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Caffè per signore

20 luglio 2012 di lunanuvola

(Fonti: Reuters, Al Jazeera, The Australian, Al Arabiya)

 

Ci avete mai pensato? Quante intuizioni, quante idee, quante azioni e persino quante rivoluzioni sono germinate attorno a tavolini da bar, circondate da aromi di ogni tipo e vapori di caffè? E a volte, può essere una rivoluzione in se stessa persino aprire un locale: soprattutto se si tratta di uno spazio riservato alle donne.

Ramallah (Palestina) ha ora il suo “Caffè per signore”, un locale dai colori vivaci situato sulla strada principale della città. Lo ha aperto, assieme a sette amiche, la ventunenne Balsam Qadoura. Il gruppo è composto in maggioranza da studentesse universitarie che hanno in mente di intraprendere attività professionali autonome una volta terminati gli studi ma, spiega Balsam, questo progetto non poteva attendere. “Quando noi donne entriamo nei locali pubblici gli uomini presenti si comportano come se non fossimo esseri umani. Cosa fate qua?, ci dicono aggressivamente, Questo non è il vostro posto.” I recenti decreti emanati da Hamas sul comportamento delle donne (divieto di fumare la pipa ad acqua, codice di abbigliamento ecc.) non hanno di certo migliorato la situazione.

Nel “Caffè per signore” le avventrici trovano un luogo tranquillo, dove possono rilassarsi, ascoltare la musica che preferiscono e fumare la pipa senza che nessuno le molesti, faccia apprezzamenti volgari sul loro aspetto e sui loro vestiti o le aggredisca – cose, queste ultime, che accadono ormai troppo spesso nella zona. I prezzi di cibi e bevande sono irrisori, perché è chiaro che “il gruppo di ragazze con delle idee”, come le giovani che gestiscono il posto si definiscono, non ha messo in piedi questa faccenda per arricchirsi. Qualcuno ha detto a Balsam che aprire un caffè per donne è un passo indietro nella lotta per l’eguaglianza, ma lei sostiene che: “Abbiamo bisogno di uno spazio nostro per organizzarci e contrastare la dominazione maschile.”

La necessità di uno spazio proprio è anche la motivazione delle studentesse afgane che l’8 marzo scorso hanno festeggiato il Giorno Internazionale della Donna aprendo l’internet caffè femminile “Sahar Gul” a Kabul. Il nome del locale è quello della 15enne imprigionata e torturata, l’anno scorso, dal marito e dai familiari di quest’ultimo perché rifiutava di prostituirsi. Del gruppo che gestisce il caffè vi ho già parlato: sono le “Giovani donne per il cambiamento” che lottano contro la violenza di genere e che al proposito hanno già prodotto documentari, organizzato manifestazioni e dibattiti pubblici ed hanno partecipato a programmi radiofonici e televisivi.

Per raccogliere i fondi necessari ad aprire il locale si sono affidate all’aiuto di altre donne, quelle delle ong locali ed internazionali: “In questo modo”, spiega Homiyra Bakhshi di “Giovani donne per il cambiamento”, “possiamo tenere il prezzo della connessione a 50 afgani l’ora (meno di un euro) che è assai più basso di qualsiasi altro internet caffè a Kabul. Ma il motivo principale per cui abbiamo così tante clienti è che qui esse trovano l’opportunità di studiare e socializzare liberamente, senza il peso della continua sorveglianza maschile.”

L’arredo del posto è modesto: una dozzina di computer portatili, una libreria ben fornita e un mucchio di comodi cuscini. Ma Mariam Noorani, studentessa universitaria e frequentatrice abituale dell’internet caffè, oltre ad esserne pienamente soddisfatta dice che ce ne vorrebbero molti altri, di luoghi simili: “Il significato del nome, “Sahar Gul”, è chiaro a qualunque donna metta piede qui dentro. Vengo qui così spesso per mostrare il mio sostegno a tutte le ragazze come lei che hanno sofferto e soffrono cose orribili. Questo caffè è un tributo collettivo alla resistenza ed al coraggio di donne come Sahar Gul.”

L’ultimo caffè di cui voglio dirvi qualcosa si chiama “Nasawiya”, che in arabo significa “Femminista”, e lo ha aperto a Beirut (Libano) un gruppo di attiviste dall’appellativo omonimo. Le donne di Nasawiya, circa 250, lavorano sui problemi che il genere femminile incontra nel loro paese, quali le molestie sessuali sul lavoro, lo stupro all’interno del matrimonio, la violenza domestica, la discriminazione verso le lavoratrici straniere.

“Siamo nate all’inizio del 2010,” racconta la coordinatrice Farah Salka, “raccogliendoci attorno a questo scopo: sfidare tutte le oppressioni di genere in Libano e nel mondo arabo. Chiunque voglia unirsi a noi è la benvenuta, lavoriamo su molti tipi diversi di cambiamento. Una delle nostre campagne si chiama “Le avventure di Salwa” ed ha come bersaglio le molestie sessuali. In questo momento ci stiamo impegnando per avere una legge che penalizzi queste molestie in ambito lavorativo.”

Ed ora c’è anche il caffè, che assomiglia non solo per scopo a quello palestinese e a quello afgano: è come un grande soggiorno con scaffali pieni di libri, cuscini e poltroncine confortevoli. Oltre ad uno spazio per studiare, leggere, ascoltare musica e chiacchierare, il caffè offre ovviamente cibi e bevande – gratis. Un cartello in più lingue ricorda solo che il posto è gestito da volontarie e che si suppone tu faccia una donazione (quello che puoi) dopo aver bevuto il caffè e mangiato la ciambella.

Di recente, però, può capitare di gustare cose assai più sofisticate ed esotiche, in quel di Nasawiya. Da qualche mese il locale organizza il sabato sera un evento chiamato “Libumu”, che in congolese vuol dire “Pancia”. Le lavoratrici domestiche straniere, che sono venute in Libano dall’Africa e dall’Asia, si danno il turno a cucinare i piatti dei loro paesi d’origine durante tali serate. Il ricavato delle donazioni relative alle cene etniche va interamente a loro.

“Sono donne che vengono dal Nepal, dallo Sri Lanka, dall’Etiopia… Le invitiamo a mostrare i loro talenti, ed il modo più semplice di far questo al caffè è cucinare.”, spiega la venticinquenne Edith Kitoki, che è nata in Libano ma è di origine congolese ed è “l’addetta al contatto” con le donne straniere per Nasawiya, “E’ un modo per far sentire queste persone benvenute, per dir loro che hanno valore.”

Molti, molti anni fa, misi piede per la prima volta – in un paese straniero – in un “caffè per donne”… e la sensazione di essere la benvenuta fra le mie simili e di avere per loro valore da allora non se n’è più andata. Dite voi se è poco. Maria G. Di Rienzo

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