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(“Kenya: A Cruel Cut in the Name of Tradition”, di Gladys Kiranto per World Pulse, 2013, trad. Maria G. Di Rienzo)

Gladys Kiranto

Il terrore di quel che doveva accadere mi aveva sopraffatto. Non potevo più fuggire e sapevo che per risparmiare a mia madre i pestaggi e forse la morte dovevo sottomettermi alla volontà di mio padre. Dovevo essere “circoncisa” e non potevo fare nulla per evitarlo. All’epoca non sapevo nulla del rischio di sanguinare a morte, della trasmissione di malattie infettive, del danno permanente inflitto alla vita di una ragazza: tutte cose che derivano dalle mutilazioni genitali femminili (MGF).

Avevo solo 12 anni quando mio padre mi tolse da scuola e mi disse che era venuto il momento di essere circoncisa. Chiesi aiuto a mia madre. Lei rispose che come donna non poteva contrastare quel che mio padre voleva. “Tutto quel che puoi fare è fuggire.”, mi disse. Parlai con mia sorella Esther: “La mamma ha ragione.”, replicò, “Ti costringeranno.” Esther mi aiutò dandomi un po’ di denaro e una mattina presi l’autobus e andai da una sorella più anziana che viveva a Nairobi. Pensavo di averla scampata.

Ma mio padre cominciò a chiedere: “Dov’è Naingol’ai?” (Il mio nome Maasai) Mia madre negò di sapere dove io fossi e mio padre la minacciò e la picchiò. “Se Naingol’ai non ritorna entro una settimana, ti picchierò fino a che morirai.”, le disse. Mia madre era molto spaventata, e mi scrisse una lettera implorandomi di tornare. Io diventai molto ansiosa all’idea di perderla e feci ritorno a casa. La trovai in un angolo buio della capanna, ferma come una pietra. Pensai che fosse morta, pensai di essere arrivata troppo tardi.

Mio padre l’aveva picchiata così forte con il suo tradizionale bastone Maasai – la sua testa, le sue gambe, le sue mani… era ferita ovunque. I suoi occhi erano così gonfi che non riusciva a vedere. Io ero in uno stato di profonda angoscia. “Grazie per essere tornata.”, mi sussurrò mia madre, esausta e sofferente. Tre giorni dopo, le cerimonie per la circoncisione cominciarono.

Io vengo da una famiglia Maasai molto grande, perché mio padre ha sei mogli ed io sono una dei suoi 50 figli. C’erano trenta ragazze che dovevano essere circoncise. Sei di loro erano mie sorelle, le altre erano vicine di casa. Ci diedero degli abiti nuovi e la maggioranza delle ragazze era eccitata, ignorando completamente quel che stava per accadere. Alcune delle donne di maggiore età scherzavano, dicendo che se fossero state giovani di nuovo sarebbero scappate via. Nessuna disse perché.

Sebbene le mutilazioni genitali femminili siano illegali in Kenya dagli anni ’90, la polizia non impediva la pratica. Gli insegnanti non menzionavano le MGF e la ragione per cui erano proibite. Ci si aspettava che accadesse a tutte le ragazze nella nostra comunità. Secondo le credenze tradizionali, le mutilazioni trasformano una ragazza in una donna adatta al matrimonio. La pratica dovrebbe “purificare” la ragazza e garantire che sarà una moglie fedele.

La cerimonia iniziò con due giorni di canti e danze. Poi, il terzo giorno, alle 6 del mattino, fummo portate fuori. Erano presenti tutti i nostri familiari e vicini; i bimbi piccoli saltavano in giro giocando e ridendo. Le ragazze che dovevano essere circoncise giacevano su una pelle di mucca, due o tre ciascuna. Arrivò una donna con un coltello e ci tagliò. La procedura prese un minuto a ragazza. Senza anestetico, senza che la lama fosse pulita o disinfettata. Piangere durante questa cerimonia sarebbe stato vergognoso, per cui nessuna gridò. Inizialmente la sofferenza sembrava di breve durata: il dolore che arrivò in seguito fu terribile.

Fummo spostate in una grande casa e altre donne si presero cura di noi, usualmente sorelle maggiori. Eravamo troppo deboli per camminare da sole o per andare in bagno senza aiuto. Per una settimana intera non vi furono che lacrime e dolore. Nulla alleviava la sofferenza. Le ragazze gridavano notte e giorno, incapaci di mangiare o di dormire. Io persi molto sangue. Fu un sollievo quando persi conoscenza.

Io sono stata abbastanza fortunata da sopravvivere. Molte ragazze muoiono di emorragia dopo essere state mutilate. Altre muoiono dalle infezioni relative alla procedura. L’Hiv/Aids si diffonde sovente tramite le mutilazioni. In più, le MGF aumentano il rischio di complicazioni durante il parto e la mortalità infantile, perché il tessuto cicatriziale rallenta il travaglio. Secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, circa 92 milioni di bambine africane, decenni o poco più, sono state mutilate.

La mia storia non finisce con la cerimonia. E’ costume sposarsi subito dopo il taglio. Io dovevo sposarmi il mese successivo. Una mattina, un uomo di circa 60 anni, che aveva già cinque mogli, venne a casa mia. Io chiesi a mia madre: “Quello chi è?” Lei rispose: “E’ l’uomo che vuole sposarti. Ha portato cibo, bevande e coperte e sta parlando ora con tuo padre.” Io ero furibonda: “Non voglio assolutamente sposare questo sconosciuto!”

Tre settimane più tardi, l’uomo tornò. Fu stabilita la data del matrimonio e l’ammontare della dote. Sapevo che dovevo fuggire di nuovo, questa volta in modo permanente. All’alba cominciai il mio viaggio vero la Riserva Maasai Mara Game. Sapevo che là si poteva trovare lavoro e forse qualcuno mi avrebbe aiutata. Camminai l’intero giorno, sino al tramonto. All’arrivo incontrai un uomo del mio distretto che era disponibile a darmi una mano e mi fu dato un lavoro. Di nuovo, fui fortunata.

Nel frattempo, a casa, mia madre non aspettò che mio padre ricominciasse a pestarla come mezzo per farmi tornare. Prese con sé il mio fratellino più piccolo (fortunatamente tutti gli altri erano abbastanza grandi e avevano già lasciato la casa) e scappò dai suoi genitori. Suo fratello maggiore parlò a mio padre e calmò la situazione. Infine, mio padre promise che non avrebbe più bastonato mia madre: tuttavia, disse che io non ero più sua figlia e che non voleva rivedermi. Ero stata “espulsa”. Non vidi mio padre per sette anni. Durante quel periodo ci furono cambiamenti in meglio. I miei fratelli rifiutarono di mutilare le loro figlie, nonostante le pressioni di mio padre. Alla fine, persino lui si persuase e cambiò idea. Quando ci incontrammo dopo tutti quegli anni mi disse: “Vieni a casa Naing’olai. Sei la benvenuta.” Mi rispettava perché avevo mantenuto la mia posizione.

Nel 2009 fondai un’organizzazione, “Tareto Maa”, basata sulla mia visione personale e sulla determinazione di mettere fine a questa pratica barbarica a cui ero stata sottoposta anch’io. Volevo offrire protezione alle bambine e alle ragazze che non avevano alcun luogo dove andare per chiedere aiuto. Parlai con moltissime persone nella mia comunità che concordavano nel sostenere l’obiettivo di proteggere le ragazze dalle circoncisioni e dai matrimoni in età infantile. All’inizio, ci furono sette ragazze a chiedere rifugio. Entro 18 mesi erano ventisette, tutte ospitate in case private. Presto non ci furono più spazi per le ragazze che venivano a chiedere protezione e dovemmo mandare indietro le nuove. Non dimenticherò mai le loro lacrime e la loro disperata domanda: “Perché hai aiutato altre bambine, ma non puoi aiutare me?”

Entro l’ottobre 2010, avevamo raccolto abbastanza fondi per un rifugio, che aprimmo nel gennaio dell’anno successivo. Attualmente, abbiamo con noi 96 ragazze. Le nostre campagne all’interno delle comunità locali hanno pure avuto successo. Numerose famiglie stanno cominciando a ripensare le pratiche delle mutilazioni e dei matrimoni precoci. Ma la lotta non è certo terminata. Troppe ragazze sono ancora a rischio e c’è molta strada da fare.

Io voglio offrire alle ragazze la protezione di cui io e tante altre come me avevamo bisogno nella nostra infanzia. Credo ci possa essere un rito di passaggio alternativo, per una ragazza che diventa donna, una pratica in cui lei è di beneficio alla sua famiglia essendo in salute ed istruita. “Tareto Maa” lavora per trasformare in realtà questo sogno.

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(tratto da: The ordeal of Kenyans in Arab ‘slave markets’, di Mugumo Munene per “The Nation”, agosto 2012. Trad. Maria G. Di Rienzo. La donna di cui si narra la storia in questo articolo ha accettato di raccontarla a condizione che la sua vera identità non sia rivelata.)

Mwanaisha Hussein (non il suo vero nome) fu contattata da un’agenzia di reclutamento a Nairobi, dove lavorava come commessa in un negozio. Le promisero uno stipendio ben più alto del suo per andare a fare la domestica in Arabia Saudita. Era l’ottobre dell’anno scorso. L’idea le piacque, ma c’era un problema, non aveva passaporto. Non c’è problema, le rispose il reclutatore, bastava che le desse il danaro per pagare la tassa ufficiale al Dipartimento per l’immigrazione.

Mwanaisha pagò e fornì le fotografie per il passaporto. Poi le chiesero “un altro po’ di soldi per questo e un altro po’ per quest’altro”, ma in pochi giorni era pronta a partire. “Il documento mi fu dato all’aeroporto, non sono mai stata di persona al Dipartimento per l’immigrazione. Era la prima volta che lo vedevo e sopra c’era il nome “Mwanaisha Hussein”. Non avevo mai viaggiato in precedenza e pensai che fosse il nome della persona per cui avrei lavorato.”

Quando Mwanaisha arrivò a Jeddah il suo datore di lavoro andò a prenderla. Lei gli disse il suo vero nome, ma l’uomo insisté a chiamarla Mwanaisha. In Kenya era stata istruita dall’agenzia a vestirsi secondo il codice di abbigliamento saudita ed era coperta dalla testa ai piedi. “Dovevo esserlo a qualsiasi ora del giorno, ovunque mi trovassi. Comunque cominciai a lavorare e tutto andò liscio per un paio di mesi. Poi il mio datore di lavoro disse che dovevo convertirmi alla fede musulmana. Io dissi di no, spiegandogli che ero cristiana. Da quel giorno cominciarono i pestaggi. Non saltarono un solo giorno, a partire da quello. Il figlio arrivava a casa dal suo impiego in una banca e la prima cosa di cui parlava era la mia conversione all’Islam. Più dicevo di no, peggio mi bastonavano.”

Poiché i pestaggi non bastavano, Mwanaisha veniva chiusa in una stanza completamente vuota fino a cinque giorni di seguito. Poi la lasciavano uscire perché facesse una doccia e mangiasse qualcosa, e veniva rinchiusa di nuovo. “Una notte il figlio tornò a casa attorno alle due e mi picchiò tanto che decisi di scappare. Sapevo che la fuga poteva equivalere alla morte, ma a quel punto persino la morte mi sembrava desiderabile.” Mentre sanguinava a causa dell’assalto, Mwanaisha rifletté che l’unico modo per uscire da quella stanza al terzo piano era aprire il sistema di condizionamento dell’aria e saltare attraverso l’apertura della ventola. E così fece, atterrando con un tonfo nel cortile dei vicini. Si ruppe un braccio ed una gamba e svenne, riprendendo conoscenza circa un’ora dopo.

“Per fortuna, ne’ i miei datori di lavoro ne’ i vicini sentirono nulla. Fosse accaduto, sono sicura che non sarei qui a raccontarvi la storia.” Mwanaisha strisciò sino al cancello e rotolò fuori di esso, sulla strada. “Un motociclista si fermò a soccorrermi. Mi chiese cos’era successo. Io glielo dissi e lui chiamò la polizia. La polizia arrivò assieme ad un’ambulanza. Sono stati abbastanza gentili da portarmi all’ospedale, ma non hanno voluto ascoltare quel che avevo da dirgli sulle torture che avevo subito per mano dei loro compatrioti.”

Quando l’ospedale la dimise, Mwanaisha non aveva denaro ne’ un luogo in cui andare. Un assistente sociale la portò all’ambasciata del Kenya a Jeddah, dove visse per un mese in un prefabbricato prima di avere un biglietto aereo e i documenti necessari per tornare a casa. “Maneggio casi del genere ogni giorno.”, dice la signora Nyambura Kamau, capo dipartimento al Ministero per gli affari esteri. Segnalazioni dall’Arabia Saudita, dal Qatar e dal Libano, dove ci sono circa 4.000 lavoratrici domestiche provenienti dal Kenya, riempiono la vaschetta dei documenti in entrata sulla scrivania di Nyambura Kamau. Lo scorso anno si occupata di circa 900 casi simili a quello di Mwanaisha: 445 domestiche hanno fatto ritorno a casa, 104 hanno raggiunto mediazioni legali soddisfacenti, 310 procedimenti sono ancora pendenti.

I potenziali datori di lavoro, spiega Kamau, contattano agenzie nei loro paesi che chiedono sino a 3.000 dollari. Il denaro dovrebbe servire a coprire i costi del viaggio e degli esami medici, nonché la tariffa dell’agenzia locale. Ma, come dice Mwanaisha, a lei si è continuato a chiedere soldi per “le procedure”, quelle che l’hanno ridotta in schiavitù. Secondo le indagini in corso, il racket della tratta di domestiche è internazionale e sarebbero coinvolti in esso diplomatici e funzionari delle compagnie di volo. La maggioranza delle lavoratrici lamenta abusi fisici, molestie sessuali, carico eccessivo di lavoro. Possono cominciare la loro giornata lavorativa alle quattro del mattino e vederla finire a mezzanotte. E’ negato loro qualsiasi tipo di contratto e in caso di dispute legali questo si ritorce facilmente contro di loro. “C’è persino un neonato all’Ambasciata del Kenya in Qatar che dobbiamo portare a casa.”, dice la signora Kamau. La madre, kenyota, aveva un certificato medico che attestava la sua piena salute e capacità di svolgere attività domestica in Qatar. Ma dopo tre mesi è diventato visibile che era incinta. Ha avuto il permesso dai suoi padroni di condurre a termine la gravidanza e di partorire all’ospedale ma non di tenere il bimbo con sé al lavoro. “Per un po’ il piccolo è rimasto in ospedale, poi l’hanno dato alla nostra Ambasciata. Adesso devo arrangiare le cose per lui, affinché possa venire in Kenya.”

Il caso illustra bene le condizioni in cui queste lavoratrici si trovano. All’inizio nessuna di loro guadagna qualcosa, o guadagnano davvero poco, perché i datori di lavoro deducono i 3.000 dollari della loro spesa iniziale dai loro stipendi. “Questo è un vero shock per la maggior parte di noi.”, spiega Mwanaisha Hussein, “Nessuno ti dice che ci si aspetta questo da te prima che tu lasci il Kenya.” Un altro problema sono i permessi di soggiorno. I paesi coinvolti garantiscono alle lavoratrici un visto di ingresso, il che significa che per tornare a casa devono ottenere quello di uscita. I loro passaporti sono trattenuti dalle autorità aeroportuali e in cambio di essi ricevono una carta d’identità locale. Se una vuole andarsene, deve ottenere che il suo datore di lavoro scriva una lettera all’agenzia di reclutamento, che a sua volta ne scrive una agli uffici governativi che possono – o no – rilasciare il “visto d’uscita” e restituire il passaporto alla sua legittima proprietaria. Una kenyota che sia arrestata viene trasferita al “centro di deportazione”, il quale contatta l’Ambasciata e chiede di provvedere per il viaggio. La signora Kamau è appena tornata da una visita “sul campo” e dice che una lavoratrice rigettata dal suo datore di lavoro si trova inevitabilmente nei guai: “Ci sono sempre quei 3.000 dollari da recuperare, per cui portano queste donne in un posto chiamato maktaba dove aspettano potenziali impieghi. E sembra davvero un mercato degli schiavi.”

Mwanaisha è della stessa opinione: “Le condizioni sono miserabili, il cibo scarso. E’ orribile, punto e basta. Io ho lasciato un lavoro qui in Kenya e perso otto mesi della mia vita. Non solo, sono quasi morta. Non tornerei indietro per nulla al mondo. Non consiglio a nessuno di andare.”

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(tratto da http://acelebrationofwomen.org – trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

 

Mi chiamo Fidelis Wambui Karanja e ho 39 anni. Vivo in Kenya, dove sono nata e cresciuta. Nella mia famiglia eravamo in 23 fra fratelli e sorelle: mio padre era poligamo. Era problematico mandarci tutti a scuola, ma la maggior parte di noi ha il diploma delle superiori. Il mio punteggio all’esame finale delle superiori fu “più che sufficiente”, però non bastava a farmi entrare in un’università pubblica e i miei genitori non potevano sostenere le spese necessarie per le private. Ho lavorato come impiegata per diverse ditte e istituzioni e dal 1994 al 1998 in un ospedale, dove il desiderio di essere utile ad altri esseri umani, che ho da sempre, è diventato ancora più grande. Così ho risparmiato sino a pagarmi il corso serale da assistente sociale.

Nel 2004 sono entrata in “Faidi Kenya”, un’organizzazione non governativa che, oltre a fornire istruzione sui diritti umani, funzionava come agenzia di prestito per le donne, aiutandole a dare inizio ad una propria attività economica o a migliorare quella che già avevano. Ho lavorato “sul campo” per due anni, durante i quali ho iscritto all’ong più di 5.000 donne, poi sono passata al lavoro d’ufficio. Nel 2007 ci furono le elezioni nazionali in Kenya, elezioni che precipitarono diverse comunità nel conflitto. La mia organizzazione divenne sgradita nell’area in cui operava. Io fui trasferita in una zona rurale, ma nel gennaio del 2008 ai nostri uffici venne dato fuoco e perdemmo tutto. L’ong non poteva più fornirmi un impiego.

I disordini del 2008 nel mio paese mi fecero capire che avevamo bisogno di dare potere alle donne in modo olistico, fornendo loro non solo credito e istruzione, ma anche gli attrezzi necessari a svolgere lavoro di pace ed essere agenti di prevenzione del conflitto. Non avevo i fondi per stabilire una mia organizzazione, ma parlando con alcune amiche riuscimmo a registrare un gruppo di auto-aiuto che chiamammo “Young African Women Initiative” (“Iniziativa delle giovani donne africane” – YAWI). Il nostro impatto come volontarie era però davvero limitato. Molte delle mie amiche alla fine rinunciarono. Mi trovai praticamente da sola, sola con la mia visione di una società dove le donne erano libere da ogni forma di oppressione. Successivamente ho fatto volontariato con Alarm – Africa Leadership and Reconciliation Ministries, un’organizzazione che si occupava di costruzione di pace e riconciliazione. Nel 2010 Alarm mi ha offerto di lavorare come trainer per le donne sul microcredito. Ho fatto questo in paesi devastati dalla guerra come il Sudan, l’Uganda, il Ruanda, il Congo. L’anno dopo il mio contratto, a causa delle difficoltà economiche dell’ong, non fu rinnovato. Fu davvero devastante per me, che pensavo di avere finalmente l’occasione di essere utile alle donne africane. Giurai che da allora non avrei più cercato di lavorare in altri gruppi, ma avrei rafforzato il mio, un posto in cui raggiungere i miei scopi e non essere più destabilizzata.

Nel gennaio 2012 registrammo YAWI come organizzazione non governativa. Avevamo un certificato e la possibilità di accedere a finanziamenti. Entrammo in azione in modo fulminante, dapprima nelle baraccopoli con le donne rifugiate a cui offrimmo un programma di microcredito e seminari su pace e diritti umani. Ci siamo poi spinte nelle zone rurali delle comunità Maasai, dove l’elettricità è un sogno utopico che potrebbe non essere mai realizzato e le donne usano modi pericolosi per illuminare le loro case: qui abbiamo portato il programma “La luce è la base”, fornendo lanterne solari assieme ai consueti training su pace e diritti umani.

La mia visione è il provvedere risorse alle donne sopravvissute alla guerra, ai disordini civili, alla violenza di genere, ed alle giovani prive di opportunità, affinché si muovano dalla crisi e dalla povertà verso la stabilità e l’autosufficienza. In questo modo si creano società civili, cambiando l’Africa una donna alla volta. La mia visione è un mondo trasformato, in cui le donne vivono integrità, pace, prosperità, rispetto e sono libere da ogni oppressione.

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Durante gli anni ’80, un’organizzazione non governativa implementò un progetto per provvedere acqua corrente a diversi villaggi messicani. L’organizzazione fornì le pompe ed addestrò i residenti locali all’uso ed alla manutenzione delle stesse. Un anno più tardi, una squadra andò a verificare lo stato dell’arte del progetto: la maggioranza delle pompe non funzionavano. Come mai? L’ong si era preoccupata di addestrare solo gli uomini, ma nei villaggi erano le donne ad essere responsabili per l’acqua. I tempi sono cambiati, eppure il genere resta largamente non discusso o non previsto nel discorso sull’acqua. Anche se ormai si riconosce che le donne sono le principali provveditrici d’acqua a livello domestico, la prospettiva in cui sono collocate nel discorso è quella delle vittime o dei membri di gruppi vulnerabili, invece di quella reale: a causa delle ineguaglianze di genere le donne sono le più colpite dalle crisi relative all’acqua o ai cambiamenti climatici, ed allo stesso tempo sono le più attive nel rispondervi e nell’operare cambiamenti. Lasciate che vi racconti “tre storie d’acqua”.

Veronica Nzoki, kenyota, è la presidente dell’Associazione utenti acqua di Endui. Il gruppo l’ha creato assieme ad altre donne per ottenere dal governo che l’acqua sia portata più vicina alle case e che la sua qualità sia migliorata. Veronica risiede a Endui, nel Kenya orientale, da più di cinquant’anni: “Ricordo bene come il ciclo dell’acqua fluiva quando ero bambina. Coltivavamo abbastanza e conservavamo abbastanza acqua da rispondere agevolmente alle occasionali siccità. Ma questo non è più possibile. Nelle ultime due stagioni i terreni non hanno risposto alla coltivazione ed il bestiame è morto di fame. Per la prima volta da quando è stata costruita, e cioè dal governo coloniale più di mezzo secolo fa, nel 2009 la diga Kiiya si è completamente prosciugata. Noi donne ci muoviamo verso la sorgente più vicina già alle sei del mattino. Stiamo in coda per ore ed ore. Quando abbiamo raccolto l’acqua e ci avviamo a tornare a casa è già passato mezzogiorno. Questo ci toglie ogni energia. Quelle di noi che avevano piccole attività commerciali hanno dovuto abbandonarle per provvedere l’acqua alle proprie famiglie.”

Ayibakuro Warder, madre di cinque bambini, vive nella regione del Delta del Niger. Di mestiere fa l’impiegata comunale, ma resta coinvolta nella pesca e nell’agricoltura che sono le attività principali della sua famiglia. E’ riconosciuta come leader non solo dalle donne, con cui condivide l’attivismo, ma dall’intero suo clan. Ayibakuro, come Veronica, ricorda tempi diversi: “Quando ero bambina i miei genitori ottenevano grandi raccolti e anche la pesca era proficua. L’estensione dei campi di cassava allora, per fare un esempio, non è neppure paragonabile a quella odierna. Le nostre sorgenti, i nostri laghi, i nostri ruscelli, sono stati uccisi dai continui sversamenti di petrolio. Qui nessuno ha dubbi: i raccolti più scarsi, i problemi di salute che aumentano soprattutto fra i bimbi, li dobbiamo all’estrazione del petrolio. Senza quasi più risorse economiche diventa difficile cercare aiuto medico. Troppe donne sono morte di petrolio.

Nello sversamento del 2007 le donne di Ikarma persero tutta la cassava che avevano messo a mollo nel fiume. Il petrolio distrusse anche le reti da pesca e i pesci. Allora guidai una manifestazione di donne e andammo a protestare davanti alla base logistica della Shell a Kolocreek. Ma non importa quali giustificazioni tirino fuori: che parlino di sabotaggi o di guasti, la Shell non ha mai ritenuto giusto compensare le proprie vittime. Invece, manda il suo personale militare ad intimidire le comunità affinché non parlino pubblicamente delle loro lamentele.”

Rasheda Begum, del Bangladesh, è una profuga ambientale: “Avevo una casa a mezzo chilometro dalla spiaggia, a Khudiar Tek sull’isola Kutubdia. La mia casa fu spazzata via da un ciclone nel 1991. Allora mi sono costruita una capanna tre chilometri più in là. Come le mie vicine, ero devastata da un terrore inesplicabile, quello del fuggire verso una destinazione ignota. Credo che questa paura derivasse dal fatto che, a differenza degli uomini, i nostri movimenti come donne sono sempre stati ristretti. Nel 2007 abbiamo lasciato l’isola e ci siamo trasferiti in un ghetto urbano, alla periferia di una cittadella turistica. Il posto non ha nessun servizio per chi non è un turista, come situazione è molto stressante. Mi sto organizzando con altre donne, ma ogni giorno devo pensare a come dar da mangiare alla mia famiglia. Lavoro a giornata, nel trattamento del pesce secco: è un impiego stagionale che si svolge in condizioni igieniche disastrose. E sono costantemente in ansia per le mie tre figlie più grandi, perché non ci sono leggi che proteggano i poveri, specialmente i rifugiati ambientali dei ghetti.” Maria G. Di Rienzo

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Dare un’istruzione alle bambine non è una priorità, da noi. La maggior parte delle famiglie considera il mandare a scuola una figlia non necessario o un investimento che non dà ritorno. Delle bambine abbastanza fortunate da finire la scuola elementare solo una manciata arriva alle medie. Sono invece date in mogli in tenera età.

La mia vita avrebbe dovuto seguire questo stesso sentiero “tradizionale”, giacché sono nata nel villaggio Maasai di Enoosaen, in Kenya. All’età di cinque anni ero già fidanzata. Non appena fossi entrata nell’adolescenza i miei genitali sarebbero stati mutilati e ciò avrebbe segnato la fine dei miei studi e l’inizio dei preparativi per il mio matrimonio. Ma io avevo piani differenti.

Cominciai con il negoziare con mio padre. Gli dissi che avrei acconsentito alla mutilazione se mi avesse permesso di frequentare il liceo ed egli fu d’accordo. Non appena ebbi finito il liceo la mia negoziazione si rivolse agli anziani del villaggio, perché volevo fare quello che nessuna ragazza aveva mai fatto: lasciare la mia casa ed andare a studiare all’estero. Promisi loro che la mia istruzione sarebbe stata usata a vantaggio di Enoosaen. Poiché gli anziani avevano accettato la mia proposta, l’intero villaggio raccolse denaro per pagarmi il viaggio aereo negli Stati Uniti.

Ricevetti una borsa di studio dall’Università delle Donne Randolph-Macon in Virginia. La ragazza cresciuta senza elettricità divenne una studentessa che scriveva al computer saggi sulle relazioni internazionali e compiti di scienze politiche. Nel settembre 2011, mi sono laureata come insegnante all’Università di Pittsburgh. Mentre studiavo negli Stati Uniti, mi sono impegnata affinché le istanze che interessano le bambine e le ragazze nella mia comunità venissero alla luce. Come Consigliera per la Gioventù delle Nazioni Unite ho viaggiato in tutto il mondo per parlare dell’importanza dell’istruzione per le bambine, in particolare come mezzo per combattere le mutilazioni genitali e i matrimoni precoci.

Oggi sto lavorando per mantenere la promessa che ho fatto anni fa: tornare al villaggio e restituire ad esso qualcosa. Ho costruito una scuola femminile a Enoosaen, si chiama “Kakenya Center for Excellence” (KCE). Le bimbe non devono pagare per i loro testi scolastici, i pasti o l’uniforme. Se sono orfane, vengono accolte nella famiglia della KCE e la scuola diventa la loro casa, ed io una dei loro genitori. L’anno prossimo la scuola raggiungerà la sua massima capacità di 240 posti e coprirà interamente gli studi elementari e medi. Alla KCE, noi crediamo di dover fare qualcosa di più del portare le bambine a scuola: la nostra visione è fornire loro un’istruzione che le prepari a realizzare i loro desideri, che le renda leader nelle nostre comunità, nella nostra nazione e nel mondo intero.

100 milioni di bambine sono destinate a sposarsi nei prossimi dieci anni: queste creature stanno piangendo ma nessuno le ascolta. Io vedo i loro volti, la loro tristezza, la loro disperazione. Non hanno speranze e non hanno diritti. Ma io voglio un futuro diverso, per loro. Voglio bambine sorridenti, piene di energia e passione, pronte a cambiare in meglio la propria vita e le vite altrui. Le vedo dirigere i propri affari, intitolate di dicasteri ministeriali e attiviste per i diritti umani di tutta l’umanità. Questo è il mio sogno. Kakenya Ntaiya (trad. Maria G. Di Rienzo)

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“Luoghi infranti, persone infrante, promesse infrante. Tutto ciò che è in pezzi fa spazio a nuove possibilità di creare e ri-creare quel luogo senza inganni.” Lily Yeh

Lily ridà vita alle cose infrante da 25 anni. Spesso usa frammenti di tegole o mattoni che come per magia diventano speranza, gioia, colore, ed il luogo in pezzi diventa intero, e bello. Nata in Cina nel 1941, cresciuta a Taiwan, emigrata negli Usa negli anni ’60 dello scorso secolo, Lily dice di sé: “Sono fiorita tardi. Ho risposto alla chiamata della mia vita solo quando avevo più di quarant’anni. Ma la stavo aspettando da molto, molto tempo. Nel 1986 ebbi l’opportunità di lavorare in un quartiere disastrato nel nord di Filadelfia, trasformando un’area abbandonata in un parco artistico con l’aiuto dei residenti locali, in stragrande maggioranza bambini. L’esperienza è stata una sfida ed è risultata assai profonda, veriteria, genuina. Mi ha condotto in un luogo interiore che non avevo mai visitato prima. Guidata da ciò, ho percepito una grande urgenza di muovermi in avanti. Sembra che, connettendomi a quanto è vero in me stessa, io aiuti altre persone a farlo.”
Con solo un po’ di cazzuole e di energia, la zona piena di detriti ed immondizia lasciò il posto ad un’oasi di brillanti mosaici e sculture. La vicenda si impresse in modo così forte fra chi vi aveva partecipato da trasformare ulteriormente il parco nel “Village of Arts and Humanities”, un’organizzazione con base nel vicinato che Lily Yeh contribuì a formare nel 1989. Convinti che l’arte sia un diritto umano e che gli artisti possano creare le basi per profondi cambiamenti sociali, Lily ed i suoi amici hanno da allora mutato 120 lotti abbandonati in altrettanti parchi e giardini; hanno rinnovato edifici, creato programmi educativi e seminari artistici, lavorato nelle scuole, fondato un teatro della gioventù.
Un tempo pittrice di successo e docente alla University of the Arts di Filadelfia, Lily Yeh divenne da quel momento “un’artista a piedi scalzi” ed una viaggiatrice instancabile: fondò l’associazione Barefoot Artists (Artisti scalzi) e si dedicò a rivitalizzare in tutto il mondo quartieri e persone che erano stati “infranti”. “Ho scoperto che quegli spazi spezzati erano le mie tele viventi. Nel mezzo dei frammenti, i nostri cuori cercano la bellezza.”
Lily è andata a crearla assieme ai residenti nello slum di Korogocho in Kenya, in Ghana, Ecuador, Costa d’Avorio, India, Repubblica della Georgia. Ha contribuito a trasformare un villaggio di sopravvissuti al genocidio del Ruanda in un luogo di serenità e speranza. “Quando vedo distruzione, povertà e crimine all’interno delle città vedo anche l’enorme potenziale dell’essere pronti alla trasformazione ed alla rinascita. Noi stiamo creando dell’arte che viene dal cuore e perciò riflette il dolore e le sofferenze nelle vite delle persone, ma esprime anche gioia, bellezza ed amore. In questo processo stanno le fondamenta della costruzione di una comunità reale, in cui le persone si riconnettono alle altre, sostenute da un lavoro che ha significato, nutrite dalla cura che si ha gli uni per gli altri, ed infine si esprimono ed educano a ciò i loro figli. Allora, noi testimoniamo il cambiamento sociale in azione.”
In Palestina, ha creato assieme agli abitanti un murales che è stato chiamato “L’albero della vita palestinese”. In Cina, ha trasformato una scuola per figli di migranti da qualcosa di simile ad una prigione in un luogo luminoso e brillante, creato dalle mani dei bambini che la frequentano.
Ora un documentario, “The Barefoot Artist”, racconta tutto questo, diretto da Glenn Holsten e Daniel Traub. Traccia l’evoluzione di Lily Yeh come artista, mostra la metodologia che ha creato per costruire comunità usando l’arte, illustra il suo talento ed il potere del suo lavoro nel toccare vite altrui e infine rivela la sorgente della sua ricerca, il suo viaggio interiore per ricostruire le sue stesse fratture emotive. “Essere un’artista non riguarda solo il produrre arte. Riguarda il portare alla luce la visione che ti è stata data ed il fare le cose giuste senza risparmiarti.”  Grazie Lily. Maria G. Di Rienzo
Il trailer – http://vimeo.com/25461978
Sul film – http://www.barefootartistmovie.com

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MADRE – www.madre.org  - è un’organizzazione nonprofit internazionale che lavora per l’avanzamento dei diritti umani delle donne rispondendo ai bisogni urgenti delle comunità e costruendo soluzioni durature alle crisi. La lettera seguente è un esempio di come ciò avviene tramite la connessione fra gruppi locali e gruppi affiliati a MADRE. (22.11.2011, trad. Maria G. Di Rienzo)

Alle nostre sorelle di Womankind Kenya:

siamo con voi in questo periodo di tragedia e durezza. Come coltivatrici del Sudan, sappiamo bene cosa significa aspettare mesi che cada la pioggia e vedere i nostri bambini sempre più affamati. Ogni anno, quando piantiamo le sementi, le nostre famiglie dipendono da noi. Senza pioggia non abbiamo raccolto, non abbiamo nulla.

Abbiamo creato il Sindacato delle lavoratrici rurali di modo da sostenerci l’una con l’altra. Prima di ciò, il governo non riconosceva l’esistenza delle contadine e dava attrezzi, sementi e istruzione solo agli uomini. Perciò ci siamo unite per condividere le nostre risorse e chiedere al governo di rispettare i nostri diritti.

Nel Sudan orientale dove noi viviamo, l’agricoltura è sempre stata parte delle nostre vite. Ma di recente le siccità sono diventate peggiori, e accadono più spesso. Abbiamo dovuto adattare a ciò il nostro modo di coltivare. La causa di questo è il cambiamento climatico, un pericolo creato principalmente dai paesi ricchi.

Le nostre amiche di MADRE ci hanno aiutato durante gli anni, sia quando i raccolti erano buoni sia quando non pioveva. Ci hanno detto che molte donne somale e le loro famiglie si stanno rifugiando in Kenya. Ci hanno detto che avete bisogno di risorse d’emergenza, per comprare loro cibo e acqua e aiutarle a sopravvivere.

Perciò vi mandiamo il denaro che abbiamo risparmiato dopo il nostro ultimo raccolto. Di solito, usiamo questi risparmi per apportare miglioramenti alle nostre comunità. L’anno scorso abbiamo dato un tetto alla scuola locale.

Ma quest’anno i vostri bisogni sono più grandi dei nostri. Siamo in grado di mandarvi questo denaro perché ci siamo unite come lavoratrici rurali e siamo diventate più forti. Speriamo che potrete usarlo per nutrire i vostri bambini e per diventare più forti come donne.

Ve lo mandiamo con le nostre benedizioni. Poiché siamo madri e coltivatrici, il futuro dipende da noi.

In solidarietà, Fatima Ahmed, Direttrice del gruppo “Zenab for Women in Development” e leader del Sindacato delle lavoratrici rurali.

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Sejal Hathi aveva 15 anni, nel 2007, quando fondò “Girls Helping Girls”, un’ong internazionale che funge da rete per ragazze adolescenti di tutto il mondo. Autostima, dialogo, amicizie interculturali e cambiamento sociale sono i punti chiave su cui l’organizzazione si concentra. L’intervista a Sejal, statunitense, è stata realizzata dall’International Museum of Women (autrice/autore non menzionata/o, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

Sejal, cosa ti ha ispirato a dare inizio a “Girls Helping Girls”?

In prima superiore facevo volontariato per due organizzazioni non-profit, Youth Service America e Girls for Change. Lavorando con loro ho capito di essere una privilegiata e che, a differenza di me e delle mie amiche, moltissime ragazze non avevano fiducia nelle proprie capacità e perciò pensavano di non aver niente con cui contribuire al mondo.

Ho creato “Girls Helping Girls” perché volevo raggiungere le ragazze più vulnerabili e marginalizzate, e volevo aiutarle ad esprimere la loro voce interiore fornendo loro conoscenza, attrezzatura, rete di sostegno e risorse necessarie a rendere reale la loro visione del mondo.

Perché hai scelto di lavorare a livello internazionale anziché localmente?

Credo non sia più possibile lavorare esclusivamente nella propria comunità, isolate dal resto del mondo. Stiamo diventando sempre di più un “mondo piatto”, come direbbe Thomas Friedman. L’innovazione tecnologica e le forze della globalizzazione sono già riuscite a connettere persone diverse e divise in singole sinergie globali. Tuttavia, l’avvento di questa comunità globale ha portato con sé una serie di sfide interconnesse, perché i problemi di una regione, oggi, inevitabilmente interessano l’intero pianeta. Ora, il nostro mondo complesso ed interconnesso ci chiede di creare una nuova generazione di giovani leader che siano consapevoli delle istanze globali e preparate a fornire possibili soluzioni. Noi di “Girls Helping Girls” stiamo lavorando per formare queste leader.

Secondo te, qual è il problema più critico per le ragazze di oggi?

Quello fondamentale è più insidioso e subdolo della povertà, della violenza o del degrado ambientale: è l’ignoranza. Poiché troppe persone sono incapaci di apprezzare ogni essere umano come dono speciale, hanno finito per incatenarsi ad una visione ristretta del mondo. Nel processo, hanno mandato a rotoli non solo la propria realizzazione come esseri umani ma quella delle persone meno equipaggiate per articolare la propria voce e dar forma al proprio destino. Le ragazze diventano vittime privilegiate di questo mondo isolato e di questa ignoranza. Noi crediamo di poter eliminare quest’ultima con l’istruzione, la comunicazione e la collaborazione internazionale.

Parlaci del vostro programma “Empower-a-Girl” (“Dai potere ad una ragazza”).

E’ un sistema che fa squadra dal basso andando verso uno dei quattro nostri scopi globali: sradicare la povertà, incrementare l’accesso all’istruzione, migliorare la salute delle persone e promuovere la pace. Le squadre sono composte da un minimo di cinque ad un massimo di cento ragazze. Attualmente stiamo lavorando con trenta di queste squadre in tutto il mondo. Il programma dura un anno: per i primi sei mesi le ragazze usano le guide curricolari che abbiamo sviluppato per imparare a dialogare sulle istanze globali e capire come esse sono in relazione alle comunità locali. Durante la seconda metà dell’anno, le ragazze lavorano per implementare i loro propri progetti di cambiamento sociale rispetto a quello che hanno studiato. Per esempio, una squadra che aveva studiato l’accesso all’istruzione ha creato un programma di alfabetizzazione alla biblioteca locale. Un’altra squadra ha creato un centro vocazionale per le donne.

La componente essenziale del programma è il nostro investimento nella capacità di iniziativa delle ragazze. Poiché noi crediamo che le ragazze hanno bisogno di un’istruzione olistica per avere maggior potere, raccogliamo fondi per pagare le loro tasse scolastiche, forniamo loro cancelleria, testi ed uniformi, le solleviamo dalle necessità di base come il cibo e l’acqua, e contribuiamo al materiale di studio presente nelle loro classi.

“Sister 4 Peace” (“Sorelle per la Pace”) è la vostra rete sociale per il cambiamento. Come funziona?

E’ una piattaforma ed un movimento per il cambiamento sociale che provvede sostegno “una-ad-una” alle ragazze che in tutto il globo aspirano ad essere agenti del cambiamento. La chiave, qui, è  che ragazze fanno da mentrici ad altre ragazze per aiutarle a trasformare se stesse. Le nostre mentrici si chiamano “ambasciatrici di pace”: il loro lavoro è addestrare le ragazze affinché esse possano autonomamente lanciare i loro programmi relativi al cambiamento sociale. Le nostre ambasciatrici sono delle esperte nel realizzare i cambiamenti. Per esempio, la nostra ambasciatrice  del Kyrgyzstan lavora per reintegrare nelle scuole i ragazzi e le ragazze che escono dalle prigioni giovanili. La nostra ambasciatrice del Kenya, che è una madre adolescente, ha creato numerosi progetti di lavoro per le madri come lei e le ragazze impoverite della sua comunità, riuscendo a dar loro indipendenza economica.

Quali sono i vantaggi e quali sono gli svantaggi del lavorare a livello internazionale?

Ci sono sempre barriere da superare, lavorando a livello internazionale. La comunicazione può spesso diventare un problema, non solo per le differenze inerenti i linguaggi, ma per le differenze culturali. Con le mie due colleghe Angelica Teng e Hanna Kim, abbiamo lavorato sui sistemi per facilitare la comunicazione tra squadre ed evitare i fraintendimenti culturali e linguistici. Le nostre squadre comunicano via lettera o via e-mail. Ogni comunicazione passa attraverso il nostro “quartier generale” da dove poi la inviamo a destinazione. Se notiamo parole straniere, o se c’è la menzione di una ricorrenza nazionale senza che sia spiegato il suo significato, noi aggiungiamo delle note per spiegare le parole o il concetto che sta dietro la ricorrenza. In questo modo, la comunicazione diventa più chiara ed il processo di apprendimento più fruttuoso.

Che valore ha internet per l’organizzazione della gioventù internazionale?

E’ indispensabile. Senza la rete informatica, non credo ci troveremmo al punto in cui siamo oggi. Chiunque può raggiungerci tramite internet, e noi stesse troviamo organizzazioni sorelle ed ambasciatrici di pace tramite internet, e le ragazze comunicano le une con le altre tramite internet, attraversando confini e zone temporali. Non voglio definire la rete informatica come “equalizzatrice”, perché troppe persone non hanno accesso ad essa, ma per le ragazze che riescono ad averlo è il media migliore per scambiare informazioni e collaborare.

Su cosa si stanno organizzando i giovani a livello globale, in particolare?

Sicuramente c’è un movimento di giovani agenti per il cambiamento sociale nel mondo. E’ magnetico e in crescita, perché i giovani coinvolti ne ispirano altri. Tuttavia, non credo vi sia un’istanza particolare su cui la gioventù si sta concentrando: penso sia difficile per un giovane o una giovane concentrarsi su un’unica causa. La gioventù è passione per tante cose diverse ed oggi la gioventù si organizza attorno a qualsiasi di esse che fa bollire il loro sangue.

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(tratto  da: “African Women in Europe Victims of Human Trafficking” di Beatrice Mariotti per InDepth, 4.7.2011. Beatrice Mariotti lavora per l’ong “Solwodi” – Solidarietà con le donne in difficoltà – a Berlino. Trad. Maria G. Di Rienzo)

Mentre  i paesi europei si arrovellano per trovare una soluzione a Lampedusa, che è diventata il simbolo dell’assai disprezzata migrazione africana in Europa, poca attenzione viene data alle donne africane ed ai bimbi africani in Europa, coloro che devono confrontarsi con le nuove forme di schiavitù e colonialismo di cui fanno esperienza giorno dopo giorno nei democratici stati del “Nord” per altri versi attenti ai diritti umani.

Sebbene dati precisi non siano disponibili, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite stima che circa due milioni e mezzo di persone l’anno siano trafficate attraverso i confini in tutto il mondo. Dopo lo spaccio di droghe, il traffico di esseri umani è, assieme a quello di armi, la seconda industria mondiale del crimine (con un giro di 7/10 miliardi di dollari annui) e l’Ufficio su droghe e crimine delle NU lo dice in rapida crescita.

Eurostat stima vi fossero 90.000 donne africane migranti in Europa nel 2007, ma paesi quali l’Italia, la Francia, l’Irlanda ed il Portogallo non avevano fornito alcun dato. Nel 2009, davvero pochi paesi ne hanno forniti: l’Italia ha tuttavia riportato di avere 30.000 donne africane migranti. Il tedesco “Bundesamt fuer Statistik” ha riportato nel 2009 la presenza di mezzo milione di migranti africani (uomini e donne) in Germania. Solo a Berlino, ci sono circa 30.000 africane migranti, metà delle quali non documentate. (…)

Solwodi (acronimo di Solidarity with Women in Distress) è un’ong fondata in Kenya che da più di 25 anni contrasta il traffico di esseri umani in Kenya come in Germania, e in tutta Europa. Negli ultimi tre anni ha lavorato a Berlino principalmente con donne africane vittime del traffico. Queste donne sono l’esempio più evidente del fallimento
dei programmi bilaterali di cooperazione e delle politiche di sviluppo. Esse sono il segno concreto che qualcosa non ha funzionato nel discorso dei diritti umani.

Ad ogni modo, esse sono anche l’evidenza che la “verità” non ha bisogno di avvocati, che la verità difende se stessa e trova la propria via sottoterra come il fuoco attraverso le ceneri, sino a che irrompe e cambia i sistemi dal basso, mostrando che il potere della vita e la dignità delle persone non possono essere ristretti o soffocati.

Queste donne sono qui, in mezzo a noi, e nonostante la loro sofferenza non hanno perso speranza e potere interiore. Le loro storie sono molto simili. Hanno lasciato i loro paesi a causa della povertà. Qualcuno doveva sostenere la famiglia. E’ stato loro offerto lavoro in Europa.  Non c’era alternativa, quindi non c’era senso nel fare troppe
domande.
Sono partite, affrontando un lungo viaggio attraverso il deserto ed alcune non ce l’hanno fatta. Altre sono arrivate in Italia o in Spagna. L’unico lavoro per loro è stato la prostituzione. Parte di esse sono state inviate in Germania, parte in altri paesi del Nord per soddisfare la richiesta, come se fossero merci, facili da ottenere, da usare e da gettare via.

Questo tipo di mercato nero sta fiorendo qui nel bel mezzo del cosiddetto ”mondo civilizzato”, dove le donne africane sono vittime di abusi, ignorate, marginalizzate e trattate dai nostri uffici pubblici come un fardello per le nostre società. In Germania, molte di quelle che si sono liberate dalla schiavitù moderna hanno tentato di avere un figlio da un uomo con un permesso di residenza permanente, l’unico modo per loro di restare nel paese e di non essere rimpatriate dopo essere state sfruttate e derubate di tutto, compreso il rispetto per se stesse. Le leggi sono chiare, non c’è altra maniera. (…)

Lovely (non il suo vero nome) sta ancora vivendo con un “Duldung”, una sorta di permesso temporaneo che non consente a chi lo possiede di assicurarsi lo standard minimo grazie a cui sopravvive ogni nativo tedesco: “Ho lavorato in numerosi paesi europei come prostituta. Dovevo lavorare in strada anche quando ero incinta. A Berlino ho partorito un bimbo prematuro a causa dello stress e degli anni di abusi. E’ stato difficile, molto difficile, ma io sono forte e so che ce la farò e che mio figlio avrà un futuro migliore in Germania. Un giorno mi piacerebbe lavorare per un’organizzazione come la tua, ed aiutare le altre donne ad avere una possibilità, una seconda possibilità. Dio mi ha dato il potere di andare avanti e di lottare per la mia vita.”

Brigid (non il suo vero nome) ha l’Aids a causa degli abusi che ha subito, grazie alla forte domanda di “merci” come lei: “Mi auguro vita e amore, ecco cosa spero per me stessa. C’è un mondo fatto di oscurità che tenta di prevalere, ma io so che l’amore è
più forte. L’amore, una famiglia, io sogno questo. Vedo il futuro di fronte a me ed è luminoso.” Con queste parole Brigid descrive un suo dipinto, che ha fatto al Centro di Solwodi. Il suo talento è incredibile, così come la sua forza interiore.

La nostra società vuole davvero perdere l’occasione di riapprendere la speranza, come Lovely, come Brigid, come le molte donne africane che nonostante gli enormi travagli attraversati sanno ancora danzare, cantare, ridere e ringraziare Dio per il dono della vita?

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Le donne nella mia comunità, nel mio paese e nel mondo continuano a soffrire. Questa è la mia storia, e la storia di molte altre.

 

 

Avevo solo 25 anni quando mio marito è morto. Fu l’inizio di una tragedia senza fine per me e per i miei due bimbi piccoli. Dopo il funerale di mio marito mi aspettavo di vivere una vita “normale” da vedova, ma non fu così.

Un mattino, pochi mesi dopo la morte di mio marito, i miei cognati e le loro mogli irruppero in casa mia. Queste tre coppie, accompagnate dai loro maggiori figli maschi, mi chiesero di consegnar loro l’atto di proprietà sulla porzione di terra che mio marito aveva lasciato dietro di sé. Dissero che non avevo titolo sulla terra perché non l’avevo portata con me sposandomi. Dissero che la mia relazione con la famiglia era finita, ora che mio marito era morto.

Quando rifiutai, due degli uomini mi legarono con una corda e mi batterono con grossi bastoni. Il resto del gruppo andò nella mia camera da letto. Ruppero la mia valigia e si presero il certificato di morte di mio marito e l’atto di proprietà sulla casa. Mi lasciarono legata all’albero in cortile. Uno dei miei figli, che allora aveva cinque anni, dovette usare un coltello per tagliare la corda. Poiché non riuscivo a muovermi, i miei bambini restarono accanto a me piangendo, fino a che un passante non mi portò all’ospedale.

Quando l’ospedale mi dimise una settimana più tardi tornai con i miei figli nel posto che chiamavo casa. Non avevo altre opzioni. La casa era stata spogliata del mio letto e di molti altri oggetti. Denunciai quel che era accaduto al capo locale. Quest’uomo era in buoni termini con i miei parenti acquisiti e mi disse di far riferimento agli stessi individui che mi avevano assalita: disse che dovevo cercare un incontro con i miei cognati, prima che lui potesse occuparsi del caso.

Nella mia comunità una donna può essere “ereditata” se fa sesso con un altro uomo dopo la morte del marito. Questo accade che alla vedova vada bene o no. I miei cognati non volevano concedermi udienza sino a che io non fossi stata “ereditata”. Feci sapere loro che questo non era possibile, perché in ospedale mi avevano fatto i test ed avevo scoperto di essere sieropositiva al virus Hiv. I miei cognati mi accusarono di mentire e di non voler cooperare. Avevano già trovato uno disposto ad ereditarmi. Quest’uomo aveva già sposato due donne, ed entrambe lo avevano lasciato perché aveva ucciso delle persone nel nostro villaggio.

Quando un giorno andai al fiume a prendere acqua, quest’uomo lasciò i suoi vestiti in casa mia. Lo fece per reclamarla come sua, di modo che nessun altro la occupasse. Sebbene fosse tabù per me rimuovere i suoi abiti, io li raccolsi e li riportai a casa sua. Non appena tornai, i miei bimbi ed io dovemmo subire minacce di morte dall’intero villaggio. Mi dissero che sarei morta perché avevo infranto un tabù, e mi ordinarono di non lavorare più la mia terra.

Sebbene io avessi intenzione di continuare a vivere nel modo solito, e di coltivare la mia terra, il mio cognato più anziano cominciò a coltivarla lui. Una sera buttò giù la mia porta di casa, mi picchiò e mi ferì gravemente una mano con un machete. Questa volta, quando uscii dall’ospedale, non potevo più tornare a casa: non aveva la porta. Trovai una capanna di fango, trovai lavoro come domestica, e mandai i miei bambini a scuola. Quando andai a dare un’occhiata alla mia casa, un mese più tardi, tutti i rivestimenti metallici del tetto erano stati rimossi. Uno dei miei cognati li aveva usati per casa sua, dove stanno a tutt’oggi.

Più di dieci anni dopo, io non ho ancora una casa mia. L’atto di proprietà è nelle mani dei miei parenti acquisiti. Il mio figlio più grande finirà il liceo l’anno prossimo ed io ancora non ho una casa. Non ho mai avuto giustizia.

Se fossi stata un uomo tutto questo non sarebbe mai accaduto. Le donne non hanno voce nella mia comunità. Noi abbiamo bisogno di giustizia.

Sono trascorsi 12 anni dalla morte di mio marito e nessuno è stato accusato di quel crimine. Io non ho soldi per dare mazzette alle autorità. Ho bisogno che qualcuno ascolti.

Afline, Migori, Kenya, 3 gennaio 2011 – trad. M.G. Di Rienzo

(Questa lettera è parte della campagna che sostiene l’ International Violence Against Women Act (I-VAWA). Lettere di donne da tutto il mondo sono inviate al presidente degli Stati Uniti Barack Obama tramite World Pulse e Women Thrive Worldwide, per sollecitare l’adozione dell’atto internazionale contro la violenza di genere.)

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