migliaia di piccole imprese gestite da donne sono andate in rovina, su “How austerity is hurting women in Europe – Data” – http://revolting-europe.com/

Maria G. Di Rienzo

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salma film

“Salma”, un documentario di 89 minuti della regista Kim Longinotto, uscito quest’anno, racconta la storia vera di una ragazza indiana musulmana: a 13 anni è tolta da scuola e rinchiusa nella sua stanza, con la proibizione di studiare; a 16 è costretta al matrimonio e per i successivi vent’anni è rinchiusa nella casa del marito. Salma non può uscire, ma può scrivere. Le sue poesie trovano spazio su brandelli di carta straccia che lei riesce a far passare all’esterno, sino a che raggiungono un editore. Il marito la aggredisce continuamente affinché smetta di scrivere, ma non riesce a fermare quella che è diventata la più famosa poeta Tamil e che non appena metterà piede fuori dalla galera familiare entrerà in politica e sarà eletta al Parlamento. Nel documentario, Salma esprime speranza per la prossima generazione di ragazze, ma sa che i cambiamenti avvengono lentamente: l’istruzione, ci ricorda, è una delle aree cruciali per migliorare la vita delle donne ovunque.

Prospettiva (di Salma, trad. Maria G. Di Rienzo)

Sto in piedi sulla mia testa

e mi pettino i capelli.

Cucino sottosopra

e mangio allo stesso modo.

Siedo capovolta sulle anche

per nutrire il mio bambino;

calcagni all’aria,

leggo i miei libri.

In piedi sulla testa,

osservo me stessa.

Terrorizzato, paralizzato dalla meraviglia mentre mi guarda,

un pipistrello,

che pende maturo dall’albero in giardino.

Kim Longinotto

Intervista con la regista Kim Longinotto. (tratta da “Why would they build windows that you can’t see out of?” – A Chat with Kim Longinotto, un più ampio testo di Deepanjana Pal per Genderlog, 10.3.2013)

Molta gente in India ha sentito parlare per la prima volta di Kim Longinotto quando lei girò “Sari Rosa”, un documentario che è diventato assai celebre. Tuttavia, Longinotto ha fatto film femministi sin dagli anni ’70: film su donne interessanti – travestite, divorziate in Iran, ragazze che lottano contro le mutilazioni genitali femminili, assistenti sociali – che resistono alle convenzioni e al conservatorismo. Le sue eroine sono donne notevoli che non hanno permesso alle circostanze o alla socializzazione di renderle insensibili alle ingiustizie e alle offese. Spesso non sono in grado di prevenire delle atrocità, ma dà speranza agli spettatori il fatto che queste donne siano sopravvissute a tutto quel che hanno dovuto affrontare. Il film più recente di Longinotto è “Salma” e tratta della poeta Tamil che, secondo i costumi del suo villaggio, fu costretta a lasciare la scuola all’arrivo delle mestruazioni e che per circa vent’anni visse in pratica agli arresti domiciliari. Ho avuto una meravigliosa conversazione con Longinotto su Skype.

Deepanjana Pal (DP): Un senso non convenzionale di ciò è una donna viene fuori da molte delle storie che scegli. Pensi che l’idea della donna sia cambiata durante questo secolo?

Kim Longinotto (KL): Mi piace la tua domanda, perché è una cosa che mi sta a cuore. Se pensi a cosa ci si aspetta dalle donne, e cioè che siano sensibili, disposte alla cura, intuitive, mentre gli uomini dovrebbero essere avventurosi, forti, pratici, adattabili… Io penso che nel 21° secolo abbiamo iniziato a vedere – e credo gli uomini stiano iniziando a capirlo – come l’essere intrappolati in metà di questa equazione per la maggior parte dei casi ti renda perdente. Penso che anche gli uomini ci perdano. Sono intrappolati quanto le donne. Per le donne la trappola è più dolorosa e ci soffrono veramente. Se si esaminano gli attributi ascritti a uomini e donne la cosa diventa ridicola. Allora, gli uomini non possono aver cura di nulla? Si suppone che non amino i loro figli? Si suppone che non debbano mostrare emozioni? E le donne non possono essere avventurose o resistenti, o tutte le altre cose che si suppone gli uomini debbano essere? Quando si comincia ad attraversare le linee e a prendere in prestito le une dagli altri e viceversa si possono avere vite molto più decenti.

DP: Ti chiedono spesso se sei femminista?

KL: Vuoi sapere cosa faccio quando me lo chiedono? Se un uomo me lo chiede di solito è perché vuole appiccicarmi un’etichetta: sa bene che il suo pubblico, a causa dei media, ha un’idea molto rozza di ciò che è una femminista. Perciò, mi giro e dico: “Quando lei mi chiede se sono una femminista, sta implicando che gli uomini e le donne non dovrebbero sperimentare eguale rispetto e eguale istruzione?” E allora la questione svanisce, perché è questo che la domanda implica.

DP: Parlando di “Salma”, sapevi in cosa ti stavi addentrando ed ha funzionato esattamente come ti aspettavi?

KL: Sapevo che Salma era una persona che volevo incontrare e speravo non ci fossero problemi. Ma anche, volevo raccontare tutto il retroscena. Pensavo: ho la responsabilità di raccontare questa storia, perché la collega a milioni di donne, non solo ora, ma attraverso le generazioni e in tutto il mondo. La collega a donne nello Yemen, in Pakistan, in Turchia, nel Regno Unito. E’ la storia dell’avere sogni e dell’essere audace e piena di talento e del volere qualcosa dalla vita. Salma lo dice in modo splendido da se stessa: Volevo una vita e di colpo tutto quel che avevo era tempo. Avevo questi sogni, strappati via da me, e dicevo “Mamma, mamma, perché non posso uscire? Questo è folle.” Adoro quando lei dice “E’ folle”. Perché qualcuno dovrebbe costruire finestre attraverso le quali non puoi guardare? Nessun altro pensava che fosse folle. E’ questo, quel che volevo mostrare, questo sentimento.

DP: E’ difficile parlare della misoginia.

KL: E’ molto complicato ed ha anche a che fare con le nostre paure. Quando parli con uomini misogini ti rendi conto che sono come bambini. Hanno questi timori, tipo “Se mia moglie diventa più potente…” e allora, cosa? Sono timori ridicoli. Sento le donne dirmi cose come: “Mi assicuro sempre che lui si senta importante.” E penso, perché devi stare con uno simile, a fare tutti questi giochi? Stai con un bambino. Preferisco di gran lunga restare per conto mio che essere con qualcuno che non rispetto e che devo far sentire più potente di quel che è.

Ma è davvero complicato. Se fosse la semplificazione “uomini contro donne”, una sorta di guerra, non sarebbe sopravvissuta. E’ che ci sono tutti questi strati di significato. Le figlie amano le madri e non vogliono deluderle. Le madri amano i padri o sono terrorizzate dai padri eccetera. Abbiamo un cambiamento solo quando siamo disposti a cambiare noi stessi. Come mai Salma sia quel che è io non lo so. Quel che voglio la gente di Tamil Nadu provi, guardando il film, è non “Questa donna è una svergognata”, ma “Abbiamo qui, a vivere con noi, nella nostra generazione, un’eroina.” Sai, mentre se ne stava nella sua prigione, invece dei poster delle star di Bollywood come le altre ragazze delle sua età, lei aveva sul muro Nelson Mandela e Che Guevara.

DP: Non è normale.

KL: Lei non è normale, ma non penso che tu o io si sia più normali di lei.

DP: Tu sembri avere la determinazione a trovare lati positivi nelle tue storie, a volte è incredibile che tu ci riesca.

KL: Ma bisogna farlo, non ti pare? Non mi piacerebbe girare un film che sia semplicemente triste. E’ per questo che cerco persone particolari, per questo quando ho sentito parlare di Salma mi sono detta: devo farlo, questa è la donna che devo filmare. Quel che ho imparato, da lei e dalle protagoniste di altri film, è il rifiuto di definirsi “vittime”. Chiamano se stesse “sopravvissute” ed è questo che voglio mostrare agli spettatori in Gran Bretagna. Non dovremmo far sentire vergognose le donne per quel che è accaduto loro, dovremmo farle sentire orgogliose perché ne parlano apertamente. Queste donne hanno cambiato completamente il modo in cui io mi sento.

Quando stavo girando “Rough Aunties”, Mildred mi raccontò dello stupro che aveva subito ed io le raccontai dello stupro che ho subito io (non molto tempo fa, tra l’altro) e alla fine mi sentivo bene, mi sentivo diversa. Era qualcosa che entrambe avevamo attraversato ed ora si situava nella mia vita in modo differente. Quella conversazione ha cambiato tutto. E’ la ragione per cui amo tanto fare questi film.

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WAVE (Onda – acronimo di Women against violence Europe), con sede a Vienna, è una rete di organizzazioni di donne che lavorano per eliminare la violenza contro donne e bambine/i. Il network ha lo scopo di promuovere e rafforzare i diritti umani di donne e bambine/i in accordo con vari documenti internazionali, dalla Dichiarazione di Vienna alla Piattaforma d’azione di Pechino.

All’inizio del 2013, le organizzazioni che partecipano a WAVE erano 106, collocate in 46 diversi paesi europei, che sono stati l’oggetto, l’anno precedente, della rigorosa indagine “Country report 2012. Reality check on data collection and european services for women and children survivors of violence.”, che esamina appunto quali dati e quali servizi siano disponibili in relazione a donne e bambine/i che sono sopravvissute/i alla violenza. Il sottotitolo ha un appropriato punto di domanda: “Diritto alla protezione e al sostegno?”: perché sulla carta i governi firmano e approvano poi tornano ad occuparsi di cose più serie del benessere della loro cittadinanza. Il rapporto è dettagliato, puntuale e corretto a livello metodologico, e sommamente benvenuto nel momento in cui in Italia si comincia a parlare di interventi nazionali sulla violenza di genere. Direi che ci serve di più della prossima petizione.

Non se ne abbiamo a male le promotrici di documenti e appelli: generalmente firmo tutto quel che si muove nella direzione giusta (a meno che non contenga qualche analisi o proposta che non posso in assoluto condividere sul piano etico), ma ho fondate riserve sull’efficacia della mia firma, anche quando sta assieme a 300.000 altre. Sino ad ora, ho visto ben poco seguito a troppe iniziative simili, perché – come ogni attivista sa – convincere qualcuno/a a mettere una firma è abbastanza facile, convincerlo/a a continuare l’impegno con azioni diverse affinché quell’appello o quella petizione dia risultati concreti è più arduo e non sempre chi promuove il documento dà l’esempio.

Allora, venite con me a pagina 149 e seguenti del rapporto di WAVE, e se siete in grado di farlo portateci la Ministra alle Pari Opportunità o la locale Assessora, Consigliera o quant’altro. Vi accorgerete ad esempio, che come vi ripeto – stressandovi – da tre anni circa, i posti disponibili nelle case rifugio sono clamorosamente inferiori al fabbisogno e il Consiglio d’Europa ha chiesto all’Italia di adeguarli. Ci sono 60 rifugi e 500 posti a fronte dei 6.019 necessari. 49 dei rifugi sono gestiti da gruppi di donne, 5 da Comuni e i rimanenti da cooperative o altre associazioni simili.

C’è una linea telefonica di aiuto (Arianna – 1522) che risponde a tutti i criteri in materia, dalla presenza 24 ore al giorno al responso in più lingue, ma non possiamo ringraziare il governo, dobbiamo ringraziare le donne di Le Onde di Palermo, che fanno questo lavoro. Nel frattempo, 113 organizzazioni femministe tengono aperti centri per le donne su tutto il territorio nazionale. Voglio dire: nella maggior parte dei casi ce ne stiamo occupando da noi, con poco o nessun sostegno da parte delle istituzioni. Meno male che siamo solo delle cagne rabbiose o delle vittimiste il cui unico scopo è odiare gli uomini e farli soffrire.

tenendosi per mano

E volete saperne un’altra? E quando ve l’avrò detta, vorreste girarla a quelli/e che: “Il Piano nazionale antiviolenza c’è già, le leggi ci sono già, e c’è la violenza psicologica e un cugino di un mio amico è stato violentato dalla moglie”? Eccola: le ricercatrici possono solo essere approssimative sull’estensione della violenza di genere in Italia, perché nel nostro paese non ci prendiamo la briga di registrarla per tale. Non analizziamo ne’ disaggreghiamo i dati per genere, età, eccetera, ne’ indaghiamo la relazione fra perpetratore e vittima; finisce tutto in calderoni del tipo “Rapporto sulla criminalità in Italia. Analisi, Prevenzione, Contrasto.” (2006) e “Rapporto sulla criminalità e la sicurezza in Italia” (2010). Il Ministero dell’Interno, in pratica, non sa che accidente succede e non gliene può importare di meno. Forse anche consapevoli di quest’attenzione nei loro confronti, ad esempio, le vittime delle violenze sessuali non denunciano: nel 92% dei casi.

Dato che il primo posto dove finisci, in genere, quando ti malmenano o ti stuprano è il pronto soccorso, ci si aspetterebbe di trovare qualche dato almeno negli ospedali, ma “Non esistono in Italia protocolli sanitari nazionali per il maneggio della violenza domestica o della violenza da parte di partner intimo. Inoltre, gli ospedali in Italia non sono attrezzati per provvedere soggiorno d’emergenza alle donne vittime di violenza domestica.”

Faranno la task force sulla violenza di genere, non la faranno? Non lo so, ovviamente. Sono qui che aspetto. In particolare, aspetto di sapere chi i membri del governo chiameranno al loro tavolo. Se non ci sono la Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna, l’Associazione Nazionale D.i.Re contro la violenza di Roma, Telefono Rosa (le tre organizzazioni che hanno permesso a WAVE di effettuare la ricerca), le 113 associazioni femministe di cui sopra, e una nutrita delegazione delle cosiddette “stakeholders” (portatrici di interesse primario) e cioè di sopravvissute alla violenza; e se non ci sono rappresentanti di magistratura, lavoratori della sanità, polizia e carabinieri, si tratterà del solito petardo bagnato. E nessuno disturberà gli organi genitali del povero Sallusti, ne’ l’infelice Toscani sarà costretto a darci altre perle della sua saggezza. Maria G. Di Rienzo

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I fraintesi

I FRAINTESI. Opera melodrammatica. Gli atti si ripetono e si avvitano su se stessi facendo invidia a Escher. L’Opera non finirà mai sino a che l’unico desiderio degli spettatori sarà quello di salire sul palco a imitare i cantanti.

escher spirals

Il professore, cantando: La gloria, la gloria, la gloria finalmente! Se mi chiama la tv: presente! Se è la radio che mi vuol: presente! L’intervista al tuo giornal? Immantinente! Sordide aule grigie, dove studenti mi sberleffano in effige: addio, il nuovo pensator son io, son io, son io!!! Sono l’uomo del momento, l’ideologo del Movimento!

Il professore spiega il suo profondo, innovativo pensiero (recitato in tono grave fra rulli di tamburi):

“Hanno messo un banchiere all’economia, non lamentiamoci se poi la gente prende i fucili”.

“Difficile pensare che Preiti sia arrivato da solo con una pistola. Non posso escludere che si tratti di una provocazione per rafforzare il Governo.”

“Le rivoluzioni non sono sempre pranzi di gala e quando la situazione diventa esplosiva nella storia abbiamo avuto esempi di questo genere. Abbiamo un presidente rieletto che neanche in Venezuela.”

“Si può parlare di golpettino istituzionale.”

“Non è follia pensare che uno possa prendere armi.”

Il padrone del Movimento e i suoi servitori, cantando in coro: Non ti conosciamo, non sappiamo chi sei, i tuoi post li cancelliamo, ma chi t’ha visto mai? Siam pacifici, siamo angelici, terapeutici, tanto coccoli, non siamo broccoli, questa è una trappola, e a noi ci sfrappola i comedon!

(E’ stata una brutta giornata, per favore non fotografarmi, è stata una brutta giornata, per favore, è stata una brutta giornata, non fotografarmi. http://www.youtube.com/watch?v=JYsA0VnLrIU )

Il professore, cantando: Frainteso e vilipeso, nessuno m’ha capito, indicavo la luna m’han mozzicato un dito, scherzavo santo cielo, l’ho scritto su internet, forse aveo bevuto un pelo, due dita, cabernet.

Il padrone del Movimento e i suoi servitori, cantando in coro: Va bene twitta qua, se lo dice papà, allora sei una vittima. Va bene anche sul blog, ci attaccan con lo smog, tu sei una vittima. Siamo tutti vittime, del tritacarne mediatico, siamo tutti pittime, sotto attacco informatico. Fraintesi e vilipesi, saldi restiam però, piangiamo sempre il morto, diciamo sempre NO!

L’artista, la professoressa, lo studente, unendosi al coro: Vittime anche noi, fraintesi e maltrattati, che abbiamo fatto poi, siam solo opinionati. Fraintesi e vilipesi, saldi restiam però, piangendo sempre il morto, diciamo sempre NO!

L’artista, recitato a ritmo: Ho 28 anni ragazze contattatemi, scopatemi / e se resta un po’ di tempo presentatevi / Non conservatevi datela a tutti anche ai cani / se non me la dai io te la strappo come Pacciani.

La professoressa, con l’indice alzato, ad una sua allieva: Se fossi stata ad Auschwitz, saresti stata attenta. Non sono antisemita, ma nella scuola italiana non c’è più la disciplina di una volta.

Lo studente, al telefono con un amico: Se tu vedi, questa passa e tu vedi tutti gli israeliani, pure i palestinesi, cioè i palestinesi… Gli arabi che la salutano con rispetto proprio… La cosa infatti mi sta facendo stizzire troppo. Infatti io a questa la devo vattere (picchiare). O la picchio o me la chiavo e gli (testuale) faccio uscire il sangue dal c… Però davanti a tutta la facoltà.

L’artista, la professoressa, lo studente, in coro: Embè, embè, perché vi scandalizzate? Che c’è, che c’è, ma voi ci censurate! Abbiamo solo espresso i nostri pensieri, tanto il mondo finirà, tanto è stato ieri. Siamo tutti vittime, del tritacarne mediatico, siamo tutti pittime, sotto attacco informatico.

(E’ la fine del mondo quale lo conosciamo. E’ la fine del mondo quale lo conosciamo. E’ la fine del mondo quale lo conosciamo, e io sto bene. – Un torneo, un torneo, un torneo di bugie. Offritemi soluzioni, offritemi alternative: e io declino. http://www.youtube.com/watch?v=u2UhvN0k74w )

Maria G. Di Rienzo (a volte è proprio il caso di dire che la musica mi mantiene in vita)

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(“Solidarity Amidst Diversity – An Interview with the Board Chair of Women Living Under Muslim Laws”, di Samina Ali per International Museum of Women, 2013. L’intervista a Zarizana Aziz e l’immagine fanno parte del progetto Muslima – Muslim Women’s Art & Voices: http://muslima.imow.org/ Il dipinto, intitolato “La musulmana invisibile” è dell’indiana Haafiza Sayed. Zarizana Abdul Aziz è un’avvocata specializzata in diritti umani. E’ stata la presidente del Centro di crisi per le donne (oggi diventato il Centro delle donne per il cambiamento) in Malesia, dove forniva sostegno legale ed emotivo alle vittime della violenza contro le donne. Successivamente è stata coinvolta nelle riforme legali su violenza contro le donne, eguaglianza di genere, diritto familiare e leggi religiose in Malesia, Indonesia, Bangladesh e Timor Est. In tutte queste aree è stata formatrice per avvocati, attivisti della società civile, religiosi e funzionari statali. Ha funto da consulente per le Nazioni Unite e svariate organizzazioni internazionali sulle “buone pratiche”. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

the invisible muslima

Samina Ali: Prima di tutto, congratulazioni per tutti i tuoi successi. Sei un’avvocata praticante e la presidente di Women Living Under Muslim Laws (Donne che vivono sotto le leggi musulmane – WLUML). Puoi dirci il focus e gli scopi di questa organizzazione?

Zarizana Aziz: Women Living Under Muslim Laws è una rete di solidarietà internazionale che fornisce informazioni, sostegno e uno spazio collettivo per le donne le cui vite sono modellate, condizionate o governate da leggi e costumi che si dice derivino dall’Islam. Da più di due decenni WLUML mette in collegamento donne e organizzazioni.

Samina Ali: A che tipo di organizzazioni avete collegato le donne? Come le donne ricevono aiuto da esse?

Zarizana Aziz: Le organizzazioni e gli individui a cui le donne si connettono tramite WLUML sono quelle che condividono le nostre preoccupazioni. Sin dall’inizio della nostra storia ci siamo assicurate di agire in collaborazione con le reti locali, così che ogni azione intrapresa da WLUML sia in linea con le strategie di queste reti e le sostenga. Rispettiamo i bisogni e le strategie dei network locali e lavoriamo insieme con loro verso gli stessi obiettivi condivisi. Ricordiamo sempre che le donne consapevoli, in ogni paese, generalmente hanno una visione per il loro futuro ed hanno speso un mucchio di impegno nel cammino per raggiungerla.

Samina Ali: WLUML è attiva in più di 70 paesi, che vanno dal Sudafrica all’Uzbekistan, dalla Gran Bretagna al Brasile, dal Senegal all’Indonesia. Lavorate con donne che vivono in paesi in cui l’Islam è la religione di stato e paesi che hanno governi laici. Ci sono temi comuni che le donne devono affrontare, al di là di dove vivono?

Zarizana Aziz: WLUML sfida il mito del “mondo musulmano” unico ed omogeneo. Le donne, in tutti questi paesi, hanno a che fare con leggi e costumi che si dice derivino dall’Islam. Però, queste leggi chiamate musulmane variano da un contesto all’altro e le leggi che interessano le nostre vite vengono da fonti diverse: religiose, tradizionali, coloniali e laiche. Le donne sono governate simultaneamente da molte leggi differenti: quelle riconosciute dallo stato (codificate o no) e quelle informali, come le pratiche tradizionali che variano in accordo al contesto culturale, sociale e politico.

Samina Ali: Puoi farci un esempio?

Zarizana Aziz: Alcuni paesi hanno un sistema legale plurale e cioè esistono leggi che si applicano a tutti e leggi (usualmente dall’applicazione ristretta, come le leggi familiari) che interessano solo una particolare comunità. Nel contesto musulmano queste ultime sono di solito comprese nel diritto di famiglia musulmano, che si applica solo ai musulmani mentre tutti gli altri possono essere soggetti ad una serie di leggi generali sulla famiglia. Una donna può anche essere soggetta ad altre leggi informali o tradizionali, o ad usi e costumi sanciti o meno dal governo. Ciò include i consigli tribali e le autorità religiose che possono emanare dei pronunciamenti (conosciuti anche come “fatwa”). Tali “leggi”, ad esempio, possono proibire il matrimonio fra persone musulmane e persone di altre fedi o permettere che solo un musulmano erediti da un altro musulmano deceduto. Perciò queste leggi vanno ad interessare anche persone non musulmane: tipo una madre che non può ereditare dal proprio figlio convertitosi all’Islam.

Samina Ali: Qual è stato l’aspetto del tuo lavoro che ti ha presentato più sfide?

Zarizana Aziz: Lottare per l’eguaglianza e la libertà dalla violenza di fronte al crescere di forze che cercano di giustificare la discriminazione e la violenza contro le donne in nome della cultura e della religione.

Samina Ali: Puoi raccontarci qualcuna di quelle che tu consideri le “storie di successo” di WLUML?

Zarizana Aziz: Il Programma Donne e Legge. L’organizzazione si impegnò in una ricerca durata più anni sulle leggi musulmane come codificate o praticate in diversi paesi musulmani. La ricerca indica che queste leggi sono assai diverse fra loro, frantumando il mito che le leggi musulmane (comunemente indicate in modo erroneo come “sharia”) siano divine e immutabili, quando esse sono invece il risultato dell’interpretazione umana e dell’umana comprensione dei testi.

Gli istituti per la leadership femminista, che forniscono 12/14 giorni di istruzione per giovani femministe (giovani in relazione all’attivismo, non all’età) che cercano di equipaggiarsi con la conoscenza del diritto (incluse le leggi religiose), dei sistemi internazionali, del come fare rete e campagne, del come raccogliere fondi.

Le nostre numerose pubblicazioni sulla sfida ai fondamentalismi, che reinterpretano il Corano, leggono la militarizzazione ed il suo impatto sulle donne, e recano le voci delle donne e dei loro molti e ammirevoli sforzi comuni per l’eguaglianza e contro la discriminazione. WLUML è stata fra i primi soggetti ad identificare alcune questioni, come i fondamentalismi, e a lavorarci sopra.

Attualmente la nostra organizzazione ha creato una mostra sui codici di abbigliamento, che presenta tali codici nelle comunità musulmane e non musulmane. La mostra cerca di suscitare consapevolezza e di educare alla diversità della cultura musulmana. Non possiamo dimenticare che l’Islam si è diffuso così velocemente ed ampiamente grazie alla sua abilità di riconoscere diverse culture e convivere con esse attraverso l’intero pianeta. In molte questioni l’Islam permette l’adozione dei costumi locali (“urf”). Per esempio, da noi in Malesia, le leggi musulmane adottano il riconoscimento legale del coniuge privo di reddito nel matrimonio, dovuto al fatto che contribuisce comunque all’unione, perciò le donne musulmane condividono i beni matrimoniali.

Samina Ali: Quali delle leggi che sono considerate “musulmane” richiedono le azioni più urgenti?

Zarizana Aziz: Ce ne sono parecchie. Le leggi che negano l’eguaglianza alle donne (per esempio quelle che indicono “complementarietà” di uomini e donne anziché uguaglianza), il tutoraggio degli uomini sulle donne, la negazione della partecipazione politica alle donne, la negazione della loro mobilità, il diritto di famiglia e il diritto ereditario.

Samina Ali: Che consiglio daresti alla prossima generazione di donne in tutto il mondo?

Zarizana Aziz: Non accettate che le donne siano nate per soffrire discriminazione, diseguaglianze e violenza. Più vi istruite, meglio capirete come la cultura e la religione siano state politicizzate per giustificare la discriminazione e ridurre al silenzio le voci delle donne. La cultura è dinamica ed è influenzata dai bisogni sociali contemporanei, e deve riflettere la nostra comprensione di giustizia ed eguaglianza. Per esempio, la schiavitù è stata norma e pratica tradizionale accettata in molte culture ed era sancita dai leader religiosi delle varie epoche. Non è accettabile oggi e in effetti ci ripugna. Pratiche tradizionali di questo tipo non meritano di essere preservate e devono recedere di fronte alla giustizia e all’istruzione.

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(tratto da: “An Interview With Our 2013 Voices of Courage Honoree Atim Caroline Ogwang”, un più ampio servizio di Emily Shrair, per Women’s Refugee Commission – http://www.womensrefugeecommission.org/ – aprile 2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Nata in quello che è ora il Sudan del Sud, Atim Caroline Ogwang ha perso l’udito quando aveva cinque anni: degli esplosivi abbandonati dai ribelli del Lord’s Resistance Army detonarono mentre lei stava raccogliendo frutta. Attualmente è la responsabile su diritti umani, genere e linguaggio dei segni per un’organizzazione chiamata Southern Sudan Deaf Development Concern (SSDDC), di cui è co-fondatrice.

Atim Caroline

Dove sei nata? Parlaci della tua famiglia.

Subito dopo la mia nascita nel Sudan del Sud, la mia divenne una famiglia di rifugiati in Uganda. Ci sono otto figli nella mia famiglia, tre ragazze e cinque ragazzi. Io sono la numero sette. Ho perso entrambi i genitori a causa della guerra quando avevo 10 anni. Di me si sono occupate le mie sorelle e i miei fratelli adolescenti, mentre tentavamo di sopravvivere in condizioni molto dure.

Com’è stata la tua infanzia?

Proprio come altri normalizzano la povertà, gli abusi dei diritti umani, l’abbandono e l’oppressione, tutto mi sembrava normale. I rapimenti nel campo profughi erano normali. Perdere membri della famiglia era normale. Dormire per terra era normale. Alzarsi affamati e vedere se i tuoi vicini potevano darti qualcosa da mangiare era normale. Non sapevo nemmeno di provenire dal Sudan del Sud sino a quando andai alle elementari, e là ci divisero fra rifugiati sudanesi e rifugiati interni ugandesi.

Come sei diventata sorda? Sei stata trattata in modo diverso dagli altri, mentre crescevi?

Quando avevo cinque anni, andai con altri bambini a cercare frutti selvatici: la fame e il non aver nulla da fare spingono i bambini a qualsiasi impresa per trovare del cibo. Sono sopravvissuta ad un’esplosione di munizioni abbandonate dal Lord’s Resistance Army sotto un albero di mango. Non sono stata ferita in modo più serio, ma il trauma è durato per settimane durante le quali non riuscivo a parlare, a sentire. Provavo dolore alle orecchie che sanguinavano, ma niente è stato fatto per salvarmi l’udito, nessuna medicazione. La cosa ritardò di due anni la mia istruzione, sino a che una chiesa mi aiutò a frequentare una scuola per non udenti. Sfortunatamente, tutti gli altri pensavano che istruire una sorda era una perdita di tempo e risorse.

Quali sono i problemi che le donne e le ragazze non udenti o con altre disabilità devono affrontare nel Sudan del Sud?

Ve ne sono molti, inclusi la mancanza di informazioni e di istruzione, nessun servizio di interpretazione del linguaggio dei segni e l’abbandono da parte dei genitori. Numerose ragazze disabili restano incinte da nubili. La maggior parte delle donne e delle ragazze sorde non hanno finito le scuole medie. Più dell’80% fanno pulizie negli uffici o nelle case o le lavandaie.

Perché hai fondato l’SSDDC? Parlaci della tua organizzazione.

Abbiamo fondato l’SSDDC perché non eravamo soddisfatti dell’Associazione Nazionale Non Udenti Sudanese: non hanno neppure mai sviluppato il linguaggio dei segni per i sordi del Sudan del Sud. La nostra organizzazione non governativa fornisce training sul linguaggio dei segni, alfabetizzazione per gli adulti non udenti, addestramento professionale, campagne per il diritto all’istruzione, accesso alle informazioni e collegamento con il governo. Cerchiamo anche di aiutare i rifugiati in altri paese a ritrovare i loro familiari. Coordiniamo queste attività con la “Commissione per i disabili di guerra, le vedove e gli orfani” e con il Ministero per il genere, i bambini e il benessere sociale.

Il tuo lavoro è basato sui diritti umani e concentrato sull’inclusione. Perché questo è importante per le donne e le bambine disabili?

E’ importante includere le donne e le ragazze e le bambine con disabilità, perché persino nelle azioni affermative c’è la tendenza a dimenticarsi delle loro necessità. Non possono competere nel normale mercato del lavoro e ciò causa discriminazioni. I più poveri fra i poveri sono le donne disabili. Le meno istruite sono le donne disabili. Quando le ragazze ottengono borse di studio quelle disabili non sono neppure considerate. Il sostegno alle donne affinché diventino autosufficienti esiste, ma i programmi non considerano le donne con disabilità. Bisogna correggere questo.

Che consiglio daresti alle donne e alle ragazze che sono sorde o hanno altre disabilità?

Il mio consiglio è di lottare per i propri diritti. Anche se non dovessimo aver successo per noi stesse, dobbiamo lottare per la generazione che verrà dopo di noi. Dobbiamo gettare le fondamenta, così che le donne e le ragazze siano viste in primo luogo come esseri umani e in secondo luogo come persone disabili. Prendete ogni opportunità di ottenere dell’istruzione. Aiutate i nostri leader politici a capire che siamo interessate all’istruzione e incoraggiate le bambine ad andare a scuola. A nessuno piace essere discriminato.

Che ruolo pensi abbiano donne e bambine nel futuro del Sudan del Sud?

Sono centrali per il suo sviluppo. Devono essere messe in grado di avere impieghi, di portare avanti iniziative commerciali e di formare le loro famiglie. Le donne e le ragazze disabili dovrebbero poter insegnare alle persone “normali” e provvedere cura a chi ora si cura di loro.

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

Voglio diventare un’avvocata e usare la mia istruzione per promuovere i diritti umani delle persone disabili in tutto il continente africano. Voglio guidare tramite l’esempio, per mostrare ad altri che avere una disabilità non mette fine alla tua vita. Credo che diventerò la prima deputata non udente di un Parlamento africano.

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Per quasi un mese, un gruppo di donne di diversa provenienza chiamato “Mettere in comunicazione le figlie” – http://www.connectingdaughters.com/ – ha viaggiato dal sud della Giordania sino in Palestina ed Israele, ospitato durante il cammino da altre donne: palestinesi, israeliane e beduine. Viaggiando a piedi, su cammelli e cavalli, su autobus e camion, le donne hanno seguito antichi tracciati dal 27 marzo al 21 aprile 2013, portando con sé il meno possibile ed onorando la Madre Terra in un “pellegrinaggio verde”. Il gruppo è sostenuto da vari uomini e due di essi, olandesi, le hanno seguite nel loro viaggio, filmando e documentando la storia. Le donne hanno viaggiato da Petra e Wadi Rum in Giordania e sono arrivate in Israele toccando molti luoghi, villaggi e montagne, luoghi ebrei e luoghi arabi, dal sud al nord e ritorno, passando per Neve Shalom.

(Ndt: l’Oasi della Pace fondata da Bruno Hussar nel 1970. Vedi http://www.neveshalom.org/ oppure in italiano http://www.oasidipace.org/ )

tappeto

Perché queste donne hanno deciso di fare le pellegrine? “Perché condividiamo un desiderio di pace. Siamo donne con diversi retroscena, veniamo dalla Giordania, dall’Olanda, dalla Palestina e da Israele. Durante i nostri viaggi incontriamo altre donne nelle loro comunità, sediamo insieme, fabbrichiamo vasi insieme, prepariamo cibo e tè insieme, ci scambiamo le nostre storie e le nostre danze.”

Tessere un nuovo racconto per terre martoriate da una guerra permanente è il loro scopo ultimo e sanno benissimo quanto lungo e difficile è un percorso con tale meta. Poiché sono attiviste pacifiste da tempo non stanno con le mani in mano: ma visto che c’erano hanno deciso di concretizzare questo nuovo racconto almeno a livello simbolico. Renderlo visibile, fare in modo che si potesse toccarlo… e così hanno tessuto il Tappeto della Pace e se lo sono portate dietro ovunque durante il pellegrinaggio: le donne che hanno incontrato nelle varie tappe sono intervenute aggiungendo al tappeto il loro contributo di ricami, stoffe, nastri, bottoni, colori, parole.

tappeto 2

Nel nostro progetto cerchiamo le somiglianze e celebriamo le differenze. E’ un progetto in cui le figlie delle bibliche Sara, Hagar e Ketura viaggiano insieme per mostrare al mondo che stare insieme è possibile, che fare la pace è possibile. Attraversiamo confini, culture, linguaggi, religioni, per trovare pace e costruire pace, dentro di noi e fuori di noi. Lavorando insieme alla decorazione del Tappeto della Pace abbiamo fatto in modo che riflettesse le nostre preghiere e il nostro potere.”

Marjon Bovens, olandese co-fondatrice del gruppo, ha lavorato come facilitatrice per tutta la vita, sempre cercando nuovi modi di portare attorno allo stesso tavolo, o di far sedere sullo stesso tappeto, persone che normalmente non si sarebbero mai incontrate. Da cinque anni ci prova in Israele e Palestina, con la collaborazione di Lana Nasser, danzatrice, scrittrice e ritualista giordana, e di donne israeliane e palestinesi come Tali, Diana, Ora, Dafna… “La pace è possibile. Le donne possono portarla ovunque. – sostiene Marjon – Gli uomini dovrebbero sostenerle, emularle e seguirle. Nel corso del nostro viaggio abbiamo invitato le donne che incontravamo ad unirsi a noi nel pellegrinaggio sino alla sua ultima tappa, Gerusalemme.” E così quelle che potevano hanno fatto, e il 21 aprile ce n’erano un bel po’ a distendere il Tappeto della Pace e a danzare e a cantare insieme: La mia casa sta dove sta il mio cuore, e il mio cuore è con te. Maria G. Di Rienzo

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Martin Luther King jr. disse “Ho un sogno.” (28.8.1963), non disse: “Ho una lista di fatti e cifre incontrovertibili.” (anche se sicuramente la aveva). Poiché era un attivista e leader molto intelligente, sapeva bene che fatti e cifre non sarebbero bastati. Che le privazioni fisiche, le fatiche, le sofferenze, l’impegno, trovano giustificazione ed alimento nelle emozioni e nella passione molto più facilmente che nei ragionamenti logici. “Dobbiamo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.” La lotta per arrivare al “nostro giusto posto”, implica il dott. King, è non solo legittima: ha una qualità morale elevata che ci lega insieme. Martin Luther King jr. era uno “sciamano” impeccabile, come gli studiosi di linguistica definiscono chi sa trasformare lo spazio qualitativo culturale annodando o spezzando connessioni con grande abilità e proponendo nuove metafore credibili, che rendono comprensibili e persino tollerabili situazioni altrimenti difficili o disperate. Non per niente, nella “Lettera dalla prigione di Birmingham” il dott. King paragonò gli attivisti per i diritti civili ai martiri del cristianesimo; il posto che costoro occupano nello spazio qualitativo è simbolicamente alto, perciò l’uditorio ha, sempre a livello simbolico, poco spazio e deve riorientare la propria percezione. In breve lo sciamano offre, a livello linguistico, cure simboliche a mali sociali. I suoi farmaci possono essere efficaci o velenosi (la parola “farmaco” contiene in se stessa questa ambiguità), ma per fortuna il sogno del dott. King era bello, al punto che un’intera nazione riuscì a sognarlo con lui, e in tutto il mondo gliene siamo grati.

Ci sono però anche gli incubi. E toccano le stesse corde emotive. E coinvolgono le persone allo stesso modo. Invariabilmente, di fronte ad uno scenario di crisi, le nuove interpretazioni della realtà sono proposte dagli sciamani sotto forma di metafora. Durante la crisi i linguaggi impiegati sono i più basilari, i più “terra/terra”, e le metafore chiave su cui si reggono le culture sono ampiamente evocate ed invocate. Durante la crisi che portò alla II guerra mondiale – e che fu anche una crisi di senso, epistemologica – Hitler usò per lo più uno schema “religioso” e lo volse a fini politici (il salvatore della nazione, dio è con noi, ecc.). I suoi oppositori in Gran Bretagna usarono dapprima metafore orientative basate sulle opposizioni luce/buio o alto/basso; Roosevelt usò le analogie, ad esempio il blocco navale presentato come “quarantena”, qualcosa che isola dalla malattia, dal male.

In Italia, la metafora che la maggioranza delle persone adulte usa come filtro perpetuo è la guerra (o genericamente il combattimento), con tutto un grappolo di concetti legati al militarismo ed alle armi: “La vita è una guerra”, “In guerra e in amore tutto è lecito”, “Abbiamo perso una battaglia ma non la guerra”, “L’esercito dei volontari” (e, l’ho letto con questi stanchi occhi, addirittura “L’esercito dei pacifisti”!), “La battaglia elettorale”, “La conquista dell’amata/del seggio/del posto”, “La breccia aperta” in questo o quello, e poi strategie, tattiche, armi segrete, armi nascoste… per arrivare ai “cittadini con l’elmetto” di recente conio.

La metafora “guerra” implica una struttura in cui mentire, tacere delle informazioni, ingannare gli altri sono semplicemente le modalità della guerra stessa, il cui scopo è vincere. In guerra, ingannare il nemico segnalandogli una falsa posizione delle nostre truppe non è una bugia, e nemmeno una violazione delle regole: è solo uno dei modi in cui si agisce per vincere. La maggior parte della vita degli italiani si svolge attorno a questa metafora. Una conversazione diventa subito un combattimento. Un enorme ammontare di tempo viene speso in conflitti verbali, spesso su argomenti di cui ai “contendenti” non importa poi granché, perché la metafora del combattimento implica che uno dei due debba vincere. Lo stigma che la nostra cultura assegna al perdente, inoltre, è terribile: i termini con cui usualmente si definisce la sconfitta in uno scontro verbale implicano quasi tutti l’umiliazione sessuale del perdente (“trombato”, “fottuto”, ecc.).

Ho cercato di tenere questa premessa al minimo e di certo non vi ho detto abbastanza su cosa una metafora è, su quanti tipi di metafore ci sono e su come agiscono, ma spero di avere almeno reso l’idea. Il motivo per cui l’ho fatto è che questa parte di analisi manca del tutto nell’ambito della politica italiana e, nel suo piccolo, tale mancanza contribuisce a far sì che da oltre vent’anni si ripetano gli stessi errori con quella che comincia a sembrarmi un’ostinazione diabolica (e masochista).

Lo schema seguente indica uno dei modi peggiori sul piano etico per costruire un nuovo soggetto politico, ma la sua efficacia in termini di diffusione e di aggregazione del consenso non ne viene inficiata; come vi ho già detto, le medicine degli sciamani possono essere mortali: in senso ideale e generico per la democrazia, i diritti umani, l’economia, la pace, ecc. e in senso banalmente pratico per gli esseri umani che schiattano in vari modi durante il processo di cambiamento o a cose fatte.

Fase 1. Stante una situazione di crisi le persone sentono vacillare la propria capacità di creare senso, significato, o perdono del tutto la fiducia di poter leggere la realtà: gli elementi nuovi che la crisi introduce generano insicurezza e paura. Non sappiamo perché sta accadendo quel che accade, non sappiamo chi biasimare per la nostra sofferenza.

Fase 2. L’opportunista di turno, quale primo passo per la propria ascesa, crea il nemico. Bossi usa i meridionali prima e gli immigrati poi ma il bersaglio è “la politica di Roma”; Berlusconi usa i politici di professione/comunisti creando una contrapposizione di comodo fra “la politica romana vecchia” e “il nuovo imprenditore di successo”, Grillo e Casaleggio usano i politici in blocco e ovviamente pensano a “marciare su Roma”. Il gioco, stante la distanza di origine storica fra gli italiani e lo stato che dovrebbe rappresentarli, è facilissimo. Adesso sappiamo di chi è la colpa, lo sciamano ce l’ha detto, ma era un pezzo che me la sentivo, che lo sapevo…

Fase 3. Il primo motivatore per stare insieme su questa premessa è ovviamente l’odio. Segue quindi un periodo di clamorosi attacchi e scandalose rivelazioni e minacce sesquipedali dirette ai nemici. I dossier prepagati, le campagne giornalistiche diffamatorie, le macrospie negli uffici (Berlusconi trovava “cimici” grosse come cammelli…), i trecentomila bergamaschi secessionisti con il colpo in canna e i vaffanculo orgiastici collettivi hanno però la sola funzione di legare insieme i “militanti” (altra metafora di guerra) nella loro nuova alterità: sino a ieri hanno votato o sostenuto o apprezzato chi oggi maledicono, ma ora possono sottrarsi come desiderano alla loro responsabilità personale. Sono altri, sono leghisti o azzurri o grillini. Il sogno prende la forma dei “due minuti d’odio” di orwelliana memoria. Andate via, ladri, via tutti, via i comunisti, assassini, delinquenti, basta partiti, dovete morire, porci, putrefatti, via via via!

Fase 4. L’unico frammento di ideologia riscontrabile in tutti e tre gli esempi citati è il rigetto per la sinistra: in un’occasione o l’altra, gli sciamani coinvolti hanno detto tutti che il loro gruppo non è “ne’ di destra, ne’ di sinistra” intendendo, poiché siamo in Italia, “mai mai mai con la sinistra!”. Il trattamento riservato alla destra è infatti sempre diverso: la Lega secessionista fa i governi romani con Fini, e non demonizziamo Berlusconi dopotutto anche a me piacciono le donne, e con Casa Pound abbiamo delle affinità… mentre si augurano morte e menischi a qualsiasi “rosso” apra bocca, accusandolo di tutti i mali del mondo dal diluvio in poi. In questa fase, esponenti della sinistra si danno puntualmente al patetico tentativo di vedere qualcosa di buono nella valanga di insulti e aggressioni da cui sono seppelliti: perché, caspita, quelli che li assaltano hanno vinto le elezioni, o hanno preso il 25%! I numeri so’ numeri! Allora la Lega e l’M5S diventano “costole della sinistra”, Berlusconi “risponde a dei bisogni” e “bisogna valutare perché loro comunque sono sul territorio”.

Un unico frammento di ideologia però, anche se accoppiato a dosi massicce e quotidiane di odio, non è sufficiente a tenere insieme un gruppo a lungo. Basarsi solo su iniezioni continue di rabbia può provocare escalation non desiderate. Gli sciamani lo sanno. Perciò creano una mitologia manicheista in cui i loro seguaci possano trovare significati ulteriori e bearsi in un’illusione collettiva. Bossi si è inventato la Padania e ha abusato dei Celti in ogni modo possibile. Berlusconi ha creato una visione della vita come festino infinito a costo zero (meno tasse per tutti!) di un club maschile intrattenuto da donne mercenarie. Grillo si è inventato il web-panacea universale, la rete-paradiso, e una “democrazia digitale” assai singolare e schizofrenica, dove chi decide è il proprietario del marchio ma tutti i militanti sono convinti di essere lui. Anche i gesti clamorosi si sprecano, nella creazione della mitologia, perciò o si va a versare ampolline d’acqua nel corso del dio Po o si attraversa a nuoto lo stretto di Messina o si fonda un partito dal predellino di un’automobile fra la folla osannante. Lui è l’uomo giusto, l’uomo del destino, l’uomo della provvidenza, l’Unto del Signore, l’uomo forte che farà quel che c’è da fare.

Fase 5. L’imbonitore urlante di turno e/o i suoi seguaci hanno espugnato la cittadella (sì, un’altra metafora militare, proprio come “Arrendetevi, siete circondati”). L’Uomo del Destino, però, non può mantenere nessuna delle sue irrealistiche promesse, innanzitutto quella di distruggere il luogo ove ora siede, il famigerato Parlamento romano. Nessuno fa a pezzi la sedia che gli sostiene il didietro. L’Uomo del Destino, tra l’altro, è riuscito ad arrivare sin là non solo per la diffusione del suo vangelo fra gli elettori, ma perché ha rassicurato in vari modi gli altri poteri in gioco che la sua presenza non li disturberà: e così di volta in volta Confindustria o qualche istituto della finanza internazionale o l’Ambasciatore americano gli esternano il loro apprezzamento. Non può toccare i loro interessi, ma i loro interessi sono in gioco in parecchie promesse che lui ha fatto. Si apre così una lunga parentesi (può durare venti o trent’anni, grazie alla fede degli italiani nel loro idolo) di individuazione e additamento al pubblico ludibrio di altri nemici che impediscono le “riforme”: possono essere interni, ad esempio la solita sinistra antistorica che difende dinosauri come lo Statuto dei Lavoratori o la Costituzione, o esterni come l’Unione Europea e l’euro. Esattamente come si diceva di Mussolini, quest’uomo meraviglioso, questo santo, non lo lasciano lavorare. 

La fase n. 5 è in via di esaurimento per Bossi e Berlusconi, ma è appena cominciata per Grillo. I meccanismi perversi sono identici. Le risposte inadeguate o persino folli della sinistra politica sono identiche. E’ pazzesco che niente di diverso riesca a stracciare il fondale da tre decenni.

Messaggio finale ai leader politici che volessero provarci: rileggete le prime righe di questo testo. Grazie per le cifre e i fatti. Però manca qualcosa. Credo sia l’anima. Maria G. Di Rienzo

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(“Creating gender equity: Lessons from Iceland”, di Meghan Murphy, 2.4.2013, trad. Maria G. Di Rienzo. Meghan è una giornalista canadese, il suo sito è: http://feministcurrent.com/ )

femministe islandesi

Quando l’Islanda ha annunciato di aver preso in considerazione un bando sulla pornografia online, gli americani – per la maggior parte – hanno risposto come se trovassero la mossa (potenzialmente) regressiva. Ma stante il record attuale dell’Islanda nel rendere prioritaria l’eguaglianza, forse sono gli americani che dovrebbero prendere qualche suggerimento da questo paese progressista. Sin dal collasso economico del 2008, l’Islanda si è rovesciata sottosopra in più modi.

L’Islanda si è piazzata al primo posto nella lista del Global Gender Gap, salendo dalla posizione n. 4 che aveva nel 2008. Questo rapporto stila una lista dei paesi del mondo basandosi su fattori quali la partecipazione economica e le opportunità (perciò, guardando a cose come le paghe uguali e il numero di donne nella forza lavoro e in posizioni di potere), i risultati dell’istruzione (alfabetizzazione femminile e numero di donne iscritte ai livelli superiori dell’istruzione), la salute e la sopravvivenza (aspettativa di vita e tassi di mortalità), la presenza in politica (numero di donne che detengono uffici politici e numero di donne capi di stato). Gli Stati Uniti, d’altro canto, si sono classificati 22°, essendo scesi di qualche posizione dal 17° posto del 2011. Da un paese che parla veramente tanto di libertà, giustizia e democrazia ci si potrebbe attendere uno sforzo coordinato verso l’equità di genere. Forse, seguire l’esempio di un paese come l’Islanda potrebbe essere saggio.

La crisi economica islandese si è rivelata non così terribile come sembrava. Dopo una serie di proteste e dimostrazioni il governo conservatore è stato costretto a rassegnare le dimissioni ed un nuovo governo progressista, guidato dalla socialdemocratica Johanna Sigurdardottir (la prima premier al mondo apertamente omosessuale), è entrato in carica. A differenza degli Usa, l’Islanda ha maneggiato il crollo perseguendo legalmente coloro che ne erano responsabili, facendo rispondere le banche delle loro azioni, minimizzando o in alcuni casi annullando completamente i debiti delle famiglie, tagliando le spese del governo e alzando le tasse.

L’Islanda è anche arrivata alla radicale conclusione che un’economia e una cultura degli affari dominate dagli uomini erano parte di ciò che ha condotto al crollo. In risposta, hanno sviluppato una legislazione che assicura il 40% di donne nei consigli d’amministrazione ed hanno incorporato ciò che chiamano “valori femminili” nelle “principali sfere maschili dell’equità nel settore privato, del controllo della ricchezza e dei codici di condotta delle corporazioni.” Tramite tutto questo, il nuovo governo ha fatto una priorità del mantenimento dell’esteso sistema di welfare islandese, proteggendo la classe media e la classe lavoratrice invece dei ricchi.

Al di là delle lezioni finanziarie che gli Usa potrebbero imparare dalla ripresa dell’Islanda e da ciò che alcuni hanno chiamato “rivoluzione pacifica”, il paese è anche diventato un modello in termini di eguaglianza di genere. In Parlamento ha quasi raggiunto la parità, giacché le donne detengono il 41% del seggi, contro il 17% delle donne nel Parlamento americano. Il paese offre generosi congedi di maternità e paternità, nonché cura dei bambini fornita dallo stato.

L’Islanda sessualmente liberale non ha solo criminalizzato la compravendita di sesso nel 2009 ma, l’anno successivo, ha bandito i club degli spogliarelli: una mossa ridicolizzata e definita impossibilmente idealistica da molti nordamericani. Quando la legislazione entrò in vigore, molti di essi si preoccuparono del tentativo di limitare la “scelta” delle donne di oggettificare se stesse (una nozione post-femminista abbastanza ridicola). Altri ricaddero nel concetto straripetuto che i club sarebbero stati costretti ad “entrare in clandestinità” da dove avrebbero continuato a proliferare illegalmente. La stessa preoccupazione viene ripetuta ora, mentre il paese considera la possibilità di bandire la pornografia hardcore online, sebbene non vi siano elementi che giustificano queste paure.

Impresa femminista e progressista, la proposta del bando della pornografia hardcore online ha vasto sostegno in Islanda, così come il bando sui club degli spogliarelli e la criminalizzazione dei magnaccia. Questo è un paese che dà chiaramente valore alle donne.

Quando ho parlato della proposta con la professoressa Gail Dines, autrice ed attivista femminista, lei ha sottolineato il fatto che non si tratta di limitare i contenuti sessuali, la nudità o l’erotismo. Il Ministro degli Interni islandese Ogmundur Jonasson, che sta attualmente redigendo la legge, mira specificatamente a restringere la pornografia hardcore, quella violenta e crudele. Dines, che è consigliera di Jonasson su questa proposta di legge nel mentre essa si sviluppa, dice che significa osservare che azioni sono compiute sulle donne, cose come “soffocare una donna con un pene, che è cosa standard nella pornografia hardcore. Oppure sesso molto, molto violento, anale, orale e vaginale, dove spesso ci sono tre uomini per una donna, dove gli uomini sputano su di lei chiamandola “figa”, “puttana”, “bidone di spazzatura per sperma”, “cagna”: insomma, questo tipo di immagini.” Dines dice che non c’è bisogno di una “complicata, dotta, definizione accademica. Basta guardare le cose e dire: Questi atti costituiscono violenza contro le donne.” Ovvio, non è che le preoccupazioni sulla censura, o sul dare allo stato ancora più potere sulle nostre vite possano essere messe da parte. Ma il governo islandese ha il primato di mettere gli interessi delle persone al primo posto, come pure gli interessi particolari delle persone donne.

“Tutti dovremmo essere preoccupati della libertà di parola: in special modo in una società capitalista dove i capitalisti controllano la maggior parte dei media e l’accesso ai media.”, dice Dines. Ma sottolinea che c’è una differenza tra la parola delle corporazioni e la libera parola che viene dagli individui: “L’Islanda sta attaccando un discorso corporativo prodotto da un’industria globale.” (intendendo l’industria pornografia, multimiliardaria). L’industria pornografica, dice Dines, attualmente controlla la maggior parte del discorso sul sesso. Limitare tale controllo, argomenta, non restringe “la libertà di parola”. “La questione è: vogliamo dibattiti e discorsi più ampi, sul sesso, o vogliamo che i pornografi lo controllino?”

Il lavoro dell’Islanda per sconfiggere l’industria del sesso non è stato fatto su basi puritane o moralistiche, ma si basa semplicemente su questa convinzione: “non è accettabile che donne, o persone in generale, siano merci da vendere.” E sul serio, cosa c’è di terribile in ciò?

troll islandese

(Il troll islandese non c’entra molto, è vero: ma ho letto da qualche parte che si tratterebbe del “dio del mercoledì”. Forse, se lo prego sinceramente, mi trasferirà per magia in Islanda mercoledì prossimo…)

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