Feeds:
Articoli
Commenti

Posts contrassegnato dai tag ‘palestina’

Per quasi un mese, un gruppo di donne di diversa provenienza chiamato “Mettere in comunicazione le figlie” – http://www.connectingdaughters.com/ – ha viaggiato dal sud della Giordania sino in Palestina ed Israele, ospitato durante il cammino da altre donne: palestinesi, israeliane e beduine. Viaggiando a piedi, su cammelli e cavalli, su autobus e camion, le donne hanno seguito antichi tracciati dal 27 marzo al 21 aprile 2013, portando con sé il meno possibile ed onorando la Madre Terra in un “pellegrinaggio verde”. Il gruppo è sostenuto da vari uomini e due di essi, olandesi, le hanno seguite nel loro viaggio, filmando e documentando la storia. Le donne hanno viaggiato da Petra e Wadi Rum in Giordania e sono arrivate in Israele toccando molti luoghi, villaggi e montagne, luoghi ebrei e luoghi arabi, dal sud al nord e ritorno, passando per Neve Shalom.

(Ndt: l’Oasi della Pace fondata da Bruno Hussar nel 1970. Vedi http://www.neveshalom.org/ oppure in italiano http://www.oasidipace.org/ )

tappeto

Perché queste donne hanno deciso di fare le pellegrine? “Perché condividiamo un desiderio di pace. Siamo donne con diversi retroscena, veniamo dalla Giordania, dall’Olanda, dalla Palestina e da Israele. Durante i nostri viaggi incontriamo altre donne nelle loro comunità, sediamo insieme, fabbrichiamo vasi insieme, prepariamo cibo e tè insieme, ci scambiamo le nostre storie e le nostre danze.”

Tessere un nuovo racconto per terre martoriate da una guerra permanente è il loro scopo ultimo e sanno benissimo quanto lungo e difficile è un percorso con tale meta. Poiché sono attiviste pacifiste da tempo non stanno con le mani in mano: ma visto che c’erano hanno deciso di concretizzare questo nuovo racconto almeno a livello simbolico. Renderlo visibile, fare in modo che si potesse toccarlo… e così hanno tessuto il Tappeto della Pace e se lo sono portate dietro ovunque durante il pellegrinaggio: le donne che hanno incontrato nelle varie tappe sono intervenute aggiungendo al tappeto il loro contributo di ricami, stoffe, nastri, bottoni, colori, parole.

tappeto 2

Nel nostro progetto cerchiamo le somiglianze e celebriamo le differenze. E’ un progetto in cui le figlie delle bibliche Sara, Hagar e Ketura viaggiano insieme per mostrare al mondo che stare insieme è possibile, che fare la pace è possibile. Attraversiamo confini, culture, linguaggi, religioni, per trovare pace e costruire pace, dentro di noi e fuori di noi. Lavorando insieme alla decorazione del Tappeto della Pace abbiamo fatto in modo che riflettesse le nostre preghiere e il nostro potere.”

Marjon Bovens, olandese co-fondatrice del gruppo, ha lavorato come facilitatrice per tutta la vita, sempre cercando nuovi modi di portare attorno allo stesso tavolo, o di far sedere sullo stesso tappeto, persone che normalmente non si sarebbero mai incontrate. Da cinque anni ci prova in Israele e Palestina, con la collaborazione di Lana Nasser, danzatrice, scrittrice e ritualista giordana, e di donne israeliane e palestinesi come Tali, Diana, Ora, Dafna… “La pace è possibile. Le donne possono portarla ovunque. – sostiene Marjon – Gli uomini dovrebbero sostenerle, emularle e seguirle. Nel corso del nostro viaggio abbiamo invitato le donne che incontravamo ad unirsi a noi nel pellegrinaggio sino alla sua ultima tappa, Gerusalemme.” E così quelle che potevano hanno fatto, e il 21 aprile ce n’erano un bel po’ a distendere il Tappeto della Pace e a danzare e a cantare insieme: La mia casa sta dove sta il mio cuore, e il mio cuore è con te. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(“Butterfly without Fins, A Novel from Palestine”, intervista a Dima Saleh di Peace X Peace, trad. Maria G. Di Rienzo)

 Saleh

Perché hai deciso di cominciare a scrivere?

Scrivere, per me, non è tanto una decisione che ho preso quanto un atto necessario. E’ come quando una persona sente che c’è qualcosa dentro di lei che ha bisogno di uscire: lo paragonerei al partorire. Ho iniziato a scrivere poesie quando ero adolescente, ma allora non avevo il coraggio di mostrarle a nessuno. Nel 2007, dopo aver preso il diploma in Belle Arti ho sentito la necessità di scrivere e pubblicare, così ho cominciato ad usare il dialogo moderno su un forum tramite il mio blog.

Cosa ha ispirato il tuo libro “Butterfly without Fins, A Novel from Palestine” (“Farfalle senza pinne, un romanzo dalla Palestina”)?

Non so se posso chiamare quel che ho scritto un “libro”, perché un editore non l’ho ancora. Ma c’è questo romanzo che si chiama così, e il titolo è importante per me, perché descrive la situazione di una ragazza che ha tentato di vivere nella sua società e non c’è riuscita: come una farfalla costretta a vivere in mare. Il titolo ha anche un significato personale perché io sono una di quelle persone che è tornata in Palestina dopo gli Accordi di Oslo, sono una “ritornata”. Ciò mi ha fatto sentire una farfalla senza pinne, una straniera nel mio stesso paese. Inoltre, ho vissuto l’infanzia e l’adolescenza passando da un paese all’altro, il che distingue la mia esperienza da quella di altre ragazze che hanno vissuto tutta la vita nella società palestinese. Per questo non sono mai stata percepita come una “vera” o “pura” palestinese, e a volte neppure come una “ritornata”.

Che messaggi vuoi mandare ai lettori/alle lettrici tramite il tuo romanzo, e cosa desideri che le persone abbiano da esso?

Ho un bel po’ di messaggi da mandare. In primo luogo, sto parlando in generale delle donne arabe e di quanto soffrono in una società patriarcale che le rende terrorizzate all’idea di restare nubili e mette un’enfasi esagerata sul matrimonio, anche in età precoce. Le donne nella società araba hanno età specifiche per sposarsi: fra i 14 e i 20 anni nei villaggi, fra i 16 e i 25 nelle città. Tuttavia, vi sono cambiamenti crescenti in alcune città, dove l’età media per il matrimonio è salita a 28/30 anni a causa della situazione economica, e della richiesta da parte degli uomini di mogli che abbiano un lavoro e possano contribuire al bilancio familiare.

In secondo luogo, volevo parlare della guerra al campo profughi di Nahr Al-Bared in Libano, perché vi è molto poco di scritto al proposito, in articoli o novelle. Il 19 maggio 2007 le Forze di sicurezza per gli interni del Libano (FSI) accusarono un gruppo di militanti di Fatah al-Islam di aver preso parte ad una rapina in banca all’inizio dell’anno, e sospettavano che i militanti si nascondessero nel campo profughi. L’FSI bombardò il campo. La maggioranza dei residenti fuggirono nel vicino campo palestinese di Beddawi, raddoppiando la densità di presenze che era già alta, o fuggirono a sud verso Tripoli, Beirut e Saida. Io all’epoca mi trovavo in Libano e ho visto quanto i rifugiati hanno sofferto, anche mia zia era fra loro.

In terzo luogo, miravo a raccontare al mondo le condizioni dei palestinesi durante la terza Intifada, dal mio punto di vista di studentessa all’Università di Birzeit. Nel romanzo menziono i raid, il coprifuoco, le barriere, e gli eventi relativi che erano pieni di tristezza e a volte, allo stesso tempo, anche buffi. Ho narrato la mia esperienza come una degli studenti a cui fu impedito di visitare le proprie famiglie per più di due mesi, durante l’assedio israeliano. Quarto, sto tentando tramite il mio romanzo di contribuire al cambiamento delle tradizioni e delle credenze patriarcali che sono pervasive nella società palestinese e che causano sofferenza per le donne.

Infine, volevo mandare un messaggio alle persone che vivono fuori dalla Palestina e dire loro: anche se noi palestinesi siamo sotto occupazione stiamo resistendo per mantenerci vivi, per continuare ad amare e a provare sentimenti.

Credi si dovrebbe prestare maggiore attenzione agli scritti delle donne arabe? Hai in mente qualche autrice da raccomandarci?

Certamente si dovrebbe prestare maggior attenzione a quel che le donne arabe scrivono, perché nessun altro può descrivere adeguatamente le questioni che loro stesse affrontano. Io sono cresciuta leggendo Nawal El-Saadawi, una femminista egiziana che ha influenzato la mia percezione del mondo e mi ha reso consapevole di quante norme necessitano cambiamenti nella società araba. Le società patriarcali non danno liberi spazi alle donne affinché esse esprimano i propri sentimenti, o possano criticare le pratiche che si rivolgono contro di loro. Il risultato è che chi come donna ha sfidato norme sociali o ha scritto su argomenti tabù viene minacciata dagli islamisti e perseguitata a livello politico. A volte, nelle società conservatrici, le scrittrici usano nomi falsi o argomentano le loro analisi in modo indiretto, per proteggersi.

A chi è interessato alle scrittrici arabe consiglio Nawal El-Saadawi, Ghada Al-Samman, Ahlam Mosteghanemi, Suad Mohammed Al-Sabah e Salma Al-khadra Jayyussi. Raccomando la palestinese Suad Amiry, che ha scritto il famoso libro “Sharon e mia suocera: i diari di Ramallah”. Questo testo è unico, per me, perché è scritto da una donna che ha parlato della guerra in maniera sarcastica. Consiglierei anche la contemporanea libanese Hanan al-Shaykh (specialmente “Il profumo di una gazzella”) e la siriana Haifa Beitar.

Infine, voglio dire che scrivere è un’arma potente per resistere all’ingiustizia e diffondere pace nel mondo. Perciò, donne, scriviamo ed esprimiamo i nostri sentimenti!

Read Full Post »

(e i bambini dormono per sempre)

Più di un miliardo di bambini, circa un sesto della popolazione mondiale, vivono attualmente in zone di conflitto. Ne sono già morti due milioni e sei milioni vivono con le conseguenze di gravi ferite o sono stati resi disabili da queste ultime. 18 milioni di bambini sono rifugiati o dispersi. Circa 300.000 combattono come soldati.

Più del 70% dei bambini di Gaza, Palestina, di età inferiore all’anno sono anemici. Quando arrivano ai cinque anni, uno su dieci soffre di arresto dello sviluppo. 40.000 bambini, a Gaza e nella West Bank, lavorano invece di andare a scuola, a causa della miseria delle loro famiglie. Due terzi dei bambini palestinesi non hanno alcuna area sicura in cui giocare.

Fino a questo momento, le attuali “operazioni” israeliane nella Striscia di Gaza hanno dato come risultato 500 feriti e 75 morti. Il più piccolo dei morti aveva 18 mesi. Continuo a domandarmi come il pilota che ha effettuato il raid aereo in prossimità del campo rifugiati di Bureij, il luogo dove il bimbo è stato ucciso dalla sua prodezza, riesca a dormire la notte. Maria G. Di Rienzo

(Fonti dei dati: Nazioni Unite, Unicef, Save the Children, Al Jazeera)

Read Full Post »

(“A message to Israel’s leaders: Don’t defend me – not like this”, di Michal Vasser, lettera pubblicata da Haaretz, 15.11.2012. Trad. Maria G. Di Rienzo)

La prima cosa che voglio dire è: Per favore, non difendetemi. Non così.

Sono seduta al sicuro, nella mia stanza del kibbutz Kfar Aza e ascolto i bombardamenti della guerra totale provenire dall’esterno. Non sono più capace di distinguere fra i “nostri” bombardamenti e i “loro”. A dire la verità i bambini del kibbutz fanno questo meglio di me. Hanno sviluppato una sorta di “orecchio musicale”, sin da quando erano molto piccoli, e sono in grado di cogliere la differenza fra una scarica di artiglieria e un missile sparato da un elicottero, o quella fra una bomba di mortaio o di Qassam. Buon per loro.

Difendere la propria casa significa questo? Io non capisco. Tutti i nostri leader dormivano, a scuola, durante l’ora di Storia? Difendere il benessere dei cittadini comporta un’Armaggedon ogni tot anni? Nessun politico ha mai sentito l’espressione “pianificazione a lungo termine”?

Volete difendermi, e allora per favore: NON MANDATE IN GIRO L’ESERCITO DI ISRAELE PER “VINCERE”. Cominiciate a pensare sul lungo periodo e non solo alla prossima tornata elettorale. Tentate di negoziare quando il camino manda ancora fumo bianco. Tendete una mano al Presidente palestinese Mahmoud Abbas. Smettetela con gli omicidi e guardate negli occhi i civili che stanno dall’altra parte.

So che la maggior parte dell’opinione pubblica mi accuserà di essere una piagnona. Ma sono io quella che sta seduta qui mentre le bombe di mortaio le piovono nel cortile, non Sa’ar, non il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, non Shelly Yacimovich del Labour MK o Yair Lapid del partito Yesh Atid. Sono io quella che ha scelto di crescere qui i propri figli, anche se avevo altre opportunità.

Accusatemi pure di non essere abbastanza sionista, di essere “floscia” e priva di forza di volontà, ma vi sarà impossibile accusarmi di ipocrisia. I miei figli hanno prestato servizio nell’esercito, volontariamente, per un periodo di tempo ulteriore al cosiddetto “anno di servizio” per la nazione. Noi viviamo qui e amiamo questo paese.

La guerra che combattiamo noi è quella per il benessere dello stato, non per i suoi confini. Per la sua natura democratica e per la dignità umana in esso. Combattiamo per la ragionevolezza. Perciò, per favore, smettete di uccidere i civili dall’altro lato della mia siepe nell’idea di difendermi.

E se siete interessati a metter fine alle azioni ostili dell’altra parte, aprite le orecchie e cominciate ad ascoltarci. Se siamo davvero importanti, per voi, smettete di difenderci con missili e interventi aerei. Invece che nell’Operazione Pilastri di Difesa imbarcatevi nell’Operazione Speranza per il Futuro. E’ un’operazione più complicata, ci vuole più pazienza ed è meno popolare: ma è la sola via d’uscita. Michal Vasser

Read Full Post »

(Fonti: Reuters, Al Jazeera, The Australian, Al Arabiya)

 

Ci avete mai pensato? Quante intuizioni, quante idee, quante azioni e persino quante rivoluzioni sono germinate attorno a tavolini da bar, circondate da aromi di ogni tipo e vapori di caffè? E a volte, può essere una rivoluzione in se stessa persino aprire un locale: soprattutto se si tratta di uno spazio riservato alle donne.

Ramallah (Palestina) ha ora il suo “Caffè per signore”, un locale dai colori vivaci situato sulla strada principale della città. Lo ha aperto, assieme a sette amiche, la ventunenne Balsam Qadoura. Il gruppo è composto in maggioranza da studentesse universitarie che hanno in mente di intraprendere attività professionali autonome una volta terminati gli studi ma, spiega Balsam, questo progetto non poteva attendere. “Quando noi donne entriamo nei locali pubblici gli uomini presenti si comportano come se non fossimo esseri umani. Cosa fate qua?, ci dicono aggressivamente, Questo non è il vostro posto.” I recenti decreti emanati da Hamas sul comportamento delle donne (divieto di fumare la pipa ad acqua, codice di abbigliamento ecc.) non hanno di certo migliorato la situazione.

Nel “Caffè per signore” le avventrici trovano un luogo tranquillo, dove possono rilassarsi, ascoltare la musica che preferiscono e fumare la pipa senza che nessuno le molesti, faccia apprezzamenti volgari sul loro aspetto e sui loro vestiti o le aggredisca – cose, queste ultime, che accadono ormai troppo spesso nella zona. I prezzi di cibi e bevande sono irrisori, perché è chiaro che “il gruppo di ragazze con delle idee”, come le giovani che gestiscono il posto si definiscono, non ha messo in piedi questa faccenda per arricchirsi. Qualcuno ha detto a Balsam che aprire un caffè per donne è un passo indietro nella lotta per l’eguaglianza, ma lei sostiene che: “Abbiamo bisogno di uno spazio nostro per organizzarci e contrastare la dominazione maschile.”

La necessità di uno spazio proprio è anche la motivazione delle studentesse afgane che l’8 marzo scorso hanno festeggiato il Giorno Internazionale della Donna aprendo l’internet caffè femminile “Sahar Gul” a Kabul. Il nome del locale è quello della 15enne imprigionata e torturata, l’anno scorso, dal marito e dai familiari di quest’ultimo perché rifiutava di prostituirsi. Del gruppo che gestisce il caffè vi ho già parlato: sono le “Giovani donne per il cambiamento” che lottano contro la violenza di genere e che al proposito hanno già prodotto documentari, organizzato manifestazioni e dibattiti pubblici ed hanno partecipato a programmi radiofonici e televisivi.

Per raccogliere i fondi necessari ad aprire il locale si sono affidate all’aiuto di altre donne, quelle delle ong locali ed internazionali: “In questo modo”, spiega Homiyra Bakhshi di “Giovani donne per il cambiamento”, “possiamo tenere il prezzo della connessione a 50 afgani l’ora (meno di un euro) che è assai più basso di qualsiasi altro internet caffè a Kabul. Ma il motivo principale per cui abbiamo così tante clienti è che qui esse trovano l’opportunità di studiare e socializzare liberamente, senza il peso della continua sorveglianza maschile.”

L’arredo del posto è modesto: una dozzina di computer portatili, una libreria ben fornita e un mucchio di comodi cuscini. Ma Mariam Noorani, studentessa universitaria e frequentatrice abituale dell’internet caffè, oltre ad esserne pienamente soddisfatta dice che ce ne vorrebbero molti altri, di luoghi simili: “Il significato del nome, “Sahar Gul”, è chiaro a qualunque donna metta piede qui dentro. Vengo qui così spesso per mostrare il mio sostegno a tutte le ragazze come lei che hanno sofferto e soffrono cose orribili. Questo caffè è un tributo collettivo alla resistenza ed al coraggio di donne come Sahar Gul.”

L’ultimo caffè di cui voglio dirvi qualcosa si chiama “Nasawiya”, che in arabo significa “Femminista”, e lo ha aperto a Beirut (Libano) un gruppo di attiviste dall’appellativo omonimo. Le donne di Nasawiya, circa 250, lavorano sui problemi che il genere femminile incontra nel loro paese, quali le molestie sessuali sul lavoro, lo stupro all’interno del matrimonio, la violenza domestica, la discriminazione verso le lavoratrici straniere.

Siamo nate all’inizio del 2010,” racconta la coordinatrice Farah Salka, “raccogliendoci attorno a questo scopo: sfidare tutte le oppressioni di genere in Libano e nel mondo arabo. Chiunque voglia unirsi a noi è la benvenuta, lavoriamo su molti tipi diversi di cambiamento. Una delle nostre campagne si chiama “Le avventure di Salwa” ed ha come bersaglio le molestie sessuali. In questo momento ci stiamo impegnando per avere una legge che penalizzi queste molestie in ambito lavorativo.”

Ed ora c’è anche il caffè, che assomiglia non solo per scopo a quello palestinese e a quello afgano: è come un grande soggiorno con scaffali pieni di libri, cuscini e poltroncine confortevoli. Oltre ad uno spazio per studiare, leggere, ascoltare musica e chiacchierare, il caffè offre ovviamente cibi e bevande – gratis. Un cartello in più lingue ricorda solo che il posto è gestito da volontarie e che si suppone tu faccia una donazione (quello che puoi) dopo aver bevuto il caffè e mangiato la ciambella.

Di recente, però, può capitare di gustare cose assai più sofisticate ed esotiche, in quel di Nasawiya. Da qualche mese il locale organizza il sabato sera un evento chiamato “Libumu”, che in congolese vuol dire “Pancia”. Le lavoratrici domestiche straniere, che sono venute in Libano dall’Africa e dall’Asia, si danno il turno a cucinare i piatti dei loro paesi d’origine durante tali serate. Il ricavato delle donazioni relative alle cene etniche va interamente a loro.

Sono donne che vengono dal Nepal, dallo Sri Lanka, dall’Etiopia… Le invitiamo a mostrare i loro talenti, ed il modo più semplice di far questo al caffè è cucinare.”, spiega la venticinquenne Edith Kitoki, che è nata in Libano ma è di origine congolese ed è “l’addetta al contatto” con le donne straniere per Nasawiya, “E’ un modo per far sentire queste persone benvenute, per dir loro che hanno valore.”

Molti, molti anni fa, misi piede per la prima volta – in un paese straniero – in un “caffè per donne”… e la sensazione di essere la benvenuta fra le mie simili e di avere per loro valore da allora non se n’è più andata. Dite voi se è poco. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Intervista a Karima Bennoune (di Anna Louie Sussman, per Women in the World Foundation, 6.6.2012, trad. Maria G. Di Rienzo)

“Non arrendersi mai.” Questo l’avvocata Karima Bennoune, esperta di diritto internazionale in relazione ai diritti umani, attivista di lungo corso per i diritti delle donne, dice di aver imparato da suo padre, attivista e dissidente algerino che aveva combattuto nella guerra per l’indipendenza del paese. Successivamente, divenne uno dei principali critici dei fondamentalisti algerini, un’istanza che Karima ha preso su di sé. “Sino alla fine della sua vita mio padre non smise di tenere incontri e conferenze. Era a stento in grado di parlare a causa dei suoi problemi di salute, ma non intendeva arrendersi.” Docente universitaria, collaboratrice regolare del quotidiano “The Guardian”, Karima sta attualmente lavorando ad un libro dal titolo “La vostra fatwa non si applica qui.”: tratta di quei musulmani in tutto il mondo che si stanno opponendo ai fondamentalismi.

Tu hai scritto che la laicità e la separazione fra legge e religione sono cruciali per proteggere i diritti delle donne. Ci sono però gruppi che usano interpretazioni progressiste dei testi religiosi per sostenere i loro argomenti in contesti locali. Tu cosa pensi di questa strategia?

Io faccio parte del direttivo della rete “Women Living Under Muslim Laws” (WLUML – “Donne che vivono sotto le leggi musulmane”). Una delle ragioni per cui ritengo significativo lavorare con questa organizzazione è che essa mette insieme donne che stanno usando una vasta gamma di strategie: laiche, basate sui diritti umani universali, o sull’interpretazione progressista e la reinterpretazione della religione. Certamente non vedo le due cose come contraddittorie ma sono infastidita da quel che noto a livello internazionale, una cosa che potremmo chiamare “eccezionalismo islamico” come mi ha detto un’attivista iraniana. Quest’attitudine sembra progressista, ma in effetti finisce per indebolire le persone che lavorano sul campo, che magari hanno una fede personale ma stanno usando argomentazioni laiche per raggiungere i loro scopi. Rispetto chi ha strategie multiple, ma quando guardo a ciò che sta succedendo nell’Africa del nord sono sempre più convinta che la laicità è la chiave per l’ottenimento nella regione di diritti umani e di diritti per le donne in particolare.

Chi sono le persone che descrivi nel libro a cui stai lavorando e che si oppongono ai fondamentalismi?

Il libro inizia con la storia di mio padre, minacciato di morte da gruppi armati fondamentalisti negli anni ’90. A causa di ciò smise di insegnare all’Università, ma non lasciò l’Algeria, ne’ smise di scrivere o parlare. L’unica cosa che cambiò fu la casa in cui abitava, perché aveva trovato sul tavolo della cucina un biglietto con su scritto “Considerati morto”. Una delle cose che lo demoralizzava profondamente era la scarsità della solidarietà internazionale, in special modo l’atteggiamento di molte persone sedicenti progressiste: costoro pensavano e pensano di dover essere di sostegno ai fondamentalisti perché questi si dichiarano anti-imperialisti, o qualcosa del genere, nel mentre hanno per bersagli gli individui progressisti locali. Per cui, il libro nasce dal tentativo di capire perché le persone come mio padre sono ignorate e dal desiderio di portare le loro storie ad un pubblico più vasto. La gente si chiede: “Ma dove sono i musulmani contrari all’estremismo?”. Sono dappertutto, ma nessuno presta loro attenzione.

Io ho intervistato oltre 250 persone provenienti da più di venti paesi. Sono andata in Senegal, in Nigeria, nei Territori Palestinesi, in Afghanistan e in Pakistan. Ho parlato con gli algerini della diaspora in Francia. Sono stata in Russia ed ho incontrato persone da tutta l’Asia centrale e dal Caucaso. Sono in partenza questa settimana per il Canada e l’Algeria. Ho parlato con un’ampia gamma di persone. Naturalmente sono diverse, tu noteresti la differenza se ad esempio andassi nelle Filippine e in Italia per capire le diverse prospettive di persone con un background cristiano.

Una delle cose su cui i fondamentalisti musulmani e cristiani si stanno davvero impegnando è l’organizzarsi a livello internazionale e stabilire connessioni: hanno una grande disponibilità finanziaria per farlo. Chi si oppone ai fondamentalisti non ha questo tipo di sostegno. Ci sono reti come WLUML, per esempio, ma non sono neppure paragonabili. Parte del mio progetto è il tentativo di mettere queste persone in contatto le une con le altre e di fare in modo che siano ascoltate a livello internazionale. Sono dappertutto: avvocati e medici e gente comune, contadini algerini che sono stati vittime del terrorismo fondamentalista negli anni ’90, organizzatori comunitari a tempo pieno e volontari.

Perché sono stati ignorati sino ad ora?

Non sono sicura del perché, ma penso ci siano un paio di ragioni. Ad esempio, è molto più facile essere ascoltati se si assume una posizione estrema. Se la tua posizione è ragionevole è molto più difficile ottenere l’ascolto. Le esplosioni riverberano, letteralmente, ma le persone che lavorano quietamente contro di esse fanno molta più fatica a raggiungere le prime pagine dei giornali.

Un’altra ragione è che non rispondono alle aspettative. Si battono per i diritti umani, o per interpretazioni dell’Islam in cui l’indossare un fazzoletto in testa è opzionale e la violenza di genere contraria agli insegnamenti: non rispondono agli stereotipi che la gente di destra e quella di sinistra hanno rispetto ai musulmani. Perciò sono sconvenienti, fuori tema. Di solito sono anche persone molto critiche sulle politiche occidentali e questa può essere in parte un’altra ragione per non ascoltarli.

Io ritengo assolutamente necessario ascoltare queste persone, imparare dal loro lavoro e dalle loro esperienze, e trovare modi sensati con cui sostenere il loro lavoro: almeno, non minare quel che stanno facendo. Per cui sono stata molto attenta a non generalizzare. La cosa interessante è che, praticamente in tutti i contesti, questi attivisti hanno identificato la crescita dei fondamentalismi come uno dei maggiori pericoli per i diritti umani.

Negli Usa è in atto una specie di contrattacco sui diritti delle donne e in parte sembra verniciato di religione. Cosa possono apprendere le attiviste di qui dalle persone che tu hai intervistato?

C’è molto da imparare. Le donne tunisine mi hanno davvero impressionata per il modo in cui rifiutano di cedere sulle loro richieste. Sono andata in Tunisia nel marzo 2011, un paio di mesi dopo la caduta di Ben Ali. Eravamo ancora sull’onda di un momento euforico, i fondamentalisti stavano uscendo allo scoperto e diventavano più attivi. Pure, le donne che ho intervistato non intendevano “moderare” nessuna delle loro richieste. Erano di una chiarezza cristallina: volevano una Costituzione laica. In effetti, volevano anche di più! Stavano premendo perché le riserve espresse dalla Tunisia alla CEDAW (Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione verso le donne – NU 1979) fossero ritirate. E’ stato risposto loro positivamente in via ufficiale, ma la richiesta vera e propria al Segretario Generale delle Nazioni Unite deve ancora arrivare.

Questo è veramente critico: non perdere il punto. Non perdere il punto perché le tue argomentazioni stanno diventando meno popolari e sempre più pressione religiosa si accalca sulla sfera politica.

Read Full Post »

Se solo fosse stata un’altra persona, invece di sua madre, a scoprirlo.

Naturalmente, lei non poteva guardare la realtà e vedere che lui mi stava facendo del male. Era sua madre!

Ha guardato ciò che accadeva ed ha visto ciò che voleva vedere. Che io, una bambina, lo stavo traviando. Che io, una bambina, lo stavo inducendo a fare cose che una persona come lui non avrebbe mai fatto. Che io ero una bambina pericolosa, che stavo corrompendo il suo povero figlio.

Ero da biasimare per il declino degli standard morali nella società, mi disse.

Io, una bambina.

Avrebbe potuto salvarmi, avrebbe potuto aiutarmi.

Se solo avesse visto al di là di quel che voleva vedere, se avesse visto quel che succedeva in realtà, avrebbe potuto fermarlo. Invece, ha solo riaffermato a me e a lui che lui aveva ragione ed io torto.

Io era la (bambina) tentatrice, io ero la (bambina) sgualdrina.

Povero ragazzo. Povero ragazzo stupratore.

Patria (pseudonimo), Gran Bretagna – trad. Maria G. Di Rienzo

E’ sempre colpa nostra.

Lo abbiamo provocato.

Ci siamo comportate in un modo che non andava bene.

Lo abbiamo fatto noi, loro semplicemente non hanno potuto maneggiare la situazione.

Cattive, cattive le donne!

Gli uomini?

Sono come le pecore. Non hanno libero arbitrio, si limitano a seguirti dappertutto…

Tu mi hai istigato! Tu non dovresti fidarti di nessuno, nemmeno di me. Non sono riuscito a controllarmi, è colpa TUA. (…)

Maria (pseudonimo), Israele/Palestina – trad. Maria G. Di Rienzo

I due brani sopra riportati fanno parte di un progetto collettivo di scrittura chiamato “Safe Space” – luogo sicuro. Il progetto è iniziato il mese scorso e l’idea è della scrittrice ed attivista femminista Khulud Kh., una donna palestinese con cittadinanza israeliana che vive ad Haifa (con la figlia di 17 anni e due cani).

“La maggior parte di noi donne ha fatto esperienza di qualche tipo di molestia sessuale, aggressione, abuso, assalto, in un momento o l’altro delle nostre vite. Può essere stato un singolo incidente o una molestia continua. E’ accaduto in strada, in piscina, a casa di parenti, a casa nostra. E’ stato un membro della nostra famiglia, un amico di famiglia, qualcuno a scuola, o uno sconosciuto. Molte di noi condividono le loro storie, per poter prevenire che altre bambine e donne siano assalite. Ma ancora molte di noi restano in silenzio. Sì, al proposito ci sono numerosi siti web, libri, lezioni, seminari. Pure, abbiamo bisogno che siano ancora di più. Per poter creare spazi sicuri per le bambine e le donne, dobbiamo raccontare le nostre storie personali di nuovo e di nuovo, in tutte le forme disponibili.”

Il sito è: http://safespaceswritingproject.blogspot.com/

Se volete raccontare la vostra storia:

http://safespaceswritingproject.blogspot.com/p/submit-your-story.html

Khulud assicura che le storie appariranno esattamente come le autrici le scrivono, se avete domande da farle: khulud.kh@gmail.com

Read Full Post »

“Luoghi infranti, persone infrante, promesse infrante. Tutto ciò che è in pezzi fa spazio a nuove possibilità di creare e ri-creare quel luogo senza inganni.” Lily Yeh

Lily ridà vita alle cose infrante da 25 anni. Spesso usa frammenti di tegole o mattoni che come per magia diventano speranza, gioia, colore, ed il luogo in pezzi diventa intero, e bello. Nata in Cina nel 1941, cresciuta a Taiwan, emigrata negli Usa negli anni ’60 dello scorso secolo, Lily dice di sé: “Sono fiorita tardi. Ho risposto alla chiamata della mia vita solo quando avevo più di quarant’anni. Ma la stavo aspettando da molto, molto tempo. Nel 1986 ebbi l’opportunità di lavorare in un quartiere disastrato nel nord di Filadelfia, trasformando un’area abbandonata in un parco artistico con l’aiuto dei residenti locali, in stragrande maggioranza bambini. L’esperienza è stata una sfida ed è risultata assai profonda, veriteria, genuina. Mi ha condotto in un luogo interiore che non avevo mai visitato prima. Guidata da ciò, ho percepito una grande urgenza di muovermi in avanti. Sembra che, connettendomi a quanto è vero in me stessa, io aiuti altre persone a farlo.”
Con solo un po’ di cazzuole e di energia, la zona piena di detriti ed immondizia lasciò il posto ad un’oasi di brillanti mosaici e sculture. La vicenda si impresse in modo così forte fra chi vi aveva partecipato da trasformare ulteriormente il parco nel “Village of Arts and Humanities”, un’organizzazione con base nel vicinato che Lily Yeh contribuì a formare nel 1989. Convinti che l’arte sia un diritto umano e che gli artisti possano creare le basi per profondi cambiamenti sociali, Lily ed i suoi amici hanno da allora mutato 120 lotti abbandonati in altrettanti parchi e giardini; hanno rinnovato edifici, creato programmi educativi e seminari artistici, lavorato nelle scuole, fondato un teatro della gioventù.
Un tempo pittrice di successo e docente alla University of the Arts di Filadelfia, Lily Yeh divenne da quel momento “un’artista a piedi scalzi” ed una viaggiatrice instancabile: fondò l’associazione Barefoot Artists (Artisti scalzi) e si dedicò a rivitalizzare in tutto il mondo quartieri e persone che erano stati “infranti”. “Ho scoperto che quegli spazi spezzati erano le mie tele viventi. Nel mezzo dei frammenti, i nostri cuori cercano la bellezza.”
Lily è andata a crearla assieme ai residenti nello slum di Korogocho in Kenya, in Ghana, Ecuador, Costa d’Avorio, India, Repubblica della Georgia. Ha contribuito a trasformare un villaggio di sopravvissuti al genocidio del Ruanda in un luogo di serenità e speranza. “Quando vedo distruzione, povertà e crimine all’interno delle città vedo anche l’enorme potenziale dell’essere pronti alla trasformazione ed alla rinascita. Noi stiamo creando dell’arte che viene dal cuore e perciò riflette il dolore e le sofferenze nelle vite delle persone, ma esprime anche gioia, bellezza ed amore. In questo processo stanno le fondamenta della costruzione di una comunità reale, in cui le persone si riconnettono alle altre, sostenute da un lavoro che ha significato, nutrite dalla cura che si ha gli uni per gli altri, ed infine si esprimono ed educano a ciò i loro figli. Allora, noi testimoniamo il cambiamento sociale in azione.”
In Palestina, ha creato assieme agli abitanti un murales che è stato chiamato “L’albero della vita palestinese”. In Cina, ha trasformato una scuola per figli di migranti da qualcosa di simile ad una prigione in un luogo luminoso e brillante, creato dalle mani dei bambini che la frequentano.
Ora un documentario, “The Barefoot Artist”, racconta tutto questo, diretto da Glenn Holsten e Daniel Traub. Traccia l’evoluzione di Lily Yeh come artista, mostra la metodologia che ha creato per costruire comunità usando l’arte, illustra il suo talento ed il potere del suo lavoro nel toccare vite altrui e infine rivela la sorgente della sua ricerca, il suo viaggio interiore per ricostruire le sue stesse fratture emotive. “Essere un’artista non riguarda solo il produrre arte. Riguarda il portare alla luce la visione che ti è stata data ed il fare le cose giuste senza risparmiarti.”  Grazie Lily. Maria G. Di Rienzo
Il trailer – http://vimeo.com/25461978
Sul film – http://www.barefootartistmovie.com

Read Full Post »

(“There are already Palestinian Gandhis — they’re women”, di Yasmina Mrabet per Peace X Peace  http://www.peacexpeace.org/  – 10.1.2012, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

Yasmina Mrabet ha intervisto il fotogiornalista israeliano Mati Milstein sul suo attuale progetto, la mostra fotografica “Palestine: Women First” http://vimeo.com/33312186

Yasmina Mrabet: Cosa ti ha spinto a cominciare a riprendere le giovani attiviste palestinesi?

Mati Milstein: Ho cominciato a fotografarle durante la Marcia palestinese unitaria del 15 marzo 2011 che chiedeva la riconciliazione fra Fatah e Hamas. All’epoca, la sola cosa che saltava all’occhio, a parer mio, era il fatto che “i dimostranti” erano in realtà “le dimostranti”. Non capivo allora chi erano queste donne o perché erano particolari. In genere, gli uomini palestinesi sono da lungo tempo lo standard visivo dell’attività politica, sia essa diretta contro l’occupazione israeliana o  a questioni interne. Perciò, vedere donne dare inizio agli slogan, reggere megafoni e dirigere le attività di protesta era per me, come giornalista, inusuale.
Lavoro nella regione da quasi 15 anni e con poche eccezioni il conflitto israeliano-palestinese si iscrive in un paradigma noto ed uno svolgimento di routine: forza contro forza, uomini che reagiscono con violenza alle azioni di altri uomini. Ma a cominciare dalla Marcia del 15 marzo, un gruppo di giovani donne indipendenti ha cominciato ad alterare la dinamica e la natura stessa della lotta palestinese contro l’occupazione. Durante le manifestazioni di Ramallah, in un incidente che illustra il tentativo di marginalizzarle, queste donne sono state aggredite fisicamente dalle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese e dai lealisti di Fatah.
Le attiviste hanno preso la decisione consapevole di stare in prima linea contro la diseguaglianza di genere, l’establishment palestinese e l’occupazione israeliana. Il tipo di attività che svolgono ha cominciato a sfidare – e in un certo modo ad alterare – sia la lotta contro l’occupazione sia la natura spesso sciovinista della loro stessa società. Sebbene alcuni villaggi palestinesi proibiscano alle donne di partecipare alle proteste contro le forze di sicurezza israeliane, le donne della “Coalizione del 15 marzo” (come alcuni le hanno chiamate) hanno portato avanti le loro azioni nel piccolo villaggio di Nabi Saleh, nella West Bank, settimana dopo settimana, fronteggiando l’esercito israeliano che impiegava armi mortali. Non sono indietreggiate ne’ davanti alle molestie sessuali verbali ne’ davanti alla violenza fisica di parte dei soldati; si sono guadagnate il rispetto degli uomini del villaggio ed hanno assunto ruoli centrali nelle attività di protesta.
Dopo aver letto delle analisi critiche sulla copertura fotogiornalistica della Primavera Araba e sul ruolo delle donne nelle dimostrazioni in Medio Oriente, contrarie a quello che io testimoniavo quotidianamente, ho preso la decisione deliberata di descrivere le attiviste fotograficamente per quello che esse sono, non per quello che noi ci aspettiamo, vogliamo o crediamo che siano.

Yasmina Mrabet: Data la preminenza dei valori patriarcali nella società israeliana e in quella palestinese, che tecniche stanno usando le donne per far udire le loro voci? E queste tecniche funzionano?

Mati Milstein: Lo stesso fatto che il ruolo delle donne nell’attività politica palestinese continua a crescere indica che è stato raggiunto un certo livello di accettazione. Questo gruppo di attiviste in particolare (assieme agli attivisti di sesso maschile che le seguono) si distingue per l’approccio nonviolento delle azioni. I soldati sono addestrati a contrastare la violenza ed a rispondervi con facilità: e quando il confronto è violento sono generalmente gli uomini che vi danno inizio.
Perciò, quando devono misurarsi con donne che impiegano tecniche strettamente nonviolente, spesso faccia a faccia e a distanza zero, i soldati si trovano in svantaggio dal punto di vista tattico e da quello psicologico. Le donne a volte tentano di trascinarli in conversazioni o dibattiti, li sfidano verbalmente, a volte in modo molto duro. I soldati appaiono emotivamente a disagio e raramente guardano negli occhi le donne: sembrano incapaci di rispondere a nient’altro che alla violenza. Nelle ultime settimane, hanno deciso di cercare di prevenire il contatto fra le donne e i soldati, di modo che non si trovino faccia a faccia.
La nonviolenza è un principio fondamentale per queste donne ed io le ho viste spendere molte energie durante le manifestazioni per distogliere uomini e ragazzi palestinesi dall’idea di lanciare sassi alle truppe israeliane. A mio parere, sentono che il farlo minerebbe la loro strategia nonviolenta e potrebbe creare una sorta di “legittimazione” facilitando la risposta violenta da parte dell’esercito. L’esercito israeliano ha da tempo formulato un responso standard agli uomini che lanciano pietre, ma in questo momento non sa cosa fare quando si trova davanti donne nonviolente, forti, che parlano.

YM: Le donne israeliane partecipano al fianco delle palestinesi in alcune di queste manifestazioni?

MM: Nelle proteste della West Bank contro l’occupazione le donne israeliane sono assieme a quelle palestinesi. I sostenitori israeliani – siano donne o uomini – ricevono un caldo benvenuto dai palestinesi in questo tipo di azioni, perché esse sono viste non come “co-esistenza” ma piuttosto come “co-resistenza”. La differenza principale è che la coesistenza viene percepita come una normalizzazione del conflitto la quale, nel mentre dimostra che alcuni israeliani ed alcuni palestinesi possono essere buoni e giocare insieme, mantiene semplicemente lo status quo dell’occupazione e le attuali dinamiche di potere. In sintesi, i programmi di coesistenza sono percepiti da chi vi si oppone come strutture che mantengono e sostengono l’occupazione. La co-resistenza, d’altro canto, per come io la comprendo, è un approccio che non mira solo al termine dell’occupazione israeliana ed all’assicurare giustizia al popolo palestinese, ma cerca anche nel frattempo di alterare l’intera dinamica e la narrativa comunemente accettate del conflitto, e cioè la prevalente dicotomia “noi contro di loro”.

YM: Se c’è una cosa che vorresti mostrare al mondo del movimento delle donne palestinesi, qual è?

MM: Ci sono due fotografie in particolare, del progetto, che vorrei menzionare perché credo illustrino precisamente la realtà delle attiviste palestinesi. Una ritrae un’attivista durante la Marcia del 15 marzo. Sta su un balcone di un edificio nel centro di Ramallah e guarda la folla in basso. Tiene in mano la sua bandiera nazionale arrotolata ed ha come cornice un poster gigante: è circondata da figure politiche maschili gigantesche, che la fanno sembrare più piccola. L’apertura nel poster ha contorni irregolari, perché la donna ha dovuto usare attrezzi di fortuna per improvvisare un varco ed aprirsi una via attraverso la barriera: semplicemente per vedere e per essere vista.
La seconda ritrae la testa di una donna che partecipa ad una dimostrazione contro i soldati israeliani a Nabi Saleh. Il capo ed il volto sono coperti da un brillante tessuto giallo, ma lo smalto sulle unghie, l’anello ed i lunghi capelli indicano che è una donna. E’ una persona che non si sta coprendo la testa e il viso per principi religiosi o pressioni sociali: invece, ha deliberatamente scelto di mettersi in questa situazione con la faccia coperta non per nascondere il suo profilo pubblico, ma per proteggersi dal gas lacrimogeno e partecipare direttamente ad un’azione politica in una maniera che sfida contemporaneamente gli uomini israeliani e quelli palestinesi coinvolti nella sua oppressione.
Molti, in Israele e altrove, lamentano quella che credono essere un’assenza, l’assenza del “Gandhi palestinese” che altruista e nobile, senza usare violenza, liberi il popolo palestinese dai guai in cui si trova, guai per cui viene anche ritenuto responsabile. Tuttavia, io vorrei contestare questa visione. C’è già un Gandhi palestinese, anzi, ce ne sono molti (o meglio, molte). Queste attiviste palestinesi rischiano vita e libertà per assicurare giustizia alla loro gente. Condannano l’uso della violenza e cercano soluzioni creative. Invece di impegnarsi in azioni che rinforzano la violenza ed un ingiusto status quo, con il loro esempio personale dimostrano che c’è una via verso la giustizia e l’eguaglianza non solo per il popolo palestinese nel suo insieme, ma anche per le donne palestinesi.

YM: Qual è il tuo approccio al progetto della mostra, come uomo israeliano?

MM: E’ importante per me sottolineare che non intendo certamente parlare a nome di chi organizza queste azioni. In effetti, andrebbe contro le mie intenzioni e non è compito mio comunque il farlo. Tutto quel che ho detto si basa su ciò che ho visto e sulle mie riflessioni al proposito durante il tempo che ho passato con queste donne.
Sono un osservatore esterno e di fatto impersono – come uomo israeliano – ciò che molti e molte percepiscono come nemico archetipale. Sono ben conscio del fardello che comporta l’essere un occupante che documenta l’occupazione. Non c’è nulla che io possa fare per eliminare tale fardello, ne’ posso far finta che non esista: ma posso agire con sensibilità e accortezza al fine di tenere nel conto questa dinamica di potere nel corso del mio lavoro.
Sono arrivato a concepire questo progetto durante un periodo di estrema frustrazione verso la società in cui vivo e la stagnazione in cui una nazione controlla e detta i termini dell’esistenza di un’altra. Sempre durante questo periodo sono arrivato a conoscere personalmente gli individui che dovevano essere miei “nemici”. Mi sento rinato grazie a ciò che ho testimoniato mentre lavoravo al progetto della mostra. Mi sento molto fortunato, perché le donne mi hanno permesso gentilmente di documentare le loro azioni e mi hanno aiutato a capire il loro approccio alla nostra realtà congiunta. Sono stato costretto a rivalutare – in buona parte grazie a ciò – la mia percezione al proposito. Il mio mondo è irrevocabilmente cambiato.

Read Full Post »

(Quattro fra le poesie vincitrici del concorso 2011 “Inspirational Messages of Peace”, organizzato da Martin Luther King, Jr. National Historic Site e International World Peace Rose Gardens. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

LA VITA E’ UN GIARDINO

La vita è un giardino e noi siamo i suoi fiori.

Innaffiamo il giardino con i Diritti Umani

e saziamo la nostra sete di libertà.

Raghda Al Sadawi, 1^ superiore,

Scuola preparatoria femminile di Rafah, Striscia di Gaza

FIORISCI NELLA PACE

Nel Giardino della Pace,

i fiori del nord

sono gentili con i fiori del sud.

I fiori che sono gialli

sorridono con i fiori che sono rosa.

Le loro radici sono unite.

Mondo, ascolta il messaggio:

fiorisci vibrante.

Seraphina Cooley, 1^ media

Inman Middle School, Atlanta, Georgia, USA

L’AMORE E’ CIECO AI COLORI

Per seminare i semi della pace,

per accendere una candela d’amore,

Per suonare la campana del tempio della compassione

e per tenersi per mano

tutti gli uomini sono creati uguali.

L’amore, nel mondo, è cieco ai colori.

Peng Qiyuan, 2^ superiore

Liceo sperimentale di Shandong

Ji’nan, provincia di Shandong, Cina

OGGI E’ PACE, DOMANI E’ AMORE

Le rose sono belle e il sole splende.

Mi sveglio ogni giorno su quest’amabile Terra.

Sento gli uccelli cinguettare.

Odorare le rose mi fa innamorare.

Oggi è pace, domani è amore.

Karina Douglas, 4^ elementare

Scuola elementare di Southport

West Sacramento, California, USA

Read Full Post »

Older Posts »

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 119 follower

%d bloggers like this: