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Quando le Nazioni Unite, l’anno scorso, ci hanno raccomandato di provvedere istruzione ai nostri giudici in materia di violenza di genere, non stavano scherzando:

“Secondo il giudice si è trattato di un delitto d’impeto che non avrebbe nulla a che vedere con le relazioni extraconiugali di Parolisi, maturato a causa della frustrazione vissuta dall’uomo nei confronti di Melania, “figura dominante” della coppia. Nella ricostruzione fornita dal magistrato l’omicidio si sarebbe consumato in pochi momenti, quando Melania si è spostata dietro al chiosco della pineta per fare pipì: la vista della moglie seminuda (…) avrebbe verosimilmente eccitato Parolisi che si è avvicinato (…) per avere un rapporto sessuale. Melania però avrebbe rifiutato l’avance, forse rimproverando il marito, che a quel punto ha reagito all’ennesima umiliazione, sferrando i colpi con il coltello a serramanico che aveva in tasca.” (si tratta dell’omicidio di Melania Rea, avvenuto il 18.4.2011)

Piccola nota per il giornale su cui appaiono i paragrafi riportati sopra: il giudice, il magistrato, si chiama Maria come me. A meno che non si tratti di una persona transessuale F->M che vuole essere giustamente apostrofata al maschile, si tratta de “la giudice” e “la magistrata”. Ciò detto, la sua motivazione per la sentenza all’ergastolo dipinge un quadro di questo tipo:

Un energumeno decerebrato, schiavo delle sue incontenibili erezioni, è costretto a legami adulterini perché frustrato dalla coniuge virago, che lo umilia continuamente. L’incauta dominatrix non solo si sfila le mutande in prossimità di questo Godzilla, ma osa respingerlo, magari dicendo cose terribili del tipo: “Siamo in uno spazio pubblico, sei scemo o cosa?” A questo punto, trovandosi per caso un coltello nella pelliccia da scimmione, cioè scusate, in tasca, l’energumeno reagisce all’ennesima umiliazione, e accoltella la donna. Non una sola volta. La colpisce ripetutamente, sino ad ucciderla. Cosa si può desumere, da tutto ciò, se non che la signora se l’è proprio andata a cercare?

Adesso rovesciate per un attimo la prospettiva. Pensate di essere sposate, madri di una figlia piccola, e che il padre di costei vi riempia da anni la fronte di corna. Ogni volta è stata un’umiliazione, una frustrazione, un insulto. Come mai all’ennesima Ludovica non avete reagito e non vi siete trovate in tasca, per puro caso, uno stiletto intriso di cianuro? Se con esso aveste passato da parte a parte la lingua bugiarda di vostro marito, non si poteva concludere che il signore se l’era proprio andata a cercare?

Io non riesco a capire cosa ci sia di umiliante nel fatto che una si rifiuti di fare sesso in pubblico, dietro a un chiosco, e con la propria figlia a qualche metro di distanza. E non so quali siano le esperienze della giudice in merito, ma basandomi solo sulle mie so che se sono arrabbiata con il mio partner l’ultima cosa di cui ho voglia è avere un rapporto sessuale con lui. Ma diciamocela tutta: le donne sono titolate a rifiutare di fare sesso? Con un marito frustrato, sì o no? Con un amico triste perché la ragazza lo ha lasciato, sì o no? Con il parente che non sa come passare il tempo, sì o no? Con il capo ufficio che altrimenti ci tormenta, sì o no? Con il primo sconosciuto che passa e ci trova di suo gusto, sì o no? Perché, santo cielo, non vorremo mica umiliarli, tutti questi uomini, dicendo cose orripilanti che scatenano in loro raptus inarrestabili, come “No, grazie, ho mal di testa.”

Io mi rifiuto di credere che gli esseri umani di sesso maschile siano creature così fragili da impazzire davanti a un “no”, incapaci di pensiero razionale, privi di autocontrollo, trascinati a compiere omicidi e violenze perché devastati da improvvise botte testosteroniche: ma questo suggerisce la sentenza, e non solo la sentenza. Questo suggerisce il “trend culturale” corrente. E serve a una cosa sola, a dare la colpa della violenza a chi ne è vittima.

In un’intervista, l’anno scorso, la scrittrice Margaret Atwood raccontava di aver chiesto ad un amico di sesso maschile perché gli uomini temessero le donne. La replica fu: “Hanno paura che le donne ridano di loro.” Allora fece la stessa domanda a un gruppo di donne: “Perché temete gli uomini?” La risposta fu unanime: “Perché abbiamo paura di essere uccise.” Facciamo scambio? Potete ridere di me sino a consumarvi la gola. Maria G. Di Rienzo

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“C’è un bel po’ di sessismo, nella magistratura. Se sei una donna devi seguire un corso specifico per fare la giudice, se sei un uomo basta che fai la domanda. Gli uomini che li hanno creati, questi corsi, pensano siano meravigliosi, pensano di “aiutare” le donne a diventare giudici. Sono incredibilmente orgogliosi di questi costosissimi corsi. Se una donna ha esercitato la professione di avvocata per 18 anni e un uomo ha fatto lo stesso, ed entrambi vogliono diventare giudici, lei va a studiare, lui compila un modulo.” Così la giudice sudafricana Kathy Satchwell durante una lezione universitaria il 30 agosto scorso.

Kathy è fra le fondatrici di “Black Sash”, un’organizzazione per i diritti delle donne, e nel 2009 è stata al centro di un ciclone mediatico per aver presentato la propria candidatura alla Corte Costituzionale; i suoi detrattori, “sudafricani timorosi di Dio”, sostenevano che non doveva esserle permesso perchè è omosessuale. La giudice rispose che le loro argomentazioni derivavano da una mentalità sessista ed avrebbero fatto meglio ad esaminarla invece di scaricarne la responsabilità su Dio.

Kathy Satchwell è stata ed è coinvolta in numerose lotte per i diritti umani, ma curiosamente la battaglia per cui è più nota, e che ha vinto di recente dopo 16 anni di proteste, concerne… i gabinetti del Tribunale di Johannesburg. Quando l’edificio fu costruito, i bagni furono progettati per servire solo uomini e successivamente divisi in locali per bianchi e locali per neri, ma senza mai prevedere che una donna potesse accedervi. “Sì, 16 anni sono un bel po’ di tempo per costringermi a continuare a chiedere: perché ci sono solo urinali se qui ci sono anche donne? Perché alcuni gabinetti sono ancora segnalati come “solo per bianchi”? Quando sono tornata in Tribunale l’altro giorno, un collega è venuto da me e mi ha detto: Kathy, posso per piacere avere la tua mano? Io ho risposto: In matrimonio? E lui: No, devi venire con me. I nostri uffici sono stati rinnovati. E mi ha portato ai bagni, e finalmente gli urinali e il resto erano spariti.”

Kathy dice che comunque la mentalità è cambiata da quando alle donne avvocate e giudici si davano solo casi relativi ai bambini e ai divorzi a causa della loro “speciale empatia”, ma che resta molto da fare per rendere il sistema giudiziario più equo rispetto al genere. Agli e alle studenti di legge a cui ha parlato il 30 agosto ha detto anche che per esercitare l’avvocatura devono creare del bilanciamento nelle loro esistenze: “Avete una vita sola, perciò abbiatene buona cura. Non lavorate così tanto da dirvi, quando avrete settant’anni, ‘Non ho mai visitato il Parco Nazionale, avrei voluto imparare l’uncinetto.’ Siate appassionati, e godetevi tutto quel che vi interessa. Non vorrete mica dirvi, in punto di morte: Che delusione, tutto qui quel che ho fatto?” Maria G. Di Rienzo

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(di Kathryn Hovington per The International Criminal Law Bureau, 2012. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.

http://www.internationallawbureau.com

Margaret ha lavorato l’Alto Commissariato NU per i rifugiati in Uganda e in India, è stata consigliera per l’immigrazione per i Ministeri degli Esteri e degli Interni britannici, e direttrice dell’ufficio legale dell’International Planned Parenthood Federation.)

 

Come direttrice di “Vedove per la Pace tramite la Democrazia” qual è il tuo scopo principale?

Mi sento davvero privilegiata in modo straordinario, perché il mio lavoro riguarda una delle aree più neglette del genere e dei diritti umani. Lavoro sulle istanze della vedovanza: in special modo nei paesi in via di sviluppo e in quelli dove vi sono scenari di conflitto o post conflitto, dove vi sono milioni di vedove e di “mezze vedove” (le vedove degli scomparsi) totalmente ignorate. C’è ancora così tanto da fare. Cambiare le politiche governative, suscitare consapevolezza nelle comunità nazionali, alle Nazioni Unite ed in tutti i meccanismi legali internazionali. Non si tratta di una “questione di donne”: è una questione per la società nel suo insieme.

Un aspetto importante della vedovanza è il suo irrevocabile impatto negativo sulle vite dei bambini. Ciò che i bambini delle vedove sperimentano è terribile, a causa della povertà delle loro madri, che non hanno diritti ereditari o sulla terra, e non hanno accesso alla giustizia legale. Questi bimbi sono tolti da scuola, o non avranno mai la possibilità di frequentarne una. Le femmine possono essere forzate a prostituirsi o date in mogli in tenera età, il che farà di loro stesse delle giovani vedove. Per cui questa non è una faccenda che riguarda la morale, o la compassione, è in effetti una grossa questione economica e politica. Dopo tutto, la risorsa più importante di ogni nazione è la sua gioventù, la generazione futura.

Com’è cominciata la tua carriera e cosa ti ha spinto ad occuparti di diritti umani?

Ho ottant’anni ora, e sessanta anni fa, quando frequentavo l’Università di Cambridge, non c’era nulla che somigliasse ad un corso sui diritti umani. Nessuno ne parlava molto, tra l’altro. Studiavo legge ma non sono mai stata intenzionata a seguire il sentiero convenzionale del divenire poi un pubblico ministero, un’avvocata o una giudice. Quello che mi interessava era l’interfaccia tra legge e società, legge e sociologia, legge ed antropologia, e l’impatto della legge sulle persone più svantaggiate, in particolare il loro accesso alla giustizia.

Ho praticato come avvocata negli anni ’50, ma era un momento difficilissimo per le donne. C’erano così tanti pregiudizi sulle avvocate, persino tra i colleghi, che lavorare era quasi impossibile. Io volevo essere indipendente e vivere da sola, così ho cambiato professione e sono andata a lavorare come produttrice per la televisione. Mentre producevo programmi sulle istanze sociali ho cominciato a studiare antropologia e dopo essermi sposata ho anche preso un diploma in amministrazione e politiche sociali.

Cos’ha acceso il tuo interesse per i diritti delle vedove?

Ho incontrato la cosa accidentalmente, mentre nessuno la stava considerando, dopo la morte di mio marito avvenuta vent’anni fa. All’epoca dirigevo i corsi del Royal Institute of Public Administration, e cioè insegnavo diritto amministrativo ai magistrati del Commonwealth. Uno di essi, del Malawi, venne da me un giorno chiedendo aiuto per un bimbo molto malato. Riuscii a convincere un pediatra dell’ospedale di Salisbury a prendersene cura, ed invitai la madre a risiedere da me mentre il piccolo veniva curato. Lei funse da catalizzatore. Aveva appena messo piede in casa mia, non si era neppure seduta, e dato uno sguardo al soggiorno mi chiese: “Vuoi dire che i fratelli di tuo marito ti permettono di stare qui e di tenere tutte queste cose?” Un campanello d’allarme cominciò a suonare nella mia testa.

Alcune settimane più tardi ero all’UCLA in California, dove ero stata invitata a tenere dei corsi su donne, diritto, sviluppo e salute. Cominciai a cercare informazioni sulle vedove nell’enorme biblioteca di questa università: e non c’era assolutamente nulla. All’epoca ci stavamo muovendo verso la Quarta conferenza mondiale sulle donne che si sarebbe tenuta a Pechino nel 1995. Là tenni il primo seminario internazionale sulla vedovanza, e ciò diede inizio al processo.

Hai una visione di quello che vorresti raggiungere? Qual è la missione?

All’inizio era un caso tipico di “cosa possiamo fare?”. Le vedove devono essere rappresentate a livello nazionale, regionale ed internazionale. I bambini hanno l’UNICEF e “Save the Children”, i rifugiati hanno l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite, i detenuti hanno “Prisoners of Conscience” e Amnesty International. Ma cosa avevano le vedove? Per cui abbiamo fondato un’organizzazione internazionale, che ha attraversato stadi diversi. L’organizzazione che ora io dirigo si chiama “Vedove per la pace tramite la democrazia” (Widows for Peace through Democracy – http://www.widowsforpeace.org ).

Lo scopo ultimo è avere un mondo in cui non vi siano paesi dove le vedove soffrono per stigmatizzazione e marginalizzazione, dove vengono loro negati i diritti umani di base, dove sono le più miserabili fra i poveri, dove le loro voci non sono mai ascoltate e sono vittime di pratiche tradizionali dannose e degradanti. In alcuni paesi tali pratiche sono delle torture vere e proprie.

Uno dei nostri impegni più importanti è dar sostegno alle vedove in nazioni in cui la vedovanza equivale alla morte sociale, essere in grado di fornire loro conoscenze utili, non solo quelle relative ai loro diritti, perché far fronte alle necessità di base è la loro prima priorità. Il sostegno e i training sono mirati a dar loro la fiducia e la conoscenza utili ad articolare i loro bisogni ai governi ed a partecipare ai livelli decisionali. Le aiutiamo ad essere coinvolte, in particolare nelle situazioni di transizione post-conflitto, quando si danno attività come riforme legali e costituzionali, commissioni per la verità e la riconciliazione, costruzione di pace e democrazia.

La gente mi dice che abbiamo fatto molto, ma io sento che la strada da percorrere è ancora lunga. Vorrei avere trent’anni di meno, così potrei lavorare molto di più. Per dirla con una metafora, noi abbiamo piazzato la scala, ma la questione è ancora ai gradini più bassi ed io voglio vederla salire.

Quali ostacoli vedi lungo la via?

Principalmente due. In primo luogo, non ci sono abbastanza dati o statistiche affidabili: sappiamo ancora troppo poco. Questo è un grosso ostacolo. Tuttavia, abbiamo un’incredibile organizzazione partner in Nepal, le cui socie vedove stanno riempiendo i vuoti nei dati, registrando e mappando. L’altro grande ostacolo, a parte l’ovvia mancanza di fondi, è che chiunque – nei governi e nelle agenzie per lo sviluppo, nei gruppi umanitari e alle Nazioni Unite – parla delle donne come di un gruppo omogeneo, ma non lo sono. Una delle più povere e più ignorate “sotto-sezioni” del gruppo donne sono le vedove e le mogli delle persone scomparse.

Cosa c’è nella tua vita, privata o professionale, che ti dà ispirazione per questo lavoro?

Le persone spesso mi chiedono della mia vedovanza, ma io non posso parlarne allo stesso modo, perché non ho sofferto nulla di quel che ho detto prima. Ovviamente c’è il dolore, c’è qualche volta la solitudine, ma io ho un tetto sulla testa e un’istruzione, perciò posso continuare a lavorare e non sono stigmatizzata perché vedova: nessuno ad esempio dice che sono una strega.

Ci sono numerose donne che mi ispirano, Nawal El Saadawi in Egitto, Noeleen Kaleeba in Uganda, Graca Machal, Aung San Suu Kyi, ma ce n’è anche una molto particolare. Il suo nome è Lily Thapa. L’ho incontrata dieci anni fa ad un incontro di vedove a Delhi, e l’ho invitata a Londra a parlare durante il ventennale della CEDAW (Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne). E’ la fondatrice e la presidente della straordinaria organizzazione nepalese che ho citato: Women for Human Rights, Single Women Group (“Donne per i diritti umani, gruppo donne single”) – http://www.whr.org.np

La ragione per cui ha chiamato il gruppo “donne single” invece che vedove è che nella maggioranza dei dialetti parlati nella regione la traduzione della parola “vedova” è puttana o strega. Lily è rimasta vedova quando era una giovane madre con tre figli maschi molto piccoli. Suo marito è morto durante la guerra del Golfo e lei ha dovuto sottoporsi a tutti i rituali del lutto: i capelli le sono stati rasati dalla sua stessa madre, l’anellino alla sua narice è stato strappato via con le pinze e qualsiasi gioiello possedesse è stato rotto. Immediatamente dopo, ha fondato il gruppo assieme ad altre cinque vedove ed ha cominciato a lavorare attraversando l’intero paese, inclusi i villaggi maoisti, il che non l’ha resa molto popolare presso il suo governo. L’organizzazione ha stabilito rifugi e programmi educativi per le vedove che fuggono dalla povertà, dalla violenza e dall’abuso sessuale.

Oggi Lily è assai conosciuta, alle Nazioni Unite e nei circoli delle ong. Ha mappato e registrato 84.000 vedove in 57 delle 76 regioni del Nepal. La sua organizzazione ha persuaso il governo nepalese ad includere il trattamento delle vedove negli indicatori che monitorano l’implementazione della Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle NU, e a redigere un Piano nazionale d’azione relativo alla 1325. Ha aiutato 11 vedove a sedere al Parlamento nepalese; ha lavorato per cambiare le leggi sui diritti pensionistici… Lily ha fronteggiato così tanta discriminazione ed ora è una figura internazionale. Sono davvero ispirata da lei e dai risultati del suo lavoro.

 

Da dove prendi la tua invidiabile energia?

Be’, penso che la passione sia essenziale come carburante. Fa sì che tu ti guardi in giro ed esplori, sino a trovare persone che ti danno consapevolezza e ti aiutano. Le vedove non sono semplicemente vittime, non sono solo povere, vulnerabili e bisognose: rivestono ruoli chiave come uniche provveditrici per le loro famiglie. In numerosi paesi vedi nonne che si prendono cura di orfani e di persone traumatizzate e ferite dalla guerra. Le vedove possono essere agenti del cambiamento assai efficaci se le si consulta e le si sostiene. Devono essere informate e devono influenzare le politiche dei loro paesi. Ecco, le vogliamo vedere in prima fila.

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Tesoro, ascolta: che tu viva o muoia non fa per noi nessuna differenza. Fai parte della massa di sfigati che non contano niente. Noi rispondiamo ai “mercati”, che sono molto più importanti di te, lo capisci, vero? Naturalmente la parola “mercati” te la sbattiamo addosso in senso metafisico, per darti l’idea di un potere trascendente ed incontrollabile, ma il significato reale della frase è che rispondiamo unicamente ai “proprietari” (di cui tra l’altro facciamo parte, ci mancherebbe): proprietari di terre, corporazioni ecomiche, risorse, titoli, finanze, eccetera. Certo, siamo molto educati ed ascoltiamo tutti, – anche se è una vera noia, quanto tempo sprecato! – persino i sindacati, persino il Parlamento. Ma poi, com’è giusto, decidiamo noi. Non è previsto che le negoziazioni o gli incontri o le proteste o le discussioni cambino qualcosa nei nostri programmi, meno che mai è previsto che noi si possa ritirarli e farne di altri. E per favore non tirare il ballo la Costituzione, la democrazia, il pluralismo, i diritti umani. In bocca nostra sono una verniciata di belle maniere, in bocca tua sono parole sconce, pigre, assistenzialiste e irrealizzabili. Andiamo tutti in chiesa di domenica, ma guardaci bene in faccia: ti pare che possiamo credere in fregnacce quali la fratellanza umana o “ama il prossimo tuo”? Lo sanno anche i cani che demolire lo Statuto dei Lavoratori, o legiferare sulle intercettazioni per coprire il didietro a un paio di nani e ballerine, o “riformare” per la cinquantacinquesima volta la magistratura tentando di ridurla ad uno strofinaccio per scarpe firmate, sono cose che non hanno niente a che fare con il risanamento dei conti pubblici. Ma possono risanare e rimpinguare i conti privati dei membri del nostro club. Spiacenti, ma tu non hai la vip card d’accesso. Accettalo e fa’ i tuoi sacrifici in silenzio. E’ permesso parlare di noi solo componendo odi ed elegie. Smettila di chiamarci “crudeli”, di inveire contro noi, di incitare all’odio. Non costringerci a fartela pagare ancora più cara, ok? Un caro saluto con il dito medio, il tuo governo.” Maria G. Di Rienzo

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Cari fiocchi azzurri! Carissimi clienti (nel senso romano antico del termine) dell’Imperatore Silvio che vi presentate in tribunale al posto suo, ed inneggiate ai suoi avvocati, salute a voi. Tenete alte le teste cotonate, laccate e parrucchinate: sappiamo con certezza che il vostro mirabile impegno per la giustizia è del tutto spontaneo e gratuito (sportula a parte, certo, ma quella ai clienti è dovuta, fossero anche cento miserabili sesterzi o un cestino da pranzo: la dignità dei lacchè non si tocca!). Patriote e patrioti dell’Impero, il vostro coraggio nell’opporvi alla dittatura dei magistrati bolscevichi e dei media comunisti vi onora, continuate così e liberate l’Italia, affinché ognuno di noi possa osannare in pace e per sempre Cesare Silvio e le sue opere – questa è la vera libertà di pensiero e di mercato – e l’unica eguaglianza consentita di fronte alla legge consisterà dei nostri sforzi individuali per assomigliare sempre di più a Lui, il nostro amato Imperatore. Un giorno saremo tutti di altezza medio-bassa ma con scarpe zeppate di marca, liftati e zazzeruti (di capelli non nostri) anche a novant’anni, eleganti come buzzurri da cartone animato; la nostra ignoranza sarà uno splendente pozzo senza fondo, la nostra arroganza arriverà ai cieli, la nostra corruzione alle ossa.

Ma per giungere a questo momento magico, o fiocchi azzurri, c’è tanto lavoro da fare. Vi chiediamo umilmente, perciò, di non limitare il vostro attivismo ai processi di Cesare. C’è tanta brava gente che cerca già da ora di assomigliargli il più possibile e per questo viene perseguitata dalla feroce magistratura italiana. Vorrei ad esempio portare alla vostra attenzione il caso di un martire fiorentino 51enne, balzato all’attenzione dei media in data 24 marzo 2011.

Costui, nell’ambito delle sue funzioni di impiegato all’Anagrafe del Comune, riceveva cocaina e hashish da persone straniere, quale ringraziamento per l’aiuto fornito relativamente alle pratiche di rilascio dei documenti. Quale dolo, quale reato vi è mai in questo scambio? Il sant’uomo si prodigava sino allo sfinimento per gli indigenti e i non sapienti ed essi, desiderosi di non essere in debito con lui, gli facevano qualche piccolo dono. Proprio come Cesare, era ben conscio di quanti individui bisognosi d’aiuto vi sono al mondo, e come Lui tendeva generosamente la sua mano (aperta, certo, altrimenti come la si può riempire?). Qualche sovversivo senza cuore sosterrà che il martire veniva pagato per stare in ufficio, che era un pubblico funzionario e quindi non poteva accettare regalie e così via, ma sapete che cosa ne faceva, delle sostanze energizzanti che venivano in suo possesso? Quest’anima grande non riusciva a tenerle interamente per sé. Come un vero discepolo di Cesare Silvio in versione Cantanapoli, egli voleva vedere tutti felici e gorgheggianti, soprattutto i giovinetti extracomunitari, di cui notava con angoscia lo sguardo triste e la mancanza di telefonino cellulare. Così, i regali ricevuti diventavano allegre fumate e sniffate per questi ragazzini, e di suo il santo fiorentino aggiungeva appunto telefonini, ricariche, e denaro.

Credo che persino gli occhi dell’Imperatore si saranno inumiditi leggendo ciò, per quanto il rigido protocollo inerente la sua alta carica lo costringa a raccontare ossessivamente barzellette idiote. Il nostro Cesare avrà pensato al primo collier allacciato al collo di una fanciulla minorenne, al primo assegnino infilatole in tasca, ed al sorriso stupefatto di lei, al timido, pudico, infantile bacetto sulla guancia che lei gli diede prima di scosciarsi sul letto. Lo stesso accadeva all’eroe perseguitato di questa storia: è accusato di aver fatto sesso con quindicenni e sedicenni, e noi vi chiediamo, o virtuosi fiocchi azzurri, che accusa è mai questa? I ragazzi, in quanto autonomi soggetti desideranti, sentivano di dover ricambiare tanta premura dando un po’ di gioia al loro benefattore. Cos’è questa crociata moralista, cattocomunista, perbenista ed igienista? Non aveva forse l’impiegato comunale il diritto di divertirsi, proprio come Cesare Silvio? Tanto più che egli faceva regolarmente sesso anche con maggiorenni ma, attenzione, costoro la cocaina e l’hashish li pagavano, perdinci! Non è questa la prova assoluta della sua buona fede, e del suo affetto disinteressato per i più economicamente vulnerabili giovinetti?

Ma come sempre accade in quest’Italia assediata dall’Armata Rossa, la favola bella dei festini e dei canti, delle procaci squinzie marocchine e dei piacenti fighetti romeni, in Lombardia come in Toscana, è stata spezzata dai lupi cattivi in toga. Hanno intercettato, convocato, interrogato. Hanno bollato il libero posarsi di un’ape su un consenziente fresco bocciolo come prostituzione minorile, il dono di una giocosa euforia come spaccio di stupefacenti (siamo contro le droghe, suvvia, ma la cosa va “contestualizzata”, come eminenti prelati ci ricordano), e dato che un ragazzino ingrato si è pure lamentato del trattamento, ci hanno aggiunto la violenza sessuale aggravata.

Fiocchi azzurri, non lasciate solo il sant’uomo di Firenze. Ribellatevi. Cominciate con il dire che la magistratura locale non è competente, perché egli riceveva le mazzette durante l’esercizio delle sue funzioni pubbliche all’Anagrafe e quindi, al massimo, deve essere giudicato dalla Giunta comunale per l’omissione della percentuale dovuta all’assessore di competenza. Aggiungete che il pm è una donna, incapace quindi di capire i sentimenti paterni del martire, invidiosa del suo successo con ragazzi giovani e belli, e sicuramente comunista (un giornale qualsiasi, se fornito di sportula adeguata, pubblicherà le sue poesie d’amore indirizzate a Lenin). Salvate l’aspirante clone di Cesare, o valorosi fiocchi azzurri! Sciamate alle udienze del suo processo! Apicella vi scriverà gli slogan, se siete in quattro Minzolini farà il miracolo dei pani e dei pesci e vi moltiplicherà fino a quattromila, e ben tre di voi verranno estratti a sorte per una cena a lume di candela con Fede e Mora. In marcia, adelante!

Oltretutto, il ragazzo romeno è nipote di Ceausescu.

Maria G. Di Rienzo

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Cosa si dice in giro dalle vostre parti, ultimamente? Al bar, alla ricevitoria del lotto, dal droghiere, in ufficio, in fabbrica? Una volta, il provino di efficacia di una tecnica comunicativa era la cosiddetta “casalinga di Voghera”: i… chiamiamoli professionisti del settore per non dire parolacce, sostenevano che se tu avessi convinto questa persona “media”, essa avrebbe poi ripetuto all’infinito qualsiasi idiozia tu le avessi fatto trangugiare.

Ma la dicitura non si adatta ai ripetitori ambulanti di scemenze che vagano per la città in cui vivo. Direi che oggi il provino è una nuova figura retorica: “l’imprenditore/imprenditrice di Treviso”. Chiamasi imprenditore o imprenditrice, in cotali zone, chiunque abbia una partita Iva e/o denaro sufficiente a mostrarsi in centro città con suv e pelliccia, non ha importanza che attività professionale svolga effettivamente o in quanti debiti affoghi per mostrare gli adeguati segnali di status. E dunque, sono costoro che in questi giorni fanno capolino dal panettiere e parlano all’aere (mai a voi direttamente) delle tragedie della democrazia italiana. Che non sono la disoccupazione giovanile al 29 virgola qualcosa per cento o la partecipazione alla guerra afgana, tanto per fare un paio di esempi, ma le persecuzioni subite dal capo di governo. Anche se state chiacchierando con il gestore del figlioletto appena nato o dell’ultimo film visto al cinema, i soliti argomenti neutri e insuscettibili di accensioni rapide del conflitto, l’impellicciata o il trend-man dopo uno sbuffo, un sospiro e un “Eh sì, dove andremo a finire” che non ha alcun rapporto con la discussione in atto, attacca il ritornello sulla spaventosa e crudele e malvagia magistratura italiana. “Ce l’hanno proprio con lui.”, ripete con stupore e angoscia, “Vogliono farlo fuori.” Potrebbero sorgervi due legittimi sospetti, ascoltando queste persone: che le loro condizioni mentali necessitino l’intervento di un medico, o che qualcuno abbia allungato loro una mazzetta per indurli a mentire.

Ma non è così. Le bugie non le dicono a voi, ma a se stessi. Stanno disperatamente incerottando una ferita suppurante, fingendo che non andrà mai in cancrena (non può succedere a loro, ognuno di loro è il centro del mondo, ha votato l’Unto del Signore, si identifica del tutto con lui, è invincibile, immortale!). Quello che vorrebbero dirvi davvero è: Il mondo ce l’ha con me? Credevo di aver capito cosa si deve fare per avere successo, oggetti di lusso, conto in banca rigonfio, riconoscimento sociale e una vita sessuale da pornostar: cosa sta succedendo? Perché mi sembra di scorgere il disprezzo negli occhi della domestica filippina, della badante del nonno, del meccanico? Non si accorgono più che vesto bene e parlo “fico”? La patacca di oro che mi penzola al collo potrebbe svalutarsi nei prossimi giorni? Se vincono i magistrati dovrò denunciare tutto quel che guadagno?

E perché sento questo dolore nella regione toracica, non starò mica covando una malattia cardiaca? Oppure è il peso di una coscienza che credevo di aver tacitato inviando un caritatevole sms per i bambini affetti da “pleroma”? (per dettagli sulla patologia menzionata vedasi nota a piè di pagina) Perché sono infelice, se prendo persino il Prozac?

Poiché non sempre ho il tempo di rassicurare e consolare tali anime in pena vis a vis, lo faccio per iscritto ora: signora, signore, non si agiti così. Definisca i termini del problema prima di andare a sbattere la testa contro il muro: quest’ultima parte del suo processo di trasformazione ed apprendimento potrebbe non essere necessaria, se mi ascolta. Innanzitutto, lei sa cos’è la magistratura? La nostra Costituzione la definisce un “ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” (art. 104) che amministra la giustizia in nome del popolo (art. 101), nell’ambito di un ordinamento giuridico che “si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute” (art. 9). La magistratura esiste affinché ciascuno possa “agire in giudizio per la tutela dei propri diritti ed interessi legittimi” (art. 24), dato che tutti i cittadini “hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.” (art. 3).

Rifletta sull’ultima frase. Questo è ciò che dice il suo paese, anzi, di più: questo è ciò su cui il suo paese è fondato ed è, ancor meglio, ciò che il suo paese pensa di lei. Non ha nessuna importanza che lei parcheggi davanti al Tribunale un suv o un motorino, o che ci arrivi a piedi. Nell’aula, l’importante sarà stabilire chi ha violato la legge, e che compenso deve per tale violazione. Non ha nessuna importanza neppure cos’abbia parcheggiato chi ha leso i suoi diritti, chi le ha rubato qualcosa o chi ha avviato alla prostituzione minorile sua figlia o suo figlio: costui dovrà rispondere di ciò che ha fatto, perché davanti alla legge gode dello stesso identico credito di cui gode lei. Non di più, non di meno. E dovrà risponderne quand’anche fosse Presidente del Consiglio. Se i magistrati hanno prove che un reato è stato commesso, devono dare inizio ai procedimenti di legge: “Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale.” (art. 112).

Lei mi dirà: Ma sono solo parole sulla carta, quando mai si è vista della giustizia in Italia, è tutto uno schifo e i giudici si comprano come chiunque altro. Naturalmente lei ha una parte di ragione nel provare scoraggiamento, ma per favore non smetta di pensare. I giudici corrotti sono essi stessi persone che hanno violato la legge e tradito il proprio mandato (che esercitano “in nome del popolo”, quale rappresentanti della civile convivenza che avere delle leggi statali, e cioè per tutti valide sull’intero territorio nazionale, permette). Chi li ha corrotti ha pure commesso un delitto. E dunque, come questo vanifica la necessità dell’esistenza di una magistratura? Lei ha un impianto diverso, e migliore, in mente? Diamo un fucile in mano ad ogni cittadino/a al compimento della maggiore età dicendogli o dicendole “Va’, e fatti giustizia.”? Diversifichiamo le leggi per regione, di modo che se lei si ammala, poniamo, in Puglia hanno l’obbligo di soccorrerla, ma se l’identico accidente le accade in Lombardia la lasciano crepare per strada? Vede bene che al momento un’opzione alternativa credibile, efficace, rispettosa dei diritti umani e della Costituzione, non c’è. E la “guerra” che lei paventa, quella in cui teme di perdere la pelliccia o l’automobile, non gliela stanno muovendo contro i magistrati.

Se ne rende conto, nevvero? Lei non è quell’ignorante che vuol sembrare. E’ da molto tempo che lei non solo tenta di non sapere nulla di più del “necessario”, ma cancella, erode e manipola quel che sa già. La chiave che le hanno dato per leggere il mondo comincia a non spiegare più nulla. Soprattutto, non spiega la sua infelicità: dopotutto ha un appartamento al mare, due amanti, una figlia cubista che si farà strada nello spettacolo e un figlio disposto a qualsiasi cosa per un posto in Regione (da impiegato o da consigliere, non importa come, non importa per chi, non importa neppure se deve vendere la sorella per un paio di notti: successo, vittoria, soldi, ecco quel che conta.) Ma non sta vivendo da essere umano. Tutto quel che c’è di umano in lei si ribella a vedere quel che lei è diventato/a. Lo specchio sembra urlare: E’ questa la ragazza che scriveva poesie? E’ questo il ragazzo che sognava di cambiare il mondo con la musica? E’ questa la bambina che voleva curare gli animali? E’ questo il bambino che disse alla madre che l’amava per quanto grande era il cielo, e che le ha rubato libretti e soldi due minuti dopo il suo ultimo respiro, affinché gli altri parenti non avessero niente?

 

 

Butti via il Prozac assieme alle bugie che le hanno raccontato e a quelle che lei continua a raccontarsi, butti via la necessità di difendere scelte sbagliate e personaggi ignobili solo perché le è capitato di votarli alle elezioni. Io la perdono, per il male che sta facendo a se stesso/a e agli altri, persino a me, come io stessa desidero essere perdonata per ogni fastidio che posso averle causato con questo testo. Mi ha sentito? Non ha bisogno di sentirsi in colpa, di sentirsi sotto assedio, di avere paura. Voglio leggere le sue poesie, ascoltare la sua musica e ballare in piazza con lei il 25 aprile, il giorno in cui dovremmo ricordare da dove viene il paese in cui viviamo ed esserne, in quel ricordo, fieri. Maria G. Di Rienzo

Nota: I bambini possono ammalarsi di “pleroma” (abbondanza) a causa dell’immersione continuata in giocattoli inutili, vestiti costosi e non comodi, e merendine di marca, nonché dall’incitamento ad imitare quel che vedono in televisione. Crescendo tendono a camminare facendo il “passo dell’oca”.

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Il clima e l’odio

 

Qualcuno ha detto che i magistrati sono “antropologicamente diversi” dal resto degli appartenenti alla specie umana. Qualcuno biasima la magistratura ogni qualvolta viene colto con le mani nel sacco a corrompere, rubare, ingannare, colludere e si tenta di farlo rispondere di ciò come qualsiasi altro cittadino italiano. Qualcuno usa deridere e disumanizzare i magistrati che devono occuparsi dei suoi processi usando il proprio impero televisivo (ancorché illegale) e la libidine di servilismo che i media tutti mostrano nei suoi confronti. Qualcuno sta tentando di distruggere la Costituzione Italiana, e con essa l’indipendenza della magistratura, per salvare se stesso e i propri sodali dai processi suddetti.

Qualcuno, le rare volte in cui i suoi misfatti vengono messi all’indice da qualcun altro, commissiona telegiornali ed articoli “ad hoc” in cui chi protesta viene definito assassino o mandante morale di assassinio.

(Esempio di servizio pubblico, TG 2 : “Abbiamo qualche apprendista stregone, evidentemente. La Storia – si dice – una volta tragica quando concede repliche diventa una farsa. Ma cosa accadrebbe se ci fosse un percorso inverso, dalla farsa alla tragedia?

Cosa accadrebbe se un mattino, un brutto mattino, qualcuno, ascoltati quegli insulti, quelle male parole contro Tizio o contro Caio, premesse un grilletto all’improvviso?”)

Oggi, 3 gennaio 2010, appare sui giornali questa notizia:

Un ordigno artigianale ma ad alto potenziale, composto da una bombola con 20 chili di gas liquido alla quale era stato applicata una quantità ancora imprecisata di tritolo ed una miccia, è esploso nella notte fra sabato e domenica davanti all’ingresso dell’ufficio del Giudice di pace di Reggio Calabria, in prossimità del portone della Procura. Erano le cinque del mattino e fortunatamente nessun passante si trovava nella zona quando c’è stata la deflagrazione.

Se la logica non è un’opinione, i telegiornali di oggi chi biasimeranno per questo fatto?

Chi l’ha commesso, o il suo “mandante morale”? Forse qualcuno ha ascoltato troppo in questi anni “insulti e male parole” sugli individui “antropologicamente diversi” e disumani, e poi ha acceso la miccia all’improvviso?

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