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(… meglio essere orfane)

Lama

La bimba che vedete nelle immagini è morta nell’ottobre 2012. Si chiamava Lama, aveva cinque anni ed era figlia di madre egiziana e padre saudita. Suo padre Fayhan Al Ghamdi è un famoso “sceicco”, spesso ospite dei canali televisivi islamisti da dove dispensa la sua sapienza religiosa. Lo scorso anno Al Ghamdi si è stufato della moglie egiziana, ha divorziato, si è procurato una moglie nuova saudita e poco dopo ha preteso la custodia della bambina. Alla madre, da allora, sono state concesse solo brevi conversazioni telefoniche con la figlioletta: l’ha rivista quando si trovava nel reparto rianimazione dell’ospedale. La testa era fasciata, un’unghia le mancava, il resto era ben coperto: ma il personale medico ha dovuto dirle cosa c’era sotto le lenzuola, per esempio che il retto era stato completamente lacerato e che il suo aguzzino aveva tentato di “richiuderlo” con il fuoco. La piccola era priva di conoscenza e non si è svegliata mai più. Durante i precedenti tre mesi, sua madre aveva supplicato inutilmente l’ex marito di ridarle la figlia: si era accorta, solo ascoltando la voce di Lama per pochi minuti ogni tanto, che qualcosa non andava.

Il dottor Mohammed Mahdi, del Dipartimento di Medicina Forense di Riyadh, ha esaminato il cadavere della bambina e ha detto, fra l’altro, che: “L’offensore ha commesso ogni tipo di abuso fisico sulla vittima e l’ha sottoposta ad aggressioni sessuali come risulta dal gonfiore delle regioni relative e dalla lacerazione del retto. I tipi di ferite sono diversi, vanno dalle ustioni alle ferite inflitte con oggetti affilati, assieme a lividure dalla forma distinguibile che sono state identificate sul corpo di Lama come prodotte da uno spesso cavo elettrico e da un bastone. Questi oggetti sono stati effettivamente sequestrati dal Dipartimento di Medicina Forense nella casa dell’offensore, come prove. E’ diritto di Lama che noi si riveli la verità su quanto le è accaduto.” Randa Al Kaleeb, che lavora come assistente sociale nell’ospedale in cui Lama era ricoverata, ha aggiunto che la schiena della bimba era rotta e che era stata stuprata “dappertutto”.

Il suo assassino e violentatore, suo padre, si è difeso così davanti ai giudici: la bambina gli sembrava strana, da un po’ di tempo, che non fosse più vergine? Allora l’ha fatta controllare da un medico, che gli ha assicurato che era intatta. La tortura, evidentemente, è il metodo normale per curare le stranezze di una bimba di cinque anni a cui si impedisce di passare del tempo con la propria madre. Forse Fayhan Al Ghamdi ha esagerato un po’, ma bisogna capirlo. Il tribunale, composto da persone comprensive, pie e illuminate, infatti lo capisce benissimo: ha deciso in prima istanza che quattro mesi di carcere preventivo erano sufficienti e che il pagamento del “prezzo del sangue” avrebbe chiuso la questione. Quindi, riconosce Fayhan Al Ghamdi colpevole dell’assassinio della figlia, ma qualche migliaio di riyal è tutto quel che vale la vita di Lama. Ah, oltre ad essere uccisa era stata stuprata? Be’, a suo padre non risulta, quindi non dev’essere vero.

“Se questa è la condanna per un “custode” maschio che uccide, riuscite a immaginare con quanta clemenza sono trattati quelli i cui abusi non conducono alla morte delle loro vittime?”, commenta la blogger saudita Eman Al Nafjan – http://saudiwoman.me/ – madre di tre figli, “Non ci sono leggi che proteggono i bambini, in special modo le bambine. Quando un sistema di protezione dell’infanzia fu proposto, i legislatori rimasero incastrati su come definire l’infanzia senza bandire i matrimoni di bambine e non se ne fece nulla. Le storie di madri che non riescono ad ottenere la custodia delle loro figlie o a proteggerle da padri violenti abbondano. Quando una donna maltrattata va dalla polizia, i poliziotti chiamano la “Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio” e il custode della donna, che nella maggior parte dei casi è il suo aguzzino. Per cui c’è questa donna circondata da poliziotti e chierici e l’uomo che abusa di lei: per un massimo di quattro ore tutti questi uomini cercheranno di convincerla a “riconciliarsi” con il suo custode. Solo se la donna continua a rifiutare di lasciare la stazione di polizia dopo le quattro ore le assistenti sociali sono autorizzate ad intervenire. Non ci sono sentenze che io conosca in cui chi abusa di figlie e mogli sia stato condannato al carcere: il peggio che può accadere loro è di restare in prigione per il periodo del processo e di dover firmare, dopo, l’impegno a non farlo più. Nei casi di omicidio, quando viene offerto e accettato “il prezzo del sangue” tutte le altre possibilità sono fuori dal quadro (Ndt: Non è più possibile ottenere un’altra sentenza). Continuamente i tribunali permettono a padri e mariti assassini di farla franca in questo modo ed anche nei casi in cui i colpevoli sono condannati al carcere, le pene non superano i dodici anni di detenzione. Il sistema giudiziario dell’Arabia Saudita è di stampo medievale e resiste alla codificazione. Ogni giudice può decidere nel modo che gli sembra migliore: basta che trovi un testo religioso su cui basare la sua sentenza. Ciò significa che si può avere due casi identici di divorzio, omicidio o qualsiasi altro reato, lo stesso giudice a presiedere la corte, e avere due sentenze diverse basate su chi sono i contendenti, su come si vestono, su quanto sono manifestamente religiosi, eccetera.”

La psichiatra Amal Al Kafrawi, intervistata dai giornali sul caso di Lama, ha detto pianamente che i Comitati per la protezione dalla violenza domestica, previsti come uffici del Ministero per la Salute, esistono solo di nome. Ha aggiunto che l’impatto della violenza è sofferto in maggioranza da bambini, assaliti in ogni modo e privi della possibilità di difendere se stessi: cosa che dovrebbe esser loro garantita dalla comunità in cui vivono. Quindi, “I bambini crescono in un’atmosfera di costante persecuzione e umiliazione che distrugge la loro innocenza.” Oppure, aggiungo io, gli si distrugge il corpo e non crescono proprio. Ad maiorem dei gloriam. Maria G. Di Rienzo

Le fonti:

http://www.aawsat.com/

http://www.alwatan.com.sa/

http://okaz.com.sa/

http://www.alriyadh.com/

http://nshr.org.sa/

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Sebbene persino la Commissione asiatica per i diritti umani avesse attestato che le accuse nei suoi confronti non erano state provate, nonostante le innumerevoli petizioni e gli appelli che chiedevano la revisione del processo o la sua liberazione, Rizana Nafeek – nata il 4 febbraio 1988 – è stata decapitata in Arabia Saudita il 9 gennaio 2013.

Rizana aveva 17 anni, nel 2005, quando i suoi datori di lavoro l’accusarono di aver soffocato uno dei loro figli, dopo che la madre di questi l’aveva rimproverata. Rizana ha sempre sostenuto che il piccolo si è strozzato bevendo da una bottiglia.

Prima dell’esecuzione, la famiglia della giovane aveva accettato di incontrare i reporter di “World Socialist Website”. Quello che segue è un estratto dell’articolo di costoro, S. Ajithan e Panini Wijesiriwardena:

Safi Nagar, dove Rizana viveva, è uno dei villaggi musulmani estremamente impoveriti del distretto di Muttur in Sri Lanka. In pratica tutti i residenti abitano piccole capanne di fango o mattoni con il tetto di paglia. La ragazza accettò un impiego in Arabia Saudita perché aveva il disperato bisogno di guadagnare qualcosa per se stessa e la sua famiglia. Poiché non hanno altra via per uscire dalla povertà, molte giovani cercano lavoro in Medio Oriente, anche se sanno quali condizioni terribili le aspettino come lavoratrici straniere. (…) La madre di Rizana, Refeena Nafeek, è triste ed esausta dall’aver aspettato ormai cinque anni il rilascio della sua figlia maggiore. All’inizio era riluttante a parlare, ma più tardi ha spiegato: “Ho rilasciato numerose interviste, ma la mia povera figlia è ancora in prigione, sulla soglia della morte. Aveva queste grandi speranze di aiutare la famiglia, perché viviamo in povertà. Desiderava una casa decente e una buona istruzione per i suoi fratelli e sorelle. Poco tempo dopo la sua partenza, nel 2005, ricevemmo una lettera da lei, in cui diceva di dover badare a dieci bambini. Non era felice, e voleva cambiare datore di lavoro. Era sovraccarica di lavoro. Doveva alzarsi alle tre del mattino e stare in piedi sino a tardi.” Poi la famiglia Nafeek fu informata che Rizana era stata arrestata dalla polizia saudita con l’accusa di omicidio. Nel 2007, dopo che era stata condannata a morte, i suoi genitori furono portati nella prigione di Riyadh in cui era tenuta la figlia: “Rizana piangeva. Ci disse: Non sono un’assassina.” (…) Mohamed Jihad, che è stato uno degli insegnanti di Rizana a scuola, condanna il governo dello Sri Lanka e la sua Ambasciata in Arabia Saudita: “Abbiamo sentito dire che il Presidente [Mahinda Rajapakse] ha mandato una lettera al re saudita chiedendo il perdono per questa povera ragazza. E’ solo una farsa. Tutto quel che importa alle autorità sono le rimesse di danaro straniero. L’Ambasciata non sta prendendo misure adeguate a proteggere le vite dei lavoratori immigrati dello Sri Lanka. Per quel che riguarda Rizana Nafeek, non hanno neppure seguito il caso da vicino, non sapevano nemmeno della condanna a morte sino a che non è stata confermata dalla Corte Suprema.”

La madre di Rizana è la donna a destra

La madre di Rizana è la donna a destra

Cosa posso dire? E’ un’altra giornata schifosa per l’umanità intera. Riesco solo a pensare di abbracciare la madre di Rizana e piangere con lei. Ma sulla pena di morte lascio parlare un’altra madre:

Per quel che riguarda la “giustizia” per i familiari della vittima, io dico che non c’è ammontare di morti per rappresaglia che possa compensarmi per l’inestimabile valore della vita di mia figlia, ne’ esso potrebbe riportarla fra le mie braccia. Dire che la morte di un’altra persona sarebbe il giusto compenso è insultare l’immenso valore delle vittime che erano nostri cari. Non possiamo mettere un prezzo sulle loro vite. Questo tipo di “giustizia” non farebbe che disumanizzarci e degradarci, perché legittima una vendetta viscerale assetata di sangue. Nel mio caso, mia figlia era un tale dono di gioia e dolcezza e bellezza che uccidere qualcuno in nome suo significherebbe violare e profanare la bontà della sua vita: l’idea stessa mi offende e la trovo ripugnante. Marietta Jaeger, la cui figlia di sette anni fu rapita e assassinata nel 1973.

Maria G. Di Rienzo

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Un nome da ricordare: Muhammed al-Arifi. Prestigioso chierico saudita, propugnatore della violenza contro le donne già in passato, bandito qualche settimana fa dall’entrare in Svizzera dove partecipava al Consiglio centrale islamico, ha ora emanato una fatwa (ordinanza religiosa) in cui chiama allo stupro di gruppo per le ragazzine e le donne siriane.

E’ un uomo pio che pensa al benessere dei suoi confratelli, il chierico. L’ordinanza esprime infatti la preoccupazione che i “guerrieri dell’Islam” che stanno combattendo in Siria possano perdere nerbo per la mancanza di piacere sessuale. Il decreto di Muhammed al-Arifi istituisce quindi i “matrimoni per coito” (letterale) che dureranno qualche ora, di modo che (sempre letterale): “ogni combattente possa avere il suo turno”. La fatwa specifica che a tale scopo possono essere usate ragazze maggiori di 14 anni e donne che siano vedove o divorziate.

L’Arabia Saudita e il Qatar stanno finanziando da almeno da otto mesi i loro “rivoluzionari” in Siria; in particolare, i sauditi hanno mandato anche armi contraeree come missili e similia. Ora possono aggiungere un primato al loro orgoglio islamico e nazionale: è la prima volta nella storia moderna che si chiama pubblicamente ed esplicitamente allo stupro come arma da guerra. I miei sentiti complimenti come donna e infedele, anche se penso provengano davvero da troppo in basso perché uomini santi come voi possano apprezzarli. Maria G. Di Rienzo

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Lo scorso 7 settembre 2012 una scuola femminile è stata fatta saltare in aria nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa, Pakistan del nord. Due giorni più tardi, sempre nel nord, alla distanza di circa 160 Km., ne è stata bombardata un’altra. Nel 2011 i “militanti” islamisti (talebani) ne hanno fatte fuori 440, di scuole, in maggioranza femminili. Ma non è che siano dei maleducati: prima ti avvisano. Hanno iniziato a prendere di mira le scuole private, e quasi tutte hanno chiuso i battenti, poi sono passati a quelle statali e quando i responsabili hanno rifiutato di chiuderle le hanno ridotte in macerie. Anche quelle che sono ancora accessibili non hanno più studenti: voi mandereste a scuola le vostre figlie, se c’è un’alta possibilità che tornino a casa in un sacco nero? A volte i militanti si scocciano, sapete, e fanno saltare in aria gli edifici con le bambine ancora dentro (ottobre 2010). Dal nord del Pakistan, grazie a questi signori, stanno fuggendo migliaia di persone: le donne e le bambine, in particolare, stanno scappando disperate. Camminano per giorni interi e finiscono in campi profughi sovraffollati e mancanti di tutto, oppure si uniscono a famiglie di parenti lontani che già fanno la fame.

Prendete nota: queste bambine e queste donne, le bambine e le donne di tutto il mondo, sono la mia religione.

Oggi 17 settembre 2012, in Mali, i militanti islamisti “Ansar Dine” (“I difensori della fede”) hanno distrutto il masuoleo di Cheikh El-Kebir, un santo sufi (quindi musulmano) venerato anche in Algeria, Mauritania e Niger. Due mesi fa avevano vandalizzato altre due tombe nell’antica moschea di Djingareyber a Timbuktu e fatto a pezzi la porta sacra della moschea Sidi Yahya (15° secolo). Costoro hanno dichiarato che tutto quel che non gli garba, eredità culturali del loro paese comprese, è “haram”, proibito.

Prendete ulteriormente nota: questi monumenti, come i loro simili sull’intero pianeta, fanno parte della mia religione.

Ora, che la mia religione sia minoritaria o addirittura sconosciuta non fa nessuna differenza. Nessuno dovrebbe permettersi di insultarla in questo modo, e addirittura versando del sangue, non credete? Altro che film e vignette, cari militanti. Dunque, quali ambasciate devo andare ad assaltare, io? Quelle del Qatar e dell’Arabia Saudita, che con i soldi del loro stramaledetto petrolio stanno finanziando questi ed altri gruppi di fanatici idioti? Fucili, munizioni ed esplosivi non ve li tirano dietro come buoni sconto quando fate la spesa, costano. Che dite, vado ad assalire direttamente le ambasciate del Pakistan e del Mali per la vergognosa ignavia dei loro governi? Forse posso limitarmi a dare di stomaco mentre sento i soliti noti ripetere: “è vero, hanno ucciso, però bisogna capire, è la loro religione, tradizione, cultura… e poi, cavolo, quello che hanno fatto fuori era un bastardo imperialista americano, gli sta bene.”

Allora, come la mettiamo con la mia religione, le mie tradizioni e la mia cultura? Su quelle si può tirare frammenti di tombe violate e cadaveri di bambine come se niente fosse? Ah, dite che è perché non le conoscete? Ecco qua: la mia religione è la vita, le mie tradizioni sono il femminismo e la nonviolenza, la mia cultura sono i diritti umani. Però non sono sorda alle altre fedi; da ciascuna di loro, guarda un po’, ho tirato fuori la stessa regola d’oro:

“La natura umana è buona solo quando non fa a nessun altro ciò che non è buono per sé.” Zoroastrismo, Dadistan-i-Dinik.

“Ciò che è odioso a te, non farlo ad un altro essere umano. Questa è l’intera legge, tutto il resto sono commentari.” Ebraismo, il Talmud.

“Nessuno di voi è un credente sino a che non desidera per il proprio fratello ciò che desidera per sé.”, Islam, gli Hadith.

“Questa è la somma del dovere: non fare agli altri ciò che fatto a te ti causerebbe dolore.” Induismo, il Mahabharata.

“Tutte le cose che vorresti gli altri uomini facessero a te, falle ugualmente a loro: perché ciò dicono la legge e i profeti.” Cristianesimo, il Vangelo di Matteo.

“Non ferire gli altri con quel che darebbe dolore a te.” Buddismo, Udana-Varqa.

Maria G. Di Rienzo

Bimbe pakistane lasciano la scuola bombardata.

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(tratto da: The ordeal of Kenyans in Arab ‘slave markets’, di Mugumo Munene per “The Nation”, agosto 2012. Trad. Maria G. Di Rienzo. La donna di cui si narra la storia in questo articolo ha accettato di raccontarla a condizione che la sua vera identità non sia rivelata.)

Mwanaisha Hussein (non il suo vero nome) fu contattata da un’agenzia di reclutamento a Nairobi, dove lavorava come commessa in un negozio. Le promisero uno stipendio ben più alto del suo per andare a fare la domestica in Arabia Saudita. Era l’ottobre dell’anno scorso. L’idea le piacque, ma c’era un problema, non aveva passaporto. Non c’è problema, le rispose il reclutatore, bastava che le desse il danaro per pagare la tassa ufficiale al Dipartimento per l’immigrazione.

Mwanaisha pagò e fornì le fotografie per il passaporto. Poi le chiesero “un altro po’ di soldi per questo e un altro po’ per quest’altro”, ma in pochi giorni era pronta a partire. “Il documento mi fu dato all’aeroporto, non sono mai stata di persona al Dipartimento per l’immigrazione. Era la prima volta che lo vedevo e sopra c’era il nome “Mwanaisha Hussein”. Non avevo mai viaggiato in precedenza e pensai che fosse il nome della persona per cui avrei lavorato.”

Quando Mwanaisha arrivò a Jeddah il suo datore di lavoro andò a prenderla. Lei gli disse il suo vero nome, ma l’uomo insisté a chiamarla Mwanaisha. In Kenya era stata istruita dall’agenzia a vestirsi secondo il codice di abbigliamento saudita ed era coperta dalla testa ai piedi. “Dovevo esserlo a qualsiasi ora del giorno, ovunque mi trovassi. Comunque cominciai a lavorare e tutto andò liscio per un paio di mesi. Poi il mio datore di lavoro disse che dovevo convertirmi alla fede musulmana. Io dissi di no, spiegandogli che ero cristiana. Da quel giorno cominciarono i pestaggi. Non saltarono un solo giorno, a partire da quello. Il figlio arrivava a casa dal suo impiego in una banca e la prima cosa di cui parlava era la mia conversione all’Islam. Più dicevo di no, peggio mi bastonavano.”

Poiché i pestaggi non bastavano, Mwanaisha veniva chiusa in una stanza completamente vuota fino a cinque giorni di seguito. Poi la lasciavano uscire perché facesse una doccia e mangiasse qualcosa, e veniva rinchiusa di nuovo. “Una notte il figlio tornò a casa attorno alle due e mi picchiò tanto che decisi di scappare. Sapevo che la fuga poteva equivalere alla morte, ma a quel punto persino la morte mi sembrava desiderabile.” Mentre sanguinava a causa dell’assalto, Mwanaisha rifletté che l’unico modo per uscire da quella stanza al terzo piano era aprire il sistema di condizionamento dell’aria e saltare attraverso l’apertura della ventola. E così fece, atterrando con un tonfo nel cortile dei vicini. Si ruppe un braccio ed una gamba e svenne, riprendendo conoscenza circa un’ora dopo.

“Per fortuna, ne’ i miei datori di lavoro ne’ i vicini sentirono nulla. Fosse accaduto, sono sicura che non sarei qui a raccontarvi la storia.” Mwanaisha strisciò sino al cancello e rotolò fuori di esso, sulla strada. “Un motociclista si fermò a soccorrermi. Mi chiese cos’era successo. Io glielo dissi e lui chiamò la polizia. La polizia arrivò assieme ad un’ambulanza. Sono stati abbastanza gentili da portarmi all’ospedale, ma non hanno voluto ascoltare quel che avevo da dirgli sulle torture che avevo subito per mano dei loro compatrioti.”

Quando l’ospedale la dimise, Mwanaisha non aveva denaro ne’ un luogo in cui andare. Un assistente sociale la portò all’ambasciata del Kenya a Jeddah, dove visse per un mese in un prefabbricato prima di avere un biglietto aereo e i documenti necessari per tornare a casa. “Maneggio casi del genere ogni giorno.”, dice la signora Nyambura Kamau, capo dipartimento al Ministero per gli affari esteri. Segnalazioni dall’Arabia Saudita, dal Qatar e dal Libano, dove ci sono circa 4.000 lavoratrici domestiche provenienti dal Kenya, riempiono la vaschetta dei documenti in entrata sulla scrivania di Nyambura Kamau. Lo scorso anno si occupata di circa 900 casi simili a quello di Mwanaisha: 445 domestiche hanno fatto ritorno a casa, 104 hanno raggiunto mediazioni legali soddisfacenti, 310 procedimenti sono ancora pendenti.

I potenziali datori di lavoro, spiega Kamau, contattano agenzie nei loro paesi che chiedono sino a 3.000 dollari. Il denaro dovrebbe servire a coprire i costi del viaggio e degli esami medici, nonché la tariffa dell’agenzia locale. Ma, come dice Mwanaisha, a lei si è continuato a chiedere soldi per “le procedure”, quelle che l’hanno ridotta in schiavitù. Secondo le indagini in corso, il racket della tratta di domestiche è internazionale e sarebbero coinvolti in esso diplomatici e funzionari delle compagnie di volo. La maggioranza delle lavoratrici lamenta abusi fisici, molestie sessuali, carico eccessivo di lavoro. Possono cominciare la loro giornata lavorativa alle quattro del mattino e vederla finire a mezzanotte. E’ negato loro qualsiasi tipo di contratto e in caso di dispute legali questo si ritorce facilmente contro di loro. “C’è persino un neonato all’Ambasciata del Kenya in Qatar che dobbiamo portare a casa.”, dice la signora Kamau. La madre, kenyota, aveva un certificato medico che attestava la sua piena salute e capacità di svolgere attività domestica in Qatar. Ma dopo tre mesi è diventato visibile che era incinta. Ha avuto il permesso dai suoi padroni di condurre a termine la gravidanza e di partorire all’ospedale ma non di tenere il bimbo con sé al lavoro. “Per un po’ il piccolo è rimasto in ospedale, poi l’hanno dato alla nostra Ambasciata. Adesso devo arrangiare le cose per lui, affinché possa venire in Kenya.”

Il caso illustra bene le condizioni in cui queste lavoratrici si trovano. All’inizio nessuna di loro guadagna qualcosa, o guadagnano davvero poco, perché i datori di lavoro deducono i 3.000 dollari della loro spesa iniziale dai loro stipendi. “Questo è un vero shock per la maggior parte di noi.”, spiega Mwanaisha Hussein, “Nessuno ti dice che ci si aspetta questo da te prima che tu lasci il Kenya.” Un altro problema sono i permessi di soggiorno. I paesi coinvolti garantiscono alle lavoratrici un visto di ingresso, il che significa che per tornare a casa devono ottenere quello di uscita. I loro passaporti sono trattenuti dalle autorità aeroportuali e in cambio di essi ricevono una carta d’identità locale. Se una vuole andarsene, deve ottenere che il suo datore di lavoro scriva una lettera all’agenzia di reclutamento, che a sua volta ne scrive una agli uffici governativi che possono – o no – rilasciare il “visto d’uscita” e restituire il passaporto alla sua legittima proprietaria. Una kenyota che sia arrestata viene trasferita al “centro di deportazione”, il quale contatta l’Ambasciata e chiede di provvedere per il viaggio. La signora Kamau è appena tornata da una visita “sul campo” e dice che una lavoratrice rigettata dal suo datore di lavoro si trova inevitabilmente nei guai: “Ci sono sempre quei 3.000 dollari da recuperare, per cui portano queste donne in un posto chiamato maktaba dove aspettano potenziali impieghi. E sembra davvero un mercato degli schiavi.”

Mwanaisha è della stessa opinione: “Le condizioni sono miserabili, il cibo scarso. E’ orribile, punto e basta. Io ho lasciato un lavoro qui in Kenya e perso otto mesi della mia vita. Non solo, sono quasi morta. Non tornerei indietro per nulla al mondo. Non consiglio a nessuno di andare.”

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(resoconto di Karin Råghall, 12.7.2012, trad. Maria G. Di Rienzo)

Le donne hanno svolto un ruolo centrale durante la primavera araba, ma subito dopo le sollevazioni non sono state in grado di reclamare il loro ovvio posto nella società. Perciò, è ora particolarmente importante che la comunità internazionale dia sostegno alle attiviste per i diritti umani delle donne. Questo è stato il messaggio su cui tutte le relatrici al seminario “La primavera araba: un contraccolpo per le donne?” si sono dette d’accordo.

Il seminario, tenutosi il 4 luglio scorso, è stato organizzato dalla Fondazione Kvinna till Kvinna, dall’agenzia svedese per lo sviluppo e la cooperazione internazionale Sida e da Amnesty International. Le relatrici erano Hana Al-Khamri, giornalista yemenita, Marwa Sharafeldin, ricercatrice ed attivista egiziana, Gunilla Carlsson, Ministra per lo Sviluppo e la Cooperazione Internazionale e Fredrik Uggla dell’Ambasciata svedese a Il Cairo. Annika Flensburg di Kvinna till Kvinna ha moderato la sessione.

Marwa Sharafeldin è stata critica verso il governo svedese perché da un lato vende armi al governo saudita e dall’altro fornisce sostegno agli attivisti per la democrazia ed implementa progetti per i diritti delle donne. Non ha senso, ha detto Marwa Sharafeldin, perché il governo saudita sta finanziando gruppi e movimenti – inclusi i Salafiti – che si oppongono alla democrazia ed ai diritti umani delle donne. I soldi del petrolio saudita, ha detto Marwa, sono il retroscena di molte sofferenze inflitte nel nome dell’Islam.

Il seminario ha discusso, tra l’altro, il ruolo della società civile durante e dopo le rivoluzioni, il tipo di sostegno necessario alla corrente fase di costruzione, il ruolo dei diritti delle donne e la relazione fra Islam e femminismo. “In primo luogo”, ha spiegato Marwa, “dobbiamo essere consapevoli che il patriarcato esiste al Nord e al Sud. Dobbiamo anche sapere che il patriarcato è vivo e se la passa bene sia nei contesti laici sia in quelli religiosi. La linea di demarcazione non è fra laicità e religione, ma fra l’equità di genere da un lato e l’oppressione, il patriarcato, un capitalismo feroce dall’altro, che stanno portando a rovina intere comunità.”

Marwa ha anche sottolineato che i gruppi islamici sono presenti in molte forme diverse: progressiste, fanatiche, violente o pacifiche, e che dobbiamo tenere in mente questo ogni volta in cui parliamo di Islam e femminismo, o della situazione attuale in Egitto. “E’ importante comprendere che la religione è parte del tessuto sociale della nostra società. E dovete ricordare che durante i primi 18 giorni della rivoluzione egiziana, nessuno di noi ha chiesto l’implementazione della sharia (legge islamica). Abbiamo chiesto pane, dignità, libertà e giustizia sociale. La ragione per cui Muhammad Mursi, il candidato della Fratellanza Musulmana è stato recentemente eletto Presidente, è che la Fratellanza ha fornito necessità di base alla popolazione, come l’acqua e il cibo, mentre il governo era totalmente assente. La sfida per il movimento femminista in Egitto è il lavorare all’interno del discorso religioso. Quando i conservatori attaccano i diritti delle donne dobbiamo essere in grado di rispondere loro nel loro stesso linguaggio.”

Il suo appello alle femministe svedesi che vogliano dar sostegno alle lotte delle femministe nel mondo arabo è stato questo: “Fate pressione sul vostro governo affinché cessi di vendere armi a paesi come l’Arabia Saudita.”

Hana Al-Khamri, dallo Yemen, si è detta d’accordo. Lo Yemen è vicino all’Arabia Saudita e si trova in una posizione vulnerabile ogni volta in cui il governo saudita si sente minacciato dalla richiesta di democrazia del popolo yemenita. “Un’Arabia Saudita militarmente forte sta paralizzando il processo democratico.”, ha spiegato Hana.

Sulla situazione in Yemen, Hana Al-Khamri ha detto che le attitudini verso la partecipazione delle donne alla politica variano grandemente, sia fra le donne stesse, sia fra i vari leader religiosi. E mentre alcuni di questi ultimi cominciano a mettere in discussione la partecipazione delle donne alle dimostrazioni pubbliche, dicendo loro di andare a casa e di badare ai bambini, altri definiscono un “dovere” delle donne l’essere parte di una rivoluzione. “Nonostante vi siano molti segni di un contraccolpo, per le donne, la loro partecipazione alle dimostrazioni rimane alta. Ultimamente hanno protestato contro la crescente separazione fra uomini e donne durante le manifestazioni con questo slogan: Senza donne non c’è primavera.

Marwa Sharafeldin ci ha ricordato di essere attente a come la religione è usata per scopi politici. I conservatori manipolano il fatto che le persone danno valore alla religione per ottenere i propri scopi politici. “Ci sono alternative”, ha concluso Marwa, “ed altri discorsi religiosi che sono più pluralisti, democratici ed egualitari.”

http://www.kvinnatillkvinna.se

http://www.sida.se

http://www.amnesty.org

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(di Ann Lopez per The World, 1.6.2012, trad. Maria G. Di Rienzo)

L’evento sportivo a cui ho partecipato non avrebbe mai dovuto aver luogo. Era una partita di calcio. Una squadra aveva magliette di un giallo brillante e pantaloncini azzurri, l’altra era tutta in blu scuro. Ai lati del campo, familiari ed amici sedevano su sedie di plastica da giardino, facendo il tifo per la loro squadra. Una tifosa si era dipinta interamente il viso di blu e batteva su un tamburo di metallo per incoraggiare i suoi giocatori favoriti.

In ogni altro paese, questa sarebbe stata una normale partita di calcio fra due squadre universitarie. Ma i giocatori sono donne. E la partita si giocava a Riyadh, Arabia Saudita. Ufficialmente le donne non giocano a pallone, a Riyadh. La città è assai conservatrice. E se le autorità avessero avuto sentore della gara di calcio l’avrebbero molto probabilmente impedita. Perciò, dove è stata giocata a Riyadh deve restare un mistero. Io non vi dirò i nomi delle squadre o i nomi delle giocatrici. Non ho potuto registrare le loro voci, ma farò in modo che voi udiate le loro parole.

La capitana della squadra Blu ha 23 anni e si è appena laureata. Ha fondato la sua squadra durante il primo anno di frequenza universitaria, assieme ad un’amica. Avevano notato che molte studentesse erano interessate al calcio per cui chiesero all’amministrazione scolastica di poter organizzare un campionato. “Ho pensato che se riuscivamo ad ottenere il sostegno dell’università i talenti che vedevo non sarebbero stati sprecati.” Ottenuta l’approvazione, si misero subito al lavoro. La capitana dice che si è istruita su come allenare le altre comprando dvd su Amazon e guardano video su YouTube. L’accesso ai campi e ai fondi era limitatissimo, ma questo non ha impedito alle ragazze di giocare.

A vedere la partita c’erano due donne d’affari. Nemmeno di loro saprete i nomi. Hanno appena dato inizio ad un programma che si rivolge alle ragazze dai sette ai diciotto anni ed insegna loro varie discipline sportive. Le ragazze che hanno più di 18 anni sono addestrate come allenatrici. Il programma ha solo tre mesi, ma le due donne dicono che sta attirando molto interesse: “Non possiamo farci pubblicità apertamente, così è tutto basato sul passaparola, su Twitter e Blackberry.”

Fino ad ora hanno trenta partecipanti. Fuori dalle scuole private è difficile organizzare sport per ragazze ed il programma intende riempire questo vuoto. La prima donna d’affari è interessata al fatto che le ragazze facciano esercizio: “Le voglio fuori di casa, hanno bisogno di correre.”; la seconda sottolinea che i genitori vedono la differenza nelle ragazze che si esercitano: “Cambia il loro modo di pensare. I genitori notano che le loro figlie sono meno “selvatiche”, meno nervose.”

Il programma è anche una risposta ad un problema serio in Arabia Saudita: secondo il Ministero per la Salute il tasso di obesità nazionale è del 25% e quello del diabete dell’età adulta è del 17%. Le donne hanno in mente di integrare uno stile di vita più salutare nel loro programma: “Non facciamo pressione sulla perdita di peso. Facciamo prima di tutto divertire le ragazze e l’anno prossimo cominceremo a farle riflettere sulla nutrizione e su una dieta sana.”, dice la seconda donna d’affari.

Creare una fondazione per le ragazze è quello che anche la capitana della squadra Blu ha in mente: “La nostra generazione ha dato inizio alle partite, al campionato, alla struttura. La prossima generazione avrà questo su un piatto d’argento. Noi non giocheremo probabilmente mai in una squadra nazionale ma stiamo gettando le fondamenta affinché essa esista.” Chi lo sa. Magari fra dieci anni l’Arabia Saudita avrà una formidabile squadra nazionale femminile di calcio.

Oh, e in caso ve lo foste chiesti: la squadra Blu ha battuto la squadra Gialla 3 a 2.

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A volte il diavolo fa le pentole e i coperchi. E riesce persino a cucinare. Mentre negli ultimi anni le relazioni fra Israele e mondo arabo sono nettamente peggiorate, una band heavy metal israeliana sta unendo migliaia di ebrei, musulmani, cristiani, agnostici ed atei attraverso il Medioriente. Tutti insieme appassionatamente, grazie ad Orphaned Land (Terra Orfana), i pionieri israeliani del “metallo pesante”, i cui fans pullulano in paesi come la Turchia, il Libano, la Siria, la Giordania, l’Arabia Saudita e l’Iran… nonostante in molti di essi la loro musica sia bandita. La comunità che si è formata attorno alla band è davvero consistente: basti dire che la loro pagina ufficiale su Facebook conta oltre 60.000 membri e ragazze e ragazzi da tutto il mondo la usano per postare messaggi, articoli, video e per parlare tra di loro.

La band incoraggia lo scambio ed il mutuo sostegno fra musicisti di diversa provenienza ed ha reso disponibile gratuitamente su internet il suo ultimo album per tutta una serie di paesi mediorientali e nordafricani, dove l’attenzione all’heavy metal è in crescita. Orphaned Land ha sempre collaborato con artisti musulmani ed arabi ed in quest’ultimo lavoro unisce le forze con l’Orchestra Araba di Nazareth e Zen Two, l’artista giordano che ha disegnato la copertina dell’album. Nel tour europeo 2012 erano accompagnati da una danzatrice libanese ed aprivano i concerti con gruppi di spalla turchi ed algerini: il primo tour heavy metal ebreo-musulmano della storia.

La realtà di scambio e relazione che Orphaned Land ha creato, il potere della musica nel trasformare persone rappresentate come inevitabilmente in conflitto in compagni che condividono una passione, e persino in amici, sono elementi sino ad ora sfuggiti ai politici e agli attivisti per la pace. I membri di Orphaned Land fondono il rock duro con gli strumenti, le melodie, i ritmi della tradizione mediorientale: nel far ciò, non solo entrano immediatamente in sintonia con la sensibilità artistica regionale esistente, ma dimostrano come ebrei di affondare le loro radici nella stessa acqua di vita che nutre palestinesi, arabi, musulmani, cristiani e quant’altro. E’ lo stesso battito del cuore per tutti noi. E’ la stessa danza sacra, che noi la si compia scuotendoci al suono di una chitarra elettrica o di un tamburo tradizionale. E ancora, l’attitudine di Orphaned Land ed il successo della stessa dimostrano almeno altre due cose: che globalizzazione non significa necessariamente erosione delle culture locali, e che tali culture non sono fossili ma possono e vogliono essere ricche di differenze e trasformazioni.

Il gruppo canta in inglese, arabo ed ebraico, e mette un po’ di peperoncino ai testi con frequenti citazioni dalla Torah, dal Vangelo e dal Corano: ovviamente c’è chi considera questo blasfemia, peccato mortale e assaggio d’inferno… ma in fin dei conti non stiamo parlando di rock, la musica del diavolo? La visione di spiritualità ecumenica che Orphaned Land trasmette è un altro facilitatore nella diffusione della sua musica, perché si connette alla sensibilità religiosa che è parte del moderno Medioriente. E i fans scrivono di continuo: “Conoscervi ha cambiato la mia vita, il modo in cui vedo gli altri, il modo in cui penso al conflitto, il modo in cui penso al cambiamento.” Credo che per un gruppo di artisti questo sia il trionfo più grande ed il segnale certo di star facendo le cose giuste, più dei premi che come “amici della pace” hanno raccolto in giro per il mondo o dei ritorni di vendite e concerti.

L’heavy metal non è “la mia tazza di tè”, per dirla all’inglese, ma la mia canzone preferita a 10 anni era “Sympathy for the Devil”… Cercate Orphaned Land su YouTube, ci sono un bel po’ di video. Non ve ne pentirete. Maria G. Di Rienzo

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(“Why do they hate us?” di Mona Eltahawy, giornalista egiziana, per www.foreignpolicy.com 24.4.2012. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Di Eltahawy ho in precedenza tradotto un’intervista, qui postata il 30.11.2011 con il titolo “La nostra rivoluzione continua”)

In “Vista in distanza di un minareto”, la scomparsa e troppo dimenticata scrittrice egiziana Alifa Rifaat comincia la sua novella mostrando una donna così indifferente al sesso con suo marito che mentre quest’ultimo si concentra sul proprio piacere lei nota una ragnatela che deve spazzare via dal soffitto e rumina sul ripetuto rifiuto dell’uomo di prolungare il coito fino a che anche lei provi un orgasmo, “nel preciso intento di infliggerle una privazione”. Mentre il marito si nega per l’ennesima volta, la chiamata alla preghiera lo interrompe, e lascia la stanza. Dopo essersi lavata la donna si perde in preghiera – e la trova così più soddisfacente del sesso coniugale da non veder l’ora di pregare di nuovo – poi interrompe le sue riflessioni per preparare il caffé al marito. Nel portarglielo e nel versarlo nella tazza di fronte a lui, la donna nota che è morto. Perciò chiede al figlio di andare a chiamare un medico e: “Tornò in soggiorno e si versò del caffé. Era sorpresa dalla propria calma.”

In meno di tre pagine e mezza Rifaat mostra la triade di sesso-morte-religione, è un bulldozer che frantuma la negazione e l’attitudine difensiva per andare al cuore pulsante della misoginia in Medio Oriente. Non c’è modo di zuccherare questa cosa: non ci odiano a causa delle nostre libertà, come vuole lo stanco cliché post 11 settembre americano. Noi non abbiamo libertà perché ci odiano, come questa scrittrice araba dice con forza. Sì: ci odiano. E deve essere detto. Qualcuno potrebbe chiedersi perché tiro fuori la questione ora, mentre la regione si solleva motivata non dall’usuale astio per Stati Uniti ed Israele, ma da una comune richiesta di libertà. Dopotutto, non dovremmo pensare ad ottenere i diritti di base, prima che le donne chiedano un trattamento speciale? E cos’ha a che fare il genere, o se vuoi il sesso, con la Primavera Araba? Ma io non sto parlando del sesso nascosto dagli angoli scuri e dalle camere chiuse. Un intero sistema politico ed economico – un sistema che tratta metà dell’umanità come animali – dev’essere distrutto assieme alle altre più ovvie tirannie che soffocano il futuro della regione. Fino a che la rabbia che investe gli oppressori seduti nei nostri palazzi presidenziali non si estende agli oppressori che abbiamo per le strade e in casa nostra, la nostra rivoluzione non è neppure cominciata.

Perciò: sì, le donne hanno problemi in tutto il mondo; sì, gli Stati Uniti devono ancora eleggere una presidente; sì, le donne continuano ad essere oggettificate nella maggioranza dei paesi “occidentali”… e questo è il modo in cui di solito la conversazione si chiude quando tenti di discutere il perché le società arabe odiano le donne. Ma lasciamo un attimo perdere cosa gli Usa fanno o non fanno alle donne. Nominatemi un paese arabo, ed io vi reciterò una litania di abusi nutriti da una combinazione tossica di cultura e religione che pochi sembrano volere od essere in grado di sciogliere, e chi ci tenta viene rubricato come “blasfemo” e “offensivo”. Ma quando più del 90% delle donne sposate in Egitto – inclusa mia madre e cinque delle sue sei sorelle – hanno avuto i genitali mutilati in nome della modestia, allora dobbiamo sicuramente darci tutte alla blasfemia. Quando le donne egiziane sono soggette ad umilianti “test di verginità” solo per aver parlato a voce alta, non è il momento di stare zitte. Quando un articolo del codice penale egiziano dice che se un marito ha picchiato la moglie “avendo buone intenzioni” lei non può ottenere nessun risarcimento legale, allora che la political correctness vada all’inferno. E cosa sono, di grazia, le “buone intenzioni”? Includono legalmente ogni pestaggio che “non sia grave” o “diretto al volto”.

Questo significa che quando parliamo dello status delle donne in Medio Oriente esso non è migliore di quel che pensavate. E’ molto, molto peggiore. Anche dopo tutte queste “rivoluzioni” è opinione generale che vada tutto bene fino a che le donne sono coperte ed inchiodate nelle case, fino a che alle donne è proibita persino la semplice mobilità di guidare le proprie auto, fino a che le donne sono costrette a chiedere il permesso agli uomini per viaggiare, ed impossibilitate a sposarsi o a divorziare senza l’approvazione del loro “guardiano” maschio. Non c’è un singolo paese arabo che si situi nei primi 100 posti del Rapporto mondiale sul divario di genere. Poveri o ricchi, noi tutti odiamo le nostre donne. I confinanti Arabia Saudita e Yemen, ad esempio, possono essere ad eoni di distanza per quanto riguarda il PIL, ma sono separati di soli quattro posti nella lista summenzionata, con l’Arabia al 131° posto e lo Yemen al 135°: notate bene, su 135 paesi. Il Marocco, spesso lodato per il suo codice familiare “progressista” (un rapporto di “esperti” occidentali del 2005 lo definisce “un esempio per i paesi musulmani che mirino ad integrarsi nella società moderna”) è al 129° posto della lista: secondo il Ministro marocchino della Giustizia, nel 2010 si sono sposate 41.098 ragazzine sotto i 18 anni.

E’ facile vedere perché lo Yemen sia il paese all’ultimo posto; è un paese in cui il 55% delle donne sono analfabete, il 79% non fa parte della forza lavoro, ed un sola donna siede in un Paramento di 301 persone. Le notizie orribili di ragazze dodicenni che muoiono di parto fanno ben poco per arginare la marea dei matrimoni di bambine. Invece, i chierici bollano di apostasia chi si oppone alla pedofilia di stato, perché il Profeta Maometto – secondo loro – sposò la sua seconda moglie Aisha quando lei era bambina. In Arabia Saudita, dove il matrimonio di bambine è pure comune, le donne sono delle minori per tutta la vita, al di là della loro età o della loro istruzione. Le saudite superano di gran lunga i loro coetanei di sesso maschile nei campus universitari, ma sono ridotte al vedere uomini molto meno qualificati di loro controllare ogni aspetto delle loro vite. Sì, questa è l’Arabia Saudita, il paese in cui la sopravvissuta ad uno stupro di gruppo è stata condannata alla galera per “essere salita in un’automobile con un maschio non suo parente” ed ha avuto bisogno della grazia da parte del re per uscirne; il paese in cui una donna che ha infranto il divieto di guidare un’automobile è stata condannata a dieci frustate e di nuovo ha avuto bisogno della grazia; il paese in cui le donne non sono ne’ elettrici ne’ eleggibili ma dove viene considerato un “progresso” il decreto reale che promette di farle votare alle quasi completamente insignificanti elezioni locali, nel – trattenete il fiato – 2015. Le cose vanno così male per le donne in Arabia Saudita che queste minuscole paternalistiche pacche sulle loro spalle sono riportate con enorme delizia, mentre il monarca dietro di esse, Re Abdullah, è salutato come “riformatore”. La risposta del “riformatore” alle sollevazioni esplose attraverso la regione è stata quella di intorpidire il proprio popolo con altre elargizioni governative di questo tipo, soprattutto agli zeloti salafiti da cui la dinastia reale saudita riceve la propria legittimazione. Re Abdullah ha 87 anni. Aspettate solo che salga al trono il suo successore, il Principe Nayef, un uomo uscito direttamente dal Medioevo. La sua misoginia ed il suo bigottismo faranno sembrare Re Abdullah la femminista Susan B. Anthony.

E allora, perché ci odiano? “Perché gli estremisti si concentrino sempre sulle donne resta un mistero, per me.”, ha detto di recente la Segretaria di Stato statunitense Hillary Clinton, “Però lo fanno tutti. Non fa differenza il paese in cui si trovano o la religione che professano. Vogliono tutti controllare le donne.” E Clinton è la rappresentante di un’amministrazione che sostiene apertamente molti di questi despoti misogini. Il tentativo di controllare le donne da parte di tali regimi spesso nasce dal sospetto che, senza controllo, una donna è a un passo dalla ninfomania. Osservate il popolare chierico conservatore e conduttore televisivo Yusuf al-Qaradawi su Al Jazeera: aveva sviluppato uno straordinario attaccamento alle sollevazioni della Primavera Araba – non appena si accorse della loro portata – inflessibilmente convinto che esse avrebbero eliminato i tiranni che a lungo avvevano oppresso lui e la Fratellanza Musulmana da cui lui è spuntato. Potrei tirarvi fuori dalla Fratellanza un po’ di cose sulla Donna Insaziabile Tentatrice ma resto nel mainstream con Qaradawi, che ha un pubblico considerevole, televisivo e non. Sebbene dica che le mutilazioni genitali femminili non sono obbligatorie e abbia persino emanato una fatwa al proposito (attenzione, lui le chiama “circoncisioni”, con un eufemismo che tenta di parificarle alla circoncisione maschile), lui personalmente è “favorevole ad esse, stanti le circostanze del mondo moderno. Chiunque pensi che la circoncisione è il modo migliore di proteggere le sue figlie dovrebbe farlo. L’opinione moderata è in favore del praticare la circoncisione per ridurre le tentazioni.” Perciò, persino tra i “moderati” i genitali delle ragazze devono essere mutilati per assicurarsi che il loro desiderio sia tagliato via quando è ancora in boccio.

Quando l’Egitto ha bandito la pratica nel 2008, non è stato sorprendente che alcuni legislatori della Fratellanza Musulmana si siano opposti, ne’ che alcuni si oppongano tutt’ora, compresa la parlamentare Azza al-Garf. Ma a non sapersi controllare sulle strade sono gli uomini: che si sia in Marocco o nello Yemen la molestia sessuale è endemica ed è per il bene degli uomini che le donne sono incoraggiate a coprirsi. A Il Cairo abbiamo un vagone solo per donne, in metropolitana, per evitare le mani vaganti (o peggio) degli uomini. In Arabia Saudita ci sono innumerevoli “viali per famiglie”, strade che impediscono l’ingresso agli uomini soli. Spesso sentiamo di come le economie disastrate del Medio Oriente stiano impedendo a molti uomini di sposarsi, e c’è persino chi usa quest’argomentazione per spiegare il crescere delle molestie sessuali in strada. Nel 2008, una ricerca del Centro egiziano per i diritti delle donne rivelò che più dell’80% delle egiziane avevano subito molestie sessuali e che più del 60% degli uomini ammetteva tranquillamente di molestarle. Comunque, non abbiamo ancora sentito niente di come le economie collassanti influiscano sul potersi sposare delle donne. Le donne hanno desideri sessuali oppure no? Apparentemente, la Giuria Araba ancora non conosce le basi della biologia umana. Entrate in quella chiamata alla preghiera e nella sublimazione attraverso la religione che la scrittrice Rifaat introduce così brillantemente nel suo racconto. Proprio come i chierici di regime cullano i poveri della regione con promesse di giustizia e di vergini nubili nell’altro mondo, così le donne sono ridotte al silenzio da una combinazione mortale di uomini che le odiano nel mentre reclamano di avere Dio fermamente dalla loro parte.

Torno all’Arabia Saudita, ma non perché quando ho vissuto in questo paese all’età di 15 anni sono stata traumatizzata sino a diventare una femminista (non ho altro modo per descrivere la mia esperienza), ma perché il regno continua indisturbato a venerare un dio misogino e non ne soffre alcuna conseguenza, grazie al doppio vantaggio dell’avere il petrolio e i due luoghi più sacri dell’Islam, la Mecca e Medina. Quando io ero in Arabia Saudita, durante gli anni ’80 e ’90, esattamente come oggi, i chierici in televisione erano ossessionati dalle donne e dai loro orifizi, soprattutto da ciò che può uscire da essi. Non dimenticherò mai quello che disse che se un neonato di sesso maschile ti ha bagnata con la sua pipì puoi pregare indossando gli stessi vestiti, ma se a bagnarti è stata una neonata ti devi cambiare. Cosa ci sarà di così impuro nella pipì di una neonata, mi chiedevo. Ora lo so. Odio per le donne. E quanto le odia, le donne, l’Arabia Saudita? Abbastanza da far morire 15 ragazzine nell’incendio della loro scuola, alla Mecca, nel 2002: la “polizia morale” impedì loro di uscire dall’edificio in fiamme, ed impedì ai vigili del fuoco di salvarle, perché le ragazze non indossavano i fazzoletti e i mantelli che le donne sono obbligate ad indossare negli spazi pubblici. E niente è accaduto. Nessuno è stato processato. I genitori sono stati zittiti.

Tuttavia, questo non è un mero fenomeno saudita. L’odio islamista per le donne divampa attraverso tutta la regione. In Kuwait, dove gli islamisti hanno combattuto per anni contro l’avanzamento delle donne, si sono scagliati con tutti i mezzi contro le quattro che finalmente erano riuscite ad entrare in Parlamento ed hanno richiesto che le due senza fazzoletto indossassero l’hijab. Quando il Parlamento kuwaitiano si è sciolto e ricomposto lo scorso dicembre, un parlamentare islamista ha chiesto alla nuova Camera – priva ora di legislatori di sesso femminile – di discutere la sua proposta di legge su “l’abbigliamento decente”.

In Tunisia, il paese a lungo considerato la cosa più simile al faro della tolleranza nella regione mediorientale, lo scorso autunno il partito islamista Ennahda ha conseguito la maggioranza nel voto per l’Assemblea Costituente. I leader del partito hanno giurato di rispettare la legge tunisina del 1956 sullo status delle persone, una legge che dichiara “il principio di eguaglianza fra uomini e donne” come cittadini e cittadine, e bandisce la poligamia. Ma le docenti e le studentesse universitarie hanno cominciato ad essere assalite e minacciate dagli islamisti subito dopo, perché non portavano l’hijab, e molte attiviste per i diritti umani delle donne si stanno domandando come tutto questo parlare di “legge islamica” influirà sulla legislazione effettiva sotto cui si troveranno a vivere nella Tunisia post-rivoluzione.

In Libia, la prima promessa del capo del governo ad interim, Mustafa Abdel Jalil, fu di non toccare le restrizioni che lo scomparso dittatore libico aveva posto sulla poligamia. In caso stiate pensando a Muammar al-Qaddafi come ad un illuminato di qualche tipo, vi ricordo che sotto il suo regime le bambine e le donne che sopravvivevano agli stupri o che erano sospettate di “crimini morali” venivano scaricate nei “centri di riabilitazione sociale”, vere e proprie galere da cui non potevano uscire a meno che un uomo decidesse di sposarle o i parenti di riprenderle in famiglia. E poi c’è l’Egitto. L’Egitto dove, a meno di un mese dalla caduta del presidente Hosni Mubarak, la giunta militare che lo ha rimpiazzato – nello sforzo di “proteggere la rivoluzione” – ci ha inavvertitamente ricordato le due rivoluzioni di cui le donne hanno bisogno.

Dopo aver ripulito Piazza Tahrir dai dimostranti, i militari hanno incarcerato dozzine di attivisti femmine e maschi. I tiranni opprimono, picchiano e torturano tutti, lo sappiamo. Ma questi ufficiali hanno riservato un trattamento speciale, il “test di verginità”, alle attiviste: violenza sessuale camuffata da ispezione medica, con un dottore che inseriva le dita nelle loro vagine in cerca di imeni. (Il dottore è stato denunciato e prosciolto senza danni in marzo.) Cosa possono sperare le donne dal nuovo Parlamento egiziano, dominato com’è da uomini fermi al settimo secolo? Un quarto dei seggi parlamentari sono dei salafiti, i quali credono che mimare gli usi e costumi dell’epoca del Profeta Maometto sia una prescrizione adeguata ai tempi odierni. Lo scorso autunno, sui loro manifesti elettorali, i salafiti del parito Nour hanno messo un fiore al posto di ognuna delle facce delle loro candidate. Le donne non devono essere viste o udite, persino le loro voci sono una tentazione, perciò se ne stanno nel Parlamento egiziano, coperte di nero dalla testa ai piedi e non si sognano di spiccicare una parola. Questo nel bel mezzo della rivoluzione egiziana! Una rivoluzione in cui le donne sono morte, sono state picchiate, colpite da armi da fuoco, assalite sessualmente, nel mentre lottavano fianco a fianco con gli uomini per liberare il paese dal Patriarca con la maiuscola, Mubarak: e ancora ci sono così tanti patriarchi con la minuscola ad opprimerci.

La Fratellanza Musulmana, che detiene quasi la metà dei seggi nel nostro nuovo e rivoluzionario Parlamento, non crede che le donne (e nemmeno i cristiani, se è per questo) possano aspirare alla presidenza. La donna che guida il “comitato femminile” del partito ha detto di recente che le donne non dovrebbero protestare o sfilare in manifestazione perchè “è più dignitoso se i loro mariti o i loro fratelli protestano in nome loro”. L’odio per le donne è profondo nella società egiziana. Quelle di noi che hanno marciato e dimostrato hanno dovuto navigare attraverso una marea di aggressioni sessuali, sia da parte degli uomini del regime sia, tristemente, da parte dei nostri compagni rivoluzionari. Quel giorno dello scorso novembre in cui subii le aggressioni sessuali sulla Strada Mohamed Mahmoud (vicino a Piazza Tahrir) da almeno quattro poliziotti antisommossa, ero stata in precedenza molestata da un uomo nella stessa Piazza. E sebbene noi si sia svelte nell’esporre le violenze del regime, quando siamo violate dai nostri civili concittadini subito pensiamo che siano agenti provocatori o delinquenti comuni, perché non vogliamo “macchiare” la rivoluzione.

E allora che c’è da fare? In primo luogo smettiamo di far finta di niente. Chiamiamo l’odio con il suo vero nome. Resistiamo al relativismo culturale essendo consapevoli che persino nei paesi in cui si danno rivoluzioni e sollevazioni le donne restano le merci di scambio più a buon mercato. A voi – al mondo esterno – verrà detto che è la nostra “cultura” o la nostra “religione” a fare questo o quello alle donne. Cercate per favore di capire che quelle definizioni di cultura e religione non sono mai state stabilite dalle donne.

Le sollevazioni arabe possono aver avuto la loro scintilla in un uomo arabo, Mohamed Bouazizi, l’ambulante tunisino che si diede fuoco per disperazione, ma saranno portate a compimento dalle donne arabe. Amina Filali, la ragazza sedicenne che ha bevuto veleno dopo essere stata costretta a sposare il suo stupratore e picchiatore: lei è la nostra Bouazizi. Salwa el-Husseini, la prima donna egiziana ad opporsi ai “test di verginità”; Samira Ibrahim, la prima a denunciarle in tribunale, e Rasha Abdel Rahman, che ha testimoniato al suo fianco, queste sono le nostre Bouazizi. Non abbiamo bisogno che muoiano per essere tali. Manal al-Sharif, che ha passato nove giorni in prigione per aver infranto il bando che il suo paese mette alle donne automobiliste, è la Bouazizi dell’Arabia Saudita. E’ una forza rivoluzionaria composta da una sola donna che si oppone ad un oceano di misoginia. Le nostre rivoluzioni politiche non avranno successo sino a che non saranno accompagnate da rivoluzioni del pensiero: rivoluzioni sociali, sessuali, culturali, che rovescino i Mubarak che abbiamo in testa o nel letto.

Tu lo sai perché ci hanno fatto il test di verginità?”, mi ha chiesto Ibrahim dopo che avevamo marciato per ore, a Il Cairo, lo scorso 8 marzo, per onorare il Giorno Internazionale della Donna. “Vogliono ridurci al silenzio.”, le ho risposto, “Vogliono ricacciare le donne nelle case. Ma noi non ci faremo mandare da nessuna parte.”

Siamo qualcosa di più di un fazzoletto in testa e di un imene. Ascoltate le voci di quelle di noi che stanno lottando. Amplificate le voci della regione e infilate all’odio il dito in un occhio. C’è stato un periodo in cui essere un islamista era la posizione politica più vulnerabile, in Egitto o Tunisia. Sappiate che oggi la posizione politica più difficile è essere donna.

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Gli standard dei diritti umani sono stati attaccati negli ultimi anni da pensatori di destra e di sinistra. Se gli uni invocano un mondo “naturalmente” classista e piramidale, considerando la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani l’equivalente di un’irrealizzabile favola per marmocchi, gli altri la considerano “la fonte normativa dell’Impero”. I pensatori, ovunque si situino sullo spettro politico, trovano accordo nel ripetere che la Dichiarazione fu scritta dagli occidentali.

A sfatare un po’ di miti al proposito provvede efficacemente Gita Sahgal, con il suo saggio “Who wrote the Universal Declaration of Human Rights?”, di cui ho tradotto il brano che segue. Maria G. Di Rienzo

Coloro che hanno lottato contro i tentativi dell’amministrazione Bush di frantumare la proibizione della tortura iscritta nei diritti umani, si sorprenderebbero dell’essere considerati dei “costruttori dell’Impero”. Le sole armi a loro disposizione erano la Costituzione dei loro paesi ed il sistema dei diritti umani, con il suo inequivocabile rigetto della tortura.

Ma le libertà garantite dal vasto corpo legislativo basato sui diritti umani sono di derivazione “occidentale” e perciò limitate nella loro applicazione? Gli stati affiliati all’Organizzazione della cooperazione islamica sembrano certamente pensare di sì. Negli anni ’80 e ’90 dello scorso secolo hanno lavorato alla “Dichiarazione dei diritti umani nell’Islam de Il Cairo” come documento alternativo. L’idea che popoli diversi debbano essere titolari di diritti separati sarebbe sembrata assurda a coloro che nel mezzo del ventesimo secolo hanno lottato contro l’oppressione coloniale o tentato di costruire nuove nazioni.

La barbarie scatenata da una guerra mondiale era certamente nelle menti dei delegati che scrissero la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ma vi era anche il desiderio di una vita migliore all’interno dello stato-nazione, così come quello di limitare le possibilità di aggressioni esterne e di conflitti.

“Era fondamentale che i popoli del mondo riconoscessero l’esistenza di un codice di comportamento civile che si applicava non solo alle relazioni internazionali, ma anche agli affari interni.”, disse la Begum Shaista Ikramullah, membro dell’Assemblea costituente del Pakistan e delegata alle Nazioni Unite nel 1948.

Susan Waltz è una delle studiose che hanno fatto molto per recuperare le storia della stesura della Dichiarazione. Il suo lavoro mostra quanto sbagliate siano molte asserzioni su questo documento: Eleanor Roosvelt, ad esempio, è spesso ritenuta la sola autrice della Dichiarazione, poiché presiedeva il Comitato; i diritti civili e politici sono visti come “concetti occidentali”, mentre i diritti sociali ed economici sono ascritti alla pressione del blocco sovietico.

La verità è che Eleanor Roosvelt non fornì ne’ il testo, ne’ le idee sostanziali che diedero forma alla Dichiarazione. Ricardo Alfaro, ex presidente di Panama, propose l’idea e la prima bozza di documento, su cui lavorarono molti altri, inclusi intellettuali come H.G. Wells. Mentre le bozze elaborate si susseguivano, ogni clausola veniva votata dagli stati membri, e molti suggerimenti arrivavano dalle bozze di stati piccoli o da poco decolonizzati. Gli stati latino-americani promossero i diritti sociali ed economici, mentre l’Unione Sovietica si concentrò sulla discriminazione razziale.

Il desiderio di emancipazione per tutti, enfatizzato dal fatto che i diritti si applicavano a chiunque e dovunque, emerse come maggior soggetto di discussione. Aggiunte significative riguardanti la schiavitù, la discriminazione, i diritti delle donne ed il diritto all’autodeterminazione delle nazioni furono portate dai nuovi stati post coloniali. 

Due dei più importanti stesori della Dichiarazione furono Hansa Mehta, indiana, e Charles Malik, libanese. Hansa Metha, una straordinaria e coraggiosa attivista, membro dell’Assemblea costituente dell’India, è la responsabile delle parole che compongono l’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: “Tutti gli esseri umani sono eguali in dignità e diritti”.

Hansa spiegò che se fosse stata usata la parola “uomini” al posto di “esseri umani” l’articolo non sarebbe stato inclusivo e sarebbe stato usato per escludere le donne. Lei fu la figura chiave dell’eguaglianza di genere nel documento.

La Jugoslavia e le Filippine sollevarono la questione delle colonie e della necessità che pieni diritti fossero garantiti alle loro popolazioni: perciò l’articolo 2 oltre ad assicurare la non-discriminazione delle persone rispetto a etnia, proprietà, origine sociale e così via, sottolinea che i popoli soggetti sono anch’essi titolari di diritti: “… nessuna distinzione sarà fatta sulla base dello status politico, giuridico o internazionale del paese o territorio cui una persona appartiene, che si tratti di paesi indipendenti … o soggetti a limitazione di sovranità.”

Le differenze politiche fra i redattori della Dichiarazione erano molto evidenti, ma non necessariamente si tradussero in divisioni. C’erano ad esempio visioni diverse fra i musulmani su religione e matrimonio, due aree assai dibattute. L’Arabia Saudita obbiettò dapprima all’articolo 16 sul diritto di scelta nel matrimonio. La Begum Ikramullah contrastò l’opinione dell’Arabia Saudita con un discorso contro il matrimonio di bambini. L’Egitto, con Wahid Rafaat, accettò l’articolo 16 spiegando che per il suo paese le limitazioni al matrimonio basate sulla razza (quali esistevano negli Stati Uniti) erano più scioccanti di quelle basate sulla religione o sulla nazionalità. La clausola sul matrimonio, in breve, scaturì dal dibattito fra opinioni dando forma alle basi per un’unione egualitaria fra adulti che allora era assente nella maggioranza delle nazioni, fossero esse occidentali od orientali.

La clausola sulla libertà religiosa fu sostenuta da un gran numero di delegati musulmani. Fra loro il Ministro degli Esteri pachistano, Zafrallah Khan, che citò il Corano: “Lasciate che chi sceglie di credere creda, e che chi sceglie di non credere non creda.” Khan era convinto che il diritto di cambiare religione fosse coerente con l’Islam. Moahammed Habib, indiano, sostenne la sua opinione, dichiarando la clausola coerente con la Costituzione indiana.

Nessun paese votò contro la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Si astennero Arabia Saudita, Sudafrica e blocco sovietico.

Hernán Santa Cruz del Cile, membro del sotto-comitato che vergava le bozze scrisse: “Percepivo chiaramente di star partecipando ad un evento storico davvero significativo, un momento in cui si era raggiunto il consenso sul valore supremo della persona umana, un valore che non si originava dalla decisione di un potentato qualsiasi, ma sorgeva dal fatto stesso di esistere: il che dava alla luce l’inalienabile diritto per ogni persona di vivere libera dal bisogno e dall’oppressione e di sviluppare pienamente la propria personalità.  C’era un’atmosfera di genuina solidarietà e fratellanza fra uomini e donne provenienti da ogni latitudine, una cosa che non avevo mai visto in nessun incontro internazionale.”

(Gita Sahgal è co-fondatrice delle Southall Black Sisters e di Women against Fundamentalism, produttrice di documentari, scrittrice. Ha diretto l’Unità sul genere di Amnesty International.)

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