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Celebra con me

(“Won’t you celebrate with me”, di Lucille Clifton, 1936 – 2010, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Lucille Clifton

Non festeggeresti con me

ciò a cui ho dato forma

in un certo tipo di vita?

Non avevo modelli.

Nata in Babilonia

nata non bianca e donna

cosa potevo vedere di essere se non me stessa?

Ho costruito

qui su questo ponte

tra la luce delle stelle e la creta

la mia propria mano;

vieni, celebra con me che ogni giorno

qualcosa ha tentato di uccidermi

ed ha fallito.

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Ius soli

Vennero portando nomi di un migliaio di villaggi

Un migliaio di madri e padri e le terre che lasciarono

Vennero perchè restare avrebbe significato morte certa

per mano di coloro che avevano requisito e preso senza riguardo

Vennero perchè sognavano di bambini che ancora non erano nati

E così lavorarono – nei ristoranti, alle bancarelle di dolci, nei negozi di liquori

E le loro lingue inciampavano su parole che non erano loro

E invecchiarono in un paese a cui ancora di loro non importava

Aggrappandosi a cibo, vestiti, parole, flebili eco provenienti dal passato

migrant ship

Non vediamo dietro di essi le storie con cui sono arrivati

I villaggi che hanno abbandonato, le sorelline che non sono riusciti a salvare,

i costumi che hanno perduto, le case che hanno dato via,

nella speranza che i loro figli non si sarebbero recati alle loro tombe

avendo fame.

Jason Chu (poeta rapper), figlio di migranti, maggio 2013 (tratto da un testo più ampio, trad. Maria G. Di Rienzo)

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Una lettera da Cho Chang

“A J.K. Rowling, da Cho Chang”

Monologo di Rachel Rostad, 14 aprile 2013. Trad. Maria G. Di Rienzo

Rachel Rostad

Quando mi hai messo nei tuoi libri, milioni di ragazze asiatiche attraverso l’America hanno esultato!

Finalmente, un potenziale costume per Halloween che non era geisha o Mulan! Cosa c’è di non amabile, in me? Sono il personaggio favorito di tutti! Ho la totale opportunità di combattere tonnellate di Mangiamorte e ho un gran senso dell’umorismo e sono piena di complesse emozioni!

Oh, un momento. Questa è la versione di Harry Potter dove io non sono fottutamente priva di alcun valore.

Prima di tutto, mi hai messo nei Corvonero. Ovviamente, l’unica asiatica a Hogwarts doveva stare nella casa dei secchioni. Peccato non ci fosse una casa specializzata in computer, matematica e karate, eh?

Lo so, tu pensavi di essere stata tollerante. Fra me, Dean e i gemelli indiani, Hogwarts ha circa… cinque persone di colore? Non importa, siamo tutti personaggi minori. No, tu non sei razzista!

Proprio come non sei omofobica, perché Silente è completamente gay!

Naturalmente non viene mai detto nei libri, ma caspita: la società non è avanzata, ormai? Adesso i gay non devono stare nell’armadio solo nella vita reale – possono anche stare negli armadi della fiction!

Ms. Rowling. Parliamo del mio nome. Cho. Chang.

Cho e Chang sono entrambi cognomi. Sono entrambi cognomi coreani.

Si suppone che io sia cinese.

Che io mi chiami “Cho Chang” è come se un francese si chiamasse “Garcia Sanchez.”

Perciò grazie. Grazie per non avermi dato storia. Grazie per avermi dato un nome generico come un costume da ninja. Come i bastoncini per il cibo usati quali ornamenti per capelli.

Ms. Rowling, so che tu sei solo l’ultima dei partecipanti ad un lunga tradizione che tramuta le donne asiatiche in feticci tragici.

Madame Butterfly. Donna giapponese si innamora di un soldato bianco, viene abbandonata, si uccide.

Miss Saigon. Donna vietnamita si innamora di un soldato bianco, viene abbandonata, si uccide.

“Memorie di una geisha”. Lucy Liu vestita di cuoio. Pornografia con scolarette.

Per cui fammi piangere per i ragazzi più di quanto io parli.

Lascia che io soddisfi la tua quota di diversità.

Solo una ragazza di colore in più che lamenta la perdita del suo eroe bianco.

Non mi stupisce che Harry Potter si sia preso la febbre gialla.

Noi facciamo risolini dietro piccole mani dicendo “No pallo inglese”.

Cos’altro un uomo può vedere in me?

Cos’altro posso essere, se non quello che tu hai fatto di me?

Subordinata. Sottomessa. Sottotrama.

Va’ avanti. Dimmi che esagero.

Ignora il fatto che i tuoi libri hanno venduto 400 milioni di copie in tutto il mondo.

Io sono plastificata sugli schermi dei cinema, una caricatura bestseller.

La scorsa estate,

ho incontrato un ragazzo il cui parlare era come pioggia contro le finestre.

Aveva gli occhi blu di suo padre.

Ha premuto il suo polso contro il mio e ha detto di essere troppo pallido.

Che la mia pelle era molto più bella.

Per lui, io ero il tramonto sul Pacifico,

latte di mandorla, una coppa di porcellana.

Quando mi ha lasciata, mi sono detta che avrei dovuto aspettarmelo.

Non sono sicura di essere stata triste ma ho pianto lo stesso.

Ci si aspetta che le ragazze che somigliano a me piangano per i ragazzi che somigliano a lui.

Ho visto tutti i film e letto tutti i libri.

Noi abbiamo solo seguito la trama.

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Una canzone per ogni sogno

moonlight garden

My Eden – cantante: Yisabel Jo (dalla colonna sonora dello sceneggiato “Gu Family Book”, attualmente in programmazione per la rete televisiva sudcoreana MBC – trad. M.G. Di Rienzo.)

http://www.youtube.com/watch?v=wOZTVGo00uM

oppure

http://www.youtube.com/watch?v=kYwWM_9MQgU

C’è una pietra per le cose dimenticate

Solo una pietra per tutto ciò che volevi

Guarda, una pietra per ciò che non sarà

Tutto quel che pensavi era là

Conta le pietre, non pensare a lui (1)

Lascia che le pietre diventino la tua montagna

Lasciale andare, le notti in cui dubitavi,

quel migliaio di preoccupazioni

Delicatamente ora fatti strada

fra le città ed il buio

Delicatamente lasciati guidare

dalle nuvole e dalle stelle

Quando le distanze crescono,

quando i venti cominciano a soffiare,

qualcosa sussurra in distanza:

c’è una casa, nel cuore,

un altro paradiso.

C’è un tempo per ogni cosa

C’è una canzone per ogni sogno

C’è una canzone

C’è una pietra per ogni azione

Per le cose che non ti volterai a guardare

Guarda, una pietra per tutto ciò che sarà,

per tutto ciò che è ancora me.

Delicatamente ora fatti strada

tra i suoni dell’oscurità

Delicatamente lasciati guidare

dalle nuvole e dalle stelle

Quando le distanze crescono,

quando i venti cominciano a soffiare,

qualcosa sussurra in distanza:

c’è una casa, nel cuore,

un altro paradiso.

C’è un tempo per ogni cosa

C’è una canzone per ogni sogno

C’è un mondo che non esiste ancora

C’è un tempo per ogni cosa

C’è una canzone per ogni sogno

 giardino sotto la luna

(1) Ascoltando il pezzo io sento “your friend” – il tuo amico/la tua amica, ma tutte le trascrizioni del testo riportano “him” – lui.

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“Lo stato attuale del femminismo ha occupato la mia mente, di recente, anche perché una poesia che ho scritto vent’anni fa, essenzialmente un manifesto femminista, è diventata virale. Io non l’ho mai postata, perché l’ho scritta prima dell’era di internet, ma è nel libro “Aloud: Voices from the Nuyorican Poets Cafe”, che vinse un premio come libro dell’anno nel 1994 e che è tuttora in distribuzione. La buona notizia, per chi si preoccupa di un’eventuale mancanza di fuoco femminista nelle giovani generazioni, è che sono proprio donne giovani a postare il testo. La cattiva è che ciò indica come le esperienze delle donne siano cambiate di poco in vent’anni.” Carol Diehl – pittrice, scrittrice, poeta, insegnante. carol diehlPer gli uomini che ancora non ci arrivano (For Men Who Still Don’t Get It – Trad. M.G. Di Rienzo)

Come sarebbe se

tutte le donne fossero più grosse e più forti di voi

e pensassero di essere più intelligenti

Come sarebbe se

le donne fossero quelle che danno inizio alle guerre

Come sarebbe se

troppi dei vostri amici fossero stati stuprati

da donne armate di dildo giganti

e senza vaselina

Come sarebbe se

il soldato

che vi ha mandato fuori strada

sulla New Jersey Turnpike

fosse una donna

e avesse una pistola

Come sarebbe se

la capacità di avere le mestruazioni

fosse il pre-requisito per i lavori meglio pagati

Come sarebbe se

il vostro essere attraenti per le donne dipendesse

dalle dimensioni del vostro pene

Come sarebbe se

ogni volta in cui una donna vi vede

cominciasse a fischiare

e a fare il gesto di masturbarsi con le mani

Come sarebbe se

le donne raccontassero di continuo barzellette

su quanto sono brutti i peni

e quanto schifoso è lo sperma

Come sarebbe se

doveste spiegare cosa non va nella vostra auto

a grosse donne sudate dalle mani unte

con lo sguardo fisso all’altezza dei vostri genitali

in un garage in cui siete circondati

da poster di uomini nudi con erezioni

Come sarebbe se

le riviste per uomini avessero in copertina

ragazzini di 14 anni

con calzini ripieni stipati

sul davanti dei loro jeans

e articoli del tipo:

“Come scoprire se tua moglie è infedele”

o “Cosa il tuo dottore non ti dirà della tua prostata”

o “La verità sull’impotenza”

Come sarebbe se

il dottore che esamina la vostra prostata

fosse una donna

e vi chiamasse “tesoro”

Come sarebbe se

mentre siete costretti ad inalare

il respiro puzzolente di sigaro della vostra capa

lei insistesse che dormire con lei

è parte del vostro lavoro

Come sarebbe se

non aveste potuto scamparla perché

il codice d’abbigliamento della ditta richiede

che voi indossiate scarpe

disegnate per impedirvi di correre

E come sarebbe se

dopo tutto questo

le donne volessero ancora

essere amate da voi

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Ehi, cascata,

perché sei così addolorata?

Perché ti vedo triste e ripiegata su te stessa,

qual è il tuo dolore?

Proprio come fa il mio dolore

posi la tua testa sulla pietra e

stai piangendo.

(Poesia di Rabia Balkhi, non conosco il titolo, la traduzione è mia. MG Di Rienzo)

 vento e rose

L’ospedale delle donne di Kabul porta il suo nome, così come qualche scuola afgana. Quella che si supponeva essere la sua tomba fu meta per secoli di ragazzi e ragazze dell’Uzbekistan, che la pregavano come una santa affinché favorisse le loro storie d’amore (quando i talebani conquistarono Mazar vandalizzarono la tomba). L’unica cosa certa della poeta Rabia Balkhi, vissuta nel 10° secolo e diventata una figura semi-leggendaria, è infatti che morì per amore, scrivendo la sua ultima poesia. Principessa alla corte dei Samanidi (il cui dominio territoriale spaziava fra gli odierni Iran e Afghanistan) si innamorò di uno schiavo e fu per questo uccisa dal proprio fratello.

“Cara Rabia, ti sto scrivendo attraverso i secoli: dalla terra dei viventi al regno della morte. L’anno è il 2012 ed i miei calcoli dicono che sei stata assassinata esattamente 1.669 anni fa. Hai il dubbio onore di essere il nostro primo caso registrato di ‘delitto d’onore’. (…) Anche le nostre ragazze scrivono poesie, a volte nelle celle delle loro prigioni, a volte dietro i muri di mattoni di fango delle loro case di villaggio. C’è persino una stazione radio per la poesia delle donne e le nostre ragazze sgaiattolano fuori dalla cucina per chiamarla e leggere i loro versi.

(vedi al proposito: http://lunanuvola.wordpress.com/2012/05/05/morire-di-poesia/ )

Usano la poesia per dire la verità e, allo stesso tempo, per velarla. Io credo che il nostro linguaggio si sia formato come risposta al terrore. E’ pieno di ambiguità, perfetto per chi non osi pronunciare la verità ad alta voce. Si fugge nella poesia, dicendo tutto e niente. (…) Tuo fratello Haris, il re che fu il tuo assassino, diede ordine che ti tagliassero entrambi i polsi. Pianificò con cura il tuo omicidio, e ti amava. Tu eri, dopotutto, la sua sola sorella. Lascia che ti dica di nuovo che questo è l’anno 2012: e ancora i fratelli afgani uccidono le loro sorelle. Siamo rimasti amabili e appassionati e crudeli e assassini. Amiamo e onoriamo le nostre ragazze e le pugnaliamo con coltelli, le bruciamo, le anneghiamo. Non siamo cambiati, Rabia. Il massacro dell’amore-odio va ancora avanti. (…) Avevi talento, ed il tuo essere la prima poeta afgana di cui si abbiano registrazioni storiche fa di te una figura importante. Ma come potevano queste cose, serissime, conciliarsi con una giovane ragazza innamorata il cui fratello la uccise per salvare la propria reputazione? E così la tua storia fu corretta per “purificarti”, per renderti una donna rispettabile e poi una santa. Lasciatelo dire, Rabia: ancora oggi noi non rispettiamo i morti. Al contrario, è solo quando le persone muoiono che cominciamo a mentire sul serio su di esse.” Così l’8 marzo dell’anno scorso Nushin Arbabzadah – afgana, ricercatrice per l’UCLA sulla storia delle donne, scrittrice, giornalista per The Guardian – scriveva nella sua lunga lettera a Rabia.

In effetti, le sovrapposizioni successive, gli aneddoti aggiunti a posteriori, il volgere e riavvolgere la storia di Rabia Balkhi come un filo attorno a differenti fusi, rendono difficile capire come andò veramente. Pare si innamorasse dello schiavo Baktash a prima vista, scorgendolo dall’apertura di un tetto su cui si era arrampicata per guardare una festa di uomini, da cui lei era esclusa. Baktash era un giovane colto e un intrattenitore alla corte del re ed è verosimile l’accenno allo scambio di versi fra i due. E’ anche possibile che la giovane principessa abbia effettuato questo scambio con l’allora poeta di corte, Rudaki, che in alcune versioni della storia è colui che svela al fratello la relazione. Rabia avrebbe anche salvato il suo Baktash durante una guerra, intervenendo armata e mascherata a cavallo contro i nemici che lo avevano circondato. Ad ogni modo, certa è la condanna di entrambi: per quanto riguarda lo schiavo, alcuni dicono che fu esiliato e poco dopo morì, altri che fu gettato in un pozzo ma riuscì ad uscirne e, una volta saputo della morte di Rabia, uccise il fratello di lei. La principessa fu invece chiusa nella sauna delle donne con i polsi tagliati.

“Diede ordine di lasciarti là da sola, e che le porte della sauna fossero bloccate con rocce. Mentre il sangue ti sgorgava dalle vene dal di fuori udivano le tue grida, Rabia. Ma nessuno venne in tuo soccorso. Il tuo cadavere fu raccolto il giorno dopo. Eri completamente insanguinata come lo erano i muri su cui avevi scritto versi, intingendo le dita nelle pozze del tuo stesso sangue. (…) Ora ti chiamano la “madre della poesia persiana”, anche se sei morta da fanciulla infatuata. Siamo rimasti dei bugiardi, Rabia. Riposa in pace. Volevo solo dirti che l’amore, in Afghanistan, uccide ancora.” (sempre dalla lettera di Nushin Arbabzadah)

La poesia che segue (la traduzione è mia) è quanto ci resta di quel che Rabia Balkhi scrisse con il proprio sangue:

Amore

Sono prigioniera nella tela dell’Amore, così ingannatrice

che nessuno dei miei sforzi dà frutto.

Non sapevo, quando cavalcavo la determinazione dal sangue nobile

che più forte tiravo le sue redini meno mi prestava attenzione.

L’Amore è un oceano dallo spazio così ampio

che nessun saggio può nuotarci, in nessun punto.

Chi ama davvero dovrebbe essere fedele sino alla fine

e fronteggiare le abitudinarie condanne della vita.

Quando vedi cose orrende, le immagini armoniose,

mangi il veleno e senti la dolcezza dello zucchero.

Maria G. Di Rienzo

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(“The Day I Taught How Not to Rape”, di Abby Norman, insegnante, 19.3.2013. Trad. Maria G. Di Rienzo. L’episodio di stupro a cui il pezzo fa riferimento è accaduto ai danni di una sedicenne nella cittadina di Steubenville, Ohio. La ragazza è stata trascinata priva di sensi da un festino all’altro e filmata mentre chiunque volesse abusava di lei.)

 filmato

Ieri, la cronaca ha invaso la mia classe. Penso che i ragazzi non prestino attenzione. Penso che le uniche notizie di cui gli importa siano quelle relative a Justin Bieber. Penso che non ascoltino e che non siano capaci di un pensiero più approfondito. Ogni volta in cui penso una di queste cose sto sottovalutando gli studenti di prima superiore che gironzolano nella mia classe ogni giorno.

Tutto ha avuto inizio quando ho scelto una composizione per cominciare a guardare alla poesia in modi diversi:

Testimone, di Martha Collins

Se lei dice qualcosa ora lui dirà

che non è vero se lui dice che non è vero

loro penseranno che non è vero se loro pensano

che non è vero non sarebbe niente di nuovo

ma per lei sarà una cosa più pesante

riempirà lo spazio dove

lui non ha accesso aprirà la porta

della stanza dove lei lo ha messo

via lui riempirà la sua mente lui riempirà

il suo piatto e il suo bicchiere lui riempirà

le sue scarpe e i suoi vestiti lei mai

non lo dimenticherà lui dice se lei dice

qualcosa ora se lei dice qualcosa comunque

lui non le permetterà di dimenticare ed è vero

per una settimana per un mese ma più

lei dice vero e più lui dice no

più piccolo lui sembra potrebbe riempire

le sue scarpe potrebbe riempire i suoi vestiti

lo spazio solito che occupa ma qualcosa

manca qualsiasi cosa loro dicano qualsiasi

cosa loro pensino lui non è quel che era

e la stanza nella sua mente è aperta lei

entra ed esce come vuole lei dice

quel che vuole lei intende proprio quel che dice.

E’ ambiguo. Suppongo che il punto sia questo. La miglior letteratura da proporre ai ragazzi, per me, è quella che li interessa ma non dà loro un’idea chiara di quel che sta accadendo. Il piano è passare la giornata a guardare la poesia da ogni angolo che riusciamo a trovare.

Ieri, immediatamente, dalle ultime fila hanno alzato la mano senza aspettare che li chiamassi. “Signora Norman, questa poesia parla di stupro.” Non era una domanda. E’ raro che un quindicenne parli di qualsiasi materia con tale autorità, figuriamoci di poesia. Altri studenti si dissero d’accordo con il primo ed io ammisi che spesso leggevo anch’io la poesia in quel modo, anche se non è obbligatorio farlo. Stavo per lanciarmi nella spiegazione di ulteriori modi in cui i versi potevano essere letti, ma un altro ragazzo disse: “Signora Norman, ha sentito del caso di stupro in Ohio? Quei ragazzi sono stati arrestati. Dovranno andare in prigione. Perderanno le loro borse di studio. Finiranno in scuole correzionali!”

“Be’…”, risposi io, sentendo il calore strisciarmi su per il collo, “forse vanno in prigione per stupro perché sono stupratori!” Queste ultime parole le urlai e vidi alcuni dei ragazzi ammiccare per la sorpresa. In apparenza, il pensiero che gli atleti arrestati per stupro erano stupratori non gli era mai passato per la testa.

E’ strano guardare il viso di un quindicenne per capire chi lui o lei è. Vedi ancora il bimbetto o la bimbetta che sua madre vede. Vedi l’uomo o la donna che saranno prima di diplomarsi. Sono bambini la cui innocenza tu vuoi disperatamente proteggere. Sono grandi abbastanza per avere una conoscenza migliore, anche se nessuno gliela dà.

Capii che alcuni dei ragazzi erano genuinamente confusi. “Come può essere stata stuprata?”, chiedevano, “Non era cosciente e non poteva dire di no.” Queste parole, venendo da un adulto, mi avrebbero reso furiosa. Ma sulla bocca di un ragazzo che ha ancora la faccia tonda di un bambino mi hanno fatta star male. Ho passato un po’ di minuti a parlare di come si getta il biasimo sulle vittime e di perché questo è terribile. I miei studenti sono ancora abbastanza giovani da ripetere acriticamente quel che sentono, e hanno sentito che se un “no” è assente, il “sì” è implicito.

E’ disagevole pensare che alcuni degli studenti che ancora chiami bambini hanno il potenziale per essere stupratori. E’ nauseante, è terribile, ma è vero. E’ una realtà che dobbiamo affrontare. I miei studenti hanno vissuto per quindici anni in un mondo di “probabilmente lei lo voleva” e hanno bisogno di disimparare alcune lezioni che nessuno ammetterà di aver impartito loro.

Star di fronte alla mia classe e attestare che le scelte di una donna in merito al suo vestiario non sono mai il permesso di stuprarla non dovrebbe essere un atto radicale. Ma solo pochi, d’accordo, hanno annuito. In maggioranza erano storditi, come se si trattasse di un pensiero completamente nuovo. La domanda seguente fu terrificante nel suo fervore: “Signora Norman, vuol dire che una che cammina nuda per strada non sta chiedendo sesso? Come faccio a sapere se vuole fare sesso?” Una voce sorprendentemente orgogliosa venne fuori da una ragazza in fondo: “Lo sai quando ti dice: vuoi fare sesso?”

Se vogliamo prevenire gli adolescenti dall’essere stupratori, non possiamo più a lungo presumere che sappiano come. Dobbiamo parlarne. Questa non è più un’opzione. Non è più abbastanza parlare ai nostri ragazzi dei meccanismi del sesso, probabilmente non lo è stato mai. Dobbiamo parlare del consenso, di cosa significa e di come essere certi di averlo. Dobbiamo insegnare chiaramente e con forza che, come dice Dianna E. Anderson, il consenso è un “sì” entusiasta ed inequivocabile.

Quel che è venuto dopo, quando l’idea di un chiaro “sì” è emersa, è la ragione per cui io scelgo di insegnare alle prime classi. Gli studenti sono ancora abbastanza giovani da voler esaminare nuove idee. Quando la conversazione si rovesciò dal “Be’, non ha detto di no.” al “Lei deve dire di sì.”, molti si sono illuminati. “Signora Norman,” dicevano, “questo ha molto più senso.”, “Signora Norman, questo lascia molto meno spazio alla confusione.”. E quando uno dei ragazzi è sbottato: “Allora cosa volete che faccia, le allungo un fazzolettino di carta e le chiedo di firmarlo?”, quattro ragazze si sono girate di scatto verso di lui urlando: SI’!!!

Quel che è accaduto a Steubenville mi fa star male, ma se pensiamo che non sia rappresentativo di ciò che accade nei party in cantina in tutta l’America ci stiamo prendendo in giro da soli. I nostri ragazzi vogliono parlarne. Hanno bisogno di parlarne. Dobbiamo tenere conversazioni sul consenso concentrandoci non su quello che si poteva fare a posteriori, ma su quello che va fatto in futuro. I nostri adolescenti sono in grado di maneggiare questo, ve lo assicuro. Una comprensione chiara del consenso come “sì” entusiasta e inequivocabile è essenziale per rovesciare la cultura in cui i nostri adolescenti sono cresciuti. La cosa straordinaria è come i miei studenti si sono impegnati nella conversazione. Vogliono modi migliori, ed è nostra responsabilità mostrarglieli, anche se è difficile, anche se ci fa sentire a disagio.

I nostri studenti prestano attenzione. Gli importa di quel che accade nel mondo. Ascoltano e sono capaci di riflessioni profonde. Ho finito di sminuire gli studenti di prima superiore che gironzolano nella mia classe ogni giorno. La cronaca non invaderà più questo spazio, perché sarò io ad invitarla ad entrare.

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(“When men do nothing”, di Stephen McArthur, trad. Maria G. Di Rienzo. L’Autore della poesia, ispirata ai celebri versi di Martin Niemoller “Quando vennero a prendere…”, lavora con le sopravvissute alla violenza domestica e sessuale. Dice che queste persone lo ispirano “con le loro voci, le loro transizioni, il potere che danno a se stesse” e che la sua più grande frustrazione sul lavoro è “non riuscire ad ottenere l’attenzione degli uomini”.)

Il segretario generale delle Nazioni Unite

Il segretario generale delle Nazioni Unite

Per prima cosa, lui cominciò a dirle cosa indossare quando uscivano insieme e io non ho fatto nulla perché, ehi, lui si cura proprio di come lei appare.

Poi, tornò dopo una brutta giornata al lavoro e le disse che la casa era in uno stato da far schifo e io non ho fatto nulla, perché in fondo è casa sua, no?

Poi la chiamò cagna e stupida puttana grassa e io non ho fatto nulla, perché già invio offerte per la ricerca sul cancro al seno e porto un nastro rosa.

Poi, la ammonì di non andare da nessuna parte con quella stronza della sua migliore amica, e io non ho fatto nulla, perché lui stava solo cercando di proteggerla.

Poi, lei andò a pranzo proprio con quell’amica, e lui piantò un pugno sul muro a poca distanza dalla sua testa, ribollendo di rabbia e sputando, e io non ho fatto nulla perché lui glielo aveva detto, no?

Poi, le disse di non uscire per niente senza di lui e io non ho fatto nulla, perché in fin dei conti non sono affari miei.

Poi, quando lei uscì da sola comunque, lui le mostrò la pistola che aveva comprato, e io non ho fatto nulla, perché già sostengo la campagna per il controllo delle armi leggere e sono attivo nel movimento pacifista.

Poi, quando lei minacciò di chiamare la polizia, lui rispose che non le avrebbero creduto, e io non ho fatto nulla perché loro due possono maneggiare questo tipo di cose.

Poi, quando lei gli disse che non voleva più fare sesso con lui e lui la picchiò, io non ho fatto nulla perché, insomma, lei è sua moglie, non è vero?

Poi, quando lei gli disse che voleva andarsene, lui rispose che se lo faceva si sarebbe suicidato, e io non ho fatto nulla, perché erano solo sciocche minacce.

Poi, quando lei se ne andò sul serio, lui la trovò e la uccise a colpi di pistola, e io non ho fatto nulla, perché ormai era troppo tardi.

E inoltre, non c’era qualche gruppo di donne che poteva parlarle?

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Guardate cosa accade

Hafiz

Persino dopo tutto questo tempo

il Sole non dice mai alla Terra

Sei in debito con me”.

Guardate cosa accade

con un amore come questo,

illumina il cielo intero.

 

Hafiz (o Hafez) poeta persiano del 1300 (trad. M.G. Di Rienzo)

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(“There It Is”, di Jayne Cortez, trad. Maria G. Di Rienzo)

E se non lottiamo

se non resistiamo

se non ci organizziamo ed uniamo e

prendiamo il potere di controllare le nostre stesse vite

allora indosseremo

l’aspetto esagerato della cattività

l’aspetto stilizzato della sottomissione

l’aspetto bizzarro del suicidio

l’aspetto disumanizzato della paura

e l’aspetto decomposto della repressione

nei secoli dei secoli e per sempre

E questo è quanto

 jayne cortez on stage

Jayne Cortez è mancata il 4 gennaio u.s., all’età di 78 anni. Nata come Sallie Jayne Richardson, la poeta assunse il cognome da nubile della nonna materna, Cortez. Era stata sposata con il sassofonista Ornette Coleman, da cui divorziò nel 1964. Nel 1975 si risposò con lo scultore Melvin Edwards.

Sin dal suo coinvolgimento nel movimento per i diritti civili, durante gli anni ’60, Jayne ha lottato contro l’ingiustizia a 360° gradi: per cause sociali e ambientaliste, per l’eguaglianza di genere, contro il razzismo.

La sua poesia è inseparabile dalla musica: la sua band, Firespitters (che comprende il figlio avuto con Coleman, Denardo), ha fornito la trama jazz-funk-blues in cui Jayne ha intessuto le sue parole.

Così spiegava Jayne nel 2011: “L’arte può farci vedere e sentire la realtà e può aiutarci a cambiare quella realtà. L’arte è rivelazione. L’arte è duro lavoro. L’arte è parte della protesta.” Maria G. Di Rienzo

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