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Semillas

La prima cosa che mi piace davvero è il logo dell’associazione: una bella fetta d’anguria, dai colori brillanti e con tutti i semi bene in vista. Si tratta del simbolo di Semillas, che significa appunto “semi”, la Sociedad Mexicana Pro Derechos de la Mujer (Associazione messicana per i diritti della donna). La seconda cosa sono le immagini e i video delle socie, che per gesti e ornamenti sembrano fiori in movimento. E la terza, la più importante, è ciò che queste donne fanno:

Siamo un’organizzazione non-profit che fornisce fondi ai gruppi organizzati di donne che cercano di sviluppare progetti relativi ai diritti umani delle donne. Le differenti responsabilità e capacità che le donne hanno come madri, educatrici, generatrici di risorse, politiche, lavoratrici, leader sociali, studiose, artiste, eccetera, ne fanno il fattore fondamentale del cambiamento nelle famiglie, nelle comunità e nelle società. Siamo anche consce che rafforzare i diritti umani delle donne messicane significa costruire una società più giusta, promuovere una nuova cultura dell’eguaglianza fra uomini e donne e migliorare le condizioni di vita delle prossime generazioni. Le nostre principali aree di intervento sono quattro: diritti umani, donne e lavoro, diritti sessuali e riproduttivi, violenza di genere.”

L’impatto che hanno non solo a livello sociale ma proprio nelle vite personali delle attiviste che sostengono è grandioso. Questa è Flor de Jesus Perez Ramirez, del gruppo “Donne indigene e rurali per il diritto alla terra”: “Mentre crescevo, molte cose mi attraversavano la mente, quando vedevo situazioni che non potevo risolvere ne’ cambiare. Le esperienze che ho fatto in aree diverse mi hanno condotta a volere un miglioramento non solo per me stessa, ma per altre donne. Oggi imparo, condivido, e soprattutto lotto: per me stessa, per mia figlia, per le altre donne, perché sono stanca di tutte le ingiustizie, tutte le discriminazioni, tutte le subordinazioni.”

E questa è Reina Hernandez Morales, del Collettivo lavoratrici domestiche Los Altos – Chiapas: “Sono cambiata come persona, ci sono stati cambiamenti nella mia vita, nella mia casa. Prima ero costantemente umiliata da mio marito: mi ripeteva che ero inutile, che non avevo nessun diritto, che dovevo stare chiusa in casa perché quello era il mio dovere di moglie e madre. Se fossi uscita di casa, diceva, non mi sarei presa cura di lui. Mi minacciava, gridava, e io me ne stavo quieta. Mi sentivo senza valore, ignorante, ero sempre zitta, non rispondevo mai. Da quando faccio parte del collettivo e ho incontrato Semillas non sto più zitta. Parlo a voce alta. Ora dico a mio marito che sono una persona di valore e che anche lui deve curarsi dei bambini, perché è il loro padre. Ora sono capace di dirgli: “Ho valore, ho diritti, sto uscendo”. In precedenza passavo la vita a piangere, ora parlo e rido.”

Cosa vi dicevo? I semi germogliano, le piantine crescono. Angurie e agave. Fiori in movimento. L’immagine di Reina che ride è vento di primavera, profumato, pungente, rivelatore. Maria G. Di Rienzo

panca fiorita messicana

P.S. Molti delle antiche divinità maya e azteche erano nate da fiori (le immagini mostrano spesso dee e dei che emergono da boccioli) e accettavano solo fiori e frutta quali offerte.

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Ciudad Juarez - Messico

(Intervista ad Ana Carcedo di Cefemina – Centro Feminista de Información y Acción, Costa Rica, di Gabriela De Cicco per Awid, 30.11.2012. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

Cosa si intende per “femicidio” e “femminicidio”?

Ana Carcedo (AC): In Honduras e in Costa Rica, quando cominciammo nel 1994 ad indagare sulle morti delle donne, adottammo il concetto di “femicide” sviluppato da Diana Russell (http://www.dianarussell.com/) e lo traducemmo come “femicidio”. Contemporaneamente, senza che noi lo sapessimo, nella Repubblica Dominicana Susy Pola stava conducendo ricerche simili alle nostre e tradusse “femicide” come “feminicidio”. Marcela Lagarde espanse il concetto di Russell includendo l’impunità: lei sostiene che questo è qualcosa di nuovo e che si chiama “feminicidio”.

Per cui, nell’America Centrale ci sono due differenti termini per descrivere due tipi di crimine. Il femicidio è l’assassinio di donne da parte di uomini perché sono donne, a causa della loro “subordinazione” di genere. Tale subordinazione è dovuta alle relazioni diseguali di potere fra donne e uomini a cui ci si riferisce nella Convenzione Inter-Americana sulla prevenzione, la sanzione e lo sradicamento della violenza contro le donne, chiamata Convenzione “Belem do Para”.

Questa violenza non è casuale. E’ il prodotto di una particolare struttura sociale in cui le donne occupano una posizione più bassa e subordinata, il che facilita la violenza contro di esse. Il femicidio è la forma più estrema di violenza contro le donne.

Femminicidio si riferisce all’impunità e alla complicità relative ai femicidi. Il crimine non viene commesso solo quando si uccide una donna, ma anche quando lo Stato non investiga accuratamente e si fa complice. In questo caso, noi diciamo che lo Stato commette il crimine di non garantire alle donne una vita libera dalla violenza e di non garantire il loro diritto alla giustizia.

Cosa vi ha spinto ad indagare sulle morti delle donne nel 1994?

AC: Sin dagli anni ’80, le femministe hanno lavorato duro per rendere visibili le differenti forme di violenza contro le donne. Fu durante il primo incontro latino-americano e dei Caraibi (Bogotà, Colombia, luglio 1981, ndt.) che il 25 novembre fu stabilito come Giorno Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Che la violenza uccidesse era una realtà che avevamo compreso da prima, ma durante gli anni ’90 cominciammo a voler portare attenzione su questa realtà. In questo periodo un legge che includeva misure protettive passò in Costa Rica, ma non era quella che le femministe avevano proposto. Le organizzazioni femministe, inclusa Cefemina, avevano proposto una legge che proteggesse le donne all’interno delle relazioni, ma quella che passò parlava invece di proteggere le “persone”. Per cui, nel 1997, cominciammo a lavorare per avere una legge che criminalizzasse la violenza contro le donne.

Restammo irremovibili rispetto al fatto che doveva essere un legge che rispettasse la “Belem do Para”, e non una legge neutra rispetto al genere, ad uso e consumo degli uomini. In quel contesto volevamo dimostrare che la violenza non è simmetrica, non è lineare; volevamo provare che i femicidi esistevano e che non esisteva situazione paragonabile per gli uomini. Fu così che la prima ricerca sul femicidio ebbe inizio in Costa Rica.

Secondo te i femicidi stanno aumentando? Se sì perché pensi che accada? Dove sono maggiormente prevalenti?

AC: In Honduras, Guatemala, El Salvador, i femicidi sono aumentati, non solo di numero, sono cresciuti anche in brutalità. Nel resto dell’America Centrale il dato fluttua, ad eccezione del Messico che ha un tasso permanentemente alto di femicidi. L’ipotesi che noi avanziamo nella ricerca, che si intitola “Noi non dimentichiamo, Noi non accettiamo. Femicidio nell’America Centrale.”, è che l’aumento sia collegato agli attuali contesti economici e politici della regione. L’imposizione dell’economia della globalizzazione ha significato perdite consistenti per i nostri paesi, in special modo per le donne. Ciò ha dato come risultato il crescente successo degli affari di mafia. Le condizioni che nutrono la violenza contro le donne sono create nei nostri paesi, come il traffico di donne e di droghe. Anche la migrazione comporta rischi seri per le donne. A livello economico esse sono relegate nelle maquilas (laboratori in cui operano in condizioni di semi-schiavitù, ndt.), e anche la militarizzazione e le maras (gang criminali giovanili, ndt.) sono problemi.

Per il passato, le reti mafiose avevano una sorta di codice di condotta che lasciava le donne fuori da tutto. Oggi è l’esatto opposto: i criminali usano le donne come leve. Per esempio, usano le donne delle famiglie “nemiche”, perché esse sono comunque “a disposizione” e i nemici si sentiranno minacciati. E’ quella che Rita Segato (femminista brasiliana, ndt.) chiama il messaggio orizzontale inviato da uomini ad altri uomini uccidendo donne. Esso dice: “Questo è il mio territorio. Se oso uccidere senza temere ritorsioni è perché mi sono già comprato a mazzette le autorità locali.” Le giornaliste e le difensore dei diritti umani delle donne, poiché apertamente espongono queste situazioni, sono particolarmente vulnerabili a tale forma di violenza.

Dove hanno fallito le politiche per contrastare i femicidi nei paesi in cui essi sono in crescita?

AC: Nonostante tutte le leggi, il problema continua ad essere la fallacia dell’indagine legale. Non c’è interesse a farla in modo corretto. In Costa Rica noi abbiamo leggi che criminalizzano la violenza contro le donne, ma a più del 70% delle denunce che ricadono sotto queste leggi non viene dato proseguimento legale: il magistrato decide che nessun crimine è stato commesso. Alle donne che chiedono giustizia per le loro figlie si risponde che le ragazze erano mareras (appartenenti alle gang criminali giovanili, ndt.), puttane, tossicomani, quando in effetti erano solo studentesse. E inoltre, cosa importerebbe anche se fossero mareras o prostitute? Alla denuncia deve seguire un’indagine, punto e basta.

Gli Stati reagiscono solo quando organismi internazionali esercitano pressione su di loro. Il Guatemala ha risposto bene alle pressioni: nel 2008 hanno approvato la legge “Contro il femicidio ed altre forme di violenza dirette alle donne”. Ora hanno avvocati e magistrati specializzati in materia. E quest’anno hanno risolto casi di femicidio commessi dalle maras, dimostrando che la cosa può essere fatta se c’è la volontà politica di farla.

Quali cambiamenti sono necessari affinché queste politiche siano efficaci? Cos’altro dovrebbero fare gli Stati?

AC: Quasi tutti i paesi dell’America Centrale hanno leggi specifiche sulla violenza contro le donne. Abbiamo bisogno di magistrati che sappiamo come indagare e presentare le accuse, e che vogliamo farlo. Dobbiamo chiedere che il pm raccolga tutte le prove e gli esami specifici richiesti. Più polizia dev’essere istruita ad un responso rapido, in particolar modo nelle situazioni ad alto rischio. A livello regionale ed internazionale dobbiamo creare spazi dove agli Stati si richieda di rispondere per quanto sta accadendo.

Puoi dirci qualcosa del “Modello di protocollo per investigare e documentare efficacemente il femicidio/femminicidio”?

AC: Ci stiamo lavorando. Tentiamo di mettere insieme alcune linee guida specifiche per indagare sui femicidi, che tendono a non essere seguite quando i femicidi sono indagati come omicidi ordinari. Sviluppare l’ipotesi è cruciale: il primo che arriva sulla scena del crimine crea un’ipotesi basata sulle sue prime impressioni. Ad esempio, se un cadavere di donna è scoperto in uno spazio vuoto, si può concludere che l’attacco è derivato da un tentativo di rapina; se questa ipotesi diventa la sola ipotesi in campo non c’è altro da fare, il caso è chiuso. La chiave è avere una buona ipotesi investigativa che non sia chiusa e, soprattutto, che contempli la possibilità di un omicidio intenzionale, commesso da persone che conoscevano la donna. Per le analisi tecniche non è diverso: secondo il nostro modello gli esperti fanno le autopsie al modo solito, ma stanno più attenti (e riportano al magistrato) se vi sono segni di morsi, marchi di coltello, se la parola puta (puttana) è stata incisa sul petto della donna, eccetera.

Io sono fra quelle che pensano che ogni omicidio di donna dovrebbe essere investigato dapprima come possibile femicidio, scartando l’ipotesi qualora nulla la comprovi. Ciò permetterebbe di evitare la perdita di informazioni importanti e più casi potrebbero essere risolti.

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L’immagine mostra quel che resta del tempio di Ix-Chel sull’isola di Cozumel (costa orientale del Messico) conosciuta anche come “Isla Mujeres”, l’Isola delle Donne. Se fate ricerche su questa divinità dei Maya probabilmente troverete classificazioni del tipo: “dea lunare”, “dea della fertilità”, “moglie del dio del sole”. Analizzando i suoi tratti, che sono quelli di una “grande dea” che regola vita e morte, ho l’impressione sia precedente al pantheon in cui è inserita, ma anche se non è così le definizioni suddette sono di gran lunga riduttive.

Le raffigurazioni di Ix-Chel ce la mostrano in almeno due aspetti. Nel primo è “La Signora Arcobaleno”, la forza che manda la pioggia a nutrire le piante e a dissetare le creature viventi. Periodicamente rovescia la sua giara-utero sul mondo per assicurare la vita e mantenere le acque correnti. A questo aspetto potrebbero appartenere le sue raffigurazioni come giovane donna seduta sulla luna crescente, abbracciata ad un coniglio: o, se la Signora Arcobaleno è la Madre archetipale, la luna piena, questa Ix-Chel potrebbe raffigurare la Fanciulla. Il secondo aspetto, a volte chiamato “Lei dal volto pallido”, raffigura Ix-Chel da vecchia, con un serpente che le fa da tiara, a volte con un gonnellino composto da ossa incrociate e zampe di giaguaro al posto delle mani… in cui sovente tiene un fiore. E questi sono senza dubbio i segni della terza figura della triade, l’Anziana, connessa alla luna calante. In questo aspetto, Ix-Chel è la custode delle anime dei morti e viene chiamata anche “tessitrice” (è quindi colei che taglia i fili al termine della tessitura). La piena circolarità del suo potere, che va dal creare e nutrire la vita al dare la morte, è quel che mi fa pensare a lei come ad una delle grandi dee primordiali. Uno dei miti legati al suo nome la vuole progenitrice di tutti gli altri dei assieme al dio Itzamna.

Ad ogni modo, le sue devote erano convinte che Ix-Chel abitasse il tempio sulla piccola isola a lei sacra, Cozumel, e che là, come maestra di medicina e magia, dispensasse cure particolari alle donne incinte e partorienti. Madri e figlie hanno compiuto pellegrinaggi all’isola, durante il sesto giorno seguente la luna nuova, sino a tempi recenti. Ma il vero motivo per cui vi sto parlando di questa divinità è il suo collegamento ad un mito che quasi tutte le culture umane conservano, quello del diluvio universale. Anche i Maya lo avevano: in esso, Ix-Chel è raffigurata come la creatura che il diluvio non riesce ad abbattere. La Signora dell’Arcobaleno resta in piedi e i flutti si infrangono su di lei senza arrecarle danno. C’è chi perciò l’ha definita “dea della catastrofe”, ma io vedo la cosa in modo un po’ diverso. Vedo Ix-Chel come simbolo di una donna che rifiuta di diventare vittima di oppressione. La vedo come una figura che può incoraggiarci a riconoscere le cose negative che disturbano le nostre vite, e come sprone ad affermare pienamente noi stesse di fronte alle violenze fisiche o psicologiche che vorrebbero cancellare la nostra coscienza e il valore che ci attribuiamo.

Aprite le braccia, siate salde: il diluvio non vi travolgerà. Maria G. Di Rienzo

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Perla Vasquez è diventata un’attivista quando era ancora adolescente. Attualmente è consigliera per Mama Cash – www.mamacash.org – ed altre organizzazioni che intendono sostenere le attività delle giovani femministe. Mama Cash ha chiesto a Perla di condividere ciò che ha imparato sull’essere di sostegno alle ragazze. (agosto 2012, trad. Maria G. Di Rienzo)

 

Perla, puoi dirci qualcosa di te e del tuo lavoro politico?

Mi chiamo Perla Sofia Vasquez Diaz. Sono messicana, ho trent’anni e sono una femminista. Ho cominciato ad essere attiva nelle organizzazioni giovanili e femministe quando avevo 16 anni. Oggi lavoro come consigliera, in particolare nell’aiutare a creare nuovi spazi per le attività delle giovani femministe.

Oltre che per Mama Cash e il Fondo per le popolazioni delle Nazioni Unite, sono consigliera di FRIDA e REDLAC. FRIDA è un fondo internazionale per le giovani femministe che fornisce sostegno alle iniziative femministe locali. REDLAC è la Rete della gioventù latino-americana e caraibica per i diritti sessuali e riproduttivi.

Cosa ti ispira a fare questo lavoro?

Per me, essere una femminista significa che cerco di trasformare le relazioni di potere che limitano la mia vita e le vite degli altri. Mi piace sollecitare i giovani uomini e le giovani donne a riflettere sulle questioni che il femminismo solleva. Riflettere sul potere nelle relazioni, ad esempio, e sui ruoli di genere e su come trasformarli. Mi piace fare questo con le persone all’interno delle loro comunità perché è al livello locale che la riflessione sul potere nelle relazioni diventa concreta ed ha un impatto reale, immediato e a lungo termine.

In particolare, amo lavorare con le giovani donne nei collettivi o nelle organizzazioni. Amo la loro abilità analitica e quella di sviluppare strategie. Mi ispira la loro capacità di trasformare il mondo in un posto migliore, nonostante le restrizioni che i contesti locali impongono loro.

Perché l’attivismo delle ragazze e delle giovani donne è così importante?

Le giovani oggi vivono ancora in contesti economici e culturali che mettono restrizioni effettive e simboliche alla loro capacità di partecipare alla vita pubblica o a quella di cambiare le loro vite. Viviamo in società che chiedono alle giovani donne di avere un certo tipo di corpo, di consumare un certo tipo di merci, di comportarsi in una determinata maniera. Le giovani subiscono restrizioni o stereotipizzazioni riguardo la loro sessualità: se a una certa età non sono vergini o non sono madri, ad esempio, non sono “vere donne”. I genitori non permettono alle ragazze di uscire e di prendere parte alle attività della comunità, perché gli spazi pubblici sono visti come “insicuri” e le ragazze devono essere “protette”. Le giovani donne hanno accesso a pochissime risorse per dar potere a se stesse in modo da costruire le loro proprie identità.

Quando le giovani lavorano insieme in gruppo apprendono a sfidare il potere, acquisiscono abilità politica concreta, e cominciano ad intravedere alternative culturali e politiche. Impari, sei messa alla prova e sei ispirata, perché cominci a capire che la trasformazione delle ingiustizie quotidiane è possibile. Le organizzazioni giovanili rendono più forti le ragazze e provvedono un’istruzione sull’essere cittadine attive e coinvolte che ne’ la scuola ne’ la famiglia forniscono. E ho visto che i gruppi giovanili tendono a portare dentro sempre gente nuova: il risultato è che le organizzazioni restano rilevanti ed inclusive. Può sembrare una piccola cosa, ma io penso che troppi gruppi della società civile tendano invece ad essere elitari.

Quali sono stati i tuoi successi?

Menzionerò quelle che per me sono state due importanti pietre miliari. Una è stata il coordinare “Elige”, la prima organizzazione messicana creata e guidata da persone sotto i trent’anni, dal 2006 al 2010. Elige fu fondata nel 1999 ed ormai ci sono già state quattro generazioni di giovani donne alla guida dell’organizzazione. Uno dei nostri principali successi è stato il lavoro per decriminalizzare l’aborto a Città del Messico. Io fui una della poche giovani attiviste a testimoniare di fronte alla Corte Suprema sulle ragioni per cui le giovani donne chiedevano la decriminalizzazione dell’aborto. Ciò accadde nell’aprile 2007 e segnò un precedente per l’America Latina. Circa cinque anni dopo, 71.937 giovani donne (dai 15 ai 25 anni) hanno potuto prendere decisioni sui propri corpi e sulle proprie vite.

La creazione di FRIDA è stato un altro successo. Io ho contribuito alla sua fondazione. FRIDA è il primo fondo che si occupa esclusivamente di dare sostegno ai gruppi di giovani femministe. Il suo scopo è aiutare quei gruppi locali – che spesso possono non essere registrati legalmente – che stanno trasformando le loro realtà e cercano di costruire un mondo migliore. Al primo bando ricevemmo 900 domande da gruppi di giovani femministe in tutto il mondo, il che dimostra quante poche opportunità ci sono per i gruppi giovanili locali.

Quali sono le cose più importanti che hai imparato di recente?

Una lezione che ho imparato concerne il sostenere i gruppi a livello locale. I governi e le agenzie per lo sviluppo destinano risorse rilevanti alle questioni relative alla gioventù, ma i gruppi locali hanno difficoltà ad accedere a tali risorse. E’ un fattore critico l’assicurarsi che tali risorse raggiungano i gruppi giovanili, ed in particolare i gruppi di giovani donne perché sono questi ultimi ad essere marginalizzati. Fornire risorse ai gruppi locali di giovani donne è un’istanza di giustizia economica.

Che messaggio vuoi mandare alle organizzazioni che danno sostegno alle ragazze o alle giovani donne?

Che è essenziale tenere sempre presente le attività, gli interessi ed i bisogni delle giovani. Non fate mai qualcosa “per loro” senza di loro. Le ragazze e le giovani donne sono molto creative. Le loro organizzazioni possono avere un grosso impatto. Sono capaci di rendere visibili le loro necessità e di coinvolgere altri attori comunitari ed altri giovani. Generano iniziative fantasiose e inusuali: usano il teatro come strumento di lotta sociale, usano Twitter per alfabetizzare gli adulti, eccetera. E questo è ancora più straordinario se capiamo che lo fanno avendo risorse finanziare assai limitate e poco sostegno morale. Le ragazze che riescono a spezzare queste due barriere in genere hanno risultati meravigliosi. Il nostro impegno dev’essere il rendere le loro iniziative visibili e il rafforzare finanziariamente i loro gruppi.

E il tuo messaggio alle ragazze e alle giovani stesse?

Che i loro sforzi organizzativi hanno valore. Non solo per le loro comunità e loro vite, ma perché permetteranno ad altre generazioni di vivere in un mondo migliore.

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Maati (autrice/autore ignota/o, trad. Maria G. Di Rienzo)

 

Le tue braccia incrostate di fango profumano di Terra.

La tua fronte è cinta di perle di sudore per il sole a picco.

Queste tue braccia sottili hanno il potere

e la forza di parecchi uomini.

Persino la tua ombra conforta molte persone.

Ed è con il tuo flauto che accendi i fuochi di cucina. (1)

E’ quando sfiori le corde che la vita si muove e fluisce.

I raccolti illuminati dal sole sono i tuoi gioielli.

Sei come la Terra cucinata dalla luce solare,

la tua pelle ha il colore del tramonto.

E durante le lunghe notti oscure tu sei la luce dell’alba.

Mentre tu vegli, come una candela che arde nella notte,

il vento s’inchina a te, le stagioni ti rendono omaggio,

la polvere della Terra ti adorna,

a te che sei la fluida corrente che questa Terra nutre.

Nel tuo respiro stanco indugia il suono delle conchiglie.

Speranze, azzurre come il cielo, hanno molte ali:

e le loro possibilità sono riflesse nei tuoi occhi.

(1) Si riferisce alle “pipe” con cui le donne spesso soffiano nelle stufe per accendervi il fuoco.

Questa poesia, unitamente ad un video, è stata usata dalle donne di AWID – durante il loro 12° Forum internazionale tenutosi nell’aprile scorso – per onorare le femministe che hanno ispirato le oltre 2.000 partecipanti, ma che sono scomparse nei quattro anni trascorsi dal precedente incontro.

AWID ha ricevuto contributi da tutto il mondo per questo tributo. E mentre molte di queste donne sono decedute a causa di incidenti, malattie o disastri naturali, circa un terzo sono state uccise o sono scomparse a causa del loro attivismo. Si tratta di donne come Marisela Escobedo Ortiz del Messico, che è stata assassinata mentre teneva una dimostrazione pacifica che chiedeva alle autorità di arrestare l’omicida di sua figlia; come la sudafricana attivista per i diritti delle persone LGBT Noxolo Nowaza, uccisa in uno dei cosiddetti “crimini dell’odio”; come Natalia Estemirova, una giornalista assassinata a causa del suo lavoro sugli abusi dei diritti umani in Cecenia; o come Concepcion Brizuela dalle Filippine, avvocata, che è stata rapita ed è scomparsa perché lottava per i diritti umani delle donne, dei contadini poveri e dei popoli indigeni. Non è sorprendente notare che la maggior parte di questi crimini sono ancora impuniti.”

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Le cifre messicane sono qua: 11 sindaci assassinati lo scorso anno; circa 40.000 persone uccise in scontri relativi alla guerra fra “cartelli” della droga dal 2006 ad oggi (il 90% della cocaina diretta agli Usa passa per il Messico); 5.000 donne e ragazze assassinate a Ciudad Juarez in dieci anni.

Da quest’ultima città si continua a scappare ed il 60% di quelli che vi abitano ancora lo fanno perché sono così poveri da non potersi permettere uno spostamento. Più di 10.000 fra esercizi ed attività economiche hanno chiuso i battenti a Ciudad Juarez da quando la “guerra della droga” è scoppiata quattro anni fa ed ha instaurato quel circolo vizioso che chiudendo ogni altra opportunità spinge le persone ad arruolarsi nei cartelli del traffico.

In quella che una volta era la zona turistica di Ciudad Juarez le mura degli alberghi e dei ristoranti abbandonati si sbriciolano e l’area pullula di poliziotti federali pesantemente armati e con le facce coperte: 50.000 fra soldati e agenti delle forze dell’ordine sono coinvolti nella campagna militare contro i cartelli della droga lanciata, a partire dal 2006, dal presidente messicano Felipe Calderon. La violenza è da allora aumentata in maniera esponenziale, seminando ovunque paura e miseria.

Alcune donne hanno deciso di affrontare la questione e di tentare di risolverla a modo loro. Il motivo, spiega Lorenia Granados, vigile urbano di 42 anni, è che “Abbiamo visto e sperimentato così tanto dolore. Siamo stanche della sofferenza.” Perciò sono nate Las Guerreras (Le Guerriere), un gruppo di donne che girano per la città in sella a grandi motociclette rosa, fornendo assistenza alle famiglie ferite e impoverite dalla violenza. Sono insegnanti, casalinghe, commercianti. Vestite di porpora sgargiante, con la sigla “Las Guerreras” dipinta sui mezzi, sciamano per le strade fra gli applausi e i cori d’incoraggiamento di uomini e donne, di anziani e bambini.

 

 

All’inizio di questo mese (giugno 2011) hanno consegnato una carrozzella ad un bimbo disabile di 7 anni che vive in una delle zone più pericolose della città, un posto in cui le sparatorie sono quotidiane. Daniel, il piccolo in questione, non può camminare a causa della mancanza di ossigeno di cui ha sofferto quando era ancora nel ventre di sua madre. La mamma di Daniel è morta nel 2008, colpita alla testa da un proiettile vagante mentre due gang si combattevano all’esterno di un negozio; nel 2009 suo zio, un sacerdote, è stato assassinato davanti alla propria abitazione in pieno giorno; l’anno scorso è toccato a sua nonna: crivellata di pallottole mentre tornava a casa dopo aver fatto la spesa. “Come per la maggior parte delle morti violente in questa città non abbiamo la più pallida idea del perché sono accadute.”, spiega Reveles Dominguez, la zia di Daniel, “I miei parenti non sono coinvolti nei cartelli della droga, siamo gente normale che tenta di condurre un’esistenza normale.” Da tre anni a questa parte la famiglia, di cui fanno parte 6 bimbi traumatizzati dagli eventi, è terrorizzata all’idea di uscire di casa; a causa delle sparatorie ricorrenti gli adulti hanno dovuto chiudere il piccolo negozio che possedevano e ciò li ha lasciati senza introito alcuno.

Ecco perché di una cosa semplice come il dono della carrozzella Reveles Dominguez dice: “Queste donne hanno cambiato la nostra vita.” Non solo perché Daniel, che precedentemente si muoveva solo grazie all’essere trasportato dagli altri, guadagna autonomia e partecipazione, ma perché tutti loro, grazie al gesto delle “guerriere”, hanno guadagnato speranza. Ora pensano e dicono che Ciudad Juarez deve ricostruire se stessa, cambiare, ricominciare.

Anche Lorenia Granados ne è convinta: “Mi auguro che sempre più donne si aggiungano a noi. Potremmo essere anche poca cosa, ma il nostro sogno è di ispirare le persone ad aiutarsi le une con le altre, e di portare speranza alla nostra gente che ha sofferto troppo.” Maria G. Di Rienzo

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(di Laura Carlsen, direttrice dei Programmi per le Americhe del Centro per la Politica Internazionale di Città del Messico, www.cipamericas.org Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

 

 

Quando George W. Bush lasciò la Casa Bianca, il resto del mondo respirò di sollievo. La “dottrina della sicurezza nazionale” fatta di attacchi unilaterali, dell’invasione dell’Iraq motivata dal falso pretesto delle armi di distruzione di massa, e dell’abbandono dei forum multilaterali aveva aperto una nuova fase nelle aggressioni statunitensi. Nonostante ad essere sotto i riflettori fosse il Medioriente, la crescente minaccia di un intervento armato americano gettava la sua lunga ombra su molte parti del mondo. Due anni più tardi, quel senso di sollievo ha lasciato il posto a profonda preoccupazione. Dopo aver sperato in qualcosa di almeno simile a politiche di buon vicinato e di (relativa) non ingerenza, ci troviamo a fronteggiare una nuova ondata di militarizzazione in America Latina sostenuta e promossa dall’amministrazione Obama.

In alcuni paesi, la militarizzazione già caratterizza la vita quotidiana; soldati con fucili d’assalto pattugliano i quartieri e convogli armati monopolizzano le strade. Per Haiti, Honduras, Messico e Colombia, le speranze di tornare ad una civile coesistenza pacifica sono state distrutte da questa ondata. In altri paesi, come Costa Rica, le nuove politiche concertate fra governi conservatori e il Dipartimento della difesa statunitense stanno forzando restrizioni civili e costituzionali con il coinvolgimento degli eserciti. Paura, caos e segretezza sono gli attrezzi preferiti per abbattere le barriere che frenano la militarizzazione.

 

I costi della militarizzazione

Un esame di questo nuovo scenario rivela standard di vita deteriorati, aumento della violenza, migrazioni forzate, spostamento di priorità nei finanziamenti dai bisogni di base della popolazione alle armi ed allo spionaggio, e violazioni dei diritti civili e dei diritti umani. Nella nostra regione, il paradigma anti-terrorista di Bush è stato convertito – con ben poche differenze – nella guerra ai narcotici. Questo passaggio retorico serve a distanziare le politiche attuali dalla discreditata dottrina della sicurezza nazionale dell’amministrazione Bush, che era largamente impopolare in America Latina, una regione che non è interessata dalle minacce del terrorismo internazionale. I promotori della guerra alle droghe, invece, possono almeno puntare il dito su un problema reale e dei cattivi “classici”.

Il pensiero “macho” se ne esce di nuovo con la solita vecchia storia del bene contro il male che si confrontano sul campo di battaglia sociale, con il solo possibile risultato di avere un vincitore e uno sconfitto. Come cittadini, noi siamo meri spettatori, chiamati ad ignorare la corruzione massiccia che cancella i confini fra i due contendenti e ad accettare il fatto che la battaglia non finirà mai.

Una volta che gli eserciti abbiano il compito di combattere i loro stessi concittadini sul suolo nazionale, lo spostamento del focus dai cartelli della droga all’obiettivo più vasto di occuparsi di qualsiasi supposta sfida allo stato è un passo breve, storicamente provato. E’ un passo che mette tutti i dissidenti, anche e specialmente quelli nonviolenti, fra le maglie dell’apparato repressivo statale. Ciò che vediamo oggi in America Latina è che dietro agli scopi dichiarati ci sono gli obiettivi a lungo termine di controllare le risorse naturali e di garantirsi l’accesso ad esse: se necessario, con l’uso della forza.

 

Le donne chiamano alla resistenza nonviolenta

In tutta la nostra regione le donne, fra i settori più vulnerabili e formalmente meno “potenti” della società, si sono organizzate contro la violenza. Il loro ruolo fondamentale nei movimenti per la pace e contro la guerra non ha nulla a che fare con le argomentazioni fondamentaliste per cui le donne avrebbero un collegamento biologico più forte con la vita, che le porterebbe ad opporsi alle guerre. Abbiamo abbastanza esempi di donne, in politica e nella società, che hanno promosso guerra e militarizzazione per smentire questa affermazione, e numerosi esempi di uomini che rifiutano di sostenere le guerre.

L’impegno delle donne che si organizzano contro la militarizzazione nasce dalle loro specifiche coscienze ed esperienze, e dai ruoli che rivestono nelle comunità. Dalle “Femministe Resistenti” che hanno scelto di contrastare il colpo di stato in Honduras, alle Madri di Ciudad Juárez, in Messico, è stata la terrificante violenza seminata dalle strategie di confronto armato e dal militarismo a motivare le donne alla mobilitazione per la pace e la democrazia. Ciò che hanno sperimentato le spinge ad agire.

Un’altra ragione che spiega il diffuso attivismo delle donne nei movimenti antimilitaristi è che esse corrono rischi particolari sotto l’occupazione militare. Sono, o possono essere, vittime della violenza sessuale e di crimini basati sul genere, incluso l’uso sistematico dello stupro come arma di guerra e dell’abuso sessuale come punizione per le insubordinazioni. E’ da un po’ di tempo che sappiamo che lo stupro e l’abuso sessuale non sono meri atti individuali di soldati o “bottino di guerra”: sono tattiche di dominio che impiegano i corpi delle donne come mezzi per raggiungere scopi politici e militari. Nondimeno, è stato solo di recente che le Nazioni Unite hanno riconosciuto la violenza sessuale come crimine di guerra e questione riguardante la sicurezza internazionale. Nonostante l’adozione della Risoluzione 1325 dieci anni fa, l’impunità relativa a questi casi continua, favorita dall’indifferenza dell’opinione pubblica, dalla debolezza dei sistemi giudiziari e dal potere detenuto dalle stesse forze militari responsabili degli abusi.

 

L’organizzarsi delle donne nelle nazioni sotto assedio

L’Haiti di oggi è un tragico esempio di violenza sessuale diffusa in un ambiente militarizzato. Nonostante la presenza di 12.000 soldati appartenenti alla Missione stabilizzatrice delle Nazioni Unite, dopo il terremoto del 12 gennaio 2010 centinaia e centinaia di casi di stupro sono stati denunciati nei campi profughi; un’ong ha riportato la cifra di 230 stupri in 15 campi totali solo fra gennaio e marzo dello stesso anno, una cifra statistica che sfortunatamente appare essere solo la punta dell’iceberg. La concentrazione del volontariato internazionale e lo spiegamento di truppe non sono serviti a proteggere le donne haitiane. Le testimonianze di quelle violentate nei campi profughi attestano che i soldati non rispondono alle loro denunce e notano che la militarizzazione del paese ha indirizzato un enorme ammontare di risorse alle truppe, risorse che se fossero state canalizzate in cibo e alloggi avrebbero tolto le donne da condizioni ad alto rischio. Il caso di Haiti mette in luce una volta di più l’importanza dello sviluppo di analisi basate sul genere dall’inizio degli sforzi per la pace, al fine di raggiungere una visione complessiva delle violenze e di rendere maggiormente inclusiva la definizione di “sicurezza”.

Il contributo dato dalle donne ai movimenti antimilitaristi nei loro paesi non è solo questione di sostegno ad organizzazioni popolari o di rappresentazione, sebbene siano entrambe cose importanti. Le donne hanno anche le loro specifiche richieste, in merito ai loro diritti umani ed all’uguaglianza di genere. Questa agenda deve essere un pilastro nella costruzione di giustizia sociale e pace duratura.

Quale che sia l’urgenza delle lotte contro la militarizzazione in numerosi luoghi, le donne non hanno messo da parte l’agenda femminista, ne’ l’hanno lasciata per occuparsene “più tardi”. Come spiega Adelay Carias delle “Femministe Resistenti”: “Le immediate necessità di contrastare l’esercito, di fermare la repressione e di tornare all’ordine costituzionale sono ciò che ci ha motivate e guidate in questa lotta. Ma anche, sin dall’inizio, abbiamo capito che era venuto il momento di porre le nostre richieste, di ampliare i confini del nostro progetto… I nostri slogan “No ai colpi di stato, no ai colpi alle donne”, “Basta con il femminicidio”, “Ne’ lo stivale del soldato ne’ la tonaca del prete contro le lesbiche”, “Fuori i rosari dalle nostre ovaie”, si potevano udire in tutte le città in cui abbiamo sfilato chiedendo pace, libertà, eguaglianza, democrazia, giustizia.”

Yolanda Becerra, dell’Organizzazione popolare delle donne di Colombia, sottolinea che nel suo paese il movimento delle donne contro la militarizzazione e per la pace con giustizia, sta lottando “per tutti i diritti: il diritto di avere una vita dignitosa, il diritto di scegliere, il diritto di parlare, il diritto di mangiare pur essendo poveri…” Nell’agosto dello scorso anno, le donne colombiane hanno tenuto “l’Incontro internazionale delle donne e dei popoli d’America contro la militarizzazione” per costruire reti, discutere dei conflitti armati da una prospettiva di genere e “cercare modi per disarticolare la logica della guerra”. Donne da tutto il mondo hanno partecipato all’evento, che era legato alle proteste contro l’accordo per permettere la presenza militare statunitense in almeno sette basi dell’esercito colombiano.

Le donne pagano un prezzo salato per la loro resistenza. Le femministe honduregne hanno presentato un rapporto il 2.11.2010 alla Commissione Inter-Americana per i Diritti Umani in cui documentano centinaia di casi di stupro, abuso sessuale e violazione di diritti umani, nonché l’assassinio di donne della resistenza per mano dei fautori del colpo di stato. Alla colombiana Yolanda Becerra, dopo che aveva ricevuto molteplici minacce, la stessa Commissione garantì delle misure protettive.

La senatrice Piedad Córdoba, nota oppositrice della militarizzazione del suo paese e sostenitrice di una soluzione negoziata del conflitto, descrisse la situazione della Colombia all’Incontro internazionale succitato. Parlò dei quattro milioni di rifugiati interni che sono il risultato della militarizzazione del paese e del “trasferimento di più di cinque milioni di ettari di terra, appartenenti ai campesinos, agli interessi della grande industria che finanzia i corpi paramilitari” e concluse: “Questa è la ragione per cui le donne hanno deciso: non daremo più figli alla guerra. E’ impossibile usare la guerra per fermare la guerra. La pace non è solo una bella parola. La pace è la necessità di discutere come distribuire i benefici dello sviluppo, è discutere dei destinatari della ricchezza. Ci stiamo confrontando con uno stato che militarizza il pensiero, che militarizza persino il desiderio, l’amore, l’amicizia. Qualsiasi cosa accada, dobbiamo usare le nostre voci per protestare contro la guerra.”

La risposta del governo alle coraggiose parole di Córdoba fu velocissimo. Neppure un mese dopo la sua partecipazione al meeting delle donne contro la militarizzazione, le fu tolto il seggio al Senato e fu bandita da qualsiasi carica pubblica per 18 anni. Il governo della “sicurezza democratica”, l’ultima versione della militarizzazione, ha legami con le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC). Córdoba aveva in effetti partecipato alle negoziazioni ufficiali con le FARC – che sono solo un’altra espressione delle strutture militari patriarcali – ed ottenuto il rilascio di numerosi ostaggi. Dice che le misure del governo non la deruberanno della sua voce e continua a giocare un ruolo importante nel movimento per la pace.

Ora le donne messicane stanno cominciando a soffrire ciò che le loro colleghe colombiane conoscono da decenni. La militarizzazione del Messico, tramite il pretesto della “guerra alla droga” e le iniziative statunitensi, ha raggiunto livelli scioccanti, così come il numero delle persone uccise grazie ad essa. In Messico, come in Colombia, sono le donne le prime linee delle nuove organizzazioni contro la militarizzazione.

Fu una donna, la madre di un giovane assassinato, ad interrompere il discorso di Calderón a Ciudad Juárez nel febbraio 2010. Gridò la sua protesta contro la fallita strategia di sicurezza che ha fatto della città territorio occupato, e che ha aumentato di più di dieci volte il numero degli omicidi. Sono state le donne ad alzarsi in piedi e a voltare la schiena a un Presidente che aveva promesso sicurezza ed ha consegnato morte. E continuano ad essere le donne, all’interno di movimenti propri o misti, quelle che rigettano l’affermazione del governo – ripetuta sino alla nausea – che le morti dei loro figli sono prezzi ragionevoli da pagare per la lotta al crimine organizzato. Sul confine nord del Messico, i difensori dei diritti umani sono stati giustiziati o esiliati. I loro casi sono diversi da quelli delle giovani donne vittime del femminicidio, tuttavia l’impunità regna sovrana per entrambi.

La militarizzazione ha un impatto diretto sulle vite delle donne e sulle forme della loro resistenza. Daysi Flores delle “Femministe Resistenti” racconta la sua esperienza: “Nel giro di un anno, abbiamo dovuto imparare a convivere con la tristezza, con il senso di impotenza, con la rabbia, la paura e la disperazione. Per quanto la dittatura cerchi di mostrarsi con una bella faccia, ti basta camminare per la strada per sapere che il paese è ora di proprietà dell’esercito. Per cui, abbiamo dovuto essere creative: apprendere come fronteggiare le minacce, come non essere uccise, arrestate, stuprate o rapite. E nonostante i rischi, ci rifiutiamo di rinunciare all’idea di democrazia, democrazia vera, quella che ci hanno rubato con i loro fucili, con i gas lacrimogeni, con i pestaggi e gli omicidi. Per questo continuiamo a protestare, anche se ciò mette a rischio le nostre vite.”

Le reti di solidarietà fra donne a livello internazionale sino ad ora hanno funzionato casualmente o in modo effimero. Le donne che si oppongono alla militarizzazione in situazioni di conflitto, e le loro famiglie, sono esposte al rischio di assassinio, abuso sessuale, violenza fisica e psicologica. Dobbiamo costruire reti di responso rapido, di modo che nessuna donna che alzi la voce contro la militarizzazione si trovi da sola. Il processo deve essere velocizzato, prima che la militarizzazione diventi un aspetto “normale” della vita e distrugga il tessuto sociale che è la base per una pace durevole.

Questa è la grande sfida che tutte noi abbiamo davanti.

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(di Amy Littlefield, per Gender Across Borders, 14.5.2010, trad. e adattamento M.G. Di Rienzo)

Il 27 aprile u.s., una carovana di giornalisti, attivisti e osservatori per i diritti umani, è stata assalita da gruppi paramilitari mentre tentava di portare cibo e altri generi per la sopravvivenza a San Juan Copala, una municipalità che si trova a parecchie ore di viaggio dalla città di Oaxaca, in Messico. Della carovana facevano parte anche insegnanti che stanno tentando di tornare alle loro scuole in San Juan Copala.

Da quando ha dichiarato la propria autonomia dal governo nel 2007, la municipalità è stata tenuta sotto assedio dai gruppi paramilitari spalleggiati dal partito al potere a Oaxaca. Due persone sono morte nell’attacco: l’attivista di lungo corso Bety Cariño Trujillo del gruppo CACTUS (Centro de apoyo comunitario trabajando unidos) ed il finlandese Jyri Jaakkola, osservatore per i diritti umani ed attivista per il clima.

Costoro si uniscono alle dozzine di attivisti, giornalisti ed altri che sono stati uccisi a San Juan Copala negli ultimi anni, nel tentativo di mettere fine alla resistenza indigena della gente Triqui nella regione. La lotta per l’autodeterminazione in questa regione data da decenni. Nel gennaio 2010 il gruppo paramilitare UBISORT (Unidad de bienstar social de la Región Triqui) ha isolato San Juan Copala, impedendo l’accesso al cibo ed altri prodotti necessari, impedendo agli insegnanti di tornare, e tagliando la fornitura di elettricità. Secono David Venegas, sopravvissuto all’assalto del 27 aprile, UBISORT sarebbe responsabile di almeno 19 omicidi dal novembre 2009 ad oggi.

Nel 2008, in un attacco di un altro gruppo paramilitare, furono uccise due giornaliste radiofoniche, Felícitas Martínez, 24 anni, e Teresa Bautista, 20 anni. Le due giovani donne parlavano dalla stazione radio comunitaria “La voz que rompe el silencio”, che ha sede in una piccola capanna di legno: parlavano degli avidi proprietari terrieri, degli aiuti umanitari intascati dal governo, del furto delle risorse naturali da parte delle corporazioni economiche transnazionali. E spesso lo facevano cantando.

 

Felicitas è la prima da sinistra, Teresa è la terza

Nonostante le minacce di morte, le due giovani hanno continuato a trasmettere in un’area controllata da uomini armati, che infine hanno sparato loro mentre erano in auto su una strada di montagna. Poco dopo l’accaduto, andai a San Juan Copala con una giornalista che mi stava aiutando in un progetto di ricerca sulle donne di Oaxaca ed i movimenti sociali. Ho visto il villaggio e l’antenna radio. Ho visto gli abiti macchiati di sangue e perforati dalle pallottole di Felicitas e Teresa: le prove in possesso della comunità necessitavano testimonianza, voci, avevano bisogno che il mondo sapesse. Altri attivisti e giornalisti radiofonici sono stati assaliti e minacciati da che io li ho incontrati; una di essi è proprio Bety Cariño, uccisa il 27 aprile scorso.

Quando lasciammo il posto, ci furono consegnati dei cd con brani delle trasmissioni di Felicitas e Teresa. In un clip di dieci secondi cantavano:

Algunas personas piensan que somos muy jóvenes para saber. Deberían saber que somos muy jóvenes para morir. (Alcune persone credono che siamo troppo giovani per saper qualcosa. Dovrebbero invece sapere che siamo troppo giovani per morire.)

Sapevano. E sono andate avanti. In luoghi ove pochi potenti governano nell’impunità, e dove il resto dei potenti non presta alcuna attenzione alle pile di cadaveri che crescono, cantare può causare la tua morte. Queste donne hanno aperto le loro labbra contro l’impunità. E perciò sono state uccise.

Successivamente, ho ascoltato quel clip per ore ed ore. Ho ascoltato, e ascoltato, e sperato che mi insegnasse qualcosa. Ma sino ad ora la più grande lezione, e forse la sola lezione, che ho tratto da questa esperienza è che ci sono persone, al mondo, così coraggiose da rendere un privilegio il condividere la Terra con esse.

Felicitas Martínez e Teresa Bautista hanno visto ben pochi cambiamenti durante le loro vite. Ma il loro canto ha reso qualcosa possibile per il resto di noi. Ha aiutato a far sopravvivere il sogno di un mondo diverso.

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Raquel García Vidaña ha trentotto anni ed è la Delegata eletta per la comunità di Jose Maria Morelos al Municipio di Juan Aldama, Zacatecas, Messico. Suo marito si chiama Carmelo ed insieme hanno nove figli.

Raquel racconta: “La maggior parte dei giovani nella mia comunità migrano negli Usa perché pensano che a Morelos non vi sia nulla, ne’ lavoro ne’ opportunità. In passato avevo avuto l’idea di farlo anch’io, nella speranza di guadagnare qualche soldo. La mia vita era dura, ottusa, insoddisfacente. Continuavo a pensare: “Chi verrà mai ad aiutarmi?” Poiché eravamo poveri, credevo che non ci saremmo mai mossi in avanti nella vita.

Poi ho partecipato a questo seminario del gruppo messicano di “The Hunger Project” (THP) che si chiamava “Visione, impegno ed azione”, ed ho imparato a diventare ciò che chiamano una “catalizzatrice”. La mia vita è completamente cambiata. La mia comunità è completamente cambiata. Il seminario ha rimosso il velo che avevo sugli occhi, per così dire, mi ha aiutata a smettere di pensare in modo paternalistico.

Ho appreso ad avere io stessa cura di me, e a non dipendere dal governo per muovermi in avanti. Ho capito che qui, nella mia comunità, possiamo dirigere da noi stessi le nostre faccende e lavorare per dare una miglior qualità di vita ai nostri figli. Ci siamo riuniti ed abbiamo deciso che la prima cosa che ci serviva era un piccolo ospedale: ci siamo organizzati ed abbiamo raccolto la determinazione necessaria a costruirlo. Alcuni hanno dato sacchi di cemento, altri hanno dato alberi per il giardino, altri hanno dato le loro mani e il loro tempo: ognuno ha dato ciò che poteva. Adesso la clinica c’è.

Prima la mia famiglia non aveva un bagno. Usavamo una latrina fuori casa o addirittura i campi. Ci siamo impegnati, abbiamo risparmiato, e adesso abbiamo il bagno in casa, con la doccia. Le altre famiglie si sono ispirate a noi ed hanno lavorato allo stesso modo per avere un bagno in ogni casa: avere un bagno significa una vita più sana per ogni famiglia.

Se guardo indietro, un tempo credevo che le donne non fossero ne’ forti ne’ capaci. Ma vedendo che riuscivo ad identificare e risolvere i bisogni della mia comunità ho cambiato idea. Ho corso come rappresentante al Municipio. Pensavo che gli uomini non avrebbero mai votato per me, ma mi sbagliavo! Sono la prima donna ad essere diventata Delegata per Morelos, e gli uomini e le donne mi fermano per strada e si congratulano con me.

Sono fiera di essere una donna. Noi, le donne, possiamo fare qualunque cosa!

Ci sono ancora alcuni uomini, in paese, che dicono che il ruolo di una donna è stare in cucina o lavare la biancheria. Ma a poco a poco la loro attitudine si sta trasformando. Mio marito ora mi aiuta con i lavori di casa: abbiamo deciso che, siccome siamo una coppia, dobbiamo condividere il lavoro. Molte cose sono cambiate, a Morelos. In passato, ci mancava la capacità di comunicare e di condividere le nostre idee. Avevamo la sensazione che migliorare le nostre vite fosse impossibile, eravamo vergognosi e spaventati. Da quando abbiamo cominciato a lavorare insieme, la nostra paura se n’è andata.”

 

 

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