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(“Call on US Military to Tackle Human Trafficking”, di Alma per Equality Now – http://www.equalitynow.org/ – aprile 2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

 Alma

Cammino lungo le strade della città di Olongapo, dove donne seminude stanno in posa davanti ai locali per l’intrattenimento e fanno segno ai passanti di entrare per “divertirsi”. Entro in uno di questi bar “videoke” e mi trovo in una specie di tana scarsamente illuminata dove uomini d’affari stranieri e uomini del posto guardano inebriati donne che piroettano su un palco.

Al bar, un occidentale compra un’altra bevanda per una giovane filippina di cui non capisce la lingua. Se l’uomo vuole comprarla per fare sesso, pagherà al proprietario una tassa chiamata “multa del bar”. Guardando la ragazza, mi chiedo come è finita qui. Mi chiedo se porterà il suo cliente in una stanza sul retro del locale o a casa sua, con il rischio di svegliare i bambini che può avere. Mi chiedo se è mai stata stuprata dai suoi clienti. O se è mai stata in contatto con una “hilot” (comare) che mette fine alle gravidanze non desiderate battendo violentemente il ventre di una donna sino a che costei abortisce.

Quando il cliente si allontana per andare in bagno, mi avvicino alla ragazza che sembra sorpresa e un po’ scocciata dal fatto che mi sono intrufolata nel suo spazio personale. Facendo finta di non notarlo, le dico che lavoro per un’organizzazione chiamata Buklod. “Raduniamo le donne affinché discutano delle proprie vite e scambino idee.”, le dico, “Potresti venire al nostro prossimo incontro.” Lei mi guarda inquisitiva e domanda: “Cosa ne sai, tu, della mia vita?”

Nel 1984 Olongapo era una base militare statunitense in via di sviluppo ed il mio nome non era Alma, ma “Pearly” (perlacea, ndt.). Ero la madre single di due bambini piccoli e tentavo di mantenere la mia famiglia facendo la cameriera sette giorni su sette. I club avevano sempre lavoro quando arrivavano le navi dei soldati.

Da bambina sognavo di fare la commercialista. Quando mio fratello mi promise di pagarmi gli studi, lasciai Manila e venni ad Olongapo dove lui viveva. Non appena arrivai, mio fratello ammise che non aveva nessuna intenzione di aiutarmi a studiare. Invece, sperava che avrei “preso al volo la fortuna” e sposato un militare americano, così avrei potuto mantenere la nostra famiglia. Dopo alcuni mesi, frustrata per la mancanza di opportunità di lavoro, accettai di fare la cameriera in un locale vicino alla base navale statunitense. Mio fratello tentò di forzarmi ad andare con i soldati quando costoro richiedevano la mia compagnia, ma io rifiutavo.

Un giorno, un militare offrì la “multa del bar” al proprietario per me. Io rifiutai anche questa volta, dicendo che ero solo una cameriera. Il proprietario mi rispose che se non andavo con il soldato avrei perso il lavoro e non solo: lui si sarebbe tenuto i miei documenti impedendomi di trovare un’occupazione altrove. Ero terrorizzata all’idea di finire per strada assieme ai miei figli senza niente da mangiare, per cui anche se ero riluttante dissi di sì. L’americano voleva andare in un albergo, ma io gli dissi di dare a me i soldi che avrebbe voluto spendere per la stanza e lo portai a casa mia. Mandai i bambini dai miei genitori, perché non volevo vedessero cosa la loro madre stava facendo per guadagnarsi da vivere.

Tentai di evitare di rifarlo, ma mia figlia si ammalò e avevo bisogno dei soldi per le spese mediche. Durante i miei quattro anni al club ho avuto circa 30 “fidanzati” americani. Nei primi anni ’80 non c’erano programmi per la salute e non sapevamo neppure come si usasse un contraccettivo. La popolazione mista americana-asiatica ebbe un boom. Io diedi alla luce il mio terzo figlio sapendo che non avrebbe mai conosciuto suo padre. In quel periodo, cominciammo a sentir parlare dell’AIDS. I tizi americani si mettevano in fila per i preservativi prima di scendere dalle navi. Tuttavia, alcuni di loro si limitavano a soffiarci dentro e a gettarli in giro come palloncini. Noi non potevamo chiedere ad un cliente di usare un preservativo perché lui ci avrebbe risposto: “Io pago” e avrebbe ottenuto lo stesso quel che voleva.

Nel 1984 diventai amica di una donna statunitense, Brenda Proudfoot, che stava aiutando altre donne a sfuggire alla prostituzione ed al traffico a scopo sessuale. Mi invitò ad unirmi ad un gruppo di sostegno dove incontrai altre persone nella mia stessa situazione. Dopo diversi incontri, capii che quella era la mia opportunità di uscire dal mondo infernale della prostituzione. Nel 1987 co-fondai Buklod ng Kababaihan e andai a parlare alle donne nei bar delle nostre attività.

Il mio datore di lavoro cominciò a seccarsi delle mie assenze, ma io mi sentivo così potente che continuavo a parlare contro le ingiustizie anche al lavoro. Ora conoscevo i miei diritti come donna ed essere umano, e non intendevo più scendere a compromessi. Il mio datore di lavoro mi licenziò, chiamandomi comunista. Non potevo trovare un altro lavoro, perché lui tratteneva i miei documenti, però fortunatamente Buklod decise di assumermi come organizzatrice. Lo stipendio era basso ma afferrai l’occasione: ero così felice di essere libera dalla prostituzione.

Le idee che la società ha sul traffico di esseri umani e sulla prostituzione devono cambiare. Nel mio paese (Filippine, ndt.) la gente crede che le prostitute siano criminali e che i compratori siano vittime. Questo è sbagliato. Quando alle donne non sono date eguali opportunità di impiego e di istruzione le loro opzioni sono limitate e le donne stesse diventano sempre più disperate. Poiché le donne sono spesso viste come oggetti sessuali senza potere sono costantemente spinte nell’industria del sesso. A volte, anch’io ho creduto di esistere solo per il piacere degli uomini. Le donne filippine sono sovente chiamate “piccole macchine scure per scopare” dai militari americani. Una volta ho chiesto ad un cliente: “Come mai le donne filippine vi piacciono così tanto?” “Perché sono a buon mercato.”, rispose lui, “Molto più economiche delle giapponesi. Inoltre, con le filippine puoi fare quello che vuoi. Qua le donne sorridono sempre. Fanno finta che gli piaccia.” Dobbiamo cambiare questa mentalità ed istruire le giovani sugli abusi dell’industria del sesso, dobbiamo far sapere loro che hanno altre scelte. Le donne sono esseri umani, non merci da comprare e vendere.

Mentre lascio il bar “videoke” non sono sicura che la giovane donna parteciperà al nostro prossimo incontro. Lei è una delle migliaia di prostitute filippine. L’industria del sesso è una macchina enorme e non è facile da fermare. Ma come sopravvissuta che parla ad altre sopravvissute, tento di comunicare la comprensione delle loro paure e della loro sofferenza. Tento di dire alle mie sorelle che Buklod vuole creare un futuro differente.

(Post scriptum della traduttrice: Negli anni ’80, la base navale “Subic Bay” nelle Filippine era la più grande fra quelle esterne agli Usa. I bordelli attorno ad essa viaggiavano su un fatturato collettivo stimato attorno ai 500 milioni di dollari. Donne e ragazze erano comprate e vendute dai trafficanti per rispondere alla domanda di prostituzione dei militari in servizio alla base.

Anche se “Subic Bay” è stata chiusa negli anni ’90, il luogo continua ad essere meta del turismo sessuale statunitense e migliaia di soldati americani di stanza nelle Filippine continuano a servirsi della struttura di sfruttamento prodotta dalla presenza della base, nonostante le leggi filippine contrarie. Attualmente, le donne coinvolte nell’industria del sesso filippina sono stimate fra le 300.000 e le 400.000, a cui si aggiungono circa 100.000 bambini e bambine.)

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(di Paulina Lawsin Nayra, Presidente dell’Associazione Weawers (Tessitrici), acronimo di “Women Enablers, Advocates & Volunteers for Empowering & Responsive Solutions”. Di sé Paulina dice: “Sono filippina, madre di due figli, lavoro per lo sviluppo sociale in relazione alle istanze di genere e delle donne. Amo la vita. Valuto grandemente la libertà.” Trad. Maria G. Di Rienzo)

 Paulina

Chi è senza lavoro? Quelle che non lavorano, per favore, si alzino in piedi.”

Le donne si alzarono. La maggioranza delle circa 500 delegate dell’Assemblea del Consiglio delle Donne di Kanaga dichiarava di non avere un lavoro.

Siete fortunate.”, dissi io, “Allora, quando tornerete a casa stanche del viaggio vi siederete sul sofà, guarderete la tv e aspetterete la cena. Dopo cena guarderete di nuovo la tv o andrete a dormire. E vi sveglierete in un nuovo giorno trovando la colazione pronta sul tavolo, abiti puliti stirati di fresco e una casa impeccabile che vi aspetta. I vostri figli hanno mangiato, si sono vestiti e sono pronti per andare a scuola.”

La risata di tutte fu come un ruggito. Così, feci di nuovo la domanda: “Chi è senza lavoro?” Nessuna si alzò.

Il lavoro che la maggioranza delle donne fa nelle case, svolgendo un ruolo di riproduzione, è vero lavoro. Qual è il suo valore monetario? Se consideriamo tutti gli impegni, le attività e i ruoli che le donne assumono e la paga oraria prevalente per ogni specifico lavoro che le donne svolgono, alle casalinghe spetterebbe uno stipendio molto più alto del minimo.

Sì, il vostro lavoro che richiede pianificazione e abilità organizzative, comunicazione, razionalizzazione dei tempi, destrezza, pazienza, flessibilità, lealtà, forza, compassione e amore in un ricorso senza fine, merita di essere valutato di più.

Quindi, lasciate che ve lo chieda di nuovo: “Avete un lavoro?”

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kyung soon

“Questo documentario tratta dei corpi delle donne e del lavoro. Il capitalismo globalizzato espelle molte donne alle periferie della società, dove sono etichettate come casalinghe, lavoratrici del sesso, lavoratrici in trasferta, lavoratrici migranti, senzatetto e così via. Nel mondo marginalizzato delle donne questi corpi hanno significati specifici: un corpo di donna diventa un lavoro o una merce in se stessa e tuttavia spesso è visto come “macchiato” e soggetto a giudizio morale. Il film intende documentare questi corpi di donna, su cui il capitalismo globalizzato sostiene se stesso, nei luoghi più infimi, e intende porre la domanda – dalla prospettiva donne e lavoro – su cosa socialmente significhi lavorare duro”. Così la regista coreana Kyung Soon descrive il suo documentario “Red Maria”. Nel suo paese la pellicola è uscita a fine aprile scorso e più che dei cinema sta facendo il giro dei collettivi femminili e dei cineforum: ciò non sorprende, essendo la regista un’indipendente, per quanto spesso premiata, e non essendoci nel film nessuna delle facce-da-fetta-biscottata (leggi sedicenti attori/attrici) che fanno alzare l’audience.

“Red Maria” spazia fra Corea del Sud, Giappone e Filippine, seguendo le vite quotidiane di donne altrimenti invisibili, non importanti, non prese in considerazione. Le protagoniste non si conoscono l’un l’altra e le loro esistenze sembrano molto diverse; pure, sono connesse da qualcosa che trascende i confini nazionali: i loro corpi e il lavoro, i loro corpi al lavoro, il lavoro come riproduzione di ideologia sociale. Nel suo paese, Kyung Soon ha ripreso le storie di attiviste e di prostitute; in Giappone ha seguito una senzatetto, Ichimura, che chiama il Parco Yoyogi a Tokyo “casa mia” e Sato, licenziata da una grossa corporazione economica e perciò senza prospettive di impiego e Monica, una giapponese-peruviana che si occupa di sostenere la minoranza ispanico-giapponese; nelle Filippine ha ripreso una famiglia di Tondo, Manila, che vive accampata nei pressi delle rotaie ferroviarie, e le anziane Malaya, le ragazze-da-bar di Dao, eccetera. Sono 98 minuti di verità, splendidi e terribili come spesso la verità è. Indimenticabili le voci delle lolas (nonne) Malaya che raccontano dell’occupazione giapponese delle Filippine, del giorno in cui tutte le donne del villaggio furono portate alla grande casa comune dai soldati e subirono stupri di gruppo. Gli uomini del villaggio furono “giustiziati” davanti a loro occhi, senza eccezioni. Per decenni queste donne non hanno parlato per vergogna.

Sul titolo, “Red Maria”, Kyung Soon spiega che per lei il nome “Maria” indica la donna perfetta, la donna ideale; sul “Rosso” (Red) di continuo le chiedono se vuole rifersi al sangue mestruale, visto che di mestruazioni nel film si parla, ma Kyung Soon non aveva in mente niente del genere: ha aggiunto il Rosso a Maria perchè crede che la donna perfetta e ideale non esista. Esistono invece Grace, Rita, Monica, Sato, Soon-ja, Ichimura, Jenna-Lyn, Jong-hee, Klot… che non possono smettere di recitare e raccontarci cos’hanno provato a fingere di non sapere come mettere insieme pranzo e cena, o come hanno raccolto le loro emozioni per le scene in cui gli uomini le trattano come pezzi di carne su un bancone di macelleria. La regista è rimasta in contatto con tutte loro e qualcuna è venuta a trovarla a Seul.

Il colpo di genio di Kyung Soon è consistito nel fotografare i loro ombelichi per i manifesti pubblicitari: pance vecchie e giovani, piatte e tonde, più chiare o più scure, tese e morbide. Vedete quel punto, il punto focale che ci ha collegate alla vita? Vedete quanto siamo simili? Vi accorgete di quanto siamo irriducibilmente belle?

Nessuno purtroppo ha ancora doppiato o sottotitolato il film, e a me ci vorrà qualche altro anno di studio del coreano per essere produttiva ed efficace in questo senso. Se c’è qualcuna/o in ascolto… e se grazie a lei/lui/loro riuscirò a vederlo sui nostri schermi… assicuro che ne vale la pena, oltre alla mia imperitura gratitudine. Maria (Rossa!) G. Di Rienzo

 red maria manifesto

Colonna sonora – http://www.youtube.com/watch?v=1bWW6fjT7SQ

Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=XJR_uDIp3Lk

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Maati (autrice/autore ignota/o, trad. Maria G. Di Rienzo)

 

Le tue braccia incrostate di fango profumano di Terra.

La tua fronte è cinta di perle di sudore per il sole a picco.

Queste tue braccia sottili hanno il potere

e la forza di parecchi uomini.

Persino la tua ombra conforta molte persone.

Ed è con il tuo flauto che accendi i fuochi di cucina. (1)

E’ quando sfiori le corde che la vita si muove e fluisce.

I raccolti illuminati dal sole sono i tuoi gioielli.

Sei come la Terra cucinata dalla luce solare,

la tua pelle ha il colore del tramonto.

E durante le lunghe notti oscure tu sei la luce dell’alba.

Mentre tu vegli, come una candela che arde nella notte,

il vento s’inchina a te, le stagioni ti rendono omaggio,

la polvere della Terra ti adorna,

a te che sei la fluida corrente che questa Terra nutre.

Nel tuo respiro stanco indugia il suono delle conchiglie.

Speranze, azzurre come il cielo, hanno molte ali:

e le loro possibilità sono riflesse nei tuoi occhi.

(1) Si riferisce alle “pipe” con cui le donne spesso soffiano nelle stufe per accendervi il fuoco.

Questa poesia, unitamente ad un video, è stata usata dalle donne di AWID – durante il loro 12° Forum internazionale tenutosi nell’aprile scorso – per onorare le femministe che hanno ispirato le oltre 2.000 partecipanti, ma che sono scomparse nei quattro anni trascorsi dal precedente incontro.

AWID ha ricevuto contributi da tutto il mondo per questo tributo. E mentre molte di queste donne sono decedute a causa di incidenti, malattie o disastri naturali, circa un terzo sono state uccise o sono scomparse a causa del loro attivismo. Si tratta di donne come Marisela Escobedo Ortiz del Messico, che è stata assassinata mentre teneva una dimostrazione pacifica che chiedeva alle autorità di arrestare l’omicida di sua figlia; come la sudafricana attivista per i diritti delle persone LGBT Noxolo Nowaza, uccisa in uno dei cosiddetti “crimini dell’odio”; come Natalia Estemirova, una giornalista assassinata a causa del suo lavoro sugli abusi dei diritti umani in Cecenia; o come Concepcion Brizuela dalle Filippine, avvocata, che è stata rapita ed è scomparsa perché lottava per i diritti umani delle donne, dei contadini poveri e dei popoli indigeni. Non è sorprendente notare che la maggior parte di questi crimini sono ancora impuniti.”

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Intervista a Karima Bennoune (di Anna Louie Sussman, per Women in the World Foundation, 6.6.2012, trad. Maria G. Di Rienzo)

“Non arrendersi mai.” Questo l’avvocata Karima Bennoune, esperta di diritto internazionale in relazione ai diritti umani, attivista di lungo corso per i diritti delle donne, dice di aver imparato da suo padre, attivista e dissidente algerino che aveva combattuto nella guerra per l’indipendenza del paese. Successivamente, divenne uno dei principali critici dei fondamentalisti algerini, un’istanza che Karima ha preso su di sé. “Sino alla fine della sua vita mio padre non smise di tenere incontri e conferenze. Era a stento in grado di parlare a causa dei suoi problemi di salute, ma non intendeva arrendersi.” Docente universitaria, collaboratrice regolare del quotidiano “The Guardian”, Karima sta attualmente lavorando ad un libro dal titolo “La vostra fatwa non si applica qui.”: tratta di quei musulmani in tutto il mondo che si stanno opponendo ai fondamentalismi.

Tu hai scritto che la laicità e la separazione fra legge e religione sono cruciali per proteggere i diritti delle donne. Ci sono però gruppi che usano interpretazioni progressiste dei testi religiosi per sostenere i loro argomenti in contesti locali. Tu cosa pensi di questa strategia?

Io faccio parte del direttivo della rete “Women Living Under Muslim Laws” (WLUML – “Donne che vivono sotto le leggi musulmane”). Una delle ragioni per cui ritengo significativo lavorare con questa organizzazione è che essa mette insieme donne che stanno usando una vasta gamma di strategie: laiche, basate sui diritti umani universali, o sull’interpretazione progressista e la reinterpretazione della religione. Certamente non vedo le due cose come contraddittorie ma sono infastidita da quel che noto a livello internazionale, una cosa che potremmo chiamare “eccezionalismo islamico” come mi ha detto un’attivista iraniana. Quest’attitudine sembra progressista, ma in effetti finisce per indebolire le persone che lavorano sul campo, che magari hanno una fede personale ma stanno usando argomentazioni laiche per raggiungere i loro scopi. Rispetto chi ha strategie multiple, ma quando guardo a ciò che sta succedendo nell’Africa del nord sono sempre più convinta che la laicità è la chiave per l’ottenimento nella regione di diritti umani e di diritti per le donne in particolare.

Chi sono le persone che descrivi nel libro a cui stai lavorando e che si oppongono ai fondamentalismi?

Il libro inizia con la storia di mio padre, minacciato di morte da gruppi armati fondamentalisti negli anni ’90. A causa di ciò smise di insegnare all’Università, ma non lasciò l’Algeria, ne’ smise di scrivere o parlare. L’unica cosa che cambiò fu la casa in cui abitava, perché aveva trovato sul tavolo della cucina un biglietto con su scritto “Considerati morto”. Una delle cose che lo demoralizzava profondamente era la scarsità della solidarietà internazionale, in special modo l’atteggiamento di molte persone sedicenti progressiste: costoro pensavano e pensano di dover essere di sostegno ai fondamentalisti perché questi si dichiarano anti-imperialisti, o qualcosa del genere, nel mentre hanno per bersagli gli individui progressisti locali. Per cui, il libro nasce dal tentativo di capire perché le persone come mio padre sono ignorate e dal desiderio di portare le loro storie ad un pubblico più vasto. La gente si chiede: “Ma dove sono i musulmani contrari all’estremismo?”. Sono dappertutto, ma nessuno presta loro attenzione.

Io ho intervistato oltre 250 persone provenienti da più di venti paesi. Sono andata in Senegal, in Nigeria, nei Territori Palestinesi, in Afghanistan e in Pakistan. Ho parlato con gli algerini della diaspora in Francia. Sono stata in Russia ed ho incontrato persone da tutta l’Asia centrale e dal Caucaso. Sono in partenza questa settimana per il Canada e l’Algeria. Ho parlato con un’ampia gamma di persone. Naturalmente sono diverse, tu noteresti la differenza se ad esempio andassi nelle Filippine e in Italia per capire le diverse prospettive di persone con un background cristiano.

Una delle cose su cui i fondamentalisti musulmani e cristiani si stanno davvero impegnando è l’organizzarsi a livello internazionale e stabilire connessioni: hanno una grande disponibilità finanziaria per farlo. Chi si oppone ai fondamentalisti non ha questo tipo di sostegno. Ci sono reti come WLUML, per esempio, ma non sono neppure paragonabili. Parte del mio progetto è il tentativo di mettere queste persone in contatto le une con le altre e di fare in modo che siano ascoltate a livello internazionale. Sono dappertutto: avvocati e medici e gente comune, contadini algerini che sono stati vittime del terrorismo fondamentalista negli anni ’90, organizzatori comunitari a tempo pieno e volontari.

Perché sono stati ignorati sino ad ora?

Non sono sicura del perché, ma penso ci siano un paio di ragioni. Ad esempio, è molto più facile essere ascoltati se si assume una posizione estrema. Se la tua posizione è ragionevole è molto più difficile ottenere l’ascolto. Le esplosioni riverberano, letteralmente, ma le persone che lavorano quietamente contro di esse fanno molta più fatica a raggiungere le prime pagine dei giornali.

Un’altra ragione è che non rispondono alle aspettative. Si battono per i diritti umani, o per interpretazioni dell’Islam in cui l’indossare un fazzoletto in testa è opzionale e la violenza di genere contraria agli insegnamenti: non rispondono agli stereotipi che la gente di destra e quella di sinistra hanno rispetto ai musulmani. Perciò sono sconvenienti, fuori tema. Di solito sono anche persone molto critiche sulle politiche occidentali e questa può essere in parte un’altra ragione per non ascoltarli.

Io ritengo assolutamente necessario ascoltare queste persone, imparare dal loro lavoro e dalle loro esperienze, e trovare modi sensati con cui sostenere il loro lavoro: almeno, non minare quel che stanno facendo. Per cui sono stata molto attenta a non generalizzare. La cosa interessante è che, praticamente in tutti i contesti, questi attivisti hanno identificato la crescita dei fondamentalismi come uno dei maggiori pericoli per i diritti umani.

Negli Usa è in atto una specie di contrattacco sui diritti delle donne e in parte sembra verniciato di religione. Cosa possono apprendere le attiviste di qui dalle persone che tu hai intervistato?

C’è molto da imparare. Le donne tunisine mi hanno davvero impressionata per il modo in cui rifiutano di cedere sulle loro richieste. Sono andata in Tunisia nel marzo 2011, un paio di mesi dopo la caduta di Ben Ali. Eravamo ancora sull’onda di un momento euforico, i fondamentalisti stavano uscendo allo scoperto e diventavano più attivi. Pure, le donne che ho intervistato non intendevano “moderare” nessuna delle loro richieste. Erano di una chiarezza cristallina: volevano una Costituzione laica. In effetti, volevano anche di più! Stavano premendo perché le riserve espresse dalla Tunisia alla CEDAW (Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione verso le donne – NU 1979) fossero ritirate. E’ stato risposto loro positivamente in via ufficiale, ma la richiesta vera e propria al Segretario Generale delle Nazioni Unite deve ancora arrivare.

Questo è veramente critico: non perdere il punto. Non perdere il punto perché le tue argomentazioni stanno diventando meno popolari e sempre più pressione religiosa si accalca sulla sfera politica.

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Lisa Chen (di ASPIRE – Asian Students Promoting Immigrant Rights Through Education).

La missione di ASPIRE è “Provvedere sostegno alla gioventù migrante affinché chiunque possa realizzare i propri sogni tramite l’istruzione. Siamo impegnati a lavorare per una società più inclusiva e più egualitaria ed a proteggere i nostri diritti come esseri umani”). Di Lisa ad ASPIRE dicono: “Grande facilitatrice, organizzatrice spettacolare, attivista assai informata. E’ una leader e una fiera donna asiatica, un modello per tutti.”

E Lisa come descrive se stessa? “Figlia di una madre single immigrata. Organizzatrice e donna di colore. Amante del cibo. Esperta di biscotti.” Come è diventata così appassionata? “Da piccola, alle volte andavo al lavoro con mia madre, quando lei non poteva affidarmi a qualcuno. Per tutta la vita ha fatto la cameriera. Io mi portavo i libri da colorare e quando lei faceva una “pausa” sedeva accanto a me e preparava la nostra cena. Quando crebbi un po’, mia madre prendeva lezioni d’inglese, dicendo che ciò l’avrebbe aiutata ad avere un lavoro migliore. E’ stato solo quando sono andata al liceo che ho capito che sarebbe rimasta una cameriera per sempre. La nostra società valuta le donne migranti solo rispetto al lavoro manuale. La mobilità verso l’alto per noi è praticamente impossibile, se non esplicitamente scoraggiata. Ed io non posso separare il personale dal politico. E’ stato tramite le mie esperienze infantili che sono giunta a lavorare sulle intersezioni fra le lotte della classe lavoratrice e quelle dei migranti.”

Caroline Fan (di APALA – Asian Pacific American Labor Alliance).

APALA è un’organizzazione fondata nel 1992 che raggruppa 660.000 lavoratori sindacalizzati occupandosi dei loro diritti. Ha oggi 13 sedi locali ed una nazionale a Washington. Di Caroline dicono: “E’ centrale per la comunicazione e l’organizzazione. Nel 2008-2009 il suo lavoro ha fatto sì che nessuna significativa legge anti-immigrazione riuscisse a passare negli Usa, che una legge contro il lavoro minorile fosse approvata nello Iowa e che legislazioni regressive in altri tre stati venissero sconfitte. E’ una prolifica scrittrice, una femminista, una donna che crede che il suo ruolo di guida serva a crescere altre giovani donne come leader.”

Caroline come si descrive? “Orgogliosa figlia di migranti e amica leale. Attivista. Appassionata di politica e di cibo.” Qual è la cosa più importante che ha imparato come attivista? “Che va bene essere una seccatrice. Senza istigatori, il cambiamento non avviene. Il miglior consiglio che qualcuno mi ha dato è: Se non chiedi, non ottieni.”

Zenei Cortez (di FAJ – Filipino Advocates for Justice).

Filipino Advocates for Justice è un’organizzazione nata nel 1973 per rispondere al crescente flusso di immigrati dalle Filippine negli Usa ed alle discriminazioni da essi subite. Scopo di FAJ è: “L’avanzamento della giustizia sociale ed economica, affinché si realizzino diritti umani per tutti.” Di Zenei dicono: “E’ la prima filippina ad essere stata eletta Presidente dell’Associazione nazionale delle infermiere, che ha 75.000 membri in 40 diversi stati. Alla sua passione come attivista hanno dato forma molte cose: il suo essere migrante, l’essere sopravvissuta al cancro, le discriminazioni che ha subito sul lavoro. E’ impagabile nell’incoraggiare gli altri a trovare ed esprimere la propria voce, ed ha vinto molte lotte relative alla qualità delle cure per i suoi pazienti.”

Zenei cosa dice di sé? “Sono qualcuno che vuol vedere le cose andare in modo giusto, e in modo migliore, per tutti. Miro alle stelle e tengo i piedi per terra. La mia eroina è mia madre, che ha 89 anni: ha una volontà di ferro, è riuscita a tenere insieme la famiglia e a crescere 9 figli.

Isabel Kang (di SHIMTUH, gruppo contro la violenza domestica e sessuale).

SHIMTUH ha la sua base presso il Centro comunitario coreano ad Oakland da più di dieci anni. Di Isabel dicono: “Sono ormai migliaia le sopravvissute che Isabel ha incontrato, ha informato ed ha assistito in tribunale (spesso i tribunali non provvedono interpreti a chi non parla inglese). Isabel è instancabile e appassionata, una leader in grado di aiutare chi viene in contatto con lei a scoprire valore dentro di sé.”

E Isabel come si descrive? “Attivista radicale, persona di colore, migrante, lavoratrice, madre, DONNA!” E cosa motiva il suo attivismo? “Nessuna discriminazione mi lascia indifferente, ma la mia analisi ha ovviamente al centro la donna di colore. Ogni giorno, donne comuni mi insegnano lezioni di umiltà, di lotta, di coraggio, di resistenza; ogni giorno persone comuni in tutto il mondo resistono: questo è ciò che mi ispira. Alle donne della mia famiglia – nonna, zie e mamma – devo la mia sopravvivenza e l’amore incondizionato che ricevo, e anche questo mi aiuta: le donne della mia famiglia sono davvero le mie eroine. La cosa più importante che ho imparato fino ad ora è che se te ne stai zitta e quieta non fai la storia. Noi donne abbiamo così tanto da dire, così tanto da condividere. Le nostre lotte per la libertà sono il nostro comun denominatore. Dobbiamo onorare la nostra storia, il nostro coraggio, le nostre voci e la nostra saggezza collettiva.

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“Una “normale” obiezione alla scelta nonviolenta consiste nello spacciare per naturale ed inevitabile la violenza. Sono le pulsioni profonde dell’umanità, dirà l’oppositore, non potete pretendere di far andare il mondo in modo diverso da quello in cui è sempre andato: guardate le società primitive, solo una certa dose di violenza permette loro di sopravvivere, e la posizione della donna in tali società è ovviamente inferiore eccetera eccetera. In realtà, le originarie comunità umane hanno ignorato la violenza per millenni, e le ricerche storiche ed archeologiche degli ultimi quarant’anni lo hanno provato al di là di ogni dubbio: l’eguaglianza fra i sessi era tra l’altro uno dei loro fondamenti. Quindi non solo non è “sempre andata così”, la cosa più importante è che parecchie società pacifiche esistono ancora. (…)” Così scrivevo in un articolo per “Azione Nonviolenta” del 2008, passando poi a descrivere un paio delle società pacifiche menzionate ed i loro modi di affrontare e risolvere i conflitti.

E così scriveva Michael Kaufman (sociologo canadese, trainer internazionale, autore di mezza dozzina di libri su genere, mascolinità ecc., co-fondatore della “Campagna del nastro bianco”, conosciuto anche in Italia dove ha lavorato con i gruppi anti-violenza) qualche tempo fa: “I ricercatori ci dicono che metà delle società tribali su cui si è indagato durante il secolo scorso avevano livelli molto bassi di violenza o non la conoscevano proprio. Stupro sconosciuto. Niente violenza domestica. Niente scazzottate. Niente guerra. Questa è la prova migliore che abbiamo che gli esseri umani in generale, e quelli di sesso maschile in particolare, non sono geneticamente programmati per usar violenza l’uno contro l’altro.” Kaufman proseguiva spiegando come la violenza si apprenda: “Ne siamo circondati. I bambini la ingoiano con il primo cucchiaio di omogeneizzato. Vedranno 18.000 morti violente in televisione prima di uscire dalla scuola superiore. Apprenderanno che pallottole e bombe fanno gli eroi. Sentiranno i nostri rispettati leader politici dirci perché dobbiamo cominciare un’altra guerra. Saranno picchiati dai loro genitori e crederanno che amore e violenza siano inseparabili.”, e si diffondeva sugli effetti nefasti dell’equiparazione fra mascolinità e violenza e della glorificazione di quest’ultima.

Ma se l’essenza della mascolinità non è la violenza, non è il dominio, non è la forza fisica – si chiederà qualcuno – su che diamine questi altri popoli la costruiscono? Ah, ho capito: devono essere degli effeminati, dei deboli, dei subordinati alle loro madri o mogli, eh? No, caro qualcuno, ti sbagli. Nelle società pacifiche tuttora esistenti, essere un “vero uomo” significa principalmente essere in armonia con se stesso e gli altri membri maschi e femmine della comunità. Non significa non discutere, non significa nemmeno non arrabbiarsi mai facendolo, ma sicuramente significa che non c’è bisogno di usare un bastone per vincere una discussione: si preferisce capire, argomentare, negoziare e vincere assieme al proprio oppositore la ritrovata armonia.

Naturalmente c’è spesso anche modo di essere non solo dei “veri uomini”, ma degli “eccellenti veri uomini”. Per i Buid e gli Hanunoo, ad esempio, essere un vero uomo è essere un poeta: e se per ventura sei un grande poeta, sei un uomo davvero eccellente. Questi due gruppi fanno parte, assieme ad un’altra mezza dozzina, dell’etnia Mangyan che vive negli interni montuosi di Mindoro, nelle Filippine. Tutti i Mangyan, qualsiasi sia il loro dialetto, possono comunicare tramite la poesia. Buid e Hanunoo parlano lingue totalmente diverse, ma usano le stesse parole per la forma di poesia stilizzata detta “ambahan”, e a differenza degli altri gruppi che si limitano a recitarla (a cantarla, in verità) ne conservano la scrittura.

Gli ambahan sono stati definiti dagli studiosi “poesia sociale”: si usano infatti non solo per esprimere idee e descrivere sentimenti, ma servono proprio a stabilire relazioni. I dialoghi  “normali” sono condotti nel linguaggio d’appartenenza del gruppo, ma quando vi è da dire qualcosa di delicato e di prezioso, o anche di spiacevole e imbarazzante, lo si fa con un ambahan. Persino i bambini ne creano per parlare tra di loro, sebbene le composizioni siano ovviamente meno elaborate e più brevi. I genitori possono usare gli ambahan per istruire i figli, un visitatore può chiedere tramite un ambahan di essere ospitato e salutare con un altro quando se ne va; inoltre, gli ambahan sembrano indispensabili all’amore e la gioventù – ambo i sessi – ne fa grande uso per il corteggiamento. Questo è un ambahan in cui il ragazzo dice alla ragazza, con una metafora, che c’è posto solo per lei nel suo cuore e nella sua casa: “Salod anong bugtungan – Dayo madig luyunan – Yami bay paglabagan – Ud wa has suglat lukban – Sunson hayo manyawan”, e cioè (più o meno, tentando di mantenere un po’ di rima): “Tu soave, che ho cara come amore – Passeggia un po’ con me per favore – Fino a quella casa distante – Tutto ciò che là abbiamo è fragrante – sia pianta o albero ondeggiante.”

E questo è l’ambahan di un ragazzo alla ragazza che lo ha respinto: “No kawo ti magduyan – Sumay kanta yi limtan – No ako ti magduyan – Sumay padi kalimtan – Hanggan sa manundugan”: “Puoi decidere altroché – ch’io non sia fatto per te – Ma se posso dir la mia – il nostro incontro non scorderò – finché fiato e vita avrò.” E’ un po’ diverso, vero, dal coprirla di insulti, dal diffamarla con i conoscenti, dal tormentarla con sms e telefonate, dall’aspettarla fuori casa per darle una lezione, o peggio: tutti comportamenti invece assai familiari ai “veri uomini” nostrani quando una donna dice loro di no.

E va bene, sbotta il qualcuno di passaggio, saranno anche più gentili o educati o che ne so, ma è possibile che non desiderino il brivido della competizione, della lotta, della conquista? Se ne stanno tutti insieme in armonia a contarsi le dita? Che noia! I Mangyan non la pensano così: quando sono insieme nelle grandi occasioni (festività, ricorrenze, ecc.), si sfidano a chi è miglior poeta. Uno comincia con un ambahan che solleva un problema, o pone una domanda, diretto ad un altro e ciò dà inizio alla gara. La gente si affolla attorno ai due poeti (senza regole, senza scommesse) e ascolta la risposta dello sfidato, che ovviamente contiene un’altra questione a cui chi ha cominciato deve replicare. Entrambi sono vigorosamente e allegramente incoraggiati dai loro sostenitori e la gara può durare sino a notte inoltrata: il vincitore è quello che recita l’ambahan a cui l’altro non sa dare risposta, ma i Mangyan non ci fanno neppure caso: che importa chi ha vinto, dicono, la cosa veramente importante è quanto ci siamo divertiti ad ascoltarli.

Il qualcuno freme: diciamo pure che questa brava gente non ha conflitti al proprio interno (no mio caro, li ha, solo che li maneggia in modo più umano del nostro), ma non gli capita mai di scontrarsi con chi non è Mangyan e non capisce ‘sta roba dell’armonia? Certo. Soffrono discriminazioni perché considerati “inferiori” agli altri filippini: ad esempio, i prodotti della loro agricoltura sono pagati meno. E l’esercito filippino li sta molestando pesantemente per avere gratis le loro terre e le loro foreste.

Quindi, che hanno fatto le pacifiche sette tribù Mangyan?, si chiede il qualcuno gongolando un poco, Stanno subendo, immagino. O cantano ambahan? La risposta esatta è la seconda. Nell’aprile scorso si sono incontrati in 500, rappresentanti di tutti i gruppi: parlavano sette lingue diverse ma come sappiamo il linguaggio degli ambahan è comune, ed ha permesso loro di stringere un’alleanza nella determinazione di difendere i propri diritti umani. Hanno cantato della violenza dei soldati, delle ferite inflitte alla loro terra, dei problemi che le miniere creano (lo stato vende le miniere in territorio Mangyan a corporazioni transnazionali), della necessità di contrastare una diga, di come opporsi in modo nonviolento alla distruzione dell’ambiente, della volontà di essere uniti.

E in un ambahan hanno siglato il loro accordo. Uomini veri, vere donne. Poeti.

Maria G. Di Rienzo

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C’erano una volta le babaylan (“donne mistiche”), le specialiste della comunità filippina nei campi della cultura, della religione, della medicina e della conoscenza dei fenomeni naturali, chiamate ad istruirsi per rivestire questo ruolo onorato da un sogno, da un’esperienza traumatica o da una babaylan più anziana. Prima dell’invasione degli spagnoli nel sedicesimo secolo, queste donne erano il perno sociale e spirituale dei loro gruppi… Ma no, non vi sto raccontando una fiaba. Le babaylan, anche se in minor numero di un tempo, ci sono ancora. E il cuore del loro insegnamento, il centro di una visione olistica che non crea immagini del divino poiché “siamo tutti un unico respiro, e dio è in ciascuno di noi”, è la risoluzione nonviolenta dei conflitti.

 

Aperte a tutto ciò che è buono e che aiuta la vita, hanno incorporato il messaggio di pace cristiano nei loro canti di preghiera: traducendolo nei linguaggi nativi, perché “dio ci capisce se parliamo la lingua materna”. L’educazione alla pace fornita dalle babaylan comincia molto presto, diretta ai bambini. Ciascuna bimba o bimbo apprende a maneggiare il conflitto in modi appropriati a seconda che esso si dia tra i suoi pari, con le persone adulte e le babaylan stesse; violenza e guerra sono ovviamente escluse da questa visione, perché distruggono e non gettano ponti. Il concetto di base è che non potremo andare con grazia e gentilezza sul ponte che attraverseremo dopo la morte (“tumatawid”), ne’ trovare guida durante il passaggio, se non abbiamo amato e curato in questa vita, che è sacra.

 

E poiché tutta la vita è sacra proteggere gli animali, l’acqua, la terra, l’aria sono compiti irrinunciabili: le babaylan odierne sono ecologiste che hanno dato più di un filo da torcere a chi voleva e vuole deforestare o devastare i loro ambienti naturali. “Non può essere altrimenti.”, dicono, “Quando ci tolgono la foresta, strappano dio via da noi. Poiché tutto è interconnesso, la pace e la giustizia sono ingredienti indispensabili per la vita sulla terra.” Forse state immaginando un mucchietto di donne prive di vero potere, illetterate e confinate in remoti villaggi, ma le babaylan valutano l’istruzione quanto il bilanciamento, ed il mantenimento delle loro tradizioni non confligge con l’apprendere cose nuove. Una babaylan odierna è per esempio l’ecologista Kunthala Lahiri-Dutt, attivista di punta delle lotte ambientaliste delle comunità locali, esperta delle istanze relative all’acqua ed al mantenimento degli ecosistemi. Kunthala lavora per diverse università locali ed estere, ed è presente come specialista nel “Programma per il maneggio delle risorse naturali nell’Asia del Pacifico”.

 

 

 

La preparazione per diventare una babaylan è lunga, poiché abbraccia diversi campi, ed incorpora in una sola figura i ruoli di sacerdotessa, guaritrice, saggia e profetessa. I sette valori che un’aspirante babaylan deve conoscere e maneggiare, però, credo possano essere d’ispirazione anche a noi.

 

1) “Kalooban at patotoo”: imparare ad essere umani, a definire se stessi come umani. La manifestazione della verità e dell’integrità del sé, il piantare i semi della coscienza. Quando questo attributo spirituale è presente, le persone si muovono verso “ginhawa” (il benessere, l’essere a proprio agio), i cui significati operativi concreti si traducono nel lavorare ed apprendere assieme agli altri, amandoli della loro umanità, che noi condividiamo.

 

2) “Kabuhayan at kaalwanan”: imparare a fare, a nutrire l’intelligenza che in noi sostiene la vita. Il capire che il godere di salute e cose buone avviene per condivisione e inclusione e che un’esistenza umana “sostenibile” per il pianeta basa sulla reciprocità.

 

3) “Karunungan at kaalmang-bayan”: imparare ad imparare! Il nutrire insieme la nostra conoscenza collettiva. La vita ci insegna come si fa, sostengono le babaylan, e ripete le sue lezioni sino a che non le comprendiamo. Perciò noi impareremo dalle esperienze che facciamo con i nostri cari, nelle nostre famiglie e nelle nostre città; impareremo dalla storia, dalle radici e dai significati che erano esplicita conoscenza tanto tempo fa; impareremo dai nuovi modelli che emergono, dalle reti locali, nazionali, e globali. La dott. Maria Luisa Canieso Doronila, che ha compiuto studi antropologici sulle comunità indigene, parla di come le babaylan incoraggino in esse una sorta di “intelligenza multipla” che sviluppa alti livelli di conoscenza (linguistica-verbale, corporea, logica-matematica, intrapersonale, artistica, ecc.) anche in persone che vivono in condizioni di povertà.

 

4) “Kapwa at kapatiran”: imparare a vivere e lavorare insieme come un popolo compassionevole. E’ il riconoscimento delle differenze e del loro valore, il vederle all’interno del proprio gruppo. Poiché i termini dell’interazione (“kapwa”) sono non sessisti e non gerarchici, le babaylan ad esempio, in presenza di violazioni che riguardano le donne, hanno un rituale di guarigione che prevede la narrazione della loro storia e la promessa da parte della loro comunità di trasformare le pratiche patriarcali in azioni positive.

 

5) “Pagkakaisa at pamathalaan”: imparare a realizzare una visione ed una missione collettive. Secondo la babaylan Marianita Girlie C. Villariba si tratta di qualcosa di molto simile alla “fronesis” di Aristotele. Si tratta della capacità di interpretare la situazione politica in cui viviamo e di decidere che azioni intraprendere al proposito. “Nessuno di noi da solo è buono quanto tutti noi insieme”.

 

6) “Lakas at tibay ng loob”: imparare a sostenerci spiritualmente. In sostanza si tratta di coltivare una certa “forza di carattere”. A Marianita Villariba questo aspetto fu particolarmente utile durante gli anni ’70, quando resisteva come attivista all’oppressione del governo militare. “Una cosa che ho appreso è che non avevo necessità di “purificare le mie motivazioni”: una delle trappole in cui cadiamo come attivisti è spesso quella del martire, del servizio totale ad una causa, che può renderci ciechi, anche a livello spirituale. Ho riconosciuto che la verità ha molte motivazioni, molte ma non uguali, non intercambiabili, e che la rabbia verso l’ingiustizia va “organizzata”, altrimenti sarà essa a guidarci e non noi a servircene come stimolo.”

 

7) “Bathala na”: imparare a sviluppare il dono finale della perseveranza, della continuità. “Bathala” significa dio. “Bathala na” è la determinazione che si erge davanti all’incertezza, è il coraggio di dedicarsi alla pace ed alla giustizia. E’ il punto finale di una filosofia sistemica che vive la Terra come spazio sacro e casa di diversi popoli e gruppi, e dove chi è guida politica lo è fino a che lega i suoi atti al rispetto ed alla reciprocità.  Maria G. Di Rienzo

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