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(Masum Momaya per AWID intervista Tonya Haynes, 6.7.2012. Tonya è la coordinatrice dell’associazione femminista Code Red alle Barbados. Di recente ha organizzato un incontro di giovani femministe provenienti da tutti i Caraibi di cui si parla nel testo che segue. Trad. Maria G. Di Rienzo)

AWID: Il nome della conferenza era “Prendi fyah – Radicamento femminista”. Qual è l’origine di questo titolo e cosa esattamente significa “radicamento”?

Tonya Haynes (TH): Il concetto di “radicamento” è caraibico. Si riferisce al potenziale rivoluzionario dell’essere capaci di andare ovunque a sedersi con le persone e parlare delle loro vite. Questo tipo di condivisione e apprendimento è cruciale per la trasformazione sociale. Noi abbiamo sentito la necessità di incontrarci fra femministe caraibiche, provenienti da nazioni ed etnie diverse e con differenti retroscena religiosi, per condividere le nostre esperienze ed imparare le une dalle altre. “Radicamento” dichiara la nostra intenzione di andare alla radice di ciò vogliamo veder cambiare nelle nostre società, ma è anche la sorgente della nostra forza collettiva. Significa dar valore in se stesse alle azioni dello stare insieme, del parlare e dell’ascoltare.

Il fyah, o fuoco, a cui ci riferiamo parla di passione ed energia, dell’accendere la nostra immaginazione per trovare soluzioni creative alle sfide che ci troviamo di fronte. Non ci siamo incontrate per parlare solo dei torti che le donne subiscono e di come le donne siano negativamente investite da questo o quello, rischiando il vittimismo. Il femminismo caraibico che abbiamo in mente è una piattaforma che ci permette di maneggiare tutta una serie di istanze e la fonte della forza collettiva che possiamo usare per essere agenti del cambiamento. Una delle partecipanti lo ha descritto così:

Il fuoco, fyah, sarà il carburante di questo movimento. Fuoco per spazzare via le rappresentazioni scorrette del femminismo e dare ad esso luce nelle piattaforme per la giustizia sociale di cui abbiamo bisogno nelle nostre comunità e nazioni, e nella nostra regione. Fuoco per infiammarci e motivarci a parlare delle nostre convinzioni, entrare nei dibattiti e contare le une sulle altre per avere sostegno. Il fuoco aprirà la via e ci ricorderà di restare connesse, di rimanere amanti, di continuare a scrivere e di non dimenticare mai il tempo che abbiamo trascorso insieme. Il fuoco si assicurerà che noi si rimanga indignate rispetto alle ingiustizie e farà muovere in avanti il movimento.

AWID: Chi è venuta e qual era lo scopo dell’incontro?

TH: La conferenza ha messo insieme 24 giovani femministe caraibiche impegnate in organizzazioni di donne, di giovani e di persone LGBT. Siamo venute da Antigua e Barbuda, Belize, Barbados, Bahamas, Guyana, St. Kitts-Nevis, Haiti, St. Lucia, St. Vincent, le Grenadine e Grenada.

Due cose erano importanti per noi: 1) l’attivismo femminista a livello regionale sulla salute sessuale e riproduttiva che può trarre alimento dalla revisione operativa di ICPD+20 (Nota della traduttrice: Trattasi del programma d’azione della Conferenza Internazionale su Popoli e Sviluppo. L’accordo siglato a Il Cairo nel 1994 prevedeva una durata dell’iniziativa pari a vent’anni, ma poiché essi stanno rapidamente giungendo a conclusione e molti obiettivi non sono stati raggiunti, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha deciso un prolungamento ed appunto una revisione operativa di cui le NU discuteranno nel 2014.); 2) la mobilitazione femminista nella regione.

Vogliamo diventare parte di quel lavoro cui negli anni ’70 ed ’80 diedero inizio femministe caraibiche come Andaiye e Peggy Antrobus, che ci hanno fatto visita durante l’incontro.

AWID: Molte di voi hanno scritto dell’incontro in poesia oltre che in prosa. Anche del Forum di aprile 2012 di AWID alcune femministe dei Caraibi hanno scritto in poesia. Che posto ha la poesia nel femminismo caraibico?

TH: L’uso di poesie, disegni, canzoni e danze durante il nostro incontro era deliberato: ci è servito a ricordarci di onorare tutti gli aspetti di ciò che siamo. Una delle partecipanti è ingegnere meccanico, ma allo stesso tempo danzatrice, creatrice di filmati artistici e attivista comunitaria. Noi portiamo nel femminismo tutto quel che siamo e, nel farlo, stiamo cambiando il volto del femminismo nella regione.

AWID: Quali sono le istanze comuni che le giovani donne caraibiche si trovano davanti?

TH: Un modo per riassumerle è riflettere su donne e cittadinanza. Tracey Robinson, femminista giamaicana e studiosa di diritto, sottolinea che non solo le donne sono considerate cittadine di seconda classe, ma che la cittadinanza stessa è considerata secondaria per le donne. Le giovani sentono il peso di questa concezione della cittadinanza ancora di più: le giovani donne non sono considerate un soggetto politico. Ciò ha implicazioni sul loro status economico, sui loro diritti di salute sessuale e riproduttiva e sulle loro esperienze di molestie e violenza di genere.

AWID: E le differenze quali sono?

TH: I Caraibi non costituiscono uno spazio omogeneo. Ci sono diseguaglianze all’interno dei paesi e tra i paesi. Una delle partecipanti al nostro incontro, haitiana, ci ha ricordato che dopo il terremoto ad Haiti il crescente numero di organizzazioni non governative all’opera non ha prodotto risultati: la situazione sta invece peggiorando. Lei ha insistito sul fatto che non si può lavorare sui diritti di salute sessuale e riproduttiva se non si affrontano la necessità di migliorare lo status economico delle donne e le diseguaglianze geopolitiche che ne peggiorano le esistenze.

AWID: Che esempi ci sono nella regione per le giovani donne caraibiche che vogliano organizzarsi?

TH: Ci sono lezioni da apprendere da tutti i tentativi di mobilitazione femminista nella regione, inclusi quelli che hanno fallito e che sono in fase di stallo. Noi abbiamo deciso all’unanimità che abbiamo bisogno di dialogo fra le generazioni. Dobbiamo imparare dalle sfide e dai successi di organizzazioni di lungo corso come Red Thread (Filo Rosso) della Guyana, o il Collettivo Teatrale Sistren della Giamaica. Vogliamo anche imparare dai gruppi di più recente formazione, come l’Organizzazione produttiva per le donne in azione del Belize, che sta facendo lavoro trasformativo nelle comunità.

AWID: Che domande sono scaturite dall’incontro?

TH: In effetti ci siamo separate con più domande che risposte, e ciò dimostra che la conferenza è stata un successo! Che spinta iniziale diamo al movimento? Come affrontiamo la questione dei privilegi e come costruiamo un movimento inclusivo? In che modo ci diamo sostegno l’un l’altra? Qual è la piattaforma migliore per la mobilitazione femminista a livello regionale? Che risorse abbiamo già e come le utilizziamo?

AWID: E gli obiettivi?

TH: Abbiamo intrapreso immediatamente passi concreti in relazione ai nostri due obiettivi principali non appena l’incontro si è concluso. Ci siamo anche assunte la responsabilità di portare il fuoco-fyah alle nostre comunità e nazioni durante un evento annuale, e di documentarlo e condividerlo in tutta la regione. Stiamo rifinendo strategie e obiettivi a lungo termine e discutendo su come rendere il nostro lavoro sostenibile. Ci stiamo anche muovendo online per creare la rete “Prendi fuoco – Femminismo caraibico”.

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Come una tempesta

Sto prendendo aspetto e forma

e organizzando i miei poteri

al modo che una tempesta si raccoglie.

Non c’è ostacolo così ardito

da ergersi sulla mia strada:

mi sto riprendendo la mia vita

e lo sto facendo oggi.

Lucille Mathurin Mair – Trad. Maria G. Di Rienzo

(Lucille, docente universitaria e femminista giamaicana, è scomparsa nel 2009. Uno dei suoi suoi seminari più noti si chiamava “La donna ribelle nelle Indie britanniche dell’ovest durante la schiavitù”, che documentava le storie delle schiave, la loro resistenza e le loro proteste, mostrando come non fossero solo vittime ma “agenti della liberazione”.)

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La sua prima idea era diventare una grande praticante di arti marziali, poi ha pensato di unire le parole ai movimenti del corpo ed è diventata una cantastorie. La Debbie Young nata in Giamaica e trasferitasi con la famiglia in Canada nel 1993 è oggi infatti D’bi Young Anitafrika, poeta, attrice, drammaturga che attraversa i continenti con i suoi spettacoli ed i suoi seminari diretti alle comunità marginalizzate. I suoi lavori teatrali ed i suoi testi poetici sono stati pubblicati in quattro libri.

La 34enne D’bi è una figlia d’arte: sua madre Anita Stewart è infatti una delle pioniere della “dub poetry”, la poesia recitata su ritmi reggae che nacque durante gli anni ’70 dello scorso secolo per affrontare temi politici e di giustizia sociale. “I miei due bambini ed io siamo nomadi che non hanno una residenza permanente da 12 anni.”, racconta l’artista, “La gente che mi invita ha sempre cura di loro. Ho imparato a vivere in questo modo da mia madre, che accompagnavo durante i suoi tour. Non ci sono scorciatoie, ed io non ne prendo. C’è chi dice il mio ottimismo sia immenso, ma se è così è grazie alle persone che siedono con me dovunque io reciti o insegni.”

Uno dei suoi versi più citati dice: “Zio Sam, rimettiti i pantaloni”. E Young spiega che non si riferisce solo ai numerosi “zii” che abusano sessualmente dei bambini: “E’ anche una metafora per l’egoismo dei capitalisti nel devastare la vita sulla terra senza una riflessione neppure minima su che impatto avranno le loro azioni. Essere consapevoli del rimando che si ha sugli altri è fondamentale: noi cantastorie siamo come specchi e dobbiamo maneggiare con cura quel che facciamo.”

Dire la verità, aggiunge Young, può arrecare sofferenza, ma se non temi di cercare e condividere conoscenza anche il dolore diminuisce: “Le persone sono la rivoluzione che desideri. La prima cosa con cui devi negoziare è la vergogna, ancor prima della verità. Guarda innanzitutto a te stessa, per il cambiamento. Se non lo fai, finirai per parlare all’infinito di altre persone senza compiere nulla di concreto.” Maria G. Di Rienzo

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