(tratto da: “Cursed baby”, un più ampio articolo di Rabia A. per Afghan Women’s Writing Project, 19.4.2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)
“E’ una bambina.”, disse il medico e l’orrore corse attraverso il corpo della madre. Sul suo volto vi era profondo dolore, come se il mondo fosse finito. Cominciò a singhiozzare. “Di nuovo una femmina. Come potrò affrontare mio marito e la sua famiglia e la società?” Odiava la sua bambina. I suoi occhi erano pieni di lacrime, lacrime di tristezza e rimpianto. La bimba portava con sé sfortuna e tragedia.
La piccola giaceva là come un angioletto, come un picco innevato, soffice come la seta, gli occhi chiusi. A differenza degli altri neonati non stava piangendo o chiedendo di essere nutrita. Era silenziosa e calma come se già sapesse cosa la vita aveva in serbo per lei. Sembrava essere conscia delle numerose sfide che avrebbero attraversato la sua esistenza come fosse uscita dalle porte dell’ospedale.
Era speciale, ma in modo diverso. Avvolta nel lenzuolino, tutto quel che vedevo di lei era la minuscola faccia pallida e le labbra bianche e sottili. Il suo silenzio urlava che non voleva vivere, che si era arresa, che non voleva lottare. Voleva tornare da dove era venuta, perché le sue piccole spalle e le sue piccole mani non avevano proprio la forza di sostenere il peso dell’essere nata femmina.
A giacere accanto a lei c’era mio nipote. Lui mi sembrava del tutto fiducioso, perché era un maschio, e un maschio ha valore nella società afgana. Sapeva già di essere voluto e che c’era bisogno di lui. Potevi già quasi vedere l’arroganza nei suoi occhi mentre si guardava attorno a palpebre semi aperte. Entrambi i bambini non erano al mondo che da pochi minuti, ma la cultura aveva già creato un muro di divisione fra loro. La femminuccia era stata marchiata come un fardello e come immondizia.
Andai accanto alla madre e le chiesi perché era così triste quando avrebbe dovuto essere felice di avere una figlia e lei replicò: “Non posso avere un’altra femmina, ne ho già quattro e mio marito mi ha avvisata, mentre mi portava all’ospedale, che se mettevo al mondo un’altra bambina mi avrebbe buttata fuori di casa assieme alle altre mie figlie.” Io dissi: “Ma è una creatura così dolce e innocente. Guarda, non piange neppure.” “Sì, perché sa che non importerà a nessuno che lei pianga.”
Rimasi là annichilita e impotente. Volevo prendere la bambina e portarla via, condividere la sua sofferenza e dirle che la società in cui stava per entrare è piena di bestie e di mostri che non perderanno occasione per abusare di lei e torturarla e violare i suoi diritti. Volevo dirle che per quanto brutto questo mondo sia lei doveva resistere e non mollare mai, asciugarsi le lacrime e consolare la sua anima da sé. Perché in questa società lei dovrà lottare per la sua dignità, per avere rispetto e istruzione e persino un lavoro decente.
Il dottore entrò nella stanza e disse alla madre: “Jamila, ora puoi andare. Tuo marito ti aspetta fuori.” Jamila cominciò a muoversi come la perdente su un campo di battaglia. La sua testa era bassa. Nessuno venne incontro a lei e alla bambina. Pareva che mettere al mondo figli fosse solo un’altra delle faccende quotidiane di Jamila. Prese la propria borsa come niente fosse, avvolse la bimba in una coperta e disse addio.
Mia madre ed io passammo l’intera notte all’ospedale. Il dottore tornò, diede un’occhiata a mio nipote e disse che era una creatura fortunata perché era nato maschio, ma che l’altra creatura, la bambina, era più sfortunata che mai: non solo era una femmina indesiderata, ma era anche disabile. L’ultima frase mi colpì come un pugno in faccia. Chiesi cosa c’era che non andava con la piccola, e il dottore mi rispose che la sua mano destra era paralizzata, ma non lo aveva detto alla madre.
La vita si è messa d’impegno nel prendere in giro quella bambina. Davanti agli occhi avevo il suo intero futuro: figlia non voluta e disabile sarebbe morta durante la prima infanzia di malattia o perché nessuno si sarebbe curato di lei, e quand’anche ce l’avesse fatta a vivere qualche anno sarebbe finita seduta per strada o a bussare alle porte mendicando il cibo in questa società estremista e fondamentalista. E un giorno, nel bel mezzo di una folla in cui ci si spintona, in cui uomini intatti e interi ce la fanno a stento, lei sarebbe stata semplicemente calpestata a morte. E tutto questo perché? Be’, perché è nata femmina!
Io sono nata sana e sono stata cresciuta in una famiglia dalla mente aperta, dove tutti mi hanno amata e sostenuta. Ma la maggior parte delle bambine sono private dei loro diritti e in migliaia sono disabili a causa di anni e anni di guerra, e io credo di capire cosa significa essere indesiderata o disabile. Non è così difficile mettermi al posto loro. Perciò, quando vidi quella piccolina in ospedale diventai lei per un attimo e vidi quante sofferenze la aspettavano.
Nella società afgana le donne sono accusate di essere donne, anche se non è stato chiesto loro cosa volessero essere, anche se non hanno nessuna influenza nella scelta del loro sesso. A volte la gente mi dice che io sono come un figlio maschio per mio padre. Non riesco a prenderlo come un complimento, perché io sono fiera di essere donna. Dio ci ha creato tutti uguali. Il Corano dice che c’è uno scopo nell’esistenza di ogni individuo. Questo mi dà fiducia e mi dice che le donne sono parte cruciale di una società. Non siamo state create inutili e per quanto sia difficile dobbiamo lottare e dimostrare a questa società dominata dagli uomini quale gran parte giochiamo nel futuro del nostro paese.
Se mai avrò una figlia, anche se fosse disabile, le dirò: “Prima di ogni altra cosa, tu sei un essere umano. Essere nata femmina ti rende ancora più speciale e devi essere sempre orgogliosa di quel che sei.”
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