Feeds:
Articoli
Commenti

Posts contrassegnato dai tag ‘marocco’

Questa maratona femminile di dieci chilometri, a Casablanca in Marocco, fa parte del progetto “Correre per la vita” che incoraggia le donne a lottare contro le diseguaglianze e le ingiustizie di genere. L’idea è di Nawal El Moutawakel, medaglia d’oro alle Olimpiadi nel 1984 sui 400 metri a ostacoli: “Correre insieme aumenta la loro fiducia in se stesse e il loro senso di indipendenza.”

 

La squadra nazionale afgana femminile di pugilato a Kabul, Stadio Olimpico. Quando erano bambine, a queste giovani donne era proibito praticare sport; adesso si allenano nello stesso stadio dove i Talebani tenevano le esecuzioni pubbliche. Ricevono comunque la loro dose quotidiana di disapprovazione sociale, minacce e condanne “religiose”. Ma nessuna intende smettere. Pensano che tirare qualche pugno simbolico alla discriminazione non sia male.

Costoro sono invece le pugili di Ekbalpore, l’area a maggioranza musulmana di Kolkata, in India. La loro allenatrice, Razia Shabnam, ha dovuto lottare più fuori dal ring che dentro di esso. Non solo è stata una delle prime donne a fare boxe a Kolkata, ma anche la prima della zona a pretendere di andare al liceo (e ad ottenerlo). Oggi ha 30 anni, è un arbitro internazionale per il pugilato femminile e sogna di mandare una delle sue allieve alle Olimpiadi. “Quando cominciai il liceo, mio zio ed altri uomini vennero ad ammonire mio padre: Vuoi che tua figlia diventi una deviante? Ha finito le medie, basta così. Se continua non troverai nessuno che voglia sposarla. E quando mi iscrissi al corso di pugilato vennero a dirgli che non era “giusto” fare sport per una ragazza musulmana. Ho dimostrato a tutti loro quanto si sbagliavano. Sono felicemente sposata ed ho un bimbo. Mio marito mi ha detto: Io ti amo. Se praticare la boxe ti rende felice non sarò certo io ad impedirti di farlo.

 

Alla guida della motocicletta c’è Furaha Uwamahoro, 21enne, una delle quattro “moto-tassiste” di Kigali, capitale del Ruanda. Gli altri 15.000 (circa) sono uomini e c’è chi pensa che Furaha non dovrebbe fare questo lavoro ed usa le stesse argomentazioni riportate dalla boxeur indiana; lei risponde che “Dio ci ha fornito le braccia affinché noi le si usi”. Orfana di madre, Furaha vive con il padre e con i due fratelli che a sua richiesta le hanno insegnato a guidare (prim’ancora che avesse l’età legale per salire su una motocicletta). Quando era in terza superiore la famiglia ha cominciato ad avere difficoltà a pagare le tasse scolastiche, così la ragazza ha deciso di abbandonare gli studi e di fare la tassista. Suo padre, camionista 65enne, è fiero di lei: “Sono felice, è l’unica fra i miei figli a voler seguire la mia carriera. Lei è così abile che voglio aiutarla a prendere anche la patente per i camion. I genitori dovrebbero riconoscere i talenti delle proprie figlie e sostenerle, dando loro informazioni sul mestiere che intendono intraprendere e tutto quello di cui hanno bisogno per avere successo.” Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(di Oumaima Azzelzouli per Global Post – Morocco News, 19.7.2012, trad. Maria G. Di Rienzo)

 

Rabat, Marocco. Quando la famiglia di Rkia Bellot vendette la terra che i suoi membri coltivavano in comune, ognuno dei suoi otto fratelli ebbe una parte del ricavato. Ma Rkia, una donna nubile, non ebbe nulla. Questo perché la terra della sua famiglia faceva pare dei 37 milioni di acri che in Marocco sono governati dall’orf o legge tribale. Le donne non sposate o vedove della famiglia, chiamate collettivamente Soulaliyate, diventano spesso delle miserabili non appena la terra è venduta.

Rkia Bellot, ora 66enne, voleva un destino migliore per se stessa e lanciò una campagna contro questa pratica, con l’aiuto di ong nazionale. La sua lotta per ottenere diritti sulla terra per le donne ha incoraggiato altre Soulaliyate a confrontarsi con il sistema giudiziario marocchino e le antiche tradizioni, ma la lotta può diventare difficile per i milioni di marocchine spossessate dalle leggi tribali, poiché sono poco istruite, poco informate e hanno contro le loro stesse famiglie.

“Il Marocco è in una posizione assai contraddittoria.”, dice Bellot, “Da un lato il regno ha firmato tutte le convenzioni internazionali che parlano di eguaglianza fra uomini e donne. Dall’altro, abbiamo ancora casi come questo, con le donne che non hanno alcun diritto sulla propria terra.” L’ingiustizia era particolarmente profonda, per Bellot, che era stata di sostegno all’intera famiglia dalla morte del padre, avvenuta quando lei aveva vent’anni. Pure, i suoi fratelli non le diedero nulla, dicendo che avevano le mani legate dalla legge tribale.

La città natale di questa donna è Kenitra, un porto situato 25 miglia a nord della capitale del paese, Rabat. Dopo la vendita della terra, gli uomini della famiglia di Bellot costruirono belle case per se stessi, ma le loro parenti single, finite in mezzo alla strada, furono relegate in una baraccopoli alla periferia di Kenitra, in case di fango con i tetti di metallo non fissati, case che collassavano se solo la pioggia era abbastanza forte. Oggi la baraccopoli non esiste più, ma le donne hanno ancora problemi se chiedono che i loro diritti siano garantiti.

I guai di Aziza Innouch, anche lei parte delle Soulaliyate, sono cominciati l’anno scorso quando suo padre è deceduto. Aziza, vedova con tre bambini, viveva nel villaggio di Ain Cheggag, e ha lavorato la terra di proprietà della famiglia per tutta la vita. Quando alla morte del padre ha chiesto al fratello di poter avere la propria parte dei terreni, lui ha rifiutato. Aziza vive ora in due stanze di cemento con i bimbi, ed essendo senza terra è costretta a fare qualsiasi lavoro trovi al villaggio: di solito lavori agricoli sui campi dei vicini. Il lavoro è duro e anche difficile da trovare, perché gli agricoltori preferiscono impiegare donne più giovani di lei.

Aziza Innouch e altre donne della tribù, alcune delle quali sono state minacciate di morte e persino incarcerate per aver chiesto diritti sulle loro terre, hanno tentato di portare i loro casi al Consiglio cittadino, ma tutte le loro richieste scritte sono state ignorate. Allora hanno deciso di confrontarsi direttamente con il caid, o capo villaggio, ma non è andata meglio: “Il caid usa paroloni, non capiamo neppure quel che dice.” Aziza ha pensato che avrebbe avuto miglior fortuna in tribunale, ma in aprile, nel giorno stesso in cui avrebbe dovuto presenziare all’udienza nella città di Fez, suo fratello è arrivato in tribunale con un documento che accusava Aziza di violenze contro la loro madre. La Corte ha detto che il documento presentato forniva i termini per imprigionare Aziza, ma il fratello avrebbe lasciato cadere le accuse se lei ritirava la causa sull’eredità. E così lei ha fatto.

Bellot dice di essere passata attraverso le stesse frustrazioni: “I capi tribali non facevano che dire: non ci possiamo fare nulla, è la legge della tribù. Ma io fatto ricerche sino a che non sono stata sicura al 100% che si trattava solo di una palese ingiustizia.” L’avvocato da lei contattato a Rabat le disse che c’erano ben poche speranze di farcela, allora Rkia Bellot si rivolse altrove, all’Associazione democratica delle donne marocchine (ADDM) che lavora per i diritti umani delle donne in tutto il paese.

L’ADDM fece propria la causa di Bellot e cominciò ad istruire le donne di Kenitra e coprì i costi di viaggio quando le Soulaliyate partecipavano a sit-in o dimostrazioni di fronte al Parlamento a Rabat. Mano a mano che esploravano l’estensione dei problemi relativi alla terra di queste donne, si sforzarono di includerne altre da tutto il Marocco, ma in un paese dove il tasso di analfabetismo delle donne rurali si aggira attorno all’80% questo presentava spesso dei problemi: “In maggioranza non sanno leggere e scrivere, perciò gli attrezzi comunicativi devono essere aggiustati caso per caso.”, dice said Khadija Ouelammou, che dirige a Rabat l’ufficio dell’ADDM che si occupa delle Soulaliyate. Sebbene l’associazione fornisca ad esse un sostegno considerevole, ci tiene a chiarire che non parla a nome delle Soulaliyate. In ogni villaggio, l’ADDM identifica una donna Soulaliyate che possa agire come tramite fra l’associazione e la comunità: questa leader locale si organizza come crede meglio e l’ADDM sostiene le sue scelte.

Rkia Bellot portò 500 Soulaliyate di fronte al Parlamento nel 2007. E continuò a protestare sino a che, tre anni più tardi, il Ministero degli Interni emanò una circolare – un ordine governativo – diretta ai capi tribali, in cui si riconosceva il diritto delle Soulaliyate ad una parte dei profitti qualora la terra comune delle loro famiglie fosse venduta. I successi di Bellot e delle sue amiche si sono guadagnati l’attenzione internazionale. Di recente Michelle Bachelet, Direttrice esecutiva dell’Agenzia Donne delle Nazioni Unite, in visita in Marocco, ha dedicato loro un discorso specifico: “Voi, le Soulaliyate, siete riuscite a mobilitare i media e l’opinione pubblica contro le violazioni dei vostri diritti. Mi congratulo con voi per l’ottenimento di riconoscimento ufficiale per i diritti delle donne.”

Aziza Innouch e altre Soulaliyate dicono però che c’è ancora molto da fare. Numerose comunità hanno semplicemente ignorato la circolare del Ministero degli Interni. Innouch dice che non starà zitta sino a che la sua storia non sarà udita e lei non riceverà la sua parte di terra. E’ in contatto con l’Associazione democratica delle donne marocchine e sta imparando le parole di cui ha bisogno per confrontarsi con il capo villaggio. Ha in programma di mettere in piedi un’associazione che riunisca le Soulaliyate locali per incontrare il Consiglio tribale ed assicurare ad esse i diritti ereditari.

Non ci sarà una vera soluzione al problema, dice Bellot, se non c’è la volontà politica del governo. Perciò sta chiedendo, con l’ADDM, una legge nazionale che sarebbe ovviamente più rispettata della circolare ministeriale: la legge proposta dalle donne permetterebbe alle Soulaliyate di avere accesso egualitario alle proprietà comuni, garantirebbe loro il diritto di usare la propria parte delle stesse come preferiscono ed il diritto ad un adeguato compenso quando le terre sono vendute. Rkia Bellot assicura che non si fermerà sino a che il governo non agirà nel modo giusto, ma dice anche che vede dei segnali di speranza: uno di essi riguarda la piccola comunità di Ain Chefak, giusto fuori Fez. Il gruppo ha deciso in proprio, dopo le proteste delle Soulaliyate locali, di rendere più equa la vita nel villaggio e non usa più le leggi tribali.

E cosa ha condotto le donne di Ain Chefak a chiedere diritti sulla propria terra? “Avevamo sentito la storia di Rkia Bellot.”

Read Full Post »

(“Why do they hate us?” di Mona Eltahawy, giornalista egiziana, per www.foreignpolicy.com 24.4.2012. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Di Eltahawy ho in precedenza tradotto un’intervista, qui postata il 30.11.2011 con il titolo “La nostra rivoluzione continua”)

In “Vista in distanza di un minareto”, la scomparsa e troppo dimenticata scrittrice egiziana Alifa Rifaat comincia la sua novella mostrando una donna così indifferente al sesso con suo marito che mentre quest’ultimo si concentra sul proprio piacere lei nota una ragnatela che deve spazzare via dal soffitto e rumina sul ripetuto rifiuto dell’uomo di prolungare il coito fino a che anche lei provi un orgasmo, “nel preciso intento di infliggerle una privazione”. Mentre il marito si nega per l’ennesima volta, la chiamata alla preghiera lo interrompe, e lascia la stanza. Dopo essersi lavata la donna si perde in preghiera – e la trova così più soddisfacente del sesso coniugale da non veder l’ora di pregare di nuovo – poi interrompe le sue riflessioni per preparare il caffé al marito. Nel portarglielo e nel versarlo nella tazza di fronte a lui, la donna nota che è morto. Perciò chiede al figlio di andare a chiamare un medico e: “Tornò in soggiorno e si versò del caffé. Era sorpresa dalla propria calma.”

In meno di tre pagine e mezza Rifaat mostra la triade di sesso-morte-religione, è un bulldozer che frantuma la negazione e l’attitudine difensiva per andare al cuore pulsante della misoginia in Medio Oriente. Non c’è modo di zuccherare questa cosa: non ci odiano a causa delle nostre libertà, come vuole lo stanco cliché post 11 settembre americano. Noi non abbiamo libertà perché ci odiano, come questa scrittrice araba dice con forza. Sì: ci odiano. E deve essere detto. Qualcuno potrebbe chiedersi perché tiro fuori la questione ora, mentre la regione si solleva motivata non dall’usuale astio per Stati Uniti ed Israele, ma da una comune richiesta di libertà. Dopotutto, non dovremmo pensare ad ottenere i diritti di base, prima che le donne chiedano un trattamento speciale? E cos’ha a che fare il genere, o se vuoi il sesso, con la Primavera Araba? Ma io non sto parlando del sesso nascosto dagli angoli scuri e dalle camere chiuse. Un intero sistema politico ed economico – un sistema che tratta metà dell’umanità come animali – dev’essere distrutto assieme alle altre più ovvie tirannie che soffocano il futuro della regione. Fino a che la rabbia che investe gli oppressori seduti nei nostri palazzi presidenziali non si estende agli oppressori che abbiamo per le strade e in casa nostra, la nostra rivoluzione non è neppure cominciata.

Perciò: sì, le donne hanno problemi in tutto il mondo; sì, gli Stati Uniti devono ancora eleggere una presidente; sì, le donne continuano ad essere oggettificate nella maggioranza dei paesi “occidentali”… e questo è il modo in cui di solito la conversazione si chiude quando tenti di discutere il perché le società arabe odiano le donne. Ma lasciamo un attimo perdere cosa gli Usa fanno o non fanno alle donne. Nominatemi un paese arabo, ed io vi reciterò una litania di abusi nutriti da una combinazione tossica di cultura e religione che pochi sembrano volere od essere in grado di sciogliere, e chi ci tenta viene rubricato come “blasfemo” e “offensivo”. Ma quando più del 90% delle donne sposate in Egitto – inclusa mia madre e cinque delle sue sei sorelle – hanno avuto i genitali mutilati in nome della modestia, allora dobbiamo sicuramente darci tutte alla blasfemia. Quando le donne egiziane sono soggette ad umilianti “test di verginità” solo per aver parlato a voce alta, non è il momento di stare zitte. Quando un articolo del codice penale egiziano dice che se un marito ha picchiato la moglie “avendo buone intenzioni” lei non può ottenere nessun risarcimento legale, allora che la political correctness vada all’inferno. E cosa sono, di grazia, le “buone intenzioni”? Includono legalmente ogni pestaggio che “non sia grave” o “diretto al volto”.

Questo significa che quando parliamo dello status delle donne in Medio Oriente esso non è migliore di quel che pensavate. E’ molto, molto peggiore. Anche dopo tutte queste “rivoluzioni” è opinione generale che vada tutto bene fino a che le donne sono coperte ed inchiodate nelle case, fino a che alle donne è proibita persino la semplice mobilità di guidare le proprie auto, fino a che le donne sono costrette a chiedere il permesso agli uomini per viaggiare, ed impossibilitate a sposarsi o a divorziare senza l’approvazione del loro “guardiano” maschio. Non c’è un singolo paese arabo che si situi nei primi 100 posti del Rapporto mondiale sul divario di genere. Poveri o ricchi, noi tutti odiamo le nostre donne. I confinanti Arabia Saudita e Yemen, ad esempio, possono essere ad eoni di distanza per quanto riguarda il PIL, ma sono separati di soli quattro posti nella lista summenzionata, con l’Arabia al 131° posto e lo Yemen al 135°: notate bene, su 135 paesi. Il Marocco, spesso lodato per il suo codice familiare “progressista” (un rapporto di “esperti” occidentali del 2005 lo definisce “un esempio per i paesi musulmani che mirino ad integrarsi nella società moderna”) è al 129° posto della lista: secondo il Ministro marocchino della Giustizia, nel 2010 si sono sposate 41.098 ragazzine sotto i 18 anni.

E’ facile vedere perché lo Yemen sia il paese all’ultimo posto; è un paese in cui il 55% delle donne sono analfabete, il 79% non fa parte della forza lavoro, ed un sola donna siede in un Paramento di 301 persone. Le notizie orribili di ragazze dodicenni che muoiono di parto fanno ben poco per arginare la marea dei matrimoni di bambine. Invece, i chierici bollano di apostasia chi si oppone alla pedofilia di stato, perché il Profeta Maometto – secondo loro – sposò la sua seconda moglie Aisha quando lei era bambina. In Arabia Saudita, dove il matrimonio di bambine è pure comune, le donne sono delle minori per tutta la vita, al di là della loro età o della loro istruzione. Le saudite superano di gran lunga i loro coetanei di sesso maschile nei campus universitari, ma sono ridotte al vedere uomini molto meno qualificati di loro controllare ogni aspetto delle loro vite. Sì, questa è l’Arabia Saudita, il paese in cui la sopravvissuta ad uno stupro di gruppo è stata condannata alla galera per “essere salita in un’automobile con un maschio non suo parente” ed ha avuto bisogno della grazia da parte del re per uscirne; il paese in cui una donna che ha infranto il divieto di guidare un’automobile è stata condannata a dieci frustate e di nuovo ha avuto bisogno della grazia; il paese in cui le donne non sono ne’ elettrici ne’ eleggibili ma dove viene considerato un “progresso” il decreto reale che promette di farle votare alle quasi completamente insignificanti elezioni locali, nel – trattenete il fiato – 2015. Le cose vanno così male per le donne in Arabia Saudita che queste minuscole paternalistiche pacche sulle loro spalle sono riportate con enorme delizia, mentre il monarca dietro di esse, Re Abdullah, è salutato come “riformatore”. La risposta del “riformatore” alle sollevazioni esplose attraverso la regione è stata quella di intorpidire il proprio popolo con altre elargizioni governative di questo tipo, soprattutto agli zeloti salafiti da cui la dinastia reale saudita riceve la propria legittimazione. Re Abdullah ha 87 anni. Aspettate solo che salga al trono il suo successore, il Principe Nayef, un uomo uscito direttamente dal Medioevo. La sua misoginia ed il suo bigottismo faranno sembrare Re Abdullah la femminista Susan B. Anthony.

E allora, perché ci odiano? “Perché gli estremisti si concentrino sempre sulle donne resta un mistero, per me.”, ha detto di recente la Segretaria di Stato statunitense Hillary Clinton, “Però lo fanno tutti. Non fa differenza il paese in cui si trovano o la religione che professano. Vogliono tutti controllare le donne.” E Clinton è la rappresentante di un’amministrazione che sostiene apertamente molti di questi despoti misogini. Il tentativo di controllare le donne da parte di tali regimi spesso nasce dal sospetto che, senza controllo, una donna è a un passo dalla ninfomania. Osservate il popolare chierico conservatore e conduttore televisivo Yusuf al-Qaradawi su Al Jazeera: aveva sviluppato uno straordinario attaccamento alle sollevazioni della Primavera Araba – non appena si accorse della loro portata – inflessibilmente convinto che esse avrebbero eliminato i tiranni che a lungo avvevano oppresso lui e la Fratellanza Musulmana da cui lui è spuntato. Potrei tirarvi fuori dalla Fratellanza un po’ di cose sulla Donna Insaziabile Tentatrice ma resto nel mainstream con Qaradawi, che ha un pubblico considerevole, televisivo e non. Sebbene dica che le mutilazioni genitali femminili non sono obbligatorie e abbia persino emanato una fatwa al proposito (attenzione, lui le chiama “circoncisioni”, con un eufemismo che tenta di parificarle alla circoncisione maschile), lui personalmente è “favorevole ad esse, stanti le circostanze del mondo moderno. Chiunque pensi che la circoncisione è il modo migliore di proteggere le sue figlie dovrebbe farlo. L’opinione moderata è in favore del praticare la circoncisione per ridurre le tentazioni.” Perciò, persino tra i “moderati” i genitali delle ragazze devono essere mutilati per assicurarsi che il loro desiderio sia tagliato via quando è ancora in boccio.

Quando l’Egitto ha bandito la pratica nel 2008, non è stato sorprendente che alcuni legislatori della Fratellanza Musulmana si siano opposti, ne’ che alcuni si oppongano tutt’ora, compresa la parlamentare Azza al-Garf. Ma a non sapersi controllare sulle strade sono gli uomini: che si sia in Marocco o nello Yemen la molestia sessuale è endemica ed è per il bene degli uomini che le donne sono incoraggiate a coprirsi. A Il Cairo abbiamo un vagone solo per donne, in metropolitana, per evitare le mani vaganti (o peggio) degli uomini. In Arabia Saudita ci sono innumerevoli “viali per famiglie”, strade che impediscono l’ingresso agli uomini soli. Spesso sentiamo di come le economie disastrate del Medio Oriente stiano impedendo a molti uomini di sposarsi, e c’è persino chi usa quest’argomentazione per spiegare il crescere delle molestie sessuali in strada. Nel 2008, una ricerca del Centro egiziano per i diritti delle donne rivelò che più dell’80% delle egiziane avevano subito molestie sessuali e che più del 60% degli uomini ammetteva tranquillamente di molestarle. Comunque, non abbiamo ancora sentito niente di come le economie collassanti influiscano sul potersi sposare delle donne. Le donne hanno desideri sessuali oppure no? Apparentemente, la Giuria Araba ancora non conosce le basi della biologia umana. Entrate in quella chiamata alla preghiera e nella sublimazione attraverso la religione che la scrittrice Rifaat introduce così brillantemente nel suo racconto. Proprio come i chierici di regime cullano i poveri della regione con promesse di giustizia e di vergini nubili nell’altro mondo, così le donne sono ridotte al silenzio da una combinazione mortale di uomini che le odiano nel mentre reclamano di avere Dio fermamente dalla loro parte.

Torno all’Arabia Saudita, ma non perché quando ho vissuto in questo paese all’età di 15 anni sono stata traumatizzata sino a diventare una femminista (non ho altro modo per descrivere la mia esperienza), ma perché il regno continua indisturbato a venerare un dio misogino e non ne soffre alcuna conseguenza, grazie al doppio vantaggio dell’avere il petrolio e i due luoghi più sacri dell’Islam, la Mecca e Medina. Quando io ero in Arabia Saudita, durante gli anni ’80 e ’90, esattamente come oggi, i chierici in televisione erano ossessionati dalle donne e dai loro orifizi, soprattutto da ciò che può uscire da essi. Non dimenticherò mai quello che disse che se un neonato di sesso maschile ti ha bagnata con la sua pipì puoi pregare indossando gli stessi vestiti, ma se a bagnarti è stata una neonata ti devi cambiare. Cosa ci sarà di così impuro nella pipì di una neonata, mi chiedevo. Ora lo so. Odio per le donne. E quanto le odia, le donne, l’Arabia Saudita? Abbastanza da far morire 15 ragazzine nell’incendio della loro scuola, alla Mecca, nel 2002: la “polizia morale” impedì loro di uscire dall’edificio in fiamme, ed impedì ai vigili del fuoco di salvarle, perché le ragazze non indossavano i fazzoletti e i mantelli che le donne sono obbligate ad indossare negli spazi pubblici. E niente è accaduto. Nessuno è stato processato. I genitori sono stati zittiti.

Tuttavia, questo non è un mero fenomeno saudita. L’odio islamista per le donne divampa attraverso tutta la regione. In Kuwait, dove gli islamisti hanno combattuto per anni contro l’avanzamento delle donne, si sono scagliati con tutti i mezzi contro le quattro che finalmente erano riuscite ad entrare in Parlamento ed hanno richiesto che le due senza fazzoletto indossassero l’hijab. Quando il Parlamento kuwaitiano si è sciolto e ricomposto lo scorso dicembre, un parlamentare islamista ha chiesto alla nuova Camera – priva ora di legislatori di sesso femminile – di discutere la sua proposta di legge su “l’abbigliamento decente”.

In Tunisia, il paese a lungo considerato la cosa più simile al faro della tolleranza nella regione mediorientale, lo scorso autunno il partito islamista Ennahda ha conseguito la maggioranza nel voto per l’Assemblea Costituente. I leader del partito hanno giurato di rispettare la legge tunisina del 1956 sullo status delle persone, una legge che dichiara “il principio di eguaglianza fra uomini e donne” come cittadini e cittadine, e bandisce la poligamia. Ma le docenti e le studentesse universitarie hanno cominciato ad essere assalite e minacciate dagli islamisti subito dopo, perché non portavano l’hijab, e molte attiviste per i diritti umani delle donne si stanno domandando come tutto questo parlare di “legge islamica” influirà sulla legislazione effettiva sotto cui si troveranno a vivere nella Tunisia post-rivoluzione.

In Libia, la prima promessa del capo del governo ad interim, Mustafa Abdel Jalil, fu di non toccare le restrizioni che lo scomparso dittatore libico aveva posto sulla poligamia. In caso stiate pensando a Muammar al-Qaddafi come ad un illuminato di qualche tipo, vi ricordo che sotto il suo regime le bambine e le donne che sopravvivevano agli stupri o che erano sospettate di “crimini morali” venivano scaricate nei “centri di riabilitazione sociale”, vere e proprie galere da cui non potevano uscire a meno che un uomo decidesse di sposarle o i parenti di riprenderle in famiglia. E poi c’è l’Egitto. L’Egitto dove, a meno di un mese dalla caduta del presidente Hosni Mubarak, la giunta militare che lo ha rimpiazzato – nello sforzo di “proteggere la rivoluzione” – ci ha inavvertitamente ricordato le due rivoluzioni di cui le donne hanno bisogno.

Dopo aver ripulito Piazza Tahrir dai dimostranti, i militari hanno incarcerato dozzine di attivisti femmine e maschi. I tiranni opprimono, picchiano e torturano tutti, lo sappiamo. Ma questi ufficiali hanno riservato un trattamento speciale, il “test di verginità”, alle attiviste: violenza sessuale camuffata da ispezione medica, con un dottore che inseriva le dita nelle loro vagine in cerca di imeni. (Il dottore è stato denunciato e prosciolto senza danni in marzo.) Cosa possono sperare le donne dal nuovo Parlamento egiziano, dominato com’è da uomini fermi al settimo secolo? Un quarto dei seggi parlamentari sono dei salafiti, i quali credono che mimare gli usi e costumi dell’epoca del Profeta Maometto sia una prescrizione adeguata ai tempi odierni. Lo scorso autunno, sui loro manifesti elettorali, i salafiti del parito Nour hanno messo un fiore al posto di ognuna delle facce delle loro candidate. Le donne non devono essere viste o udite, persino le loro voci sono una tentazione, perciò se ne stanno nel Parlamento egiziano, coperte di nero dalla testa ai piedi e non si sognano di spiccicare una parola. Questo nel bel mezzo della rivoluzione egiziana! Una rivoluzione in cui le donne sono morte, sono state picchiate, colpite da armi da fuoco, assalite sessualmente, nel mentre lottavano fianco a fianco con gli uomini per liberare il paese dal Patriarca con la maiuscola, Mubarak: e ancora ci sono così tanti patriarchi con la minuscola ad opprimerci.

La Fratellanza Musulmana, che detiene quasi la metà dei seggi nel nostro nuovo e rivoluzionario Parlamento, non crede che le donne (e nemmeno i cristiani, se è per questo) possano aspirare alla presidenza. La donna che guida il “comitato femminile” del partito ha detto di recente che le donne non dovrebbero protestare o sfilare in manifestazione perchè “è più dignitoso se i loro mariti o i loro fratelli protestano in nome loro”. L’odio per le donne è profondo nella società egiziana. Quelle di noi che hanno marciato e dimostrato hanno dovuto navigare attraverso una marea di aggressioni sessuali, sia da parte degli uomini del regime sia, tristemente, da parte dei nostri compagni rivoluzionari. Quel giorno dello scorso novembre in cui subii le aggressioni sessuali sulla Strada Mohamed Mahmoud (vicino a Piazza Tahrir) da almeno quattro poliziotti antisommossa, ero stata in precedenza molestata da un uomo nella stessa Piazza. E sebbene noi si sia svelte nell’esporre le violenze del regime, quando siamo violate dai nostri civili concittadini subito pensiamo che siano agenti provocatori o delinquenti comuni, perché non vogliamo “macchiare” la rivoluzione.

E allora che c’è da fare? In primo luogo smettiamo di far finta di niente. Chiamiamo l’odio con il suo vero nome. Resistiamo al relativismo culturale essendo consapevoli che persino nei paesi in cui si danno rivoluzioni e sollevazioni le donne restano le merci di scambio più a buon mercato. A voi – al mondo esterno – verrà detto che è la nostra “cultura” o la nostra “religione” a fare questo o quello alle donne. Cercate per favore di capire che quelle definizioni di cultura e religione non sono mai state stabilite dalle donne.

Le sollevazioni arabe possono aver avuto la loro scintilla in un uomo arabo, Mohamed Bouazizi, l’ambulante tunisino che si diede fuoco per disperazione, ma saranno portate a compimento dalle donne arabe. Amina Filali, la ragazza sedicenne che ha bevuto veleno dopo essere stata costretta a sposare il suo stupratore e picchiatore: lei è la nostra Bouazizi. Salwa el-Husseini, la prima donna egiziana ad opporsi ai “test di verginità”; Samira Ibrahim, la prima a denunciarle in tribunale, e Rasha Abdel Rahman, che ha testimoniato al suo fianco, queste sono le nostre Bouazizi. Non abbiamo bisogno che muoiano per essere tali. Manal al-Sharif, che ha passato nove giorni in prigione per aver infranto il bando che il suo paese mette alle donne automobiliste, è la Bouazizi dell’Arabia Saudita. E’ una forza rivoluzionaria composta da una sola donna che si oppone ad un oceano di misoginia. Le nostre rivoluzioni politiche non avranno successo sino a che non saranno accompagnate da rivoluzioni del pensiero: rivoluzioni sociali, sessuali, culturali, che rovescino i Mubarak che abbiamo in testa o nel letto.

Tu lo sai perché ci hanno fatto il test di verginità?”, mi ha chiesto Ibrahim dopo che avevamo marciato per ore, a Il Cairo, lo scorso 8 marzo, per onorare il Giorno Internazionale della Donna. “Vogliono ridurci al silenzio.”, le ho risposto, “Vogliono ricacciare le donne nelle case. Ma noi non ci faremo mandare da nessuna parte.”

Siamo qualcosa di più di un fazzoletto in testa e di un imene. Ascoltate le voci di quelle di noi che stanno lottando. Amplificate le voci della regione e infilate all’odio il dito in un occhio. C’è stato un periodo in cui essere un islamista era la posizione politica più vulnerabile, in Egitto o Tunisia. Sappiate che oggi la posizione politica più difficile è essere donna.

Read Full Post »

(testo e immagine di Paola Gianturco, tratti dal suo libro “Women who light the dark” – Donne che illuminano l’oscurità, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Paola Gianturco è una giornalista e fotografa che negli ultimi 15 anni ha documentato le vite delle donne in quaranta diversi paesi. Tutti i suoi libri sono progetti di solidarietà, in cui i diritti d’autore sono devoluti ad ong nonprofit legate ai temi dei libri stessi. I diritti di “Women who light the dark” vanno al 100% al Global Fund for Women, che sostiene e difende i diritti umani delle donne.)

Nel 1994, Naima Zitan, marocchina diplomata all’Istituto d’Arte Drammatica, fondò il Théâtre Aquarium e produsse il suo primo lavoro teatrale, “Litigi”. Scelse il nome Théâtre Aquarium per suggerire la rappresentazione della vita reale all’interno di quella “boccia per pesci” che è un palcoscenico.

“Non era mia intenzione, all’inizio, creare un’associazione di attivisti.”, ammette, ma lei e la sua partner Naima Oulmakki, e il fratello di quest’ultima Abdullatif Oulmakki, cominciarono a pensare che “Otto o dieci rappresentazioni a Rabat non erano sufficienti. Lavoravamo tutti in associazioni di donne, e decidemmo di creare testi teatrali che parlassero delle donne marocchine e che potessero essere rappresentati nelle grandi città come nei piccoli villaggi.”

“Abdullatif lavorava nelle associazioni di donne?”, mi meraviglio io.

“Certo!”, annuisce lui, “Sono femminista al 100%.”

Sua sorella ride: “Se non lo fosse, non riuscirebbe a lavorare con noi.”

“Nel 2000,” continua Naima Zitan, “collaborammo con un’ong, Joussour, per difendere il Piano d’azione nazionale. Il nostro lavoro si chiamava “Storie di donne”. Abbiamo tenuto rappresentazioni di fronte a migliaia di gruppi. Le opposizioni organizzarono manifestazioni contro di noi. In questo periodo, apprendemmo che il 60% delle marocchine sono analfabete. Ne fummo scioccati, e decidemmo di portare a loro le nostre rappresentazioni. Fra il 2000 ed il 2002 presentammo “Storie di donne” 50 volte nelle zone rurali, nei suk, nei mercati e nelle moschee. Le riforme favorevoli alle donne sono anche il risultato delle nostre azioni. Il cambiamento del Codice di Famiglia è stata una cosa fantastica, ma ben poche persone analfabete sapevano che era avvenuto e ancor meno, fra quelle che sapevano, capivano cosa era avvenuto. Così nel 2004 creammo una nuova piece, “Coquelicot”, per spiegare la nuova legge.”

Abdullatif salta su dalla sedia e mi indica il computer, dove ha realizzato una mappa con in dati dell’alfabetizzazione nazionale: “E’ stato un lavoro duro ottenere le informazioni, perché il governo vuole che queste statistiche restino confidenziali. In queste aree”, dice mostrandomi le sezioni rosse sullo schermo, “più dell’85% della popolazione è analfabeta. E’ qui che portiamo le nostre performance: nelle prigioni, nelle fabbriche, negli orfanotrofi e, ovviamente, nei teatri.”

“La nostra missione è spiegare alle donne a che punto sono i loro diritti. Se non li capiscono non li richiedono, e se non li richiedono le nuove leggi sono inutili.”, spiega la visionaria Naima Zitan, presidente e direttrice artistica.

“Prima di cominciare la rappresentazione chiediamo agli spettatori cosa sanno del nuovo Codice di Famiglia. Di solito ci danno informazioni e definizioni sbagliate. Alla fine chiediamo loro se hanno appreso qualcosa, o se qualcosa è stato chiarito. Per noi, è la tecnica utile a valutare l’efficacia della rappresentazione. E questa è la mia parte di lavoro, perché io sono quella che parla di più.”, ride ancora, Naima Oulmakki, il cui titolo è “Direttrice per le pubbliche relazioni”.

E’ il primo pomeriggio, e le due Naima, Abdullatif, Mbarka El Ouazzani di “Joussour”, Scheherazade la mia interprete, ed io, ci stringiamo in un’automobile e ci dirigiamo verso i sobborghi di Temara. Naima Zitan è appena uscita dal suo lavoro al Ministero della Cultura e, bisognosa di un momento rigenerante, si addormenta lungo la strada. Naima Oulmakki mi dice: “Lei ed io ci siamo incontrate quando io lavoravo per “Joussour” e in quell’occasione decidemmo di tentare il teatro sociale. Lei ha 38 anni, è una berbera del nord e un’artista. Io ne ho 42, sono un’araba del sud e un’archeologa. Entrambe abbiamo impieghi regolari, e lavoriamo al Théâtre Aquarium solo per amore.”

Sembrano opposte, le due Naima: l’introversa e l’estroversa, Zitan fumatrice e Oulmakki no, Zitan che beve solo acqua e Oulmakki a cui piace la birra. “Ma quello che ci importa”, spiega quest’ultima, “sono le stesse questioni esistenziali: perché, quando, dove? In ciò, siamo esattamente identiche.”

Read Full Post »

“Non ha senso continuare a piazzare il fardello della prevenzione della violenza di genere sulle spalle delle donne. Perché si insiste a dar loro consigli sulla sicurezza invece di chiedere agli uomini, in modo netto e senza ambiguità, di smetterla con i loro abusi? L’opportunità di prevenire la violenza sarà comunque compromessa se gli uomini amici della nonviolenza non sono parte dello sforzo. E’ ora di spostare il paradigma dalle donne che cercano rifugio dalla violenza maschile al pretendere che gli uomini arrabbiati cessino di abusare delle loro compagne. E questo spostamento deve avvenire ovunque: nel nostro sistema scolastico, nei media, nella cultura sportiva, nel governo, nei tribunali, nelle comunità di fede, di modo che noi si possa definitivamente mandare in pensione una visione dannosa e datata degli uomini e della mascolinità.

Lo spostamento significa anche insegnare a bambini e bambine (e agli uomini ed alle donne) a guardare alle relazioni attraverso la lente dell’eguaglianza. Il credo di vecchia scuola in cui gli uomini dominano le donne, che produce video musicali misogini e programmi televisivi che oggettificano e denigrano le donne, che evita di confrontarsi con gli uomini privilegiati che si vantano della loro supposta superiorità, deve essere contrastato incessantemente e a voce alta.

Immaginate sacerdoti, politici, allenatori, genitori ed insegnanti articolare una visione di un mondo migliore, di una società guarita ed una comunità cooperativa. E immaginate che la frase finale degli editoriali sulla violenza di genere sia finalmente: Fino a che non educheremo i bambini e gli adulti ad avere relazioni sane – incluso l’insegnamento della comunicazione nonviolenta, consapevole – alcuni uomini continueranno a credere che dominare le donne ed abusare di loro sia un comportamento accettabile, e le tragedie della violenza domestica continueranno indisturbate.

Rob Okun, editore del magazine “Voice Male”, psicoterapeuta, giudice di pace sull’eguaglianza di diritti, 23 agosto 2011 (trad. Maria G. Di Rienzo)

Questo brano stava all’interno di un articolo in cui l’autore riprendeva un quotidiano per aver chiuso un editoriale (su una donna uccisa a botte dal compagno) esortando le donne a lavorare per la propria sicurezza. Dopo averlo letto, ho avuto l’impulso della “traduzione inversa”: e cioè, il forte desiderio di tradurre in inglese le porcherie che i giornali italiani scrivono sulla violenza di genere e di inviarle al Sig. Okun chiedendo aiuto. Poi mi sono detta che era veramente bieco da parte mia fargli passare un paio di settimane scorrendo orrori stranieri, tanto più che da queste parti non se ne preoccupa nessuno.

“La storia d’amore, per lei, era finita, ma lui non riusciva a rassegnarsi. E così si è procurato una pistola e ha messo fine ai suoi tormenti nel modo peggiore…” (provincia di Milano, 29 agosto 2011)

Le ha scaricato in corpo sette pallottole, per essere sicuro che il tormento finisse: vuoi mai che quella ragazza che lui amava tanto restasse in vita.

“Frustata con un filo elettrico, picchiata violentemente con schiaffi e pugni, sequestrata nella soffitta di casa perché aveva comportamenti troppo occidentali…” (provincia di Pesaro 31 agosto 2011)

Anni e anni di abusi fino al tentativo di suicidio della ragazzina. Tutti condonati per i suoi comportamenti “troppo occidentali”, come se nel paese di provenienza della famiglia (Marocco) le ragazze non uscissero mai di casa, non avessero simpatie o filarini, non marinassero mai la scuola per andare a mangiare un gelato di nascosto con l’amica del cuore. Date anche a questo padre esemplare una pacca sulla spalla, per aver tenuta alta la fama della “sua cultura”.

“Sotto gli occhi dei passanti, increduli e spaventati, l’uomo ha estratto un coltello e lo ha puntato alla gola dell’ex fidanzata, dopo averla spinta a terra. La lite, dovuta a vecchi rancori, è sfociata nell’aggressione complice uno stato di alterazione dell’uomo…” (Firenze, 24 agosto 2011)

L’aveva già pestata come una bistecca. Era già stato denunciato. Ma se ne andava in giro, rimuginando vecchi rancori e alterato già alle 9 della mattina (l’ora in cui il fatto è accaduto). Probabilmente aveva anche molto, molto caldo. Forse aveva persino un eritema solare su una spalla, che prudendo contribuiva ad infastidirlo. Insomma, ci sono tutti i motivi validi per tentare di sgozzare un altro essere umano.

“Una storia d’amore tra ragazzini finita dopo un litigio. Lui, 12 anni, lasciato dalla sua fidanzata prende dalla sabbia un frammento di vetro di una bottiglia rotta e sfregia la ragazza.” (Roma, 23 agosto 2011)

Scusate: lasciato da chi? Una “fidanzata” di 11 anni? Se l’italiano non è diventato un’opinione ed ha ancora dei significati, con il termine “fidanzata” si indica qualcuna che ha preso l’impegno di sposare qualcun altro o, per estensione, una giovane o un’adulta che ha una relazione sentimentale duratura con un giovane o un adulto. I bambini non si fidanzano. I bambini, in ogni angolo del pianeta, giocano ad imitare gli adulti: ma non per questo noi corriamo a stilare la lista dei regali di nozze quando si “fidanzano” all’asilo, ok? Fate attenzione a come consolate il poveretto abbandonato dalla sua promessa sposa undicenne, tormentato e sconvolto sino ad avere un repentino raptus, perché i piccoli teppisti crescono.

E quando sono cresciuti, i titoli sono di questo tipo: “Tortura la compagna per 3 settimane. Dramma della gelosia.” (Modena, 1° settembre 2011)

Vedete, i raptus si allungano. E’ un dramma. Non ci sono colpevoli, ma solo 21 giorni di angoscia per quest’uomo tormentato dal sospetto che lei lo tradisse. Mentre si adoperava, tenendola legata al letto con catene e lucchetti, a picchiarla, ad infierire su di lei con un coltello e con le sigarette accese, a somministrarle psicofarmaci perché non urlasse troppo, la vittima della gelosia registrava tutto e archiviava le immagini sul computer. Non voglio ipotizzare su a cosa gli servissero le registrazioni per non essere volgare, ma sono sicura che non le immagazzinava per poi autodenunciarsi alla polizia: tant’è, che quando il padre della sequestrata si è fatto vivo per sapere che stava accadendo alla figlia, il pover’uomo ha spento il computer e l’ha massacrato di botte.

O auliche penne del  giornalismo italiano, ho capito bene che avete venduto raziocinio e professionalità al miglior offerente, ma era davvero necessario dar via anche l’anima?  Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Secondo la “Campagna internazionale contro i delitti d’onore” e le Nazioni Unite sono circa 5.000 le vite che vanno perdute ogni anno in nome dell’ “onore familiare”. Dallo scorso aprile, il sito Memini” (“Ricordo”) ospita i volti e le storie delle donne che sono scomparse, affinché esse vivano per sempre nella nostra memoria. Shubhi Tandon, giornalista indipendente indiana, ne ha scritto per Women’s News Network. Shubhi crede fortemente che il suo lavoro nel riportare e testimoniare le lotte che le donne attraversano ogni giorno aiuti il cambiamento globale nelle attitudini che si tengono verso le donne stesse, e aumenti la consapevolezza della sua necessità. (E così crede la traduttrice, Maria G. Di Rienzo, che ha estratto il pezzo che segue dal suo articolo del 15 giugno u.s. e la ringrazia dal profondo dal cuore.)

http://www.memini.co/

Molte di queste donne sono uccise perché effettuano scelte personali che non si accordano con i limiti loro imposti dalle famiglie o dalle società in cui si trovano. Gli omicidi si danno in contesti in cui il controllo del comportamento delle donne è il fattore principale che definisce la posizione degli uomini fra i loro pari. Le scelte personali entrano in conflitto con il cosiddetto onore familiare quando una giovane donna comincia a chiedersi:

Chi voglio come compagno per la mia vita? Che succede se rifiuto un matrimonio forzato? Come voglio vestirmi? Che musica voglio ascoltare? Posso gestire degli affari commerciali per conto mio? Posso frequentare l’università che ho scelto? Mi è permesso cantare in pubblico, o andare a ballare? Posso andare a scuola?

Giudicate pesantemente su libertà basilari come le scelte in merito a istruzione o carriera, lo stile nel vestire, le amicizie e persino il numero di figli che desiderano avere, le donne che diventano vittime della “violenza d’onore” sono intrappolate in un circolo vizioso di auto-negazione. “E i perpetratori di questi crimini vogliono che tutti i segni dell’esistenza delle donne uccise siano completamente spazzati via, come se esse non fossero mai esistite.”, aggiunge Deeyah, nello spiegare perché ha aperto il sito “Memini”.

Deepika Thathaal, regista pluripremiata, compositrice e cantante pop, che i suoi fans conoscono appunto come Deeyah, è nata in Norvegia da genitori immigrati Pashtun e Punjabi. Conosce bene i pericoli che una donna affronta quanto sfida una “norma culturale”: “I delitti d’onore rappresentano la misura ultimativa nel controllo e nell’oppressione delle donne.”

Familiari o amici della famiglia sono in stragrande maggioranza gli esecutori degli omicidi ed i “delitti d’onore” avvengono ovunque nel mondo, ma si danno con particolare frequenza in Siria, Egitto, Marocco, India, Turchia, Bangladesh, Giordania, Kurdistan iracheno, Afghanistan, Pakistan, Libano, Israele e Palestina, e nelle comunità di immigrati negli Usa, in Canada, Spagna, Italia, Germania, Svezia, Norvegia e Gran Bretagna.

“Memini” documenta molte di queste storie. Spesso le polizie dei vari paesi non hanno recepito l’allarme lanciato da chi poi sarebbe stata uccisa. “Riportai l’incidente alla polizia, ma non mi presero sul serio.”, testimoniò Fadime Sahindal il 21 novembre 2001, incontrando membri del Parlamento svedese, “Mio padre disse che ero stata espulsa dalla famiglia e che non mi era permesso di rimettere piede ad Uppsala, dove il mio fidanzato era sepolto. Se lo avessi fatto, disse, non avrei lasciato la città da viva.”

Meno di due mesi dopo questo incontro, Fadime Sahindal fu uccisa a colpi di arma da fuoco da suo padre, un contadino turco-curdo che si era trasferito in Svezia nel 1980, perché contro i desideri di costui si era recata a far visita alla tomba dove il suo “non approvato” fidanzato svedese era stato sepolto dopo essere deceduto in un incidente stradale.

Heshu Yones è similmente morta per mano del padre a 16 anni, perché aveva una relazione con un compagno di classe, e così la venticinquenne Sandeela Kanwal, che il padre ha assassinato perché voleva uscire da un infelice matrimonio imposto. Le complicità familiari e sociali sono estese: “Un delitto d’onore è una decisione pianificata, di gruppo.”, sottolinea Deeyah, “Sostanzialmente, lo si potrebbe definire crimine organizzato.” Il sito “Memini” spera di mantenere in vita il ricordo e la dignità di tutte le vittime di questo crimine.

Read Full Post »

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 120 follower

%d bloggers like this: