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(tratto da: “Cursed baby”, un più ampio articolo di Rabia A. per Afghan Women’s Writing Project, 19.4.2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

culla

E’ una bambina.”, disse il medico e l’orrore corse attraverso il corpo della madre. Sul suo volto vi era profondo dolore, come se il mondo fosse finito. Cominciò a singhiozzare. “Di nuovo una femmina. Come potrò affrontare mio marito e la sua famiglia e la società?” Odiava la sua bambina. I suoi occhi erano pieni di lacrime, lacrime di tristezza e rimpianto. La bimba portava con sé sfortuna e tragedia.

La piccola giaceva là come un angioletto, come un picco innevato, soffice come la seta, gli occhi chiusi. A differenza degli altri neonati non stava piangendo o chiedendo di essere nutrita. Era silenziosa e calma come se già sapesse cosa la vita aveva in serbo per lei. Sembrava essere conscia delle numerose sfide che avrebbero attraversato la sua esistenza come fosse uscita dalle porte dell’ospedale.

Era speciale, ma in modo diverso. Avvolta nel lenzuolino, tutto quel che vedevo di lei era la minuscola faccia pallida e le labbra bianche e sottili. Il suo silenzio urlava che non voleva vivere, che si era arresa, che non voleva lottare. Voleva tornare da dove era venuta, perché le sue piccole spalle e le sue piccole mani non avevano proprio la forza di sostenere il peso dell’essere nata femmina.

A giacere accanto a lei c’era mio nipote. Lui mi sembrava del tutto fiducioso, perché era un maschio, e un maschio ha valore nella società afgana. Sapeva già di essere voluto e che c’era bisogno di lui. Potevi già quasi vedere l’arroganza nei suoi occhi mentre si guardava attorno a palpebre semi aperte. Entrambi i bambini non erano al mondo che da pochi minuti, ma la cultura aveva già creato un muro di divisione fra loro. La femminuccia era stata marchiata come un fardello e come immondizia.

Andai accanto alla madre e le chiesi perché era così triste quando avrebbe dovuto essere felice di avere una figlia e lei replicò: “Non posso avere un’altra femmina, ne ho già quattro e mio marito mi ha avvisata, mentre mi portava all’ospedale, che se mettevo al mondo un’altra bambina mi avrebbe buttata fuori di casa assieme alle altre mie figlie.” Io dissi: “Ma è una creatura così dolce e innocente. Guarda, non piange neppure.” “Sì, perché sa che non importerà a nessuno che lei pianga.”

Rimasi là annichilita e impotente. Volevo prendere la bambina e portarla via, condividere la sua sofferenza e dirle che la società in cui stava per entrare è piena di bestie e di mostri che non perderanno occasione per abusare di lei e torturarla e violare i suoi diritti. Volevo dirle che per quanto brutto questo mondo sia lei doveva resistere e non mollare mai, asciugarsi le lacrime e consolare la sua anima da sé. Perché in questa società lei dovrà lottare per la sua dignità, per avere rispetto e istruzione e persino un lavoro decente.

Il dottore entrò nella stanza e disse alla madre: “Jamila, ora puoi andare. Tuo marito ti aspetta fuori.” Jamila cominciò a muoversi come la perdente su un campo di battaglia. La sua testa era bassa. Nessuno venne incontro a lei e alla bambina. Pareva che mettere al mondo figli fosse solo un’altra delle faccende quotidiane di Jamila. Prese la propria borsa come niente fosse, avvolse la bimba in una coperta e disse addio.

Mia madre ed io passammo l’intera notte all’ospedale. Il dottore tornò, diede un’occhiata a mio nipote e disse che era una creatura fortunata perché era nato maschio, ma che l’altra creatura, la bambina, era più sfortunata che mai: non solo era una femmina indesiderata, ma era anche disabile. L’ultima frase mi colpì come un pugno in faccia. Chiesi cosa c’era che non andava con la piccola, e il dottore mi rispose che la sua mano destra era paralizzata, ma non lo aveva detto alla madre.

La vita si è messa d’impegno nel prendere in giro quella bambina. Davanti agli occhi avevo il suo intero futuro: figlia non voluta e disabile sarebbe morta durante la prima infanzia di malattia o perché nessuno si sarebbe curato di lei, e quand’anche ce l’avesse fatta a vivere qualche anno sarebbe finita seduta per strada o a bussare alle porte mendicando il cibo in questa società estremista e fondamentalista. E un giorno, nel bel mezzo di una folla in cui ci si spintona, in cui uomini intatti e interi ce la fanno a stento, lei sarebbe stata semplicemente calpestata a morte. E tutto questo perché? Be’, perché è nata femmina!

Io sono nata sana e sono stata cresciuta in una famiglia dalla mente aperta, dove tutti mi hanno amata e sostenuta. Ma la maggior parte delle bambine sono private dei loro diritti e in migliaia sono disabili a causa di anni e anni di guerra, e io credo di capire cosa significa essere indesiderata o disabile. Non è così difficile mettermi al posto loro. Perciò, quando vidi quella piccolina in ospedale diventai lei per un attimo e vidi quante sofferenze la aspettavano.

Nella società afgana le donne sono accusate di essere donne, anche se non è stato chiesto loro cosa volessero essere, anche se non hanno nessuna influenza nella scelta del loro sesso. A volte la gente mi dice che io sono come un figlio maschio per mio padre. Non riesco a prenderlo come un complimento, perché io sono fiera di essere donna. Dio ci ha creato tutti uguali. Il Corano dice che c’è uno scopo nell’esistenza di ogni individuo. Questo mi dà fiducia e mi dice che le donne sono parte cruciale di una società. Non siamo state create inutili e per quanto sia difficile dobbiamo lottare e dimostrare a questa società dominata dagli uomini quale gran parte giochiamo nel futuro del nostro paese.

Se mai avrò una figlia, anche se fosse disabile, le dirò: “Prima di ogni altra cosa, tu sei un essere umano. Essere nata femmina ti rende ancora più speciale e devi essere sempre orgogliosa di quel che sei.”

(Comunicazione di servizio: se vedete annunci pubblicitari su questo sito – io noto che qualcuno segue dei link non postati da me, ma non sono in grado di vedere gli annunci – sappiate che è WordPress a metterli e che purtroppo io non ho modo di controllarli.)

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Il 9 ottobre 2012 uomini armati bloccano un camioncino aperto che funge da autobus scolastico, stipato di studenti e insegnanti di sesso femminile, e salgono a bordo: “Chi di voi è Malala? Rispondete o sparo a tutte.” Una volta identificata, Malala Yousafzai, giovanissima attivista pakistana per il diritto all’istruzione delle bambine e dei bambini, viene “giustiziata” da uno dei talebani con un colpo alla testa. La pallottola le attraversa la scatola cranica e il collo e si ferma nella spalla. Malala, come sapete, è sopravvissuta, è tornata a scuola il mese scorso (per il momento a Birmingham, dove è stata più volte operata), non ha perso un grammo della sua determinazione ed entro quest’anno la sua biografia sarà pubblicata.

Malala Yousafzai

Shahnaz Nazli, insegnante in una scuola femminile pakistana del distretto di Khyber, stava invece andando al lavoro il 28 marzo scorso quando due uomini in motocicletta hanno aperto il fuoco su di lei. “Ero al fianco di mia madre quando hanno sparato la prima volta e lei è caduta.”, racconta il figlio, Daniyal Ahmad, “Si sono avvicinati per spararle di nuovo mentre era a terra e a me hanno detto di cominciare a correre. Quando se ne sono andati e io sono tornato indietro mia madre stava lottando per respirare. E’ rimasta viva per soli altri cinque minuti.” Shahnaz Nazli era, come Malala, un’attiva sostenitrice dell’istruzione femminile. In ambo i casi, i responsabili sono ancora a spasso, probabilmente occupati ad organizzare il bombardamento di qualche scuola per bambine (ne hanno fatte chiudere oltre 700 negli ultimi tre anni).

La piccola Naghma, 6 anni, ha appena scoperto la scuola in un campo per rifugiati interni di Kabul, Afghanistan. La sua famiglia è fuggita dai combattimenti nella provincia di Helmand. Naghma, il cui nome significa “melodia” e la cui felicità nell’apprendere delizia le sue insegnanti, non sa ancora che fra poco tutto finirà. Il padre Taj Mohammad non può ripagare i debiti che ha fatto per curare in ospedale sua moglie e alcuni dei bambini (uno dei quali è morto di freddo a tre anni, nel campo) e così darà Naghma al creditore, come moglie del figlio diciassettenne di quest’ultimo. Poiché non è stata scelta dal ragazzo, il padre di Naghma sa bene come la piccola sarà trattata: al meglio come una domestica che renderà più facile attrarre una seconda moglie, giacché ci sarà già qualcuno in casa a svolgere i lavori più ingrati.

E’ così piccola, così amabile. – dice Taj Mohammad della figlioletta – Ho paura che morirà, in quella casa. Di certo non la ameranno come noi. Una bimba di 6 anni non può capire cosa significa avere un suocero o una suocera, un marito. Le piace tanto andare a scuola, parla già di studiare anche in futuro. Ma il ragazzo che la sposerà ha mandato qui sua madre, ieri, a dire a mia moglie: Senti un po’, è disonorevole che la futura moglie di mio figlio vada a scuola. Non posso dire loro cosa fare. Naghma è di loro proprietà.”

D’altronde, a che serve l’istruzione per una femmina? Cosa se ne fa un paese di maestre, mediche, ingegnere, avvocate, giornaliste, scienziate, artiste? C’è il rischio di stare tutti un po’ meglio e quando la gente sta un po’ meglio è assai meno manipolabile e ricattabile. Sentite cosa dicono le bambine africane quando riescono ad andare a scuola:

Senza istruzione il tuo futuro non ha forma. Imparando avrò un futuro luminoso. Voglio diventare medica o tecnica di laboratorio.” Deborah Kapemba.

Quando avrò finito la scuola diventerò una giornalista. Realizzerò questo sogno, non mollerò mai, e quello che apprendo ora mi servirà in futuro a promuovere altre bambine che non sono istruite.” Mary Chipeta.

A volte pensavo che la mia vita fosse prigioniera, come i miei sogni. Non potendo andare a scuola mi sentivo come una casa senza tetto, o un albero senza radici. Adesso che posso studiare userò la mia istruzione per aprire il futuro di altre persone che si sentono prigioniere.” Leah Nyrenda.

Ying Ying, cinese immigrata negli Stati Uniti, è oggi una delle “consigliere adolescenti” delle Nazioni Unite per l’istruzione femminile. L’anno prossimo entrerà all’Università. Il suo punto di partenza, quando è arrivata dodicenne nel nuovo paese con la madre, comprendeva una cucina occupata militarmente da un reggimento di scarafaggi e un materasso recuperato dall’immondizia, su cui lei dormiva. Sua madre si guardò intorno e le disse: “Istruzione. L’istruzione è l’unica strada.” Maria G. Di Rienzo

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Ehi, cascata,

perché sei così addolorata?

Perché ti vedo triste e ripiegata su te stessa,

qual è il tuo dolore?

Proprio come fa il mio dolore

posi la tua testa sulla pietra e

stai piangendo.

(Poesia di Rabia Balkhi, non conosco il titolo, la traduzione è mia. MG Di Rienzo)

 vento e rose

L’ospedale delle donne di Kabul porta il suo nome, così come qualche scuola afgana. Quella che si supponeva essere la sua tomba fu meta per secoli di ragazzi e ragazze dell’Uzbekistan, che la pregavano come una santa affinché favorisse le loro storie d’amore (quando i talebani conquistarono Mazar vandalizzarono la tomba). L’unica cosa certa della poeta Rabia Balkhi, vissuta nel 10° secolo e diventata una figura semi-leggendaria, è infatti che morì per amore, scrivendo la sua ultima poesia. Principessa alla corte dei Samanidi (il cui dominio territoriale spaziava fra gli odierni Iran e Afghanistan) si innamorò di uno schiavo e fu per questo uccisa dal proprio fratello.

“Cara Rabia, ti sto scrivendo attraverso i secoli: dalla terra dei viventi al regno della morte. L’anno è il 2012 ed i miei calcoli dicono che sei stata assassinata esattamente 1.669 anni fa. Hai il dubbio onore di essere il nostro primo caso registrato di ‘delitto d’onore’. (…) Anche le nostre ragazze scrivono poesie, a volte nelle celle delle loro prigioni, a volte dietro i muri di mattoni di fango delle loro case di villaggio. C’è persino una stazione radio per la poesia delle donne e le nostre ragazze sgaiattolano fuori dalla cucina per chiamarla e leggere i loro versi.

(vedi al proposito: http://lunanuvola.wordpress.com/2012/05/05/morire-di-poesia/ )

Usano la poesia per dire la verità e, allo stesso tempo, per velarla. Io credo che il nostro linguaggio si sia formato come risposta al terrore. E’ pieno di ambiguità, perfetto per chi non osi pronunciare la verità ad alta voce. Si fugge nella poesia, dicendo tutto e niente. (…) Tuo fratello Haris, il re che fu il tuo assassino, diede ordine che ti tagliassero entrambi i polsi. Pianificò con cura il tuo omicidio, e ti amava. Tu eri, dopotutto, la sua sola sorella. Lascia che ti dica di nuovo che questo è l’anno 2012: e ancora i fratelli afgani uccidono le loro sorelle. Siamo rimasti amabili e appassionati e crudeli e assassini. Amiamo e onoriamo le nostre ragazze e le pugnaliamo con coltelli, le bruciamo, le anneghiamo. Non siamo cambiati, Rabia. Il massacro dell’amore-odio va ancora avanti. (…) Avevi talento, ed il tuo essere la prima poeta afgana di cui si abbiano registrazioni storiche fa di te una figura importante. Ma come potevano queste cose, serissime, conciliarsi con una giovane ragazza innamorata il cui fratello la uccise per salvare la propria reputazione? E così la tua storia fu corretta per “purificarti”, per renderti una donna rispettabile e poi una santa. Lasciatelo dire, Rabia: ancora oggi noi non rispettiamo i morti. Al contrario, è solo quando le persone muoiono che cominciamo a mentire sul serio su di esse.” Così l’8 marzo dell’anno scorso Nushin Arbabzadah – afgana, ricercatrice per l’UCLA sulla storia delle donne, scrittrice, giornalista per The Guardian – scriveva nella sua lunga lettera a Rabia.

In effetti, le sovrapposizioni successive, gli aneddoti aggiunti a posteriori, il volgere e riavvolgere la storia di Rabia Balkhi come un filo attorno a differenti fusi, rendono difficile capire come andò veramente. Pare si innamorasse dello schiavo Baktash a prima vista, scorgendolo dall’apertura di un tetto su cui si era arrampicata per guardare una festa di uomini, da cui lei era esclusa. Baktash era un giovane colto e un intrattenitore alla corte del re ed è verosimile l’accenno allo scambio di versi fra i due. E’ anche possibile che la giovane principessa abbia effettuato questo scambio con l’allora poeta di corte, Rudaki, che in alcune versioni della storia è colui che svela al fratello la relazione. Rabia avrebbe anche salvato il suo Baktash durante una guerra, intervenendo armata e mascherata a cavallo contro i nemici che lo avevano circondato. Ad ogni modo, certa è la condanna di entrambi: per quanto riguarda lo schiavo, alcuni dicono che fu esiliato e poco dopo morì, altri che fu gettato in un pozzo ma riuscì ad uscirne e, una volta saputo della morte di Rabia, uccise il fratello di lei. La principessa fu invece chiusa nella sauna delle donne con i polsi tagliati.

“Diede ordine di lasciarti là da sola, e che le porte della sauna fossero bloccate con rocce. Mentre il sangue ti sgorgava dalle vene dal di fuori udivano le tue grida, Rabia. Ma nessuno venne in tuo soccorso. Il tuo cadavere fu raccolto il giorno dopo. Eri completamente insanguinata come lo erano i muri su cui avevi scritto versi, intingendo le dita nelle pozze del tuo stesso sangue. (…) Ora ti chiamano la “madre della poesia persiana”, anche se sei morta da fanciulla infatuata. Siamo rimasti dei bugiardi, Rabia. Riposa in pace. Volevo solo dirti che l’amore, in Afghanistan, uccide ancora.” (sempre dalla lettera di Nushin Arbabzadah)

La poesia che segue (la traduzione è mia) è quanto ci resta di quel che Rabia Balkhi scrisse con il proprio sangue:

Amore

Sono prigioniera nella tela dell’Amore, così ingannatrice

che nessuno dei miei sforzi dà frutto.

Non sapevo, quando cavalcavo la determinazione dal sangue nobile

che più forte tiravo le sue redini meno mi prestava attenzione.

L’Amore è un oceano dallo spazio così ampio

che nessun saggio può nuotarci, in nessun punto.

Chi ama davvero dovrebbe essere fedele sino alla fine

e fronteggiare le abitudinarie condanne della vita.

Quando vedi cose orrende, le immagini armoniose,

mangi il veleno e senti la dolcezza dello zucchero.

Maria G. Di Rienzo

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(“The Human Rights hierarchy: Who matters?”, di Marian Mohamed per Mideast Youth, 2 gennaio 2013. Trad. Maria G. Di Rienzo)

C’è un gran mucchio di attivismo in seno alla comunità musulmana in Gran Bretagna, fortunatamente e in modo non sorprendente. Fin dal genocidio in Cecenia e dalle invasioni di Afghanistan e Iraq, molti musulmani britannici si sono sentiti alienati dalle politiche estere del paese e dalle notizie diffuse dai media del mainstream.

Le moschee sono diventate luoghi comuni in cui tenere eventi per la raccolta di fondi di beneficenza diretti a nazioni devastate dalla guerra ed oppresse. Di venerdì, spesso gli imam menzionano abusi dei diritti umani nei confronti di innocenti civili musulmani. Tuttavia, pare esserci una gerarchia quando si arriva a dover scegliere quali paesi e regioni meritino sostegno, denaro e preghiere. Il Darfur e l’abuso sessuale delle donne sono chiaramente all’ultimo posto.

Circa quattro anni fa, andai ad un evento di beneficenza il cui scopo era suscitare consapevolezza sulla pulizia etnica nella regione del Darfur. L’evento si teneva in un vasto atrio scolastico e gli organizzatori avevano invitato conferenzieri, giornalisti ed intrattenitori per informare gli ospiti delle imperdonabili azioni dei Janjaweed. La mia amica ed io, arrivando in ritardo, temevano di non trovar posto ne’ da sedute ne’ in piedi. Siamo arrivate circa mezz’ora dopo l’orario previsto e siamo rimaste sorprese perché l’atrio era praticamente vuoto. La poca gente presente era costituita per lo più di musulmani neri, per la maggior parte di origine sudanese. La mia amica asiatica spiccava come un fungo nel deserto, allo stesso modo degli organizzatori giordani.

La scarsa affluenza può essere stata un risultato dell’aver pubblicizzato poco e male l’evento, e per questa ragione può essere che gli attivisti musulmani di solito in prima fila non abbiano saputo dell’iniziativa e l’abbiano mancata. E però io sono anche molto conscia del fatto che altri posti attirano assai di più la loro attenzione.

Fino ad oggi ho continuato a chiedermi: perché sono così svelti nel denunciare l’oppressione di gente che loro ritengono importante, ma ignorano altri regioni che non si situano nel Medio Oriente? Perché non parlano a beneficio del popolo del Darfur, ucciso e tormentato dai Janjaweed, che promuovono il nazionalismo etnico arabo? Oppure, non sarebbe interessante se questi attivisti musulmani volessero riconoscere che le vittime dei criminali di guerra pure musulmani hanno anch’esse bisogno del loro sostegno?

Attualmente l’Egitto attraversa un’epidemia di aggressioni sessuali, ma io non ho sentito molti attivisti musulmani condannare il vomitevole comportamento delle folle egiziane che assaltano le donne su e giù per l’intero paese. Invece, si preoccupano di cosa i non-musulmani fanno alle donne nei paesi occupati. So bene che i fanatici razzisti, nazionalisti e religiosi continueranno a credere che alcune vite umane abbiano più valore di altre. Sto parlando all’attivista tipo musulmano: gli abusi dei diritti umani stanno accadendo in Siria, Gaza, Iraq, Afghanistan, Bahrain, Kashmir… e la lista non si ferma certo qui.

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(tratto da: “How My Friend From Kabul Escaped an Honor Killing and Saved Her Life”, di Mahnaz Rezaie, dicembre 2012. Trad. M.G. Di Rienzo. Mahnaz Rezaie è nata in Afghanistan ed è oggi studentessa universitaria. La sua famiglia, sciita, fu costretta alla fuga quando i talebani salirono al potere nel 1996 e lei aveva otto anni. In Iran, dove avevano trovato rifugio, subirono ogni sorta di discriminazioni e anche l’istruzione di Mahnaz ne risentì. Nel 2001 hanno fatto ritorno in Afghanistan.)

 Immagine dal film Love Crimes of Kabul, 2011

Un “delitto d’onore” può accadere semplicemente perché una donna e un uomo si innamorano senza il permesso dei loro parenti anziani. In questo modo, romperebbero “codici morali fondamentali”. Io dico che rompono leggi patriarcali assurde. Ma quel che voglio sappiate è che alcune donne riescono a salvare le loro vite. Si nascondono e scappano. Un’amica di mia di Kabul ha fatto proprio questo. Chiamerò la mia amica “Samana” e il ragazzo di cui si era innamorata “Khalid”. Sarebbe troppo pericoloso usare i loro veri nomi.

Samana studiava ingegneria all’Università di Kabul. Khalid mandò i familiari da suo padre a chiedere di potersi fidanzare con Samana. Costui rifiutò e chiuse in casa la figlia. Le sue ragioni, così disse, consistevano nel fatto che Khalid era di un’altra “setta” islamica, e cioè sunnita, mentre la famiglia di Samana era sciita. Il ragazzo pregò il padre di Samana di ripensarci, ma quel che lui fece fu picchiare la figlia per aver “sfidato” i suoi convincimenti religiosi e culturali.

Samana era prigioniera nella sua stessa casa, ridicolizzata e torturata dai suoi due fratelli, da suo padre e da sua madre. Il più giovane dei fratelli, che era un tempo il suo miglior amico ed era sempre stato protettivo nei suoi confronti, ora le diceva: “Se vedo il tipo di cui ti sei innamorata qui intorno lo ucciderò.” Sua madre era stata pure una grande amica per lei. Ma ora la insultava, la malediceva e diceva piangendo che aveva svergognato l’intera famiglia: “Sei una ragazza sporca, ti sei innamorata di uno sporco sunnita. Ti ucciderò piuttosto di permetterti di sposarlo. Hai fatto sesso con lui all’Università, non è vero?” Le zie paterne visitavano la casa di Samana con scadenza settimanale per insultare lei e sua madre. “Questa ragazza ha rovinato le nostre famiglie. – disse una di queste zie – Cosa succederebbe se la gente venisse a sapere di questa schifezza?”

Ad un certo punto, un cugino di Samana si offrì di sposarla per salvare l’onore della famiglia. Contrattò sul prezzo di Samana come se lei fosse un pezzo di stoffa scadente. I genitori di Samana accettarono, ma lei coraggiosamente rifiutò. Nel mezzo di questo caos, Khalid si offrì di diventare sciita: il suo amore per Samana era più importante, per lui, di qualsiasi religione. Il padre di lei rifiutò ancora; le radici di Khalid, disse, sarebbero rimaste sunnite.

Fu allora che i due giovani progettarono la fuga. Samana riusciva a mandare messaggi a Khalid da un cellulare di cui la sua famiglia non conosceva l’esistenza, quando si chiudeva nel bagno. Una notte, sudando di paura, Samana lasciò la sua casa scappando dalla porta del cortile. Khalid l’aspettava in strada, in automobile. Per non essere perseguiti dalla legge afgana per “sesso fuori dal matrimonio”, i due si sposarono di corsa di fronte a un mullah, in una cerimonia religiosa detta “Nikah”. Poi lasciarono Kabul.

Il padre della mia amica vide solo sangue, quando questo accadde. Giurò che non avrebbe avuto pace sino a che non avesse ucciso la propria figlia e Khalid. Lui e i figli li cercarono dappertutto, ma non riuscirono a trovarli. Allora il padre sfogò la propria rabbia sulla moglie, riempiendola di botte perché “aveva allevato una ragazza immodesta”. Ha in seguito ufficialmente disconosciuto Samana come figlia.

Vi chiedete se sarebbe stato diverso qualora Samana si fosse innamorata di un ragazzo sciita? Probabilmente no. Queste famiglie “tradizionali” pensano all’amore come ad una vergogna e a un crimine. Vogliono matrimoni combinati. Pensano che una ragazza che si innamora senza il loro permesso, religione a parte, è sozza. In Afghanistan, gli uomini chiamano le donne con cui hanno relazioni di parentela “namous”, che significa “onore”. Ma qui l’onore ha il solo significato di controllare le donne e di giustificare la violenza contro di esse. Usano anche un’altra parola, “qeirat”, ovvero “zelo”. Gli uomini afgani dicono che questo “zelo” non permette loro di vedere le donne delle loro famiglie con uomini che hanno scelto da sole.

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Anisa muore il 2 dicembre scorso mentre torna da scuola, grazie ai sette colpi d’arma da fuoco che un gruppo di uomini le scarica addosso. Aveva, forse, 18 anni (spesso in Afghanistan le nascite delle femmine non sono registrate) ed era una volontaria del Ministero della Sanità del suo paese: vaccinava bambini contro la poliomielite. In queste due frasi sono racchiuse tutte le sue “colpe”: era una donna, andava a scuola, lavorava volontariamente fuori casa. Il governo afgano, per i cui i diritti di metà della sua popolazione non sono mai stati una priorità, è rimasto zitto.

Otto giorni dopo, un altro commando armato uccide Nadia Sediqqi, a capo del Dipartimento per le donne della provincia di Laghman (a circa 150 chilometri da Kabul), mentre si reca al lavoro. La sua predecessora era saltata in aria con la propria auto cinque mesi prima. Nadia aveva più volte, inutilmente, chiesto la protezione del governo: che non riesce a dire nulla neppure per questo caso e che, si può presumere, nulla farà.

sosan firooz

In questo scenario, c’è una giovane donna che vive in una casa fatta di mattoni di fango. Ha 23 anni ed è tornata in Afghanistan, con la sua famiglia, nel 2005: ha passato la sua infanzia come rifugiata in Iran e in Pakistan. Si chiama Sosan Firooz ed è la prima rapper afgana. Il suo unico, per il momento, video autoprodotto dal titolo “I nostri vicini” viaggia attorno alle 90.000 visioni su YouTube. Sosan vi appare come veste di solito, in jeans e blusa, i capelli sciolti, il volto libero e gli accessori tipici (come la bandana) degli artisti hip-hop e rap. E c’è un’intensità vibrante nel modo in cui si china sul microfono e sembra allo stesso tempo pregare e comandare attenzione:

“Ascoltate la mia storia! Ascoltate il mio dolore e la mia sofferenza! Ascoltate la mia storia da rifugiata senza casa. Eravamo perduti, perduti, perduti in giro per il mondo. Quando la guerra è cominciata nel mio paese non vi erano che pallottole, artiglieria, missili. Tutti i nostri alberi sono bruciati. La guerra ci ha scacciati dal nostro paese.”

Ma è meglio non lasciarlo più, canta Sosan, per andare a lavare piatti e raccogliere insulti in altri luoghi: “Abbiamo speranza per il futuro del nostro paese e chiediamo ai paesi nostri vicini di lasciarci in pace.” Dovunque si trovasse con la sua famiglia, spiega la giovane nelle interviste, era la “sporca afgana”. Così la chiamavano in Iran, rimandandola indietro a far la fila per il pane non appena arrivava al banco di vendita. Così la chiamavano in Pakistan. In Afghanistan la minacciano di continuo in modo diretto e trasversale; l’ultima chiamata telefonica è stata fatta a sua madre ed è relativa al fatto che Sosan ha recitato piccoli ruoli in sceneggiati televisivi: “Se tua figlia appare ancora in tv ti taglieremo la testa.” E mentre i parenti fingono di non conoscerla o addirittura tagliano ogni legame con l’intera famiglia, il padre di Sosan si è licenziato dall’agenzia governativa per la fornitura elettrica per permettere alla figlia di seguire la sua vocazione artistica, per poterla accompagnare e proteggere: “Sono il suo segretario e la sua guardia del corpo. Ogni genitore ha il dovere di sostenere le sue figlie e i suoi figli, di aiutarli a progredire.”

Sosan ribadisce che le minacce non la ridurranno al silenzio: “Il sostegno della famiglia mi dà la forza di lottare contro i problemi della nostra società.” E quando sembra afferrare la musica per le braccia, abbracciandola e scuotendola con la sua voce, scandisce a tempo di rap il problema principale: Vogliamo mettere fine a tutte le crudeltà commesse contro le donne e contro i bambini. Maria G. Di Rienzo

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Indonesia - Protesta

Il politico indonesiano, capo distretto, non capisce perché centinaia di persone stanno protestando contro di lui, chiedendo le sue dimissioni in piazza. Addirittura calpestano immagini del politico e ci sputano sopra prima di bruciarle. Aceng Fikri, questo il suo nome, quarantenne, aveva preso in moglie (la seconda) una ragazza di 17 anni nel luglio scorso. Ma, parole sue, “Dopo averla comprata ho scoperto che non era come la reclamizzavano e l’ho mandata indietro.” Fikri sostiene che la merce, pardon, la ragazza, non era vergine. Si è anche lamentato di aver speso un sacco di soldi per il matrimonio: “Nemmeno dormire con un’artista – una che ci fare, una professionista, ndt. – sarebbe costato tanto!” Così, ha deciso di non perdere altro tempo con la seconda moglie Fani Oktora e quattro giorni dopo averla sposata le ha mandato la “notifica” del loro divorzio con un messaggio di testo sul cellulare. La faccenda è finita sui giornali e su internet di recente, quando Fani ha deciso di denunciare il suo compratore per violenza (i quattro giorni di matrimonio non sono stati allegri) e frode: prima di sposarla lui le aveva detto di essere vedovo, non già ammogliato. Fikri l’ha controdenunciata per diffamazione. Perché la ragazza aveva accettato le nozze con questo individuo? Fani è povera, ma vuole studiare: lui le aveva promesso di pagarle il liceo.

S., nepalese, oggi di anni ne ha 22, ma ne aveva 17 come la ragazza indonesiana quando “andò sposa”. Un sensale di matrimoni pagò l’equivalente di 100 dollari alla sua famiglia con l’assicurazione che la fanciulla sarebbe andata sposa ad un uomo indiano. S. avrebbe voluto studiare, ma “Non ti preoccupare.”, le dissero i suoi genitori dopo averla abbigliata con quanto avevano di meglio, “Fra pochi anni ritornerai con i nostri nipotini.” Disgraziatamente, la possibilità dei nipotini se n’è andata dopo quattro aborti forzati e centinaia di clienti: le quindici ore di viaggio verso Varanasi, India, si sono concluse in una stanzetta dove la ragazza fu violentata dai due uomini che l’avevano accompagnata là e dove rimase chiusa per i successivi quattro anni, a disposizione del primo farabutto che volesse comprarla. “Ero vergine.”, racconta S. del primo stupro, “Non sapevo cosa fare. Dopo che ebbero finito mi trascinarono in bagno e mi inzupparono d’acqua. Non riuscivo a smettere di piangere.” Il mese scorso, i suoi aguzzini si dimenticarono di chiudere con il lucchetto la finestra di quella stanza: S. saltò in strada dal primo piano e fortunatamente incontrò quasi subito due attiviste del locale rifugio antiviolenza. Vuole restare in India, con loro, per aiutare altre ragazze nepalesi immesse a forza nella locale industria del sesso (decine di migliaia, secondo le stime delle ong). “Il mio paese chiude un occhio su cosa le sue donne sono costrette a fare. Io voglio produrre una differenza nelle loro vite.”

“Non volevo che il mio stupratore diventasse mio marito, per questo non ho detto niente.” Amara, etiope, è la terza diciassettenne di questo articolo. Quando di anni ne aveva 11 e stava andando a scuola, un uomo la rapì e la violentò. L’onore della famiglia, se la cosa si fosse risaputa, avrebbe imposto alla bambina le nozze con costui. “Era un segreto pesante, lui mi aveva detto che mi avrebbe uccisa se avessi parlato. Finii per non parlare quasi più. Poco dopo, i miei genitori mi dissero che ero andata a scuola abbastanza, per essere una femmina, e che dovevo aiutare economicamente la famiglia. Io pensavo: se vado a lavorare ad Addis Abeba posso frequentare la scuola serale.” Alla fine Amara ci andò. L’uomo che l’aveva assunta come domestica le assicurò che l’avrebbe lasciata studiare. Invece la stuprò, la picchiò, la minacciò e la buttò fuori di casa dopo l’ennesimo pestaggio quando fu evidente che Amara era incinta. Anche questa ragazza si è salvata grazie alle attiviste per i diritti delle donne. E’ stata accolta in un rifugio, ha messo al mondo il suo bambino e oggi lavora in un ufficio dove fa le pulizie e piccole commissioni. “Adesso non ho più paura di raccontare la mia storia. Sono determinata a dire alle altre donne che ci sono leggi che ci proteggono e persone che possono aiutarci se ne abbiamo bisogno. Io dico che dobbiamo parlare, essere forti e sostenerci l’un l’altra. Non dobbiamo mollare mai.”

L’afgana Farida, quarta ed ultima diciassettenne, almeno a tornare a scuola c’è riuscita due anni fa. Quando ne aveva 8, fu “fidanzata” con un 21enne. Il contratto (sì, quando si vende e si compra merce è meglio avere un contratto…) prevedeva il matrimonio quando Farida avesse compiuto 18 anni. Ne aveva solo undici quando la famiglia del promesso sposo cominciò a fare pressione affinché le nozze avvenissero prima, ma la famiglia di Farida pensava che fosse ancora troppo piccola. “Così, dopo qualche mese, lui sposò un’altra ragazzina.”, racconta Farida, “Il problema è che nella mia società solo un uomo può rompere il contratto di fidanzamento. Perciò io continuavo ad appartenergli e lui si sentiva in diritto di far di me quello che voleva, perché io ero comunque considerata sua moglie. Cominciò a seguirmi e a minacciarmi per strada, mentre andavo a scuola: mi disse che se continuavo a studiare mi avrebbe uccisa. All’inizio io non lo dissi a nessuno perché non volevo smettere di studiare, però lui prese a picchiarmi e non fu più possibile nasconderlo. I miei genitori parlarono alla sua famiglia, ma nulla cambiò e a 12 anni io smisi di andare a scuola. Pensavo: se mi uccide, i miei genitori saranno costretti a vendicarmi ed entrambe le famiglie soffriranno. Per tre anni sono rimasta in casa a rimuginare su come potevo tornare a scuola.”

Un giorno, mentre è al mercato con sua madre, Farida nota un manifesto che pubblicizza i corsi di un centro per le donne e convince la sua famiglia a lasciarla partecipare. “Ho imparato un sacco di cose sui miei diritti e i matrimoni forzati e ho visto dozzine di donne che venivano al Centro per avere sostegno legale. Così dissi anch’io all’avvocata qual era il mio problema e mia madre quel giorno venne con me.” Non è stato facile, perché il tormentatore di Farida non voleva “rompere il contratto” e si è convinto solo quando le attiviste gli hanno mostrato le leggi che proibiscono, in Afghanistan, di sposare una bambina. Comunque, poiché di contratto si trattava, Farida ha dovuto passare per il tribunale: “Il giorno in cui la Corte ha annunciato che ero libera è stato il più bello della mia vita: anche la mia famiglia era finalmente libera! Adesso studio, ma frequento ancora il Centro per le donne, fungo da facilitatrice per le mie coetanee che cercano aiuto.”

Quando avevo 17 anni io, un giorno mi presentai al Preside della mia scuola, su mandato degli altri studenti, a chiedergli se intendeva fare qualcosa per l’edificio: una rampa di scale era pericolante, in alcune aule i piccioni facevano il nido, in altre il soffitto era pieno di crepe. Lui mi chiese perché alla mia età ero così amareggiata. Mister, dovrebbe vedermi adesso, a volte, quando leggo i giornali. Maria G. Di Rienzo

(Fonti: Jakarta Globe, Safe World for Women, Awsad – Etiopia, Hawca – Afghanistan, Womankind Worldwide, Washington Post)

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Anita Haidary

(di Anita Haidary, studentessa afgana, co-fondatrice di Young Women for Change – http://www.youngwomenforchange.org/ – novembre 2012, trad. Maria G. Di Rienzo.

Avevo 14 anni quando fui molestata per la prima volta: mi si chiese di non rispondere. “Se parli lo provocherai ancora di più.”, disse la mia amica, “Le gente penserà che sei una poco di buono.”

Così mi ingoio le parole, con il cuore a pezzi e odiandomi, mi allontano. E tra me e me penso:

Sto indossando un abito della “lunghezza giusta”.

Sto portando la sciarpa nel “modo giusto”.

Ho una sciarpa della “dimensione giusta”.

Camminando tengo le spalle curve.

Sto indossando le “scarpe giuste”.

Tengo basso lo sguardo.

Non sto neppure pensando.

Non sto ridendo.

Non sto parlando.

Sto nascondendo ogni parte della mia esistenza.

In quel momento capii che non esistevo più: stavo nascondendo qualsiasi cosa facesse di me una donna. Controllai la “lista delle cose da fare per essere una brava ragazza” e non ne avevo saltata nessuna. Avevo fatto tutto quel mia madre mi aveva detto di fare per essere buona. Perché io, allora? Cosa mai avevo fatto di sbagliato per “provocarlo”?

Pensare di essere io la causa di quel che mi è accaduto mi strazia. E lei è mia amica, perché mi ha chiesto di restare zitta, se sono io che ho subito il torto? Ci dev’essere qualcosa di sbagliato in me. Sono spaventata, corro a casa più velocemente possibile per chiedere a mia madre: “Cos’ho fatto, ti sei dimenticata di dirmi qualche regola?” Quando vedo la porta di casa mia sono sollevata come non lo sono mai stata prima. Faccio la domanda a mia madre, nella speranza che lei risponda: “Non sei tu che hai sbagliato.” E capisco quale regola si è dimenticata di dirmi: Io sono una donna e tutto quel che faccio è sbagliato, perché la mia esistenza come donna è sbagliata.

Allora decisi che non avrei più seguito quelle regole. Decisi di darmi io stessa le mie regole. Decisi di reagire e dire a chi mi avesse molestata che persona orribile lui era.

Il giorno dopo fui molestata ancora, e ancora la mia amica mi disse di restare ZITTA.

Io replicai: “Io so di aver ragione. Tu puoi seguire le regole, se ti va, IO NO.”

E urlo. Urlo per provocare questo sentimento in lui, e cioè che le donne sono esseri umani.

Urlo ripetendogli le parole che mi ha detto, per mostrargli quanto sono brutte.

Urlo dirigendo verso di lui tutti i pensieri di odio che ho avuto per me stessa.

Urlo perché la prossima volta in cui vede una donna abbassi lo sguardo.

Urlo più forte che posso, urlo sino a consumarmi il cuore.

Urlo perché lui odi quel che mi ha fatto.

Urlo perché si vergogni di esistere come me ne sono vergognata io.

Urlo per riprendere possesso del mio corpo.

Urlo per fargli sapere che ho una voce.

Urlo perché sappia che si sbaglia.

Urlo perché corra a nascondersi.

Urlo per buttar fuori tutta la rabbia.

Urlo per buttar fuori tutta la paura.

Urlo sino a che lui saprà che sono viva e che non mi atterrò alle loro “regole per essere buona”.

Urlo, urlo e urlo sino a che il mio cuore si svuota e ritrovo la mia esistenza, quella che avevo perduto fra le sue parole. Io merito di vivere e non resterò in silenzio e non darò a nessuno il diritto di dirmi come devo vivere. Qui finisce la mia storia. Come finirà la vostra è nelle vostre mani.

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(di Noorjahan Akbar, corrispondente dall’Afghanistan per Safe World for Women, 23.11.2012. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Salve, signore. Non conosco il suo nome, ma lei mi è passato accanto una settimana fa nel Bazaar, a Kabul. Forse si ricorderà di me. Ero quella giovane donna con una sciarpa bianca, una lunga tunica rossa e pantaloni scuri. Stavo di fronte ad una bancarella di ortaggi e contrattavo il prezzo della menta fresca quando lei, passeggiando, mi ha serenamente pizzicato il didietro.

Sono diventata rossa in faccia. L’anziano che vendeva ortaggi ha notato l’accaduto ma non ha detto nulla. Probabilmente vede cose simili ogni giorno. A me sono successe più di una volta, ma mi sono sentita ancor più imbarazzata dal fatto che il venditore aveva notato la scena.

Le sono corsa dietro, signore, e l’ho afferrata per il polso. Spaventata, in un bagno di sudore, ho cominciato a gridare: “Perché lo ha fatto? Come ha osato? Fa questo anche a casa, ai membri della sua famiglia?” Lei ha urlato di rimando, più forte di me: “Tu, sei pazza o cosa? Non ho fatto nulla. Tu non vali che ti si faccia qualcosa.”

Mi vergognavo di dire ad alta voce cosa lei aveva fatto. Probabilmente ricorderà che tutti ci stavano guardando. Altre donne mi stavano attorno dicendomi di lasciar perdere e di non rovinare la mia reputazione, ma io non avevo intenzione di arrendermi. Ho gridato con quanto fiato avevo, e la polizia è arrivata e ci ha portati entrambi in centrale. Un uomo in uniforme mi ha chiesto cos’era successo. Io l’ho detto. Lei ha aperto la sua bocca e l’ufficiale di polizia le ha urlato di tacere. Subito dopo lei era sul pavimento e il poliziotto la stava picchiando, la prendeva a calci con le sue enormi scarpe. La cosa è finita così. Io non l’ho più vista, signore, ma l’amico che era per strada con lei mi ha seguita sino a casa. Continuava a dirmi: “Cos’è tutta questa cagnara? Non ti ha mica scopata.”, ma ero troppo stanca per mettere in piedi una seconda lotta quel giorno.

Probabilmente, lei ed il suo amico dite di essere musulmani. Probabilmente pregate alla moschea ogni venerdì o anche più spesso. Probabilmente dite alle vostre mogli di non uscire di casa, perché il mondo là fuori è pieno di uomini orribili pronti a svergognarle. Probabilmente ritenete vostro diritto toccarmi il didietro perché pensate che una “brava” donna non se ne andrebbe mai per strada senza un uomo. Se io fossi stata una “brava” donna avrei fatto lo stesso: le strade appartengono agli uomini.

Le sto scrivendo questa lettera per dirle che non era mia intenzione che lei venisse picchiato e umiliato, ma che non sono affatto dispiaciuta per aver riferito quel che era successo. Le sto scrivendo per dirle che so cosa vuole da me. Lei vuole che io mi senta minacciata e impaurita, e che me stia chiusa in casa dove imparerò ad occuparmi di molti bambini e a cucinare, e ad essere sottomessa all’uomo che potrebbe un giorno sposarmi. Lei vuole che io abbia paura del mondo esterno e che non possa trovare strada o posto in esso. Lei vuole farmi credere che gli unici posti sicuri e “decenti” per me sono la cucina e la camera da letto. Ma io le sto scrivendo proprio per dirle che non lo accetto. Non lei, non i talebani, non questo governo, non mio fratello o mia madre, nessuno potrà convincermi che valgo meno di un uomo, che non posso proteggere me stessa, che non posso essere quel che voglio, che la cosa migliore per me è trascorrere la vita in una “sicura” cucina dove un uomo o una suocera controllano ogni mio movimento. Non me la bevo. Non l’accetterò mai più.

Uscirò invece di casa ogni giorno, e camminerò coraggiosamente per le strade della mia città, e neppure perché ne abbia bisogno ma perché posso farlo e non mi fermeranno le sue molestie, le aggressioni sessuali di altri o un governo oppressivo: voi tutti non riuscirete un’altra volta a togliermi la capacità di uscire. Con sfida, una donna da lei molestata.

Di e su Noorjahan Akbar potete leggere:

http://lunanuvola.wordpress.com/2012/02/23/questa-e-anche-la-mia-citta/

http://lunanuvola.wordpress.com/2012/10/22/il-mondo-non-ha-tremato/

http://lunanuvola.wordpress.com/2012/11/08/le-donne-che-i-media-non-vedono/

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Intervista a Noorjahan Akbar, di Alyse Walsh per “The Daily Beast”, ottobre 2012. Trad. Maria G. Di Rienzo. Noorjahan Akbar, 21enne, è co-fondatrice dell’ong afgana “Giovani donne per il cambiamento” – http://www.youngwomenforchange.org/ – ed è l’autrice della poesia “Il mondo non ha tremato” che ho postato qui il 22 ottobre scorso. Dell’organizzazione avevo parlato in precedenza, nel post “Questa è anche la mia città”.

Qual è stata la reazione, fra le giovani donne afgane e pakistane, al tentato omicidio della quattordicenne Malala Yousafzai?

Molte delle ragazze che conosco io sono ovviamente spaventate, specialmente le attiviste. I loro genitori sono parimenti spaventati, perché temono che la stessa cosa accada alle loro figlie. Ma il grande sostegno manifestatosi attraverso i media e le proteste, in Afghanistan e Pakistan, è il simbolo di quanto potente è Malala e di quanto potenti altre donne possono essere. La situazione in questo momento è terribile per lei e spaventosa per noi tutte, ma a giudicare dall’enorme attenzione che ha ricevuto, e dal fatto che anche i suoi concittadini la difendono, penso ci sia anche un messaggio di speranza.

Questa tragedia è stata uno shock o la violenza contro donne e bambine sta crescendo?

Non penso sia stata vissuta come uno shock. Succede di continuo. Solo quest’estate, in Afghanistan, l’attivista per i diritti delle donne Hanifa Safi è stata assassinata. Da marzo ad oggi abbiamo avuto 50 “delitti d’onore”.

Il caso di Malala ha suscitato più orrore perché è molto giovane, e perché nessuno può considerare una minaccia una quattordicenne che promuove l’istruzione. Quando ad essere assalita è una donna di maggiore età non fa notizia: nessuno ha riportato l’omicidio di Hanifa Safi. Nelle scuole afgane si prega per Malala, ed è bene che si continui a parlare di lei, perché le aggressioni alle studentesse e alle scolare non sono nulla di nuovo. Quindici ragazze afgane hanno avuto acido gettato in faccia perché andavano a scuola, due anni fa, ma nessuno ha protestato pubblicamente. E sempre quest’estate, 300 ragazze sono state avvelenate nelle scuole afgane per lo stesso motivo. E’ gravissimo, ma non ne parla nessuno.

Io sono una che tende ad informarsi molto su quel che succede in tutto il mondo, ma non avevo mai sentito parlare di Malala, prima del tentato omicidio. I media non vedono le donne mentre costoro lavorano giorno dopo giorno; io ho connessioni con attiviste per i diritti delle donne un po’ ovunque, ma i media non coprono queste storie, le storie di donne eroiche, sino a che qualcosa di brutto non accade loro. E’ molto triste.

La vicenda sta avendo effetto sul lavoro tuo e delle altre attiviste del tuo gruppo?

Dieci o dodici anni fa, la gente non avrebbe protestato perché avevano tentato di uccidere una ragazza. Ma ora sta accadendo. Le persone stanno condannando, lottando, dimostrando. Questo mi dà grande speranza per il futuro, non solo per me e il mio gruppo, ma per le donne in genere. Quando Hanifa Safi è stata uccisa, per settimane siamo state paralizzate dal terrore. Ma dalla vicenda di Malala stiamo ricevendo sostegno e coraggio. Il sapere che ci sono persone pronte a spalleggiarci ci darà la possibilità di lavorare ancora di più. Tuttavia, è possibile che coloro che non sono già coinvolte non si avvicinino all’attivismo per timore.

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