(“The Day I Taught How Not to Rape”, di Abby Norman, insegnante, 19.3.2013. Trad. Maria G. Di Rienzo. L’episodio di stupro a cui il pezzo fa riferimento è accaduto ai danni di una sedicenne nella cittadina di Steubenville, Ohio. La ragazza è stata trascinata priva di sensi da un festino all’altro e filmata mentre chiunque volesse abusava di lei.)

Ieri, la cronaca ha invaso la mia classe. Penso che i ragazzi non prestino attenzione. Penso che le uniche notizie di cui gli importa siano quelle relative a Justin Bieber. Penso che non ascoltino e che non siano capaci di un pensiero più approfondito. Ogni volta in cui penso una di queste cose sto sottovalutando gli studenti di prima superiore che gironzolano nella mia classe ogni giorno.
Tutto ha avuto inizio quando ho scelto una composizione per cominciare a guardare alla poesia in modi diversi:
Testimone, di Martha Collins
Se lei dice qualcosa ora lui dirà
che non è vero se lui dice che non è vero
loro penseranno che non è vero se loro pensano
che non è vero non sarebbe niente di nuovo
ma per lei sarà una cosa più pesante
riempirà lo spazio dove
lui non ha accesso aprirà la porta
della stanza dove lei lo ha messo
via lui riempirà la sua mente lui riempirà
il suo piatto e il suo bicchiere lui riempirà
le sue scarpe e i suoi vestiti lei mai
non lo dimenticherà lui dice se lei dice
qualcosa ora se lei dice qualcosa comunque
lui non le permetterà di dimenticare ed è vero
per una settimana per un mese ma più
lei dice vero e più lui dice no
più piccolo lui sembra potrebbe riempire
le sue scarpe potrebbe riempire i suoi vestiti
lo spazio solito che occupa ma qualcosa
manca qualsiasi cosa loro dicano qualsiasi
cosa loro pensino lui non è quel che era
e la stanza nella sua mente è aperta lei
entra ed esce come vuole lei dice
quel che vuole lei intende proprio quel che dice.
E’ ambiguo. Suppongo che il punto sia questo. La miglior letteratura da proporre ai ragazzi, per me, è quella che li interessa ma non dà loro un’idea chiara di quel che sta accadendo. Il piano è passare la giornata a guardare la poesia da ogni angolo che riusciamo a trovare.
Ieri, immediatamente, dalle ultime fila hanno alzato la mano senza aspettare che li chiamassi. “Signora Norman, questa poesia parla di stupro.” Non era una domanda. E’ raro che un quindicenne parli di qualsiasi materia con tale autorità, figuriamoci di poesia. Altri studenti si dissero d’accordo con il primo ed io ammisi che spesso leggevo anch’io la poesia in quel modo, anche se non è obbligatorio farlo. Stavo per lanciarmi nella spiegazione di ulteriori modi in cui i versi potevano essere letti, ma un altro ragazzo disse: “Signora Norman, ha sentito del caso di stupro in Ohio? Quei ragazzi sono stati arrestati. Dovranno andare in prigione. Perderanno le loro borse di studio. Finiranno in scuole correzionali!”
“Be’…”, risposi io, sentendo il calore strisciarmi su per il collo, “forse vanno in prigione per stupro perché sono stupratori!” Queste ultime parole le urlai e vidi alcuni dei ragazzi ammiccare per la sorpresa. In apparenza, il pensiero che gli atleti arrestati per stupro erano stupratori non gli era mai passato per la testa.
E’ strano guardare il viso di un quindicenne per capire chi lui o lei è. Vedi ancora il bimbetto o la bimbetta che sua madre vede. Vedi l’uomo o la donna che saranno prima di diplomarsi. Sono bambini la cui innocenza tu vuoi disperatamente proteggere. Sono grandi abbastanza per avere una conoscenza migliore, anche se nessuno gliela dà.
Capii che alcuni dei ragazzi erano genuinamente confusi. “Come può essere stata stuprata?”, chiedevano, “Non era cosciente e non poteva dire di no.” Queste parole, venendo da un adulto, mi avrebbero reso furiosa. Ma sulla bocca di un ragazzo che ha ancora la faccia tonda di un bambino mi hanno fatta star male. Ho passato un po’ di minuti a parlare di come si getta il biasimo sulle vittime e di perché questo è terribile. I miei studenti sono ancora abbastanza giovani da ripetere acriticamente quel che sentono, e hanno sentito che se un “no” è assente, il “sì” è implicito.
E’ disagevole pensare che alcuni degli studenti che ancora chiami bambini hanno il potenziale per essere stupratori. E’ nauseante, è terribile, ma è vero. E’ una realtà che dobbiamo affrontare. I miei studenti hanno vissuto per quindici anni in un mondo di “probabilmente lei lo voleva” e hanno bisogno di disimparare alcune lezioni che nessuno ammetterà di aver impartito loro.
Star di fronte alla mia classe e attestare che le scelte di una donna in merito al suo vestiario non sono mai il permesso di stuprarla non dovrebbe essere un atto radicale. Ma solo pochi, d’accordo, hanno annuito. In maggioranza erano storditi, come se si trattasse di un pensiero completamente nuovo. La domanda seguente fu terrificante nel suo fervore: “Signora Norman, vuol dire che una che cammina nuda per strada non sta chiedendo sesso? Come faccio a sapere se vuole fare sesso?” Una voce sorprendentemente orgogliosa venne fuori da una ragazza in fondo: “Lo sai quando ti dice: vuoi fare sesso?”
Se vogliamo prevenire gli adolescenti dall’essere stupratori, non possiamo più a lungo presumere che sappiano come. Dobbiamo parlarne. Questa non è più un’opzione. Non è più abbastanza parlare ai nostri ragazzi dei meccanismi del sesso, probabilmente non lo è stato mai. Dobbiamo parlare del consenso, di cosa significa e di come essere certi di averlo. Dobbiamo insegnare chiaramente e con forza che, come dice Dianna E. Anderson, il consenso è un “sì” entusiasta ed inequivocabile.
Quel che è venuto dopo, quando l’idea di un chiaro “sì” è emersa, è la ragione per cui io scelgo di insegnare alle prime classi. Gli studenti sono ancora abbastanza giovani da voler esaminare nuove idee. Quando la conversazione si rovesciò dal “Be’, non ha detto di no.” al “Lei deve dire di sì.”, molti si sono illuminati. “Signora Norman,” dicevano, “questo ha molto più senso.”, “Signora Norman, questo lascia molto meno spazio alla confusione.”. E quando uno dei ragazzi è sbottato: “Allora cosa volete che faccia, le allungo un fazzolettino di carta e le chiedo di firmarlo?”, quattro ragazze si sono girate di scatto verso di lui urlando: SI’!!!
Quel che è accaduto a Steubenville mi fa star male, ma se pensiamo che non sia rappresentativo di ciò che accade nei party in cantina in tutta l’America ci stiamo prendendo in giro da soli. I nostri ragazzi vogliono parlarne. Hanno bisogno di parlarne. Dobbiamo tenere conversazioni sul consenso concentrandoci non su quello che si poteva fare a posteriori, ma su quello che va fatto in futuro. I nostri adolescenti sono in grado di maneggiare questo, ve lo assicuro. Una comprensione chiara del consenso come “sì” entusiasta e inequivocabile è essenziale per rovesciare la cultura in cui i nostri adolescenti sono cresciuti. La cosa straordinaria è come i miei studenti si sono impegnati nella conversazione. Vogliono modi migliori, ed è nostra responsabilità mostrarglieli, anche se è difficile, anche se ci fa sentire a disagio.
I nostri studenti prestano attenzione. Gli importa di quel che accade nel mondo. Ascoltano e sono capaci di riflessioni profonde. Ho finito di sminuire gli studenti di prima superiore che gironzolano nella mia classe ogni giorno. La cronaca non invaderà più questo spazio, perché sarò io ad invitarla ad entrare.
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