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(Intervista ad Anna Nikoghosyan, di Julia Lapitskii per Kvinna till Kvinna, maggio 2013, trad. Maria G. Di Rienzo. Anna è Direttrice della programmazione per l’organizzazione armena “Società senza violenza”.)

Anna Nikoghosyan

Come sei rimasta coinvolta nel lavoro per i diritti delle donne?

Quando avevo 14 anni, un’organizzazione non governativa visitò la nostra scuola e tenne un seminario sui diritti umani, con speciale attenzione ai diritti delle donne. Io divenni molto interessata all’argomento e cominciai ad arrangiare discussioni e dibattiti su questi temi a scuola. Quando mi iscrissi all’università, a Yerevan, dove studiavo amministrazione, ho fatto domanda per un lavoro a “Società senza violenza”. Volevo veramente lavorare su queste istanze.

Perché è importante lavorare sulle istanze di genere in Armenia?

La nostra società è estremamente patriarcale. Io stessa, che sono una donna giovane, sono costantemente oggetto di discriminazione. E fuori da Yerevan, la situazione delle donne è assai peggiore. Nessuna persona in grado di pensare può restare indifferente davanti a tanta discriminazione e tanta violenza. Il ruolo di una donna, in Armenia, è principalmente tenere in ordine la casa. Se nasci femmina tu devi lavare i piatti, cucinare, essere sottomessa e obbedire a qualsiasi cosa la tua famiglia voglia da te. Una ragazza che desideri studiare o lavorare si trova davanti una miriade di ostacoli, mentre per i ragazzi tutte le porte sono aperte. Tuttavia, questa non è neppure la discriminazione più significativa, perché abbiamo un enorme problema di violenza domestica. Le statistiche variano, ma si stima che una donna su tre, in Armenia, subisca violenza domestica. Gli abusi psicologici sono prevalenti.

Che cosa fa “Società senza violenza”?

Lavoriamo su tre questioni fondamentali: istruzione al genere, costruzione di pace e violenza domestica. Per l’educazione al genere provvediamo sessioni di studio sull’eguaglianza di genere, in maggior parte fuori da Yerevan, nelle varie regioni. Lavoriamo anche con gli amministratori scolastici, gli insegnanti, i funzionari e i politici affinché l’istruzione al genere sia integrata nelle scuole.

Il nostro secondo focus è la costruzione di pace. Nel 2011, incontrammo le ragazze e le giovani donne della provincia di Syunik, che confina con l’Azerbaijan. Parlammo del ruolo delle donne nella risoluzione dei conflitti, delle diverse iniziative che vengono dalle donne in questo campo e, ovviamente, del movimento internazionale delle Donne in nero. E le giovani hanno voluto creare il loro proprio gruppo di Donne in nero. E’ un gruppo che in questo momento si sta espandendo, con ragazze che si uniscono ad esso anche da altre province.

La terza cosa su cui ci concentriamo è la violenza domestica. Nel 2012 abbiamo formato un’Unità di Responso Rapido. Ciò significa che non appena sappiamo di un qualsiasi caso di violenza domestica in qualsiasi angolo dell’Armenia, una nostra Unità, formata da una giornalista e un’assistente sociale, va sul posto a compiere indagini di tipo giornalistico. Lavoriamo con i media e forniamo loro informazioni su quel che accade. Facciamo questo per aiutare le sopravvissute alla violenza, ma vogliamo anche dire all’opinione pubblica quanto la violenza domestica è diffusa nella nostra società. Oltre a questo, abbiamo partecipato alla stesura di una legge contro la violenza domestica. Sfortunatamente, il Parlamento l’ha rigettata all’inizio di quest’anno.

Dato che non stai conducendo la vita tipica di una giovane donna armena, suppongo che molte persone disapprovino quel che fai. Come maneggi la questione?

Per essere onesta, è assai difficile. Ho un mucchio di problemi con la mia famiglia, vorrebbero che non lavorassi per “Società senza violenza”. Ma per me, la cosa più importante è questa: quando hai capito qual è la tua strada e l’hai intrapresa, allora devi lottare, indietro non si torna.

Le tue piccole mani, i tuoi piedini… Ancora ricordo quando hai cominciato ad esistere come parte di me. Ero molto più giovane, allora. Le notti insonni, ricordo, quando tu avevi bisogno di essere nutrita ed io, affaticata e stanca com’ero, mi alzavo barcollando dal letto. Ma quando guardavi profondamente nei miei occhi e scambiavi un sorriso con me, tutti i sacrifici svanivano.

Gli anni sono passati, tu sei cresciuta e cresciuta, essendo sempre una ragione per esistere. La tua intelligenza sveglia e il tuo essere amabile erano tutto quel che vedevo. Il legame di una madre con il proprio bimbo, femmina o maschio, è difficile da capire per chi non ha mai percorso quella strada. Ma per quel che mi riguarda, figlia mia, sono assolutamente sicura che non cambierei una virgola del nostro passato. Tu sei la mia vita. Ruth Kuttler

baby girl

(Il primo Giorno della Madre fu proclamato nel 1870 da Julia Ward Howe: era un appello alle donne nell’ambito di una richiesta appassionata di disarmo e di pace. Quest’anno cade domenica 12 maggio. Più di 100.000 donne muoiono ogni anno per complicazioni legate alla gravidanza e al parto che sarebbero prevenibili; l’accesso alla contraccezione viene impedito ad oltre 200 milioni di donne al mondo che continuano a chiederlo; la stima di quelle che annualmente muoiono a causa di aborti clandestini nei paesi dove l’interruzione di gravidanza è proibita è difficile da fare: la cifra si aggirerebbe fra le 40.000 e le 50.000. Nonostante coltivino l’assoluta maggioranza del cibo in tutto il mondo, le donne – e quindi le madri – sono pure la maggioranza delle persone cronicamente affamate: più del 60%. Verrebbe da dire, con triste ironia, che la “festa alla mamma” la si fa 365 giorni l’anno… Maria G. Di Rienzo)

Ius soli

Vennero portando nomi di un migliaio di villaggi

Un migliaio di madri e padri e le terre che lasciarono

Vennero perchè restare avrebbe significato morte certa

per mano di coloro che avevano requisito e preso senza riguardo

Vennero perchè sognavano di bambini che ancora non erano nati

E così lavorarono – nei ristoranti, alle bancarelle di dolci, nei negozi di liquori

E le loro lingue inciampavano su parole che non erano loro

E invecchiarono in un paese a cui ancora di loro non importava

Aggrappandosi a cibo, vestiti, parole, flebili eco provenienti dal passato

migrant ship

Non vediamo dietro di essi le storie con cui sono arrivati

I villaggi che hanno abbandonato, le sorelline che non sono riusciti a salvare,

i costumi che hanno perduto, le case che hanno dato via,

nella speranza che i loro figli non si sarebbero recati alle loro tombe

avendo fame.

Jason Chu (poeta rapper), figlio di migranti, maggio 2013 (tratto da un testo più ampio, trad. Maria G. Di Rienzo)

Una voce delicata

(“Femininity issue or misconception”, di Deqa Osman, Somalia, 6.5.2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Entro in classe. Gli studenti mi danno una breve occhiata e poi tornano alle loro posture precedenti. Io sto presso la lavagna e gli studenti si guardano l’un l’altro, confusi. Poso la borsa sulla cattedra, la apro, tiro fuori il mio laptop. Cominciano i sussurri. Gli studenti si chiedono cosa sta succedendo. Una studentessa, una femmina, così sfacciata da stare di fronte ad un’intera classe, come osa, è disgustoso!

Io scrivo il mio nome sulla lavagna e dico: “Buongiorno a tutti. Io sono la vostra insegnante per questo corso.” I sussurri aumentano di tono, le risate rubano la scena. Gli studenti maschi cominciano a sogghignare e a fare battute sarcastiche. “Un’insegnante donna! – dice uno di loro a voce alta – Mi state prendendo in giro?” Io dico loro di calmarsi e che sì, sono un’insegnante, donna, e completamente qualificata per il lavoro che faccio, poi comincio la lezione.

Questo accade ogni volta in cui entro in una nuova classe. Una donna che sta di fronte ad uomini e parla più forte di loro, affinché tutti possano sentire, è una vergogna. E’ assai difficile che i somali accettino una donna che fa udire la sua voce di fianco ad un uomo o di fronte ad un uomo. E’ inaccettabile, è contrario alla cultura somala, dicono. Sebbene la cultura somala sia ricca e benefica in diversi modi, quando si arriva alle donne è discriminatoria e molto dura.

Ci vuole un po’ perché gli studenti assorbano e digeriscano l’idea di avere una docente donna all’università. E’ difficile maneggiarne alcuni, poiché la generazione post-conflitto sembra mancare di autocontrollo e l’insegnante deve continuamente chiedere un rispetto che non è scontato e non si ottiene senza pagare un prezzo. Usualmente il prezzo è urlare, espellere studenti dalla classe e altre tattiche che lasciano esausto qualunque educatore. Diventa ancora più difficile lavorare quando metà degli studenti della tua classe pensano che tu sia inferiore a loro e non qualificata ad istruirli. I commenti sarcastici e le molestie sono continue, ma io sono paziente. Ho sempre usato metodi pacifici e spiegato loro perché tali comportamenti non sono accettabili in ambito universitario. Racconto loro delle mie esperienze in Malesia e con studenti internazionali in tutto il mondo. Li incoraggio ad andare oltre i libri di testo e apprendere di più. Sono portata ad insegnare e provo loro che di loro mi curo. Sorprendentemente, dopo qualche settimana il mio genere smette di essere un problema e io sono solo una docente.

Prima di lavorare all’Università di Bossaso, avevo fatto domanda in un altro ateneo, ma sono stata rifiutata. Ricordo come il rettore mi spiegò perché le donne non sono adatte ad insegnare in un’università. Non era la sua convinzione personale, disse, ma una visione generale: “Gli studenti maschi non accetterebbero una docente donna. Alcuni direbbero: Una donna sta di fronte a noi per istruirci, mai e poi mai, lei è inferiore a noi e perciò non possiamo accettarlo.” Io risposi che ognuno può avere le opinioni che preferisce ma, aggiunsi, “Credevo fosse lei a dirigere questo posto e che loro fossero gli studenti. Se invece sono loro a scegliere chi viene assunto per insegnare allora la direzione sono gli studenti.” Il rettore tentò un approccio differente e disse: “Qualcuno direbbe di non essere in grado di ascoltarla, perché la sua delicata voce femminile non arriverebbe al fondo dell’aula.” “Be’, – replicai io immediatamente – questo non è di sicuro un problema nel mondo odierno, grazie ai microfoni disponibili sul mercato che permettono ad una voce delicata di arrivare non solo in fondo all’aula, ma di attraversare l’intera università.”

Tutti i presenti sorrisero al mio commento, ma il rettore continuò spiegando i “fallimenti” delle donne nella società. Mi disse che le donne non fanno davvero uso della loro istruzione e la sprecano. “Produciamo molte laureate, ma tutte si sposano e stanno a casa e non tentano di avere un’occupazione. Usano il loro tempo e le nostre risorse per l’istruzione e non ne beneficiano. Noi permettiamo alle donne di insegnare alla facoltà di Studi islamici, perché la facoltà ha più del 50% di studentesse, ma anche se le preghiamo le donne non vogliono farlo.” Qui ho cominciato ad arrabbiarmi. Gli ho ricordato che ero venuta a presentare domanda per una docenza e che lui non mi stava dando nessuna possibilità. “Mi sta gettando addosso tutte le sciocchezze e i pregiudizi degli studenti, per come lei intende le loro opinioni, dovrei aggiungere, perché io non so davvero quali siano le loro opinioni e a parte le sue dichiarazioni non ho alcuna prova che siano davvero quelle che lei dice. Inoltre, anche se tutte le studentesse dovessero stare a casa dopo il matrimonio la loro istruzione non sarebbe sprecata, perché insegneranno ai loro figli o sceglieranno di insegnare a casa ad altre ragazze. Mia madre è stata istruita in questo modo ed ha investito molto tempo nell’istruzione di noi figlie, come nostra tutrice. Inoltre, insegnare a una ragazza, a una donna o in effetti a qualsiasi essere umano non è, MAI, uno spreco di risorse.”

La Somalia ha una lunga strada da fare per quel che riguarda il raggiungere l’eguaglianza e noi abbiamo la nostra parte di lavoro da svolgere. Ma noi, noi attiviste, noi costruttrici di pace, noi difensore dei diritti umani, non abbandoneremo mai questo obiettivo. Sono felice che il nostro settore politico stia migliorando. Abbiamo due elette ad alte cariche, ed una di esse è il Primo Ministro della Somalia. E’ un gran passo avanti e pavimenta la strada per le altre donne che seguiranno.

Io lotto per mostrare alle ragazze e alle altre donne che anche loro possono fare la differenza. Non abbiamo bisogno che siano gli uomini a darci l’eguaglianza. Possiamo farla accadere da noi stesse.

I fraintesi

I FRAINTESI. Opera melodrammatica. Gli atti si ripetono e si avvitano su se stessi facendo invidia a Escher. L’Opera non finirà mai sino a che l’unico desiderio degli spettatori sarà quello di salire sul palco a imitare i cantanti.

escher spirals

Il professore, cantando: La gloria, la gloria, la gloria finalmente! Se mi chiama la tv: presente! Se è la radio che mi vuol: presente! L’intervista al tuo giornal? Immantinente! Sordide aule grigie, dove studenti mi sberleffano in effige: addio, il nuovo pensator son io, son io, son io!!! Sono l’uomo del momento, l’ideologo del Movimento!

Il professore spiega il suo profondo, innovativo pensiero (recitato in tono grave fra rulli di tamburi):

“Hanno messo un banchiere all’economia, non lamentiamoci se poi la gente prende i fucili”.

“Difficile pensare che Preiti sia arrivato da solo con una pistola. Non posso escludere che si tratti di una provocazione per rafforzare il Governo.”

“Le rivoluzioni non sono sempre pranzi di gala e quando la situazione diventa esplosiva nella storia abbiamo avuto esempi di questo genere. Abbiamo un presidente rieletto che neanche in Venezuela.”

“Si può parlare di golpettino istituzionale.”

“Non è follia pensare che uno possa prendere armi.”

Il padrone del Movimento e i suoi servitori, cantando in coro: Non ti conosciamo, non sappiamo chi sei, i tuoi post li cancelliamo, ma chi t’ha visto mai? Siam pacifici, siamo angelici, terapeutici, tanto coccoli, non siamo broccoli, questa è una trappola, e a noi ci sfrappola i comedon!

(E’ stata una brutta giornata, per favore non fotografarmi, è stata una brutta giornata, per favore, è stata una brutta giornata, non fotografarmi. http://www.youtube.com/watch?v=JYsA0VnLrIU )

Il professore, cantando: Frainteso e vilipeso, nessuno m’ha capito, indicavo la luna m’han mozzicato un dito, scherzavo santo cielo, l’ho scritto su internet, forse aveo bevuto un pelo, due dita, cabernet.

Il padrone del Movimento e i suoi servitori, cantando in coro: Va bene twitta qua, se lo dice papà, allora sei una vittima. Va bene anche sul blog, ci attaccan con lo smog, tu sei una vittima. Siamo tutti vittime, del tritacarne mediatico, siamo tutti pittime, sotto attacco informatico. Fraintesi e vilipesi, saldi restiam però, piangiamo sempre il morto, diciamo sempre NO!

L’artista, la professoressa, lo studente, unendosi al coro: Vittime anche noi, fraintesi e maltrattati, che abbiamo fatto poi, siam solo opinionati. Fraintesi e vilipesi, saldi restiam però, piangendo sempre il morto, diciamo sempre NO!

L’artista, recitato a ritmo: Ho 28 anni ragazze contattatemi, scopatemi / e se resta un po’ di tempo presentatevi / Non conservatevi datela a tutti anche ai cani / se non me la dai io te la strappo come Pacciani.

La professoressa, con l’indice alzato, ad una sua allieva: Se fossi stata ad Auschwitz, saresti stata attenta. Non sono antisemita, ma nella scuola italiana non c’è più la disciplina di una volta.

Lo studente, al telefono con un amico: Se tu vedi, questa passa e tu vedi tutti gli israeliani, pure i palestinesi, cioè i palestinesi… Gli arabi che la salutano con rispetto proprio… La cosa infatti mi sta facendo stizzire troppo. Infatti io a questa la devo vattere (picchiare). O la picchio o me la chiavo e gli (testuale) faccio uscire il sangue dal c… Però davanti a tutta la facoltà.

L’artista, la professoressa, lo studente, in coro: Embè, embè, perché vi scandalizzate? Che c’è, che c’è, ma voi ci censurate! Abbiamo solo espresso i nostri pensieri, tanto il mondo finirà, tanto è stato ieri. Siamo tutti vittime, del tritacarne mediatico, siamo tutti pittime, sotto attacco informatico.

(E’ la fine del mondo quale lo conosciamo. E’ la fine del mondo quale lo conosciamo. E’ la fine del mondo quale lo conosciamo, e io sto bene. – Un torneo, un torneo, un torneo di bugie. Offritemi soluzioni, offritemi alternative: e io declino. http://www.youtube.com/watch?v=u2UhvN0k74w )

Maria G. Di Rienzo (a volte è proprio il caso di dire che la musica mi mantiene in vita)

(“Solidarity Amidst Diversity – An Interview with the Board Chair of Women Living Under Muslim Laws”, di Samina Ali per International Museum of Women, 2013. L’intervista a Zarizana Aziz e l’immagine fanno parte del progetto Muslima – Muslim Women’s Art & Voices: http://muslima.imow.org/ Il dipinto, intitolato “La musulmana invisibile” è dell’indiana Haafiza Sayed. Zarizana Abdul Aziz è un’avvocata specializzata in diritti umani. E’ stata la presidente del Centro di crisi per le donne (oggi diventato il Centro delle donne per il cambiamento) in Malesia, dove forniva sostegno legale ed emotivo alle vittime della violenza contro le donne. Successivamente è stata coinvolta nelle riforme legali su violenza contro le donne, eguaglianza di genere, diritto familiare e leggi religiose in Malesia, Indonesia, Bangladesh e Timor Est. In tutte queste aree è stata formatrice per avvocati, attivisti della società civile, religiosi e funzionari statali. Ha funto da consulente per le Nazioni Unite e svariate organizzazioni internazionali sulle “buone pratiche”. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

the invisible muslima

Samina Ali: Prima di tutto, congratulazioni per tutti i tuoi successi. Sei un’avvocata praticante e la presidente di Women Living Under Muslim Laws (Donne che vivono sotto le leggi musulmane – WLUML). Puoi dirci il focus e gli scopi di questa organizzazione?

Zarizana Aziz: Women Living Under Muslim Laws è una rete di solidarietà internazionale che fornisce informazioni, sostegno e uno spazio collettivo per le donne le cui vite sono modellate, condizionate o governate da leggi e costumi che si dice derivino dall’Islam. Da più di due decenni WLUML mette in collegamento donne e organizzazioni.

Samina Ali: A che tipo di organizzazioni avete collegato le donne? Come le donne ricevono aiuto da esse?

Zarizana Aziz: Le organizzazioni e gli individui a cui le donne si connettono tramite WLUML sono quelle che condividono le nostre preoccupazioni. Sin dall’inizio della nostra storia ci siamo assicurate di agire in collaborazione con le reti locali, così che ogni azione intrapresa da WLUML sia in linea con le strategie di queste reti e le sostenga. Rispettiamo i bisogni e le strategie dei network locali e lavoriamo insieme con loro verso gli stessi obiettivi condivisi. Ricordiamo sempre che le donne consapevoli, in ogni paese, generalmente hanno una visione per il loro futuro ed hanno speso un mucchio di impegno nel cammino per raggiungerla.

Samina Ali: WLUML è attiva in più di 70 paesi, che vanno dal Sudafrica all’Uzbekistan, dalla Gran Bretagna al Brasile, dal Senegal all’Indonesia. Lavorate con donne che vivono in paesi in cui l’Islam è la religione di stato e paesi che hanno governi laici. Ci sono temi comuni che le donne devono affrontare, al di là di dove vivono?

Zarizana Aziz: WLUML sfida il mito del “mondo musulmano” unico ed omogeneo. Le donne, in tutti questi paesi, hanno a che fare con leggi e costumi che si dice derivino dall’Islam. Però, queste leggi chiamate musulmane variano da un contesto all’altro e le leggi che interessano le nostre vite vengono da fonti diverse: religiose, tradizionali, coloniali e laiche. Le donne sono governate simultaneamente da molte leggi differenti: quelle riconosciute dallo stato (codificate o no) e quelle informali, come le pratiche tradizionali che variano in accordo al contesto culturale, sociale e politico.

Samina Ali: Puoi farci un esempio?

Zarizana Aziz: Alcuni paesi hanno un sistema legale plurale e cioè esistono leggi che si applicano a tutti e leggi (usualmente dall’applicazione ristretta, come le leggi familiari) che interessano solo una particolare comunità. Nel contesto musulmano queste ultime sono di solito comprese nel diritto di famiglia musulmano, che si applica solo ai musulmani mentre tutti gli altri possono essere soggetti ad una serie di leggi generali sulla famiglia. Una donna può anche essere soggetta ad altre leggi informali o tradizionali, o ad usi e costumi sanciti o meno dal governo. Ciò include i consigli tribali e le autorità religiose che possono emanare dei pronunciamenti (conosciuti anche come “fatwa”). Tali “leggi”, ad esempio, possono proibire il matrimonio fra persone musulmane e persone di altre fedi o permettere che solo un musulmano erediti da un altro musulmano deceduto. Perciò queste leggi vanno ad interessare anche persone non musulmane: tipo una madre che non può ereditare dal proprio figlio convertitosi all’Islam.

Samina Ali: Qual è stato l’aspetto del tuo lavoro che ti ha presentato più sfide?

Zarizana Aziz: Lottare per l’eguaglianza e la libertà dalla violenza di fronte al crescere di forze che cercano di giustificare la discriminazione e la violenza contro le donne in nome della cultura e della religione.

Samina Ali: Puoi raccontarci qualcuna di quelle che tu consideri le “storie di successo” di WLUML?

Zarizana Aziz: Il Programma Donne e Legge. L’organizzazione si impegnò in una ricerca durata più anni sulle leggi musulmane come codificate o praticate in diversi paesi musulmani. La ricerca indica che queste leggi sono assai diverse fra loro, frantumando il mito che le leggi musulmane (comunemente indicate in modo erroneo come “sharia”) siano divine e immutabili, quando esse sono invece il risultato dell’interpretazione umana e dell’umana comprensione dei testi.

Gli istituti per la leadership femminista, che forniscono 12/14 giorni di istruzione per giovani femministe (giovani in relazione all’attivismo, non all’età) che cercano di equipaggiarsi con la conoscenza del diritto (incluse le leggi religiose), dei sistemi internazionali, del come fare rete e campagne, del come raccogliere fondi.

Le nostre numerose pubblicazioni sulla sfida ai fondamentalismi, che reinterpretano il Corano, leggono la militarizzazione ed il suo impatto sulle donne, e recano le voci delle donne e dei loro molti e ammirevoli sforzi comuni per l’eguaglianza e contro la discriminazione. WLUML è stata fra i primi soggetti ad identificare alcune questioni, come i fondamentalismi, e a lavorarci sopra.

Attualmente la nostra organizzazione ha creato una mostra sui codici di abbigliamento, che presenta tali codici nelle comunità musulmane e non musulmane. La mostra cerca di suscitare consapevolezza e di educare alla diversità della cultura musulmana. Non possiamo dimenticare che l’Islam si è diffuso così velocemente ed ampiamente grazie alla sua abilità di riconoscere diverse culture e convivere con esse attraverso l’intero pianeta. In molte questioni l’Islam permette l’adozione dei costumi locali (“urf”). Per esempio, da noi in Malesia, le leggi musulmane adottano il riconoscimento legale del coniuge privo di reddito nel matrimonio, dovuto al fatto che contribuisce comunque all’unione, perciò le donne musulmane condividono i beni matrimoniali.

Samina Ali: Quali delle leggi che sono considerate “musulmane” richiedono le azioni più urgenti?

Zarizana Aziz: Ce ne sono parecchie. Le leggi che negano l’eguaglianza alle donne (per esempio quelle che indicono “complementarietà” di uomini e donne anziché uguaglianza), il tutoraggio degli uomini sulle donne, la negazione della partecipazione politica alle donne, la negazione della loro mobilità, il diritto di famiglia e il diritto ereditario.

Samina Ali: Che consiglio daresti alla prossima generazione di donne in tutto il mondo?

Zarizana Aziz: Non accettate che le donne siano nate per soffrire discriminazione, diseguaglianze e violenza. Più vi istruite, meglio capirete come la cultura e la religione siano state politicizzate per giustificare la discriminazione e ridurre al silenzio le voci delle donne. La cultura è dinamica ed è influenzata dai bisogni sociali contemporanei, e deve riflettere la nostra comprensione di giustizia ed eguaglianza. Per esempio, la schiavitù è stata norma e pratica tradizionale accettata in molte culture ed era sancita dai leader religiosi delle varie epoche. Non è accettabile oggi e in effetti ci ripugna. Pratiche tradizionali di questo tipo non meritano di essere preservate e devono recedere di fronte alla giustizia e all’istruzione.

 

Rita MacNeil

Rita MacNeil – canadese, scomparsa il mese scorso – è stata una straordinaria cantante, grandemente apprezzata e famosa in patria. Era anche una straordinaria persona. Una volta, durante un’intervista televisiva per la CBC, il giornalista (anche lui ormai deceduto) Eric Malling le chiese “se avrebbe potuto avere ancora più successo qualora fosse stata bella.” Rita replicò senza esitazione: “Ma Eric, io sono bella.” Quel momento fu cruciale per parecchi spettatori, che riuscirono a togliersi gli occhiali del “canone” imposto e a vedere la sua bellezza. Maria G. Di Rienzo

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